Intervista a Claudia Visser, responsabile del progetto
Bilancio partecipativo: a Venezia lo fanno meglio
Approvati progetti nelle municipalità coinvolte
mercoledì 25 maggio 2005, di Mattia Pelli
Claudia Visser è architetto ed ha lavorato, in qualità di consulente presso la segreteria dell’assessore al bilancio del Comune di Venezia, allo sviluppo di un interessante esperimento di bilancio partecipativo nelle tre Municipalità, che sono Marghera, Lido e Favaro Veneto.
La nascita del progetto risale all’impegno preso a metà mandato dal sindaco di Venezia Paolo Costa, in carica da cinque anni. Così Venezia è diventato l’unico comune in tutta Italia dove la competenza al bilancio partecipativo è stata assunta dall’assessore al bilancio, quando nel resto d’Italia le esperienze di bilancio partecipativo richiedono una continua - e a volte faticosa - negoziazione per ottenere le risorse necessarie.
Claudia Visser è stata ospite del collettivo Partecittà nel corso di un seminario svoltosi a Trento su «La città trasparente: esperienze di partecipazione in Italia» il 24 gennaio. Le abbiamo chiesto di spiegarci come si è svolto il percorso di partecipazione sperimentato nelle tre Municipalità veneziane.
Quale è stato il punto di partenza di tutto il lavoro?
“Insieme a due altri funzionari dell’ufficio ci siamo inizialmente concentrati su due questioni. Abbiamo prima di tutto raccolto informazioni sulla natura del bilancio partecipativo, sulle esperienze fatte nel resto del mondo e in Italia e sugli strumenti di partecipazione già presenti nel Comune di Venezia.
Parallelamente abbiamo compiuto uno sforzo tecnico per mettere a punto documenti di divulgazione sulla struttura del bilancio del Comune, per spiegare al cittadino come funziona. Da questo punto di vista non partivamo da zero: c’era infatti l’esperienza del bilancio sociale”.
Quali sono le differenze tra bilancio sociale e bilancio partecipativo?
“Son parecchie. il bilancio sociale è consuntivo, viene fatto alla fine dell’anno per spiegare ai cittadini dove sono stati investiti i soldi, mentre il bilancio partecipativo è preventivo e di condivisione delle scelte. Il primo ha soprattutto uno scopo informativo: spiega che cosa il Comune fa per anziani, famiglie, turisti, ecc., ed è presentato con pochi numeri e parecchie descrizioni. Si tratta più che altro di un lavoro sulla percezione dei cittadini e sulla comunicazione piuttosto che un lavoro divulgativo sul funzionamento della macchina comunale”.
Che cosa è emerso da questa prima fase di lavoro?
“Per esempio che esistono sul territorio comunale organi di partecipazione che sono le Consulte e che hanno compiti settoriali: scuola, ambiente, genere, salute. Sono fatte non da comuni cittadini ma da rappresentati delle associazioni ed hanno potere consultivo.
Nel 2003 abbiamo dunque iniziato gli incontri con Consulte e Municipalità per una prima tornata informativa sulle intenzioni del Comune di dare vita all’esperienza del bilancio partecipativo. Dalle prime è arrivata una risposta molto negativa, mentre il rapporto con le seconde è stato più positivo. Si è trattato di un momento importante: il bilancio partecipativo è uno strumento politico, se l’amministrazione non se ne fa carico, non funziona.
In seguito è stata fatta una giornata di formazione con Giovanni Allegretti (uno dei massimi esperti italiani della questione, Ndr) per amministratori e funzionari: è stato il momento di costruzione del progetto. Abbiamo messo a punto lo scheletro dei principi rispetto ai quali agire, modi e tempi di lavoro più alcune strumentazioni per il rapporto con i cittadini.
Quali erano i limiti oltre i quali i cittadini non potevano andare nel proporre interventi pubblici?
Mi stai chiedendo qual’era il terreno di gioco? Il terreno di gioco era tutto quanto riguarda il Comune, ma non solo: compreso quanto con esso fanno altri enti. Era dunque difficile dire prima quanti soldi andavano messi a disposizione per il biancio partecipativo.
Si è preferito rischiare, preferendo piuttosto valutare in seguito - alla luce della ragionevolezza - le priorità emerse.
In assemblea emergono tante richieste e allora subentra l’importanza della capacità negoziale e la necessità di dare strumenti adeguati ai cittadini coinvolti. Si tratta di riconoscere ad ognuno l’intelligenza e la capacità di avere una visione del territorio in cui vive e di costruire tra tutti forme di solidarietà negoziale.
Che cosa intendi per “solidarietà negoziale”?
Prendi il caso del ciclista che vuole più piste ciclabili che si trova in assemblea con il cittadino del quartiere popolare che chiede di mettere a posto la fogna: la solidarietà negoziale sta nel riconoscere questo ultimo problema come una priorità più grande.
In quanto tempo si sono svolte le assemblee?
Abbiamo fatto tutto in due mesi, a partire dallo scorso dicembre, dunque un periodo molto breve.
Parliamo della prima assemblea: come l’avete strutturata?
All’inizio abbiamo dedicato molto tempo a spiegare le regole, anche in modo pedante: bisognava fare capire che quello che iniziava era un percorso con una certa durata e che dall’inizio alla fine si sarebbero prese decisioni, che non si trattava dunque di un semplice momento di sfogo per i cittadini. Insomma, si è cercato di responsabilizzare i partecipanti. Abbiamo chiesto ai presenti di ragionare in termini di proposte, non solo di lamentele. Questo perchè la gente - prova a sentire i discorsi in un bar o per strada - ragiona più su soluzioni che su problemi e esprime quella che si può definire intelligenza sociale.
Alla fine della prima assemblea ogni partecipante poteva consegnare un foglio con una proposta di azione pubblica; doveva però specificare a che cosa servisse e a chi, in modo da imporre una riflessione ad ognuno che andasse al di là del bisogno individuale.
Quale il rapporto con l’amministrazione in questa prima fase?
“Alla prima assemblea erano presenti anche le cariche istituzionali: il presidente della Municipalità, l’assessore al bilancio, ecc., per fare passare l’idea che quello che si stava facendo era “una cosa seria”.
Quali sono stati i problemi più significativi che avete incontrato?
“Uno è stato quello di far passare il concetto di “una testa un voto”: un sindacalista, durante l’assemblea, pretendeva per esempio di parlare in rappresentanza di tutta la sua categoria, quella dei pensionati, ma abbiamo dovuto spiegargli che non funziona così e ci sono state anche polemiche.
Siete dunque usciti dalla prima assemblea con una prima “lista della spesa”. Come siete andati avanti, in seguito?
Siamo ritornati nei nostri uffici e ci siamo messi al lavoro: abbiamo compiuto una aggregazione di proposte che parevano simili e un conteggio. Sulla scheda con la descrizione dei servizi settore per settore consegnata durante l’assemblea, si chiedeva infatti anche di dare un “voto” (da uno a cinque) a otto settori dell’attività del comune, dall’ambiente alla cultura, passando per i lavori pubblici. Sulla base dei punteggi raccolti è stato costruito un diagramma.
In una delle tre Municipalità abbiamo fatto un errore, che è stato quello di aggregare la richiesta di socialità fatta da soggetti diversi, giovani e anziani: se l’esigenza di spazi a prima vista poteva sembrare simile, i contenuti erano molto diversi. E siccome quella degli spazi di socialità era una delle priorità più importanti emerse dalla prima assemblea, a causa di questa svista non abbiamo potuto prenderla in considerazione nella seconda assemblea.
Arriviamo alla seconda tornata assembleare. Come si è svolta?
Nella seconda assemblea entrano in gioco nuovi elementi: c’è gente nuova oppure c’è chi vuole correggere le posizioni prese nel corso della prima... Si cerca dunque nuovamente di costruire solidarietà negoziale tra i presenti, e in alcune situazioni è necessario fare ricorso al voto per stabilire il nuovo elenco delle priorità. All’inizio del secondo incontro viene infatti restituita ai partecipanti la prima classifica provvisoria degli itnerventi proposti che viene ridiscussa
Dopo la seconda assemblea, sulla base del nuovo elenco di priorità, il lavoro è consistito nel mettere a punto studi di fattibilità tecnica e finanziaria sulle proposte di azione pubblica avanzate dai cittadini. Un lavoro enorme: in poco tempo bisognava stringere contatti e risposte da tutti i settori del Comune, da altri enti o società controllate.
Le proposte con annessa verifica di fattibilità sono state presentate ai cittadini?
Nel corso della terza assemblea, durante la quale sono state restituite le schede progetto ed è stato chiesto ai partecipanti l’espressione di consenso per stabilire una graduatoria finale delle priorità.
Questo è avvenuto tramite il voto?
Sì, ma in modo indiretto, attraverso una tecnica pensata per stimolare la solidarietà e la negoziazione. Ognuno aveva a disposizione un certo “patrimonio” di voti che poteva suddividere a piacere su una sola priorità o su diverse. Al Lido, per esempio, c’erano otto proposte e ognuno dei presenti aveva a disposizione 3 post-it per votare.
In seguito che cosa è successo?
Le Municipalità hanno approvato in consiglio delle delibere - votate all’unanimità - che contenevano gli interventi messi a punto nelle assemblee. Le consegne sono state poi passate al Comune che sta elaborando il bilancio di previsione.
Quali sono le azioni pubblica proposte dai cittadini che sono diventate realtà?
A Favaro la prima in ordine di importanza è stata quella della rimozione delle barriere architettoniche, intervento per il quale il comune ha stanziato 120.000 Euro.
Al Lido la prima priorità - e insieme la più complicata - ha riguardato i collegamenti, con la richiesta di migliorare i vettori della mobilità. Questa è una azione che di fatto non costerà niente e che il Comune svolge verso aziende che gestisce.
A Marghera la prima priorità è quella legata al traffico e alla mobilità. Esisteva già una ordinanza del Comune per limitare il traffico pesante, alla quale i cittadini hanno deciso di dare un supporto chiedendo segnaletica adeguata, monitoraggio, comunicazione, con un costo di 40.250 Euro.
P.S.
Pubblicato su «I cento passi», rivista del gruppo consiliare di Rifondazione comunista, Trento