http://www.webnews.it/news/leggi/6884/222000-dollari-di-multa-alla-ribelle-del-p2p/

Aveva avuto il coraggio di ribellarsi alla denuncia delle major, ma la sua battaglia sembra avere una immediata brutta battuta d’arresto: Jammie Thomas (30enne di Brainerd, Minnesota) è stata condannata al pagamento di 220.000 dollari di penale per aver scaricato e condiviso illegalmente file musicali attraverso Kazaa.

Jammie Thomas è una delle migliaia di utenti denunciate dalle major negli anni passati nella speranza di poter combattere con la forza la pirateria musicale tramite i canali peer-to-peer. A differenza di tutti coloro i quali sono scesi a patteggiamento con le major, nel caso specifico il legale si è presentato alla sbarra proclamando l’innocenza della propria assistita. In particolare Jammie Thomas avrebbe mai avuto un account Kazaa nè avrebbe voluto condividere alcunchè in rete. Le scusanti apportate, però, non hanno retto: sembra dimostrato il fatto che su quel pc vi sia stata l’iscrizione a Kazaa (a nome Terastar@Kazaa) e siano stati condivisi molti file, dunque l’imputata si è trovata presto con le spalle al muro.

La causa si è ristretta a 24 file sui quasi 2000 identificati dall’accusa. La penale è stata identificata in 9,250 dollari per ogni file, ovvero un totale di 222 mila dollari in tutto. Brian Toder, l’avvocato della difesa, spiega ora che che Jammie Thomas è in gravi difficoltà finanziarie a causa della pena imposta e continua a dichiarare anche a processo chiuso che la sua assistita non sa come tutto abbia potuto succedere.

L’accusa era rappresentata nel caso da case discografiche del calibro di Sony BMG, Arista Records LLC, Interscope Records, UMG Recordings Inc., Capitol Records Inc. e Warner Bros. Records Inc. Trattasi di una importante vittoria per le major in quanto rappresenta un fondamentale precedente che scoraggerà presumibilmente altri utenti dal ricorrere ai legali a seguito di eventuali denunce provenienti dalla RIAA (chi ha patteggiato ne è uscito infatti con poche migliaia di dollari di sanzione).

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Roma - Jammie Thomas è colpevole e dovrà pagare 220mila dollari di multa. Questo il responso del primo procedimento giudiziario a carico di un utente di file sharing che negli USA sia mai finito dinanzi ad una giuria. Una giuria che ha decretato la colpevolezza della donna per condivisione di 24 file musicali.

Ciascuno di quei file, è stato decretato, costerà alla Thomas qualcosa come 9.250 dollari. Le major in realtà avevano individuato più di mille file che a loro dire l’utente aveva condiviso tramite Kazaa negli scorsi anni, ma nel procedimento vero e proprio l’accusa si è concentrata su 24 casi, riuscendo a convincere la giuria che effettivamente sia stata la Thomas a porli in condivisione.

La donna, infatti, ha negato fin dall’inizio di aver mai usato Kazaa o di aver posto in condivisione file musicali, di cui non vi era peraltro traccia sul suo computer quando fu denunciata, ma le prove delle major sembrano aver dimostrato il contrario. Le prove riguardano in buona sostanza il rilevamento dell’IP della Thomas sulla rete di Kazaa da parte dei sistemi di monitoraggio delle reti P2P attivati dall’industria musicale. A loro dire sotto lo pseudonimo di tereastarr avrebbe “operato illegalmente per distribuire file protetti da diritto d’autore senza autorizzazione” agli altri utenti di Kazaa. Secondo i testimoni, ovvero il provider e una società di sicurezza, “tereastarr” non poteva che essere la donna. Dopo il pronunciamento della sentenza a carico della 30enne, il suo avvocato Brian Toder ha spiegato ai giornalisti che la Thomas era a pezzi. E ha spiegato: “Questa è una donna che vive di assegni di sostentamento ed ora improvvisamente rischia che un quarto di questo assegno per tutta la vita le sia sottratto”. Gabriel, che ha spiegato come oltre alla multa sul groppone della Thomas si trovino ora anche le spese legali dell’accusa, che potrebbero arrivare a mezzo milione di dollari, si è comunque detto fiducioso che le imprese discografiche “sia gente con cui si possa parlare”.

D’altro canto il verdetto serve alle major, in questo caso EMI, Sony, Warner, Universal ma anche Arista Records e Interscope, per poter affermare che “un messaggio è stato mandato” agli utenti P2P. A loro dire questo messaggio è un deterrente all’uso del P2P ma, stando a quanto si legge su un blog dedicato al caso il vero risultato potrebbe consistere in un ulteriore danno per l’immagine già traballante delle società discografiche. Si vedrà.

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Roma - La sua condanna ha fatto il giro della rete e ha fornito ai discografici di RIAA uno strumento inedito per spaventare gli utenti del peer-to-peer. Ma Jammie Thomas, madre di 30 anni, ha deciso di non volersi fermare dinanzi alla sentenza di primo grado e ha annunciato che intende ricorrere in appello.

condannataSe la prima sentenza la inchioda al ruolo di pirata incallita capace di distribuire sulle reti del peer-to-peer la bellezza di 24 file, e le commina una multa superiore ai 9mila dollari per ciascuno di quei brani, ora la donna si augura che con l’appello la musica cambi.

L’annuncio lo ha diffuso in televisione, parlando alla CNN, spiegando che il suo legale intende ricorrere contestando la scelta del tribunale di primo grado di ritenere che mettere online delle canzoni significhi violare il diritto d’autore. La posizione della Thomas, che in primo grado ha tentato inutilmente di dimostrare di non essere stata lei a porre in condivisione i brani che le sono stati contestati, appare più che mai militante. “Questo - ha detto riferendosi alle ragioni con cui andrà in appello - fermerebbe la RIAA su un binario morto. Ogni singola denuncia che hanno portato avanti è basata su questa teoria del porre in condivisione, e se possiamo vincere l’appello allora dovranno effettivamente provare che il file posto in condivisione sia stato effettivamente condiviso”.

La motivazione è tutt’altro che peregrina. Come accade anche per altri generi di reati, ad esempio la diffamazione a mezzo internet, la magistratura tende a considerare come “massima diffusione” la semplice pubblicazione di un documento, o di un file, anziché indagare su quanti abbiano effettivamente avuto accesso a quel documento o a quel file. Se passasse il principio secondo cui non è sufficiente porre in condivisione, ma è necessario che qualcuno effettivamente “prelevi”, molte cose potrebbero cambiare, ad iniziare dall’entità del risarcimento richiesto per finire con l’impossibilità, in moltissimi casi, di provare l’effettiva diffusione di un certo file.

Si vedrà. I tempi dell’appello sono ancora tutti da definire.

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Roma - Era facile prevedere che il caso Virgin v. Thomas, il primo in cui l’accusa di download e condivisione illegali dell’industria musicale contro una cittadina americana sia approdata al processo vero e proprio, avrebbe riservato un buon numero di sorprese. Cosa che è puntualmente avvenuta con la testimonianza di Jennifer Pariser, responsabile della sezione antipirateria di Sony BMG, che ha letteralmente tacciato di furto milioni di consumatori, colpevoli a suo dire di togliere il pane di bocca alla major ogni volta che creano la copia di un mp3, legale o meno che sia.

Appena iniziato, il processo acquista subito le caratteristiche di un potenziale caso spartiacque, tirando in ballo concetti come il fair use e il diritto alla copia di sicurezza dei propri originali. E nonostante il ricco catalogo di iTunes e i timidi tentativi di sperimentazione con la distribuzione di musica online, le major dimostrano di avere ancora a cuore lo strapotere di mercato gelosamente custodito fino all’avvento della rivoluzione della rete.

“È mia convinzione personale che Sony BMG sia ora la metà di quello che era nel 2000” a causa della pirateria, si lamenta Pariser, che accusa il “furto” di mp3 e il file sharing di mettere a repentaglio la stessa esistenza dell’etichetta, visto che le sue uniche fonti di guadagno sono appunto i CD-Audio e i brani originali. Non dunque un prevedibile cambio di abitudini, consumi e conoscenze degli utenti ma semplicemente un massivo atto di ladroneria. Per Pariser “rubare musica” è un concetto decisamente onnicomprensivo: incalzata dal legale dell’accusa Richard Gabriel, la manager sostiene che anche solo una singola copia di un file legale può essere considerata un vero e proprio furto ai danni di Sony. “Quando un individuo crea personalmente la copia di una canzone, suppongo che possiamo dire che abbia rubato quella canzone”, sostiene Pariser, e fare una singola copia di un brano acquistato è solo “una maniera gentile di dire rubare solo una copia”.

Per Sony dunque nulla si salva: iTunes, Windows Media Player e gli innumerevoli software disponibili con la capacità integrata di rippare i CD-Audio, gli utenti di iPod che si procurano la musica per vie traverse e ovviamente i cattivi pirati del P2P, tutti contribuiscono ad affamare le povere major sull’orlo della bancarotta a causa della replicabilità infinita insita nei contenuti in formato digitale.

L’accusa è determinata a dimostrare la colpevolezza di Jammie Thomas, 30enne accusata di aver condiviso 1.702 brani illegalmente, e per questo ha chiamato a testimoniare esperti di informatica per corroborare le proprie tesi. L’avvocato difensore sostiene al contrario l’innocenza della donna - madre di due bambini - e dice che non ci sono prove certe che quei brani siano mai stati resi disponibili online dall’accusata. L’utilizzo di un router wireless, argomenta Brian Toder, avrebbe potuto rendere la connessione facilmente accessibile all’esterno dell’abitazione, invalidando quindi il collegamento diretto dell’indirizzo IP scovato dai segugi delle major all’effettivo operato della donna.

Tesi confutata dall’accusa, che mostra sullo schermo posto davanti alla giuria i log delle connessioni e mette in evidenza quelle che a dire dei legali incastrerebbero Jammie Thomas. C’è poi la vicenda dell’hard disk del PC sostituito dalla donna nel 2005, a suo dire dietro consiglio del personale della catena Best Buy dopo alcuni malfunzionamenti, ma che per le major risulta essere un mero tentativo di coprire le tracce del “delitto” dopo aver ricevuto messaggi concernenti la condivisione non autorizzata.

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Roma - Che il file sharing sia un fenomeno in crescita costante è un dato di fatto che appare nelle cronache informatiche con una certa puntualità. Che il cinema e l’industria in generale non siano affatto sull’orlo del fallimento - almeno non ancora - è un fatto altrettanto pacifico come indicato dalle cifre ad uso interno circolanti tra i mega-direttori galattici delle major. Che il P2P non sia poi la fine del mondo come lo conosciamo, lo dimostrano i casi recenti del successo al botteghino dei film dei Simpson, nonostante fossero già in circolazione le versioni pirata, e le prime, caute ammissioni da parte dei discografici americani di aver sbagliato a puntare sulle cause legali contro tutto e tutti.

Prima il giallo: “The Simpsons Movie”, il tanto atteso lungometraggio animato della famiglia più iconoclasta d’America, è stata una piacevolissima sorpresa per Fox, sbancando i botteghini al week end di lancio e incassando oltre 70 milioni di dollari, arrivando quasi a coprire per intero i costi di produzione in poche ore dalla prima proiezione (fonte: Box Office Mojo). E questo nonostante fossero già state immessi su BitTorrent i rip catturati con le telecamere nel buio dei cinema.

Nella distribuzione delle versioni illegittime ha naturalmente giocato un ruolo di primo piano The Pirate Bay, l’inaffondabile baia dei pirati svedesi che per l’occasione ha fatto sfoggio di un logo tutto nuovo al posto del tradizionale galeone presente in homepage. Una distribuzione massiccia, quella attualmente in attività sulla baia, con migliaia di seeder e leech intenti a scambiarsi le svariate versioni piratate disponibili per il film. Il P2P non ha dunque ucciso i Simpson: nonostante lo stesso film inviti a non scaricare i rip, con Bart che scrive sulla lavagna “Io non scaricherò illegalmente questo film” decine di volte nella riproposizione di uno degli sketch più caratteristici della serie, i download illegali hanno proliferato ancora una volta ma la pellicola, che secondo l’opinione dei primi spettatori vale i soldi del biglietto, ha avuto il suo meritato momento di gloria nei cinema.

Scaricare un film da Internet, come suggerisce Zeropaid, può servire da volano pubblicitario ai film “che vale la pena” vedere, facendo parimenti cadere nel dimenticatoio le porcherie. Chi ha la possibilità di visionare in anteprima un DivX di un’opera di fresca uscita ne può descrivere le qualità a familiari ed amici, invogliando le persone a premiare i contenuti di valore e restituendo al fiasco che meritano le visioni di scarsa qualità. Questo può essere un problema per l’industria, che non ha più il controllo totale sui gusti dei consumatori, ma il fenomeno ha le potenzialità per convincere chi di solito vede gli spettatori come semplici numerini, a dare ascolto alle loro richieste reali, investendo il giusto denaro nelle produzioni di qualità, conclude il portale pro-P2P.

Non stupisce poi apprendere come l’opinione dei discografici nei confronti della lotta frontale contro la condivisione illecita si stia lentamente ma inesorabilmente sgretolando sotto il peso della realtà fattuale: oramai Pirate Bay viene utilizzato come una piattaforma di distribuzione di contenuti assolutamente legittimi, gli mp3 sul P2P sono gratuiti, legali e sponsorizzati e le radio dipendono da quello che gli utenti di eMule e Gnutella2 scaricano/ascoltano per le loro playlist.

Persino RIAA, l’associazione che assolda più legali che artisti e che ogni utente condivisore ha motivo di considerare come l’anticristo in terra per quel che concerne la propria attività sul P2P, accusa qualche contraccolpo dal logorante faccia a faccia con i pirati in tutti questi anni di cause legali, figuracce e contraccolpi di popolarità e reputazione che fiaccano una industria intera.

Jonathan Lamy, portavoce dell’organizzazione, dimostra tutta la debolezza in cui attualmente versa la strategia da “crociati del copyright” sostenendo in una intervista che portare in tribunale i potenziali acquirenti “Non era la risposta giusta”. RIAA è passata per le estorsioni a danno degli studenti universitari USA, le comparizioni alla sbarra di minorenni, le denunce di nonne defunte e le strigliate dei giudici ma alla fine pare stia cominciando a dimostrare un minimo segno di ragionevolezza.

“La strategia anti-pirateria più importante è offrire licenze competitive e ottime alternative legali. Questo è quello che le nostre società associate ovviamente fanno e il nostro lavoro e fungere da complemento, la qual cosa è la più importante da fare per conquistare i fan”, sostiene ancora Lamy. Un vera e propria sconfessione di oltre un lustro di cause, accuse e campagne di propaganda mediatica che, se non rappresenta certo la fine immediata delle ostilità tra i mondi contrapposti dei padroni del vapore digitale e il movimento caotico e democratico del file sharing, comincia forse a tracciare la rotta per l’uscita dal tunnel delle persecuzioni.

Anche perché, continuando sulla falsariga attuale, RIAA pare abbia tutto da perdere: ultimo in ordine di tempo, il caso del sergente delle forze armate USA Nicholas Paternoster non fa altro che mettere sotto i riflettori le dubbie strategie legali perseguite dall’associazione nella lotta alla condivisione illegale - o presunta tale. In tribunale, per corroborare le accuse contro Paternoster, i legali di RIAA hanno mostrato i contenuti integrali della libreria di file condivisi sul client KazaA.

Peccato che, oltre a file musicali, nella libreria ci fossero anche immagini di contenuto pornografico: la qual cosa sarà forse discutibile, ma non può essere certo oggetto di un caso di infrazione del copyright musicale e non è quindi pertinente nel processo. Paternoster non l’ha presa molto bene e ha controaccusato RIAA di violazione della privacy. A poco è servita la “cortesia professionale” di rimuovere dal novero delle prove l’elenco di contenuti condivisi mostrato in prima istanza: per il sergente USA, RIAA ha toppato e ora è giusto che paghi il dovuto pegno.

E se non bastasse il sostanziale fallimento della strategia legale, ci pensa la politica ad aggiungere un altro chiodo alla bara di RIAA e dell’industria del disco nei suoi assetti attuali: Rick Falkvinge, fondatore del Partito Pirata svedese, è in tour nella West Coast americana per propagandare la sua azione di lotta e di riforma delle attuali norme sul copyright, la proprietà intellettuale e i brevetti. Falkvinge spera in questo modo di far crescere la popolarità della sua creatura politica che, nonostante le buone intenzioni, non è finora riuscita ad accumulare un peso sufficiente per perorare le sue cause in parlamento.

 
  p2p_sotto_attacco.txt · Ultima modifica: 15.10.2007 17:04 by 127.0.0.1
 
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