Da Consum-atTori a ProduTtori:
AuTOprodUzionI e BeNI ComunI [Versione 1.0 – Ottobre 2006] Enza Panebianco
- Autoproduzioni ovvero cose fai da te, “home made = fatte in casa” applicando il principio della condivisione e della cooperazione. Per autoprodurre qualcosa serve: un’idea, persone, strumenti e spesso anche soldi. Serve anche una licenza che tuteli l’autoproduzione da chi vorrà specularci su e allo stesso tempo permetta agli altri di poterne fare uso personale. Serve un canale di distribuzione che non si appropri del prodotto e che rispetti la originaria volontà di continuare a condividere e fare relazione. Servono luoghi di scambio e di diffusione che vanno nella stessa direzione.
- Così per le arti in digitale si usano dei contenitori virtuali dove riversare le proprie opere e dai quali ciascuno potrà scaricarle, prenderle. Sono utili anche mezzi di comunicazione in tempo reale come le mail, le chat e altri strumenti collettivi di condivisione - come il P2P - più sofisticati e decentrati: chiunque fa un download diventa allo stesso tempo contenitore. Esistono luoghi passivi di trasmissione: clikki e guardi al computer quello che vuoi o che ti propongono senza poter fare upload o download. Si usano canali per ascoltare: le trasmissioni radio in web, in diretta streaming o registrate; per vedere: le trasmissioni video in streaming o attraverso la tivvu’ di strada che trasmette un segnale che può essere captato nel raggio di pochi chilometri (o di poche centinaia di metri - dipende dagli ostacoli).
- L’autoproduzione pare sia dunque la realizzazione del solito vecchio bisogno di chi ha voglia di inventarsi le cose, di esprimersi, di condividere, di comunicare con ogni strumento che ci è noto: la scrittura, la fotografia, la musica, le immagini, le arti in genere.
- Un flusso di idee continuo sul quale si insiste nel voler mettere il marchio della proprietà intellettuale per rivenderle senza mai concedere di scambiarle, migliorarle o condividerle. La novità sta (sarebbe meglio dire: stava) negli strumenti tecnologici, il digitale, quell’enorme opportunità che è il web per vedere, sentire tutto ciò che lo attraversa.
- L’autoproduzione a volte pare abbia anche un’etica, delle regole di coerenza non scritte che intendono il “fai da te” come una cosa da applicare - ove sia possibile - più in generale. Nel mondo digitale questo si traduce nell’uso di sistemi operativi che possono essere migliorati o riadattati - come per le cose fatte in casa - alle esigenze dell’utente o di software liberi che applicano lo stesso principio e realizzano un bisogno svelando la propria idea di partenza. Si condividono le idee, il sapere, le invenzioni, gli aggiustamenti.
- Si abbandonano le smanie di appropriazione delle intuizioni. Perché le intuizioni non sono mai realmente “nostre” e trarre profitto dal loro uso per arricchirsi piuttosto che per ritagliarsi spazi di legittima sopravvivenza, spesso non rientra nei principi etici stabiliti dalle comunità della condivisione. Prima dell’automobile fu intuita la ruota, prima della casa gli uomini capirono che potevano trovare riparo nelle caverne, prima delle fonti di calore fu inventato l’uso del fuoco, prima di una buona pietanza fu compreso come ricavare dal mare il sale, prima della doccia c’era stato qualcuno che aveva capito come usare l’acqua.
- I discendenti di quegli uomini e di quelle donne certamente non godono del privilegio di un antico brevetto. Ne mai si è impedito di rielaborare quelle intuizioni di partenza per renderle funzionali ai bisogni di chi oggi le usa. Il costo di quelle idee è attualmente stabilito sul lavoro, sugli strumenti utilizzati per la loro realizzazione, sulla loro distribuzione. L’idea di per se’ non costa niente: non perché non valga nulla, ma perché vale troppo per ogni essere umano. In una visione antropologica della questione sarebbe comprensibile analizzare come le persone continuino nella lunga tradizione degli umani di farsi la guerra, con armi convenzionali piuttosto che nelle aule dei tribunali, per ottenere il diritto allo sfruttamento delle idee. Con maggiore lungimiranza ad alcuni pare meglio stabilire un limite di eticità tra ciò che è un bene superfluo e ciò che invece è necessario a tutti gli individui, talvolta per la loro stessa sopravvivenza. Tra ciò che è un bene pubblico, comune, collettivo e ciò che invece intende essere un bene privato.
- La conoscenza, il sapere, le idee sono definite un bene necessario, quindi pubblico. Storicamente l’uomo ha sempre fatto di ogni scoperta, intuizione, progresso: un espediente per ricavarne opulenza e il motivo per cui ha costruito steccati, barriere, muraglie, fossati, che la proteggessero e la lasciassero intatta solo per i suoi eredi. Nella fase attuale è più o meno lo stesso con l’unica differenza che laddove c’erano i duchi, i conti, i marchesi, gli eserciti decentrati e delegati a sorvegliare, spiare ogni chilometro del regno, ora esistono gli esattori delle tasse sulle idee ed esiste anche il “grande fratello” (quello di George Orwell e non della revisione diseducativa e disimparante del reality). Le violazioni della privacy oggi però assumono maggiori proporzioni. Un po’ dipende dall’efficienza di strumenti di comunicazione sempre più evoluti. Molto però dipende anche da quanto e come si definiscono “criminali” quei progetti che nella pratica tendono a definire e ristabilire il confine etico dello sfruttamento dei beni collettivi.
- Sovversivi (nel senso che sovvertono lo stato delle cose esistenti e perciò stesso la legge cerca briglie da mettere perché tutto torni al proprio posto) vengono infatti considerati i progetti che semplicemente intendono applicare per se’ i principi che li hanno ispirati. Sarà dunque considerato sovversivo - non rispettoso delle regole del mercato e della libera concorrenza - chi autoproduce qualcosa invece che comprarlo. Chi inventa cose nuove piuttosto che accontentarsi di quello che c’e’ già. Chi consegna l’invenzione in mano ad altri inventori e fruitori invece che ad una industria che ne trarrà profitto e la sottrarrà a chi è ricco di idee più che di soldi. Chi insisterà nell’ascoltare e trasmettere musica autoprodotta sfuggendo dai monopoli e dall’obbligo di pagare una esosa tassa sulla proprietà intellettuale. Chi fotocopierà un libro pubblicato senza Copyright perché nulla vieta di farlo. Chi non farà il deposito obbligatorio per legge della propria pubblicazione (pena fino a 1500 euro di multa). Chi indosserà un vestito che ha fatto in casa. Chi vedrà i video rilasciati con una licenza che difende l’opera dall’appropriazione dei monopoli piuttosto che dal piacere di goderne, condividerne e magari migliorarne il contenuto.
- D’altronde è davvero complesso trovare un opera che non sia mai stata realizzata prima, magari con un altro linguaggio, altri strumenti, altre caratteristiche. Ogni opera è il miglioramento (o il peggioramento) di qualcosa che già esiste. Ed è abbastanza grottesco come ci si accanisca nel boicottare, fermare, tassare un passaparola che non può avere mai fine. Ma è sovversivo ritenere che il sapere non possa essere fermato ad ogni dogana e non debba appartenere a nessuno.
- E’ sovversiva la battaglia dei bibliotecari italiani per impedire che sia pagata, da parte degli utenti, una tassa sul prestito nelle biblioteche. Queste dovrebbero essere i luoghi deputati alla libera fruizione dei saperi e della cultura per chiunque non possa permettersi il lusso di comprare tutti i libri che vuole leggere.
- E’ sovversiva la battaglia dei contadini indiani e di Vandana Shiva che hanno lottato (e vinto) per sottrarre ad una grossa multinazionale il brevetto del riso basmati. Conservare i semi di quella pianta è stato per lunghissimo tempo un reato. Gli indiani avevano l’obbligo di acquistarli a prezzi esorbitanti presso i possessori del brevetto.
- Altrettanto sovversiva è la battaglia legale che va avanti da anni in Brasile per permettere che sia prodotto un farmaco contro l’AIDS già brevettato da una grossa multinazionale. Per i paesi dell’america latina il prezzo del farmaco è insostenibile. La sua nuova produzione consentirebbe che fosse venduto sul mercato brasiliano ad un prezzo alla portata di chi ne ha bisogno.
- Sovversiva è la biologa Donna Haraway perché ci ha raccontato di come sia stato possibile ottenere il brevetto di “Onco Mouse” - un topo di laboratorio contaminato dal cancro utilizzato per fare ricerche farmaceutiche. Se il diritto di proprietà ricade anche sugli esseri viventi ricodificati in laboratorio, sarà brevettabile allora anche ogni uomo che è stato curato, guarito, trasformato per mezzo della medicina, della chirurgia, della tecnologia?
- Ad ora il diritto di proprietà intellettuale e industriale ricade su ogni espressione della cultura, dell’arte, del sapere. Pochi si appropriano del diritto di molti a nutrirsi, curarsi, informarsi, istruirsi. Nel frattempo, nell’età della produzione in catena di montaggio, dei bisogni indotti, dello sfruttamento ininterrotto delle risorse del pianeta: qualcuno decide di scegliere il fai da te. Nel tempo della tecnologia, della rapida comunicazione di ogni sapere, delle leggi restrittive che chiudono ponti, collegamenti: qualcuno insiste nel fare rete, cooperazione e condivisione di esperienze. E il passaparola continua…