L’incontro, divenuto di fatto un’assemblea pubblica, è stato caotico, conflittuale, ricco di spunti anche contraddittori. Niente di più arbitrario quindi che provare a dargli una logica, ad individuare un qualche filo conduttore, come ho cercato di fare addirittura usando dei ‘titoli’. Inoltre, non ho potuto prendere appunti durante l’incontro, la mia memoria è quello che è e molte considerazioni sono esposte in modo deliberatamente soggettivo…

L’idea è allora che questo resoconto, sia pure lunghissimo, non costituisca che una traccia sulla quale ciascuno/a di quelli/e che erano presenti dovrebbe aggiungere altri brani di informazione, altri commenti, altre riflessioni: insomma proviamo a costruire assieme il resoconto. Chi poi non c’era ma vuole esserci in futuro, può invece dire la sua su quello che legge.

Sulla base di quello che verrà fuori nel giro di una settimana o giù di lì, propongo di fare un resoconto breve, che stia nello spazio di una pagina da mandare nelle varie mailing list e da tradurre in varie lingue e diffondere in giro (negozi, piazze, luoghi di culto, case…), in modo da dare conto dell’avvenuta riunione, dei temi trattati e del fatto che si intende convocare ulteriori incontri.

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Canovaccio di resoconto dell’assemblea-riunione-incontro su San Lorenzo di giovedì 14 luglio 2005 presso la sede del sindacato FLC-CGIL, piazza Indipendenza, 8.

L’attesa L’incontro è convocato per le 21. Arrivo un quarto d’ora prima. E’ giovedì pomeriggio, piazza Indipendenza è piena di filippini, seduti sulle panchine, sui prati. Ci sono molti bambini. Arrivano Laura e Paola, che mi dà le chiavi mentre continua a fumare la sua sigaretta. La sede della FLC-CGIL (già SNUR-CGIL) all’ultimo piano è deserta e buia quando entro. Apro le persiane e vedo che nel frattempo in piazza, vicino al portone e sulle panchine di fronte, comincia a redunarsi qualcuno. Riconosco alcuni/e amici/e e compagni/e di quelli/e a cui avevo inviato la mail il 30 giugno scorso. Pochi minuti dopo, qualcuno di loro comincia ad arrivare in sede.

Cerco nelle stanze un pennarello e scrivo sul retro di un volantino: “L’incontro su San Lorenzo è all’ultimo piano. Suonare FLC SNUR-CGIL”. Mi avvio giù per le scale per andare ad attaccare il foglio sul portone. Contemporaneamente stanno salendo dei ragazzi senegalesi. Uno dopo l’altro, riconoscendomi, mi salutano. Sono circa venti, alcuni di loro li ho incontrati in strada nei giorni precedenti mentre vendevano. Qualcuno di loro porta con sé il cartone con cui vende, nella stanza lo nasconderà dietro le sedie. Sono molto felice, è veramente importante che all’incontro ci siano degli immigrati, ed è particolarmente significativo che ci siano dei senegalesi, visto che l’idea stessa di riunirsi è venuta a seguito dell’episodio del 29 giugno che ha visto ‘contrapposti’ forze dell’ordine e senegalesi.

Mentre continuo a scendere le scale e a salutarli, dico loro che torno subito. Nei pressi del portone ci sono persone che non conosco, riunite a gruppetto. Dai commenti capisco che non concordano con le posizioni espresse nel volantino di convocazione. “Intollerante chi? – sento dire ad un signore – Mi sembra che siamo fin troppo tolleranti”. Penso possano essere del comitato ‘Insieme per San Lorenzo’, anche perché i manifesti appesi nel quartiere la notte precedente erano scomparsi già la mattina e questo dava l’idea che alcuni residenti non favorevoli all’iniziativa avessero saputo della stessa.

Li invito a salire. Salgo anche io. Entrando nella sede, un ragazzo senegalese con il cappello mi si presenta. E’ Mamadou Sall, segretario generale della comunità senegalese. A suo fratello che vendeva in borgo San Lorenzo avevo dato un volantino qualche giorno prima, è così che ha saputo dell’incontro. Poi ne ha avuto conferma da una mail che ho mandato a Pape Diaw e che questi gli ha girato. “Pape sta arrivando” – mi dice.

Mi si avvicina un ragazzo italiano. Dice di essere un giornalista di Repubblica (e di avermi visto anni fa al Dipartimento di Storia di via San Gallo). Gli chiedo come ha saputo della riunione, sembra stranamente impacciato nello spiegarlo: prima dice via e-mail, poi “forse attraverso un volantino”. (Su La Repubblica del 15 luglio non trovo traccia della sua corrispondenza sulla riunione. Inoltre, mi pare sia andato via poco dopo l’inizio dell’incontro. Mah?!).

Una signora bionda, alta e magra si mostra molto spazientita per la mancanza di sedie nella sala e commenta: “Tanto per iniziare, bisognerebbe che loro [i senegalesi] si alzassero per far sedere noi”. Penso tra me e me: “Cominciamo bene!”. Ma evito di polemizzare.

La sala in effetti si è riempita. Fino al punto che non ci si sta più e bisogna spostare alcuni dei tavoli che erano uniti al centro. Un gruppo di persone rimangono comunque nell’ingresso per tutta la durata della riunione, tra loro altri/e amici/he e compagni/e. A occhio, in tutto credo siamo una settantina. In origine avevo pensato ad un incontro relativamente ristretto e operativo tra amici/e e compagni/e per ‘fare qualcosa’; poi, a seguito delle molte risposte arrivate alla mia mail iniziale, sembrava essere diventato un incontro più largo ma sostanzialmente ancora ‘omogeneo’; successivamente c’è stata l’idea del volantino in varie lingue per coinvolgere gli immigrati. Ora è chiaro che questa sorta di atipica assemblea cittadina costituisce uno scenario ulteriore e inatteso. Stiamo a vedere che succede.

L’inizio conflittuale La riunione inizia alle 21.30, poco dopo l’arrivo di Pape con uno dei suoi bambini. Faccio un breve (?) discorso introduttivo, toccando due punti: a) richiamo i ‘fatti’ del 29 giugno e, per contro, la ricostruzione del tutto travisata che di essi ha dato la stampa cittadina. Li inserisco nel contesto più generale degli abusi che le forze dell’ordine non sporadicamente compiono nella zona contro gli/le immigrati/e. Cerco inoltre di mettere a fuoco, al di sotto di quegli abusi, il problema dell’esistenza di un generale clima di intolleranza, che la stampa fomenta.

b) provo a stimolare una discussione sul ‘che fare?’, a partire dall’idea della necessità di costruire un gruppo stabile che garantisca una continuità pur nella varietà delle iniziative. Segue una mezzoretta di grande casino e anche tensione, direi a tratti al limite dello scontro. Il punto di maggiore attrito è la ricostruzione dei fatti del 29 giugno a Borgo La Noce; particolarmente coinvolti sono Pape (che parla dopo di me) e la signora bionda, alta e magra. Pape ricostruisce nei particolari quanto è accaduto nel pomeriggio del 29 giugno, riportando quanto ha visto personalmente (è arrivato sul luogo quindici minuti dopo l’inizio della vicenda) e quanto ha ascoltato dai sette testimoni (immigrati e italiani).

I fatti dunque. Un ragazzo senegalese che vendeva nella zona di Borgo La Noce è stato fermato dai vigili. Mentre veniva ammanettato, comincia ad urlare. Attira così l’attenzione di un altro senegalese – non un venditore ma un operaio in un’altra zona della città. Il primo ragazzo viene colpito con un pugno da uno degli agenti di polizia accorsi nel frattempo. Ci sono le foto di lui con il volto sanguinante. Portato in ospedale, gli viene consegnato un referto con 6 giorni di prognosi. Al poliziotto, illeso, viene data invece una prognosi di 7 giorni. Non c’è stata alcuna rissa, tantomeno una ‘maxirissa’ come è stato detto invece dalla stampa.

Il racconto di Pape viene continuamente bloccato dalla signora bionda, alta e magra, che si presenta come una cittadina statunitense residente a Firenze. Diverse volte Pape le intima di non interromperlo. La signora ripete insistentemente lo stesso punto: vuole sapere se il ragazzo aveva o meno il permesso di vendita, se aveva il permesso di soggiorno, se era illegale, clandestino, se non sia un reato vendere merce contraffatta senza licenza, ecc.

Il ‘confronto’ continua anche tutto attorno a loro. Sento a un certo punto un signore (rimasto nell’ingresso e poi forse andato via) che dice riferendosi a Pape: “Io a quello lì gli sputerei in faccia”. Luca gli risponde: “Sputa a me se hai il coraggio. Dai, sputa a me”. Questo forse rende un poco il clima in quel momento.

Pape continua comunque a raccontare. Il 30 giugno, assieme ad un altro rappresentante della comunità senegalese (forse Assam Kebe, anche lui presente alla riunione) è andato in Questura per cercare un modo di superare la tensione nel quartiere. In quella sede hanno tra l’altro ripresentato una proposta già avanzata nel 1994-95 e mai messa in atto (si è preferito ad esempio il ‘mercatino multietnico’ sul lungarno): individuare cinque luoghi in centro dove i venditori senegalesi potrebbero andare in gruppi di 5-10 persone. Il che permetterebbe di alleggerire la concentrazione di venditori nell’area di San Lorenzo, con una cinquantina di persone in meno.

“Ma questo – incalza un altro signore che si fa avanti dall’ingresso – vorrebbe dire che il Comune regolamenta qualcosa che è illegale”. Pape precisa che parecchi venditori – anche se non tutti – hanno non solo il permesso di soggiorno, ma anche la licenza di vendita. Ma ci sono problemi: alcuni ad esempio trovano occupati i loro posti nei mercati rionali o alle Cascine e sono costretti a spostarsi per la città (la licenza è invece vincolata a determinati posti in determinati giorni e orari). Ci sono dunque casi in cui un venditore si trova impossibilitato a vendere anche per quindici giorni. Come fa a mangiare, a pagare l’affitto, a mandare soldi in Senegal, ecc. se non vende comunque, anche in zone dove non può farlo?

Le persone che, presenti all’incontro, hanno un punto di vista diverso da quello della maggioranza (che in larghissima parte peraltro non interviene), non lo espongono praticamente mai in interventi singoli. Preferiscono invece ‘dialogare’ in modo spesso conflittuale con chi sta parlando in quel momento, interrompendolo, parlandogli sopra o commentando. Il dibattito perciò è a lungo frammentato e risulta difficile anche dare la parola a chi la chiede. Ma si va avanti.

Tipico esempio di questa modalità di partecipazione è un signore (il più anziano dell’assemblea, direi) che in questo modo espone più volte la sua idea. “Firenze è ridotta a un troiaio” è il leitmotiv, al quale segue la lista di strade in cui vengono lasciate bottiglie di birra, di luoghi in cui si orina, ecc.

Le responsabilità di questa situazione sono attribuite in un modo che mi è apparso molto contraddittorio. A tratti infatti l’obiettivo polemico sono chiaramente gli immigrati, e introduce allora argomentazioni relative all’assenza di legalità e al degrado. A tratti invece i responsabili della situazione degradata li individua nelle autorità politiche (che però, dice mestamente ad un certo punto, “avendole votate, non possiamo che tenercele”). Conseguentemente, avanza con forza l’idea della sostanziale inutilità di un confronto come quello in corso, data l’assenza di quelle stesse autorità che, sole, possono modificare sia la situazione di degrado della città, sia le condizioni difficili esposte dagli stessi immigrati. Nel corso dell’incontro, appoggia quindi tutte le proposte che mirano a coinvolgere direttamente soprattutto i consiglieri comunali e gli assessori. Altri – mi è parso di capire – pur non essendo contrari ad incontri ‘istituzionali’, ritengono che siano molto importanti degli incontri ‘dal basso’, per favorire un cambiamento culturale profondo (lo dirà Enza in seguito) e per approfondire autonomamente la conoscenza della situazione.

Ho trovato nel punto di vista di quel signore lo stesso atteggiamento contraddittorio che ho notato anche in molti membri attivi del comitato “Insieme per San Lorenzo”, almeno per quanto ho avuto modo di vedere nella riunione di esso alla quale ho partecipato e in successive iniziative pubbliche. Del resto, quel signore mi pare di averlo visto più volte a quelle iniziative, convinto delle posizioni sostenuta dal Comitato. La differenza è che nel Comitato si inseriscono da un lato elementi di strumentalizzazione politica della situazione (da parte della destra, ma anche della Margherita e di settori dei DS che hanno a cuore un’idea repressiva di ‘sicurezza’) e dall’altro posizioni ideologicamente (e non solo genericamente) razziste.

La vigilessa e il marito Il ‘botta e risposta’ sul 29 giugno rende impossibile per diversi minuti di dare la parola ad una ragazza che l’aveva chiesta, seduta sulle sedie di fronte ai senegalesi. Quando finalmente questo accade, la cede al marito accanto a lei, un ragazzo tra i trenta e i quaranta anni. Lui interverrà anche in seguito e nei suoi discorsi mi è parso di cogliere un significativo spostamento: in particolare, sul 29 giugno, è lui stesso ad un certo punto a sintetizzare la differenza tra i fatti come si sono svolti e i fatti come sono stati raccontati dai media. Dice ad un certo punto qualcosa tipo: “Se non fossi venuto qui stasera non avrei saputo come erano andate le cose, avrei pensato che i senegalesi fossero i responsabili di una rissa, mentre le cose sono andate al contrario”. E l’essere entrato in questa ottica gli permette di ricollegare questa esperienza di abuso delle forze dell’ordine subita dai senegalesi a quelle che lui stesso ha subito e visto anni fa quando andava allo stadio.

Proseguendo poi la discussione, di fronte ai racconti delle difficoltà vissute dai senegalesi nella quotidianità (vedi ‘paragrafo’ successivo), giunge a sostenere che i senegalesi non sono affatto un problema. “Il problema – aggiunge – sono quelli venuti dopo”. Il riferimento è agli albanesi, ai maghrebini, agli ‘zingari’. In sostanza, di fronte all’evidenza rispetto ai senegalesi (oltretutto lì presenti), riproduce la classica distinzione in immigrati ‘buoni’ e ‘cattivi’ (qui sulla base della nazionalità, e riferendosi a persone non presenti). Intervenendo successivamente, provo ad introdurre un elemento di dubbio su questa discussione: e se fosse che, come per la criminalizzazione dei senegalesi dopo il 29 giugno, così anche altri episodi riferiti a persone di altra nazionalità possono essere letti in modo diverso se non opposto da quello presentato dalla stampa, una volta inseriti nel contesto delle effettive esperienze di vita di quelle persone?

Va detto peraltro che gli stessi senegalesi nel corso della riunione hanno insistito a presentarsi come un popolo di per sé estraneo all’illegalità e notoriamente non-violento. Salvo nell’esercizio del diritto di autodifesa quando “si supera la linea gialla”, come dice, se non sbaglio, Assam. Fa parte di questa ricerca di credibilità, mi pare, anche il riconoscimento da parte dei due responsabili della comunità senegalese (Pape ha dovuto andare via ad un certo punto) della maleducazione e dell’effettiva esistenza del degrado quando si lasciano bottiglie di birra, di orina per strada ecc. E il conseguente impegno a fare qualcosa in questo senso, apprezzato dal signore che aveva parlato del ‘troiaio’ fiorentino.

Da un altro punto di vista, questa distinzione tra immigrati ‘buoni’ e ‘cattivi’ e questa difficoltà a presentare i senegalesi come ‘cattivi’ era emersa con chiarezza sulla stampa locale nei giorni successivi al 29 giugno, fino al punto che un articolo cercava di mostrare come nella senegalese ci fosse stato negli ultimi anni un (fantomatico) cambiamento che l’aveva portata ad essere di fatto una comunità ‘cattiva’, coinvolta in loschi affari e nell’illegalità.

Il discorso dei senegalesi sostanzialmente ‘buoni’ e delle difficoltà ben maggiori con “quelli venuti dopo” è centrale anche nell’intervento della ragazza (moglie del precedente), che si presenta come cittadina residente a San Lorenzo e come agente di polizia municipale in servizio nello stesso quartiere di San Lorenzo. Precisa quindi di trovarsi in una posizione particolare, avendo conosciuto alcuni dei ‘ragazzi’ (i senegalesi) in strada. Proprio questa doppia vicinanza con la realtà di cui si parla (e anche una notevole dose di coraggio in un contesto però evidentemente non sentito come eccessivamente ostile, quello della riunione), fa sì che il suo intervento abbia importanti momenti di denuncia: a) dell’assurdo giochetto quotidiano tra venditori e vigili: “io passo, tu togli la roba; io vado via, tu rimetti la roba”, vera metafora della assurdità di un intervento repressivo sui fenomeni sociali complessi; b) della strutturazione generale del servizio della polizia municipale: “Ci fanno un culo così se, quando rientriamo dai giri di ispezione alla fine della giornata, non abbiamo fatto dei verbali e qualche fermo”; c) degli abusi delle forze dell’ordine in generale: li conferma esplicitamente parlando e annuisce vistosamente quando, successivamente, affermo che non si tratta di casi isolati ma di una prassi costante; d) i ritardi o l’omissione di soccorsi sanitari [li avevo menzionati nell’intervento introduttivo, riferendomi a due episodi a cui ho assistito in piazza del mercato centrale]: cita casi in cui, nella zona della stazione, è stata chiamata l’ambulanza e i sanitari hanno chiesto se il ferito fosse “italiano o immigrato”. Alla risposta “immigrato” non è arrivata l’ambulanza.

Politiche dell’immigrazione e situazione nel contesto locale I due rappresentanti della comunità senegalese, Assam e Mamadou, nei loro interventi, spostano il centro della discussione dalla questione legalità/illegalità-degrado a quello delle concrete condizioni di vita dei senegalesi e del carattere xenofobo della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Mostrano situazioni molto concrete. In particolare, Mamadou sventola ripetutamente alcuni fogli che trattano di 55 ragazzi ai quali la Questura nega il permesso di soggiorno, in alcuni casi ripescando dei procedimenti giudiziari intentati contro di loro per la vendita di occhiali e altri oggetti ‘contraffatti’. Per loro bisogna assolutamente fare qualcosa, quanto meno facendo pressione sulle autorità competenti.

Quello del permesso di soggiorno – spiega Mamadou – “è il livello politico della questione”, quello che va sbloccato a livello nazionale e locale attraverso un’azione costante con i responsabili politici. Da lui e da Assam viene dunque ripetutamente l’invito a moltiplicare gli incontri pubblici, coinvolgendo sistematicamente le autorità politiche e il Consiglio degli immigrati.

Mamadou accenna a cosa vuol dire abitare in tredici in una casa (“come fanno i ragazzi”, dice indicandoli dietro di lui), spiega cosa vuol dire dove accettare qualsiasi lavoro per sopravvivere, per mandare i soldi in Senegal, per comprare qualcosa per sè. “Nessuno dei ragazzi vuole stare al mercato per ore e ore a vendere, dovendo continuamente scappare dalla polizia, rischiando di essere arrestato. Con un permesso di soggiorno si potrebbe lavorare altrove, legalmente, come gli altri lavoratori. Molti già lavorano nelle fabbriche, nei cantieri edili. Ma quando il permesso di soggiorno non c’è, per varie ragioni, ecco che bisogna vendere al mercato, con tutto quello che ne consegue”.

L’ ‘illegalità’ e l’ ‘abusivismo’ quindi, vissuti da alcuni cittadini di San Lorenzo (e altrove) come degrado e ‘troiaio’, sono sistematicamente prodotti da una legislazione xenofoba, che sembra fare di tutti per ‘clandestinizzare’ gli immigrati. Il concetto gira da tempo nelle assemblee antirazziste, qui trova una sua descrizione legata alla quotidianità. “Non ci si può permettere di essere disoccupati neppure per periodi brevi – continua Mamadou – perché il rinnovo del permesso di soggiorno è legato alla possibilità di dimostrare che si è lavorato continuativamente per tutto il periodo di soggiorno”.

“E dipende dal numero di metri quadri dell’abitazione” – aggiunge Enza nel suo denso intervento. Mi pare suggerisca in sostanza questa idea: che se, per paradosso, le condizioni imposte dalla Bossi-Fini agli immigrati per avere il permesso di soggiorno (lavoro continuativo, casa di certe dimensioni, ecc.) fossero estese agli italiani, non molti italiani lo otterrebbero. Neppure così paradossale, dopotutto – mi viene da pensare: forme di restrizione del soggiorno sono state imposte agli stessi italiani quando emigravano dentro l’Italia stessa non più tardi di trenta anni fa. Basta andare a rileggere L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi per avere conferma e per trovare racconti terribilmente simili a quelli fatti dai senegalesi nell’assemblea.

Il punto è – mi sembra dire Enza – che l’unica ‘accettazione’ degli immigrati che sembra passare (una volta distinti tra di essi i ‘clandestini’ dai ‘regolari’) è quella della loro completa assimilazione, subordinata all’accettazione di un modello ideale e acritico di moralità e status economico che non esiste e/o non è accettato dalla maggior parte degli stessi italiani. Al ‘problema legale’, fatto dalle infinite e pesanti ricadute della terribile Bossi-Fini (tra esse cita anche la minaccia costante dei Centri di Permanenza Temporanea e dell’espulsione sulle vite dei migranti), si aggiunge un più generale ‘problema culturale’, che rimanda appunto al modo in cui la legislazione sull’immigrazione incide sul modo in cui gli immigrati sono visti (immigrati=delinquenti), al valore negativo attribuito alle differenze culturali, ecc.

I ragazzi senegalesi ascoltano la discussione. Più volte cerco di stimolare i loro interventi, senza peraltro volerli forzare. Verso la fine dell’assemblea prende la parola un ragazzo seduto dietro Mamadou. Dice a voce piuttosto bassa: “Non sono senegalese. Vengo dal Sudan, dalla regione del Darfour. Voi conoscete la situazione nel Darfour. Sono richiedente asilo, ma lo status di rifugiato non mi viene riconosciuto. I senegalesi mi aiutano, a dormire sono con loro e di giorno loro ‘stendono il cartone per terra’ per me. Così posso vivere. Ma il lavoro è quello della vendita in strada, con vigili e polizia che arrivano continuamente”.

Non credo ci sia bisogno di commenti. Rifletto sul disastro della politica sull’asilo (eppure la Costituzione parla chiaro su questo!), mi vengono in mente le storie dei rom dei tre campi fiorentini, la maggior parte profughi dal Kosovo: il divieto di lavoro mentre aspettano i ‘grandi documenti’ anche per un anno e mezzo, la sostanziale impossibilità di vedersi riconosciuto lo status di profugo, ora anche la minaccia di un circuito parallelo di campi di detenzione per i richiedenti asilo (CPA). Per altro verso, rifletto sulla solidarietà che si è creata attorno a questo ragazzo grazie alla compattezza della comunità senegalese. La capacità organizzativa di quest’ultima fa sì che anche venditori maghrebini e venditrici cinesi trovino un sostegno in strada. Fatto raro tra le comunità questa compattezza e organizzazione, e forse si spiega così anche (al di là del fatto che l’incontro è partito da un fatto che coinvolgeva proprio dei senegalesi) l’assenza di altri gruppi di immigrati, nonostante i volantinaggi fatti.

Una modalità diversa L’assemblea finisce verso le 23. Alcuni dei ragazzi senegalesi devono prendere l’autobus per tornare a casa, quindi Mamadou invita tutti/e a terminare la discussione. Il giorno dopo l’assemblea (15 luglio), passeggiando nel quartiere verso sera, ne incontro alcuni. Mi salutano, scherziamo un pochino con Ba [si scrive così?], omonimo del giocatore della nazionale senegalese degli ultimi mondiali di calcio. Chiedo loro cosa hanno pensato dell’assemblea della sera precedente. Vanno un po’ di corsa, ma dicono che è sembrata loro importante, credo soprattutto per il senso di solidarietà che l’esistenza stessa di un incontro del genere ha trasmesso loro. Restiamo d’accordo che ne riparleremo, gli dico che comunque è importante ora dare continuità a questa iniziativa. Lo stesso dico sabato mattina, 16 luglio, a Cornelio (detto ‘Co Co’) e Daniel, due ragazzi rumeni che aspettano di entrare alla messa nella chiesa avventista all’angolo tra via Guelfa e via San Gallo, con i quali avevamo parlato sabato scorso durante il volantinaggio.

Come l’assemblea non è quindi di fatto finita alle 23 del 14 luglio, così essa non era iniziata alle 21 di quel giorno. Non tanto per le mie personali conversazioni con alcuni immigrati, ma attraverso la diffusione dei volantini nelle strade e nelle piazze. Lì avevamo sentito le voci di alcuni residenti e commercianti italiani: pochi per la verità, dovremmo certamente fare di più anche in questa direzione. Avevamo soprattutto sentito la voce degli/delle immigrati/e che all’assemblea non sono venuti: i rumeni della chiesa avventista, appunto, ma anche le ragazze e i ragazzi nigeriani, pakistani, filippini, cinesi, marocchini, tunisini dei negozi di via Panicale, piazza del Mercato Centrale, via Taddea, via Chiara, via dei Ginori, via Faenza. Ci avevano raccontato di abusi commessi contro di loro da parte di vigili e forze dell’ordine, ma anche delle condizioni di lavoro, del problema dell’affitto. Avevamo anche potuto cogliere le notevoli differenze di percezione che della situazione del quartiere e della condizione di immigrato in generale hanno i singoli migranti, indipendentemente dall’appartenenza ad una o all’altra comunità: un ragazzo pakistano proprietario di un call-centre in piazza del mercato centrale e di un altro in una via circostante, si è detto ad esempio sostanzialmente soddisfatto della propria condizione economica.

Sulla questione degli interventi della polizia poi, comparando l’operato degli agenti italiani a quello (molto violento e da lui apprezzato) della polizia pakistana, non solo non rilevava alcunché contro polizia, carabinieri e vigili, ma lamentava semmai uno scarso impegno delle forze dell’ordine contro quegli altri immigrati presenti nella piazza (nigeriani, maghrebini, ecc.) che considerava sfaticati e nocivi per l’andamento del suo negozio. Tanto è vero che sta pensando di trasferire lo stesso dalle parti di via della Scala. Esponeva dunque un punto di vista sostanzialmente coincidente con quello di altri commercianti (italiani e iraniani) presenti nella zona.

Credo che questa modalità di confronto diretto con gli immigrati sia determinante, modalità imprescindibile per costruire con gli immigrati stessi le future iniziative, di qualsiasi tipo esse siano. Centrale in questa modalità di confronto e coinvolgimento attivo degli immigrati è naturalmente la traduzione dei volantini e documenti. A questo proposito, questa volta avevamo italiano, inglese, francese, arabo e rumeno; la prossima volta bisogna fare in modo di avere anche altre lingue: cinese, albanese, russo, cingalese… Chi ha contatti può cominciare a coinvolgere anche persone che sappiano tradurre in queste lingue? In un contesto ‘normale’, la traduzione è un mero strumento per favorire la comunicazione. Qui no, credo che ne siamo tutti/e coscienti. E’ anche un marcare una differenza politica, culturale, umana. Una modalità altra. Noi non faremo come quei venticinque agenti di polizia che nell’agosto scorso in via Panicale, circondando due ragazzi nigeriani, gridavano a una distanza di cinque centimetri dal loro viso: “Qui siamo in I-ta-lia, in Italia si parla l’i-ta-lia-no…tu perché cazzo non parli l’italiano?!”. Un’immagine tremenda. Ce l’ho ancora stampata nella mente.

Idee emerse dall’assemblea per andare avanti - impegnarsi nell’immediato per i permessi di soggiorno dei 55 ragazzi senegalesi e per altre emergenze simili - incontri con Consiglio degli Immigrati - incontri con autorità cittadine - incontri di sensibilizzazione nei quartieri - assemblee su temi specifici: problemi singole comunità; permesso di soggiorno e asilo; ecc. - intervenire in situazioni di emergenza: costruire una lista di contatti, in modo ad esempio da sollecitare gli interventi sanitari in caso di ferimenti, o per fare da osservatori in caso di retate e situazioni di possibile abuso da parte delle forze dell’ordine. Nell’imminenza di abusi e violenze, l’intervento potrebbe anche consistere nel raccogliere sul posto delle testimonianze su quanto è accaduto (cosa che si è rivelata fondamentale il 29 giugno e che potrebbe essere fatta in modo più sistematico)

- inchiesta: come azione di lungo periodo, al di là delle iniziative di sensibilizzazione e dell’intervento nei momenti di ‘emergenza’. Lavoro di approfondimento a 360gradi sulle varie situazioni: lavoro, casa, immigrazione, crisi del commercio, rapporto tra comunità, percezione della situazione nel quartiere. A partire da San Lorenzo, ma colto nelle sue connessioni con problematiche e situazioni di altre zone della città e al livello sovra-cittadino. Un’inchiesta da condurre coinvolgendo sistematicamente chi vive le situazioni che si intende conoscere.

Condizione imprescindibile perché si possano mettere in pratica questi interventi (e altri che potremo pensare) è naturalmente quella di dare continuità alle nostre assemblee. Utilizziamo questo resoconto (rivisto, corretto, ampliato nelle informazioni e nei commenti da altri/e) per mantenere in piedi questo gruppo, per estenderlo ulteriormente. Propongo poi di fare della assemblea del 15 luglio anche un resoconto breve, che stia nello spazio di una pagina, da mandare nelle varie mailing list e da tradurre in varie lingue e diffondere in giro (negozi, piazze, luoghi di culto, case…), in modo da render conto dell’avvenuta riunione, dei temi trattati e del fatto che si intende convocare ulteriori incontri.

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Integrazione:

integro solo tre cose: una riguarda la prima parte del mio intervento relativo alla non delega alle istituzioni. il contesto in cui l’ho fatto era determinato dall’intervento del signore (credo del comitato o loro simpatizzante) che insisteva nel dire che l’assemblea che stavamo facendo e qualunque cosa fatta senza la presenza di un rappresentante istituzionale era assolutamente inutile. ho perciò voluto far capire che i cittadini non devono delegare le soluzioni e i preventivi ragionamenti alle istituzioni poichè esse sono costituite da una somma di rappresentanti che noi eleggiamo e ai quali dovremmo dare imput e linee guida da seguire per la corretta amministrazione della città. le valutazioni successive sono assolutamente esatte.

l’altra cosa riguarda la triade di immigrati che disturbavano il signore marito della vigilessa: erano “zingari” albanesi e filippini. siprattutto questi ultimi - lui ha detto - usano lasciare l’iimondizia per strada e non ricordo bene che altro che inficiasse la qualità della pulizia delle strade del quartiere di san lorenzo.

la terza cosa che mi è sembrato utile proporre era relativa alla redazione di un testo breve che sintetizzasse per punti la legge bossi fini soprattutto nella parte che specifica esattamente quali sono i criteri di accettazione degli immigrati nel nostro territorio. mi sembrava cosa utile perchè dalla discussione emersa è venuto - credo - fuori che alcune persone del comitato presenti e altri x individui non sono a conoscenza dei motivi che inducono gli stranieri a diventare clandestini. la scheda per punti io la vedrei appunto così: la legge bossi fini limita l’ingresso nel territorio italiano per gli stranieri che hanno queste caratteristiche:

a) un contratto di lavoro b) un tot (va cercato con esattezza) mq di casa a persona etc la stessa cosa per il ricongiungimento familiare: possono raggiungere il proprio marito i familiari che: etc etc a patto che: b) possano abitare in una casa dello spazio x etc etc.

poi spiegare qual’e’ il tempo per ottenere una carta di soggiorno e a che condizioni e dire con chiarezza quali sono i motivi della perdita del diritto al permesso di soggiorno: a) licenziamento improvviso o fine contratto. etc etc…

aggiungo che gli stranieri non sono trattati tutti allo stesso modo. ho avuto modo di verificare che la tipologia dei contratti di lavoro accettati e’ differente da persona a persona. in generale non darebbero il permesso di soggiorno a tutti coloro che hanno incarichi con contratto a progetto o similari. in alcuni casi invece questa cosa è ammessa.

comunque la atipicità dei contratti inseriti nel mondo del lavoro con il pacchetto biagi ha reso questa cosa assai più problematica. sono rari i datori di lavoro che tendono a fare un contratto a tempo indeterminato o determinato.

l’altra tendenza che ho avuto modo di verificare e’ che gli stranieri accettati sono in ogni caso funzionali ad un disegno di ricapitalizzazione delle casse del nostro istituto di previdenza nazionale (inps) - perciò devono lavorare e pagare i contributi per i nostri anziani ai quali l’inps altrimenti non sarebbe in grado di dare nulla.

due sono le categorie di massima: gli stranieri di sesso maschile che introducono soldi e forza lavoro mai indipendente (a parte i cinesi con i quali comunque cominciano ad avere un atteggiamento terribile di cui bisognerebbe parlare - vedi dazi doganali e altro), e quelli di sesso femminile che sostituiscono le donne nei lavori di cura (assistenza agli anziani e a disabili).

si capisce bene perciò perchè non sia contenuto in questo quadro di insieme l’asilo politico, perchè esistano i centri di permanenza temporanea e i centri di reclutamento personale decentrati (a mo’ di tratta degli schiavi) in nord africa.

l’altra questione da rivedere sarebbe il ruolo della leganord nelle ronde antiiimigrato e come la legge sta tendendo a individuare sempre di più lo straniero oltre che come problema di sicurezza anche come minaccia terroristica contro il quale vanno attuate tutte le forme repressive gia’ previste e quelle che stanno per prevedere in questi giorni.

 
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