Trasmissione del 22/03/2007

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Qualche giorno fa Microsoft ha annunciato un nuovo servizio di ricerca, simile al servizio di Google Books; ques’ultimo permette l’accesso a tre tipologie di opere pubblicate: 1) opere di pubblico dominio, 2) opere coperte dal copyright e ancora in stampa, 3) opere coperte dal copyright ma non più stampate. Microsoft, ovviamente, sostiene che il suo servizio d’indicizzazione sarà migliore e, soprattutto, che i loro progetti di ricerca “procedono con il permesso e supporto esplicito dei titolari dei copyright”. Va però notato che circa il 16% dei libri in circolazione sono nella categoria 1 (opere di pubblico dominio); il 9% sono in categoria 2 (opere coperte da copyright e disponibili), mentre il restante 75% è nella categoria 3 (sotto copyright ma non più disponibili). Per le categorie 1 e 2, Google rispetta il copyright esattamente come fanno alla Microsoft; per quel che riguarda la categoria 3, Google fornisce delle parti o delle citazioni, mentre Microsoft fa di meglio: la ignora. Ovvero ignora il 75% dei libri. Secondo Microsoft, per colpa dell’inefficienza del sistema del copyright, il 75% dei libri dovrebbe rimanere negli scaffali ad ammuffire?

La legge americana stabilisce che i servizi di streaming musicale basati sulla pubblicità paghino una frazione di penny per ogni brano trasmesso, oppure in base alla media di canzoni trasmesse in un’ora, moltiplicato per il numero degli utenti, mentre chi trasmette senza scopo di lucro paga una quota annuale tra i 500 e i 2.500 dollari. Questa legge è rimasta in vigore fino al 2005. Il Copyright Royalty Board (CRB) ha deciso che le tariffe dal 2006 al 2010 saranno ben diverse e soprattutto retroattive per tutto l’anno passato. Chiunque dovrà pagare un minimo di 500$ l’anno e la cifra da versare per ogni singola performance (termine con il quale la CRB intende una singola trasmissione ad un singolo utente) sarà crescente: da 0.0008$ nel 2006 fino a 0.00019 nel 2010. In una nota divulgata alle agenzie di stampa, vengono spiegate le motivazioni: «non possiamo autorizzare i partecipanti inefficienti a trasmettere la musica che vogliono per il tempo che vogliono senza versare il giusto compenso ai detentori del copyright, come del resto fanno i membri più produttivi del mercato. Questo ridicolizza il concetto di diritto d’autore».

La lobby musicale olandese ha tentato un colpo di mano sull’equo compenso, ma il Ministro della Giusitizia Hirsch Ballin non si è fatto trovare impreparato e ha bloccato immediatamente l’iniziativa. SONT, che rappresenta gli interessi dell’industria dei contenuti, aveva proposto a gran voce una tassazione sugli USB Flash drive per “compensare le perdite” dovute all’evasione dei diritti di copyright. Un giochino al quale da un paio d’anni il Governo non sembra disponibile a cedere. La più grande organizzazione dei consumatori, Consumentenbond, ha definito l’idea di un balzello sulle penne USB piuttosto “bizzarro”. In fondo, la maggior parte di questo genere di dispositivi è utilizzato per l’archiviazione di immagini e documenti, e non per la musica. Eppure SONT avrebbe voluto 0,05 euro per ogni gingillo venduto, e un ulteriore sovrapprezzo progressivo in relazione alle capienze. I produttori, come succede in questi casi, si sono uniti alle associazioni dei consumatori per opporsi ad ogni eventuale “apertura” sulla tassa. Com’è risaputo, le più grandi associazioni industriali sono estremamente contrarie a questo genere di policy: lo scorso anno hanno fondato Copyright Levies Reform Alliance proprio per combattere contro l’equo compenso. Lunedì scorso Kees Vendrik, dei Verdi olandesi, ha tentato di aprire un dibattito parlamentare sull’argomento, immediatamente bloccato da Ballin. Un muro stigmatizzato dalla SIAE olandese. “Non c’è stata neanche una proposta formale”, ha aggiunto Andre Beemsterboer, direttore dell’agenzia olandese. “Ma non è finita qui, dato che in base ai nostri dati almeno il 20/25% delle chiavette è utilizzato per l’archiviazione di musica”.

Ci sono molti grossi nomi dell’industria europea e non, dietro una iniziativa senza precedenti tesa a ridisegnare, comprimere, ridurre e semmai eliminare l’equo compenso, una “tassazione” che spinge verso l’alto i prezzi di supporti vergini digitali, masterizzatori, scanner e molto altro. Non solo Business Software Alliance (BSA), da anni in prima fila contro questa imposizione, ma anche EABC (European American Business Council), EdiMA (European Digital Media Association), EICTA (European Information and Communications Technology and Consumer Electronics Association) e RIAE (Recording-media Industry Association of Europe). Questo impressionante schieramento ha dato vita alla CLRA, ossia Copyright Levies Reform Alliance, con cui si intende scongiurare un aumento di mezzo miliardo di euro in Europa previsto per il 2009, una prospettiva che fa letteralmente tremare l’intero settore. Secondo CLRA le attuali normative sull’equo compenso, pensato per prelevare diritti sull’eventuale uso che gli utenti facessero delle tecnologie di riproduzione digitale per le copie private di contenuti, sono inique sia verso i consumatori che per gli stessi creatori di contenuti.

Trasmissione del 22/03/2007

muziq links:

* http://www.selvaelettrica.com/ intervista telefonica

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* http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1932483&r=PI

Rutelli: giusto il penale per i pirati del P2P

Il ministro per i Beni culturali sulle orme del suo predecessore. Risponde ad Altroconsumo appoggiandosi alla nota sentenza di Cassazione che non riguarda però la normativa attuale. E si dice d’accordo sul DRM, ma solo se interoperabile Roma - L’associazione dei consumatori Altroconsumo aveva chiesto un suo parere ed ora il ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli ha risposto: l’oggetto è il peer-to-peer e la normativa italiana, che una petizione promossa dall’associazione vorrebbe far evolvere. Ma, secondo Rutelli, il mantenimento del penale per chi abusa dei sistemi di sharing è sacrosanto.

Nella lettera (qui in PDF), il Ministro spiega che oltre ai diritti dei consumatori vanno anche tutelati altri diritti. “Tali sono da considerare - scrive - gli interessi degli autori e degli editori, per i quali il diritto d’autore riconosce la giusta remunerazione del proprio lavoro, l’opera d’ingegno”.

“La distorta pratica del file sharing - continua poi -, intesa come modalità per appropriarsi abusivamente di un’opera d’ingegno in violazione del diritto d’autore, va sanzionata. Ed il fatto che assuma il carattere di illecito penale nei casi in cui si accompagni il fine di lucro (che, peraltro, la Suprema Corte di Cassazione, con la nota sentenza 149/07, ha riconosciuto non corrispondere al solo risparmio della spesa di acquisto del CD) non deve scandalizzare”.

Secondo Rutelli, dunque, non si può circoscrivere fatti di questo genere “al solo esercizio di un’impresa commerciale” né alla scala commerciale, perché questo provocherebbe un “sensibile ed ingiusto danno per gli autori e gli editori” e “potrebbe comportare nell’opinione pubblica un deprecabile indebolimento del giudizio di disvalore nei riguardi di un comportamento che - pur di minore pericolosità sociale rispetto all’organizzazione su scala commerciale - è comunque abusivo e illegale, con effetti molto pregiudizievoli su di un fenomeno che già assume dimensioni gravi”.

Altroconsumo, aggiornando la pagina della petizione, ricorda come la sentenza di cui parla Rutelli non abbia alcun effetto concreto sull’ordinamento attuale. Come ben sanno i lettori di Punto Informatico, quella sentenza si basa sulla normativa sul diritto d’autore precedente al 2000, e da allora ad oggi è lunga la serie di modifiche e aggiornamenti sostanziali di quella legge. Il che si traduce nel fatto che condividere file anche senza finalità di lucro è e rimane un illecito penale.

La sostanziale inefficacia di quella sentenza sulla normativa attuale rende la posizione di Rutelli difficilmente intelligibile. E in questo senso è di interesse segnalare come Pietro Folena, presidente della commissione Cultura della Camera e parte della maggioranza che sostiene il Governo di cui Rutelli fa parte, proprio ad Altroconsumo di recente ha già espresso la propria posizione per una depenalizzazione della condivisione dei contenuti.

Per quanto riguarda le tecnologie di protezione anticopia, anch’esse oggetto della petizione, Rutelli si dice “d’accordo sull’introduzione di qualsiasi forma di tutela preventiva del diritto d’autore purché rispettosa dei principi della concorrenza e della necessaria interoperabilità di appropriati sistemi tecnologici”. Come si ricorderà, la petizione non scomunica in toto il DRM ma ne promuove la interoperabilità, una questione su cui è accesissimo il dibattito in tutto il Mondo.

Rutelli, che condivide la necessità di condizioni economiche eque per i consumatori di opere protette da diritto d’autore, rinvia tutto al dibattito a cui intende dar vita attraverso il neo costituito Comitato per la tutela della proprietà intellettuale presso la Presidenza del Consiglio. Un dibattito a cui, assicura, saranno chiamati a partecipare anche operatori, esperti e consumatori.

* http://insidehighered.com/views/2007/03/15/sherman

 
  radiocopydown.txt · Ultima modifica: 26.03.2007 10:58 by 127.0.0.1
 
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