Cronache fiorentine

6 dicembre 2003

Tre notti fa è stato ucciso (accoltellato in malo modo) un ragazzo rumeno – che tra l’altro conoscevo di vista – gestore di una paninoteca che si trova sotto i portici di via Panicale, a 20 metri da casa mia. Si chiamava Gabriel Copaceanu. 31 anni. Il ricordo più commovente l’ho raccolto dal gestore cinese del ristorante cinese di via Chiara, che lo conosceva da quando era arrivato a Firenze, circa otto anni fa: clandestino, aveva dormito sotto i ponti, poi piano piano era arrivato a lavorare ai banchi esterni del mercato, poi «si era innamorato» e poi forse sposato (con una italiana, pare). Infine aveva rilevato il negozietto di via Panicale. Un fatto gravissimo, del quale non si conoscono cause: rapina o «vendetta» citano i giornali.

Gli sciacalli naturalmente si sono buttati sulla cosa per assestare il loro colpo definitivo agli immigrati della zona. La stampa, al solito: Nazione, Giornale , ma anche Repubblica e Corriere di Firenze (nemmeno una riga sulla cronaca fiorentina del Manifesto, peraltro impegnata sul nuovo brutale sgombero del campo rom di via Masini, ormai un rituale periodico).

Un gruppo di «residenti del quartiere» ha organizzato ieri sera una fiaccolata «contro la criminalità»; i manifestini che la pubblicizzavano erano molto semplici, tipo epigrafi mortuarie con su scritto qualcosa come: «Il rione S. Lorenzo dice NO alla criminalità». Ovviamente, grande eco sulla stampa locale e anche nazionale, e telecamere in piazza. Il Comune ha decretato una specie di coprifuoco: negozi chiusi alle 22.30 in via Panicale e in piazza Mercato Centrale (si tratta dei negozi che hanno licenza di apertura 24 ore su 24, in base alla «legge Bersani». Anche la paninoteca di Gabriel ce l’aveva).

Ieri mattina mi sono fatto un largo giro per i negozi della zona, i cui proprietari sono il cuore della «protesta». Commenti indegni da parte di molti, troppi, anche quelli di solito non particolarmente razzisti. Uno di via S.Gallo, che ha il negozio di fronte al palazzo del dipartimento di storia, di punto in bianco ha detto: «Ma per esempio, gli zingari, che bene fanno all’Italia». Ieri sera ho osservato la fiaccolata. Partecipazione abbastanza grossa, oltre 200 persone, ognuna con una fiaccola (pagata 5 euro). Hanno sostato in piazza poi si sono mossi davanti al luogo dell’omicidio. Ho intravisto anche una compagna di Rifondazione, che a sua volta sosteneva di aver visto altri suoi amici. Abita nella zona, che è «degradata», «invivibile», quindi chi se ne frega dell’analisi politica dei fenomeni sociali. Naturalmente «non sono razzista», solo che «il Comune non ha fatto nulla» e «ormai la situazione non è più tollerabile».

Interessante l’evoluzione del comitato di zona: quando io sono arrivato era concentrato sullo scandalo dell’edificio di S.Orsola, quel catafalco enorme occupa un isolato intero: circondato da lamiere, ricoperto di impalcature, con l’interno sventrato e pieno di calcinacci – che si trova davanti a casa mia; da oltre 15 anni i lavori sono fermi ed è ormai cadente e anche pericoloso. Negli anni 1998-99 l’attenzione si è spostata sul «degrado» portato da quello stesso edificio: ossia, essenzialmente, sui tossicodipendenti della zona. Negli ultimi anni la questione «catafalco» è progressivamente diventata solo simbolica e al centro dell’attenzione son passati il «degrado», la criminalità, l’immigrazione (qualche volta lo si dice, nelle occasioni pubbliche no, ma fuori microfono sì).

Ad ogni modo, ieri sera quando ancora in piazza c’erano poche persone per la fiaccolata, mi sono messo a parlare con un gruppetto di persone vicino alla trattoria Cellini, in piazza Mercato Centrale. Tra loro c’era un paio di finanzieri, che sostenevano la tesi della necessità di una camionetta fissa in piazza dei carabinieri e di una «ronda continua, su e giù per via Panicale». Non sono ho discusso queste idee, ho detto solo che bisognava evitare a tutti i costi che quell’avvenimento grave fosse strumentalmente usato da chiunque contro gli immigrati della zona. Subito una ragazza e un uomo hanno cominciato a inveire contro di me. Uno mi ha spintonato, uno mi gridava «Allora sei dalla loro parte», un altro faceva agli altri «Deve avere degli “interessi” comuni con loro».

Il nemico interno, praticamente. Uno mi ha minacciato, un altro mi ha nuovamente spintonato fino a che sono dovuto andare via. Il tutto davanti alle facce compiaciute dei due finanzieri e dei due carabinieri, che guardavano senza dir nulla. Il resto della «manifestazione» me la sono vista dal punto di vista con il quale ero stato associato: Seduto sui bordi della piazza, davanti ai negozietti degli immigrati, assieme a ragazzi albanesi, senegalesi, ragazze nigeriane. Capivano poco di quello che stava succedendo, anche perché la maggior parte di loro conosceva il ragazzo rumeno. Non capivano allora come si potesse rivolgere contro di loro la morte di un immigrato. Anche loro comunque sono molto confusi, le posizioni sono molto frammentate (a livello individuale, non di «comunità»). Alcuni sottolineavano la differenza tra criminalità e immigrazione (anzi, proprio non capivano l’associazione tra le due cose). Altri ammettevano la difficoltà della situazione e auspicavano un intervento di polizia maggiore nella zona. Una signora «west indian» con la quale avevo parlato in mattinata, che gestisce un parrucchiere (per donne di colore) in via Panicale, m’aveva detto che alle 19.30 se ne sarebbe andata dalla zona per paura di quello che sarebbe potuto dopo. Alla fiaccolata comunque c’erano solo italiani.

Sono almeno due anni che propongo al gruppo migranti del Firenze Social Forum di intervenire in qualche modo nel quartiere, ma non siamo mai andati oltre quattro-cinque volantinaggi, mai consecutivi. Ora non è ancora troppo tardi, ma se non si coglie il momento poi le situazioni rischiano di incancrenirsi e allora son dolori.

14 marzo 2004

Sonnecchiosa mattinata domenicale fiorentina. Via Calzaioli, ambulanti in strada: poster, statue, disegni in cinese. Passa una giovane vigilessa, questa volta non fanno a tempo a togliere la roba. Lei comincia a strepitare, a offendere, a calpestare i poster per terra (ho visto fare esattamente la stessa cosa a Roma all’ingresso della metro di piazza di Spagna). Loro sono intimoriti, fuggono. Interviene un signore sulla sessantina. Italiano di nascita e di cittadinanza, statunitense di residenza, del Michigan, mi pare. Accento comunque da italo-americano, scarso controllo della lingua italiana. Dice alla vigilessa che non può fare così. La discussione attira un pochino di persone. Lui rincara la dose, attacca le politiche sull’immigrazione del governo. Su questo lei non sa cosa rispondere, la butta sul personale: «perché mi da del tu?» (cosa legata alla lingua, eventualmente anche all’incazzatura), e cose del genere.

Arriva una macchina dei carabinieri, di ronda – come al solito – su via Calzaioli. Scendono i due uomini in nero. Rivedo azioni simili di cui son stato testimone a S. Lorenzo e dintorni. Qualche mese fa, in via de’ Ginori, un poliziotto, dopo aver ammanettato un ragazzo maghrebino, gli sbatteva con forza e ripetutamente la testa contro la macchina di servizio. Una scena che vidi per caso, tornando a casa in bici; talmente cruenta da scatenare le ire anche di una ragazza e di una signora sui settanta anni che passavano di lì. Il loro intervento, e poi anche il mio, servirono a far smettere l’agente che peraltro, una volta assicurato l’immigrato in macchina, non mancò di prenderci i documenti e di inveire contro di noi. I due carabinieri all’unisono aprono gli sportelli di dietro della macchina e all’unisono prendono i cappelli (ci deve essere una norma per la quale devono indossarli quando sono in servizio).

Arrivano e aggrediscono l’italo-americano: gli puntano il dito contro. La stessa vigilessa è stordita e non parlerà più per tutto il resto della scena. Chiedono i documenti. Lui dice di averli lasciati in albergo. Gli dicono che deve andare immediatamente in «caserma» (falso: si tratta di un «commissariato»), che rimarrà lì per 24 ore (è il fermo di polizia, che però mi risulta sia ora di 12 ore per legge), che si becca una denuncia. «Per cosa?» chiede lui. Intervengo, perché non ne posso più: «Quello che lei sta dicendo è falso. Inoltre, come può dire queste cose in questo modo. Inoltre, il signore ha ragione: la vigilessa aveva abusato a sua volta del suo potere». Vengo aggredito. Il non-graduato dice rivolto a me (deve essere romano): «E questo uovo di pasqua da dove è uscito?». Mi viene da dirgli «A bello, cerca di stare calmo», lo trasformo in un cauto «Cerchi di stare calmo». Interviene il graduato: quasi mi salta addosso, mi punta il dito contro minaccioso: «Lei chi è?». «Sono un cittadino della repubblica italiana e lei deve rispettare delle regole precise. Non si può permettere di aggredire le persone». «Se ha qualcosa da dire, le scriva sul giornale». «Le cose che ho da dire le dico anche in strada».

Dico anche io la mia sulle politiche sull’immigrazione, e anche di più sugli abusi sistematici dei carabinieri e della polizia. Mi rende i documenti, come al solito. E va nella macchina per i consueti controlli sul computer di bordo. Ci mette una decina di minuti, nel frattempo il non-graduato continua ad aggredire l’italo-americano. Io intanto parlo con la gente attorno. Sono allibiti e sono tutti dalla nostra parte. Due signore anzi vanno a parlare con il carabiniere nella macchina e gli ribadiscono esattamente il concetto di cui sopra. Due ragazzi discutono con un signore che non è convinto, dice che l’esigenza di sicurezza giustifica tutto. Loro dicono che no, che questo è uno stato di polizia, inaccettabile tanto per i cittadini quanto per gli immigrati. Si formano altri capannelli. Ora le persone sono più di cinquanta, forse di più ancora. Si fermano discutono. Tante sfumature, tanti punti di vista, ma pochissimi sono con i carabinieri. Torna il graduato. Mi ridà i documenti con la faccia furbetta di chi non ha trovato né denunce né precedenti, ma che ha scritto da qualche parte una ulteriore nota sul mio comportamento «irrispettoso». «Buona passeggiata», mi dice ironico. «Buon lavoro», gli rispondo ironico.

Il signore italo-americano è ancora lì che si becca improperi dall’altro. Poi se ne vanno e lo lasciano in pace. Mi avvio verso p.zza Duomo. Dietro l’angolo ci sono tutti gli immigrati che erano stati cacciati dalla vigilessa. Hanno visto tutta la scena. Donne cinesi, uomini albanesi, maghrebini, senegalesi. Mi guardano, mi sorridono, diversi di loro mi ringraziano. Sì, mi ringraziano, è una gratitudine così inattesa da parte mia e così sentita da parte loro che mi commuovo. Piccole cose possono servire a bloccare il meccanismo della «sicurezza», del consenso tacito, passivo, del silenzio degli immigrati spaventati.

Fine maggio 2005

«Ronda padana» a San Lorenzo.

30 giugno 2005

Pomeriggio del 29 giugno 2005, circa le 15, quartiere fiorentino di San Lorenzo, in borgo la Noce, quasi all’altezza di via dell’Ariento. Alcuni vigili in borghese fermano due ragazzi senegalesi che stavano presumibilmente vendendo «abusivamente» della merce. A quanto pare i vigili erano già passati il giorno prima e avevano avuto un diverbio, senza ulteriori conseguenze. Tornano allora il 29 con dei rinforzi. Uno dei due senegalesi viene ammanettato. Altri ragazzi senegalesi che sono nei pressi si avvicinano. Arrivano macchine dei carabinieri e della polizia (chiamati da qualcuno? Non saprei dirlo), in tutto 4 o 5, con un numero di agenti sufficiente a riempire lo stretto borgo la Noce e dare quindi l’impressione di una considerevole operazione di polizia.

Non so dire a che punto sono intervenuti poliziotti e carabinieri. A quanto pare il ragazzo ammanettato, impaurito, avrebbe tentato di tirare un calcio a un poliziotto (o forse – come insinua Stefano Gelardeschi sul Corriere di Firenze del 30 giugno 2005 – avrebbe «reagito malamente ai controlli dei vigili compiendo atti di autolesionismo»). Per tutta risposta un poliziotto gli avrebbe sferrato un pugno in pieno volto. Gli ha anche rotto gli occhiali (il ragazzo me lo ha detto in serata, quando l’ho incontrato per caso in piazza del mercato centrale). Da quel momento, minuti di tensione tra le «forze dell’ordine» e una quarantina di ragazzi senegalesi (c’era anche una ragazza). I giornali di oggi parlano di una «maxi-rissa». Nessuno si lamentava di qualcosa del genere ieri pomeriggio.

Fin qui la mia ricostruzione sulla base dei racconti di varie persone che si trovavano sul posto in quel momento. Io sono arrivato in zona solo alle 15.30, avvertito per telefono da un’amica che stava succedendo qualcosa in San Lorenzo. Abito da oltre nove anni dall’altra parte della piazza del mercato centrale, a duecento metri dal luogo dei fatti di oggi. È una zona dove negli ultimi anni non sono stati rari i casi di operazioni di polizia condotte con metodi al di fuori delle leggi e dei regolamenti.

Arrivo a borgo la Noce e poso la bici sul marciapiede. La situazione è tesa. È già presente Pape Diaw, presidente dell’associazione senegalesi a Firenze. È arrivato pochi minuti prima. Nelle ultime elezioni comunali è andato vicino ad essere eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione. Lo conosco da diversi anni, è da sempre in contatto con le associazioni antirazziste ed è sempre veloce ad arrivare in situazioni come queste. È arrabbiato, Pape, ma parla con la consueta lucidità. Si rivolge pacatamente a un poliziotto che porta sulle spalle i simboli di un graduato. Gli dice che non si può fare così, che ci sono leggi che anche gli agenti devono rispettare, che queste cose succedono troppo spesso, specie in questa zona. Poliziotti e carabinieri lo guardano con aria di sufficienza, alcuni con disprezzo. Uno con tono sarcastico gli si rivolge con un «Senta, Presidente…».

Intanto gli agenti vogliono che la piccola folla che si è creata attorno alla scena si disperda. Lo fanno capire con toni arroganti, chiaramente disturbati da quegli occhi e orecchie che potrebbero vedere e sentire cose che non è bene (per loro) vedere e sentire. Disturbati da quelle teste che potrebbero farsi un’idea critica sull’operato delle forze dell’ordine. Come accade a un ragazzo italiano accanto a me, che ha visto la scena e che più tardi, sia pure molto spaventato dall’atteggiamento degli agenti stessi, assieme a tre ragazzi senegalesi testimonierà su quello che ha visto. Quel ragazzo resta particolarmente colpito quando un carabiniere (anche lui graduato) mi si rivolge sprezzante e mi intima di allontanarmi. Gli dico che io sono lì per osservare come cittadino, che non può cacciarmi dalla strada. Mi risponde: «Vai a fare il pacifista da un’altra parte». Poi insiste, con tono sempre più arrogante, sempre più minaccioso. Vuole che me ne vada. Cosa che non faccio. Del resto, attorno a me ci sono molte altre persone, alle quale si limita a rivolgere una generica intimazione ad andare via.

Poi, come al solito, mi chiede i documenti, caratteristico e sistematico strumento di intimidazione. Me li riconsegnerà una decina di minuti dopo, una volta effettuati i «controlli» del caso sul computer di bordo di una macchina dei carabinieri. Per il tempo successivo che resto lì – più o meno un’ora, facendo anche dei giri per evitare di essere ulteriormente individuato – non smette di tenermi d’occhio. Quando torno da uno dei giri un ragazzo immigrato del negozio di pelle di borgo la Noce mi dice anzi che quell’agente ha parlato con un suo collega dicendogli che «quello con gli occhiali, il ragazzo italiano…». Insomma, mi informa che li ha sentiti parlare di me in modo minaccioso. E mi consiglia: «Non parlare più, quello ce l’ha con te». Con la mia amica raccogliamo allora le voci delle persone che sono attorno a noi. Un ragazzo con gli occhiali scuri sostiene che è giusto così, che i poliziotti devono poter fare quello che vogliono contro questa gente. Un altro ragazzo, credo uno di un banco del mercato, una mezz’oretta dopo dirà che secondo lui i poliziotti dovrebbero andare lì – indica la zona dove sono i senegalesi – e «prenderli tutti, tanto nessuno di quelli ha i documenti in regola». Si lamenta con quelli che «li fanno entrare» in Italia perché – spiega – “ti piace avere 20.000 di questi qui senza documenti e senza lavoro nella tua città?». Nella mia mente echeggiano le parole sulla «patria fiorentina» e sui «traditori» scritte su un cartello in piazza Madonna degli Aldobrandini un mesetto fa durante un presidio «contro il degrado e l’illegalità» del Comitato «Insieme per San Lorenzo»… Poi c’è una signora che chiede cosa sia successo.

Cerchiamo di spiegarle quello che sappiamo. Subito lei parla di «negri» e dice che i poliziotti hanno famiglia, che non crede che vadano così in giro a picchiare la gente senza motivo… Per fortuna non tutti la pensano così. C’è anche chi, pur senza aver assistito personalmente ai fatti, comprende immediatamente le dinamiche del rapporto tra polizia e immigrati in questo quartiere. Passano due ragazze che erano in giro per bancarelle. Vedono le macchine della polizia, chiedono cosa succede. Anche a loro raccontiamo. Alcuni immigrati lì nei pressi annuiscono sentendo la nostra ricostruzione dei fatti. Le ragazze restano sconvolte, solidarizzano con i senegalesi. Poco dopo passa un’altra ragazza. Si vede che ha fretta, ma anche lei chiede di che si tratta. E, dopo aver ascoltato, commenta: «Fanno sempre così, sono capaci solo di usare la violenza i poliziotti».

Con la mia amica ci spostiamo dietro i banchi del mercato, verso i gradini laterali della chiesa di San Lorenzo, verso i ragazzi senegalesi che sono andati lì dopo che sono stati sostanzialmente allontanati dalla zona dei fatti – dove ora i poliziotti raccolgono le testimonianze su quanto accaduto e dove Pape continua a cercare una mediazione sulle sorti del ragazzo fermato e ferito (forse in ospedale in quel momento) e per l’altro lì presente.Quei ragazzi senegalesi devono aver visto che i poliziotti mi hanno preso i documenti. Questo evidentemente gli ha fatto capire che si possono fidare di noi. Quindi raccontano come si sono svolti i fatti. E aggiungono altre considerazioni, specialmente uno di loro.

Cito a memoria, senza presunzione di precisione: «La polizia fa sempre così. Noi vendiamo questa roba qui, in fondo non diamo fastidio a nessuno. A me non interessa di farmi sei mesi di carcere, sono venuto qui per una buona ragione» – dice alludendo al suo percorso migratorio. «Loro [i poliziotti] arrivano continuamente, noi andiamo via. Vengono, ci provocano, ci minacciano. È sempre così. Lo fanno con noi, non con gli arabi e con gli albanesi, perché noi siamo più buoni e allora se ne approfittano. Così non va bene. Due giorni fa hanno fermato un ragazzo che era in strada. Neppure vendeva nulla. Gli hanno messo le manette e poi gli hanno puntato una pistola qui». Indica la tempia. Resto sconvolto. Gli chiedo dove sia quel ragazzo ora. «È qui con noi adesso». Mi chiedo come sia possibile che episodi di una tale gravità non siano neppure conosciuti. Sui gradini laterali di San Lorenzo, seduti vicino a un altro gruppo di senegalesi, riflettiamo sulla mancanza di una risposta organizzata a queste situazioni anche da parte del movimento di cui facciamo parte.

Decidiamo infine di allontanarci. In un borgo la Noce presidiato continuano intanto le testimonianze. Arrivano due macchine dei carabinieri da via dell’Ariento, passando cioè in mezzo ai banchi del mercato. Scendono 5-6 carabinieri in tenuta antisommossa. Incredibile. Anche loro si mettono a presidiare la strada. Commentiamo la cosa con i ragazzi senegalesi che sono ancora lì. Ci riconoscono, qualcuno ci ringrazia perfino. Deve essere talmente raro che degli italiani si mostrino solidali che sembrano stupefatti. Dico loro che abito in zona, che se vogliono possono chiamarmi al cellulare se succede qualcosa. Fuori dalle edicole, in questa mattina assolata del 30 giugno, le «civette» annunciano così: Corriere di Firenze: «Senegalesi contro agenti. Tafferugli al mercato» Nazione: «Rissa in San Lorenzo. Abusivi accerchiano gli agenti: 4 feriti» I feriti, si precisa, sono tre agenti di polizia municipale e un agente di polizia. Solo Repubblica scrive di sfuggita che anche un senegalese è stato portato in ospedale. Presumibilmente lo stesso che è stato arrestato «per possesso di materiale contraffatto». Un altro è stato denunciato a piede libero «per resistenza e oltraggio». I «residenti infuriati» trovano ampio spazio. Secondo Repubblica avrebbero anche “dato vita a una manifestazione di protesta contro degrado e abusivismo” ieri sera alle 20. Parlano alla Nazione: ««Ormai questa gente non teme più nulla e non ha rispetto delle autorità». Sul Corriere di Firenze interviene anche il presidente della «Commissione ambulanti di San Lorenzo», Barone Ershadi. Ripete la litania del Comitato di quartiere, del quale del resto fa parte: «Serve un presidio fisso di polizia».

A rassicurare questi cittadini modello ci pensa come al solito l’uomo più potente della città, l’assessore diessino «alla Polizia municipale e alla sicurezza sociale», il già vice-sindaco Graziano Cioni. Dichiara: «Voglio esprimere la mia solidarietà agli agenti di Polizia municipale e al poliziotto che, nel compiere il loro lavoro quotidiano per rendere questa città più vivibile, sono stati aggrediti rimanendo feriti». Promette anche, il Cioni, che «nelle prossime ore saranno perseguiti coloro che si sono resi responsabili di questo episodio di violenza». L’ordine regna a San Lorenzo.

1° luglio 2005

20 agosto 2004, via Guelfa angolo via Panicale, verso le 22.30. Qualcuno deve aver chiamato la polizia perché un ragazzo di colore orinava in strada (è uno degli argomenti «forti» per descrivere il «degrado» del quartiere). Sono accorse almeno 7 macchine della polizia, dalle quali sono scese una decina di agenti in divisa e una quindicina in borghese. Pur non trovando più la persona segnalata telefonicamente, hanno cominciato a fermare tutte le persone di colore presenti in zona, chiedendo loro permessi di soggiorno e documenti. Hanno bloccato due ragazzi nigeriani che andavano in due in motorino. Hanno sequestrato il motorino e controllato i documenti (poi risultati in regola). Durante tutto il tempo, oltre un’ora, li hanno offesi, a turno, in ogni modo, li hanno minacciati e almeno un paio di volte hanno messo le mani addosso a uno di loro. Tra l’altro, i due nigeriani non parlavano italiano, mentre i poliziotti parlavano (urlavano) solo in italiano.

Per essere rimasto a guardare – invece di andare come gli agenti intimavano a passanti e residenti affacciati alla finestra – e per aver detto che anche loro dovevano rispettare leggi e regolamenti, ora mi è arrivata una denuncia, sporta da tre agenti per ingiurie e minacce. Passato recentemente da indagato a imputato, attendo che sia fissata la data del processo. Al di là degli episodi di cui sono stato testimone, altri analoghi me ne sono stati riferiti da persone italiane e immigrate. Esiste un contesto generale di arbitri nel quale essi si inseriscono: la continua provocazione contro gli immigrati (per lo più senegalesi, cinesi e maghrebini) che vendono come ambulanti nella zona del mercato. Gli arbitri contro gli immigrati proprietari di negozi, specie nella zona di via Panicale e piazza del Mercato: vengono effettuati numerosi controlli nei negozi con il pretesto dell’igiene, controlli non estesi ai circostanti negozi di proprietà di italiani.

In alcuni casi i commercianti immigrati si sono visti sospendere la licenza per un paio di settimane a seguito di questi controlli o anche solo per essersi lamentati dei controlli stessi con i poliziotti che li effettuavano. Inoltre, si sono verificati due casi di ferimenti di immigrati in piazza del Mercato a seguito di risse. Mentre i soccorsi sanitari sono arrivati con oltre un’ora di ritardo dal vicino ospedale di Santa Maria Nuova, sono accorsi immediatamente e in numero spropositato carabinieri e polizia, che hanno preso a interrogare il ferito come se fosse egli stesso colpevole del reato subito.

9 luglio 2005

Questa mattina abbiamo distribuito il volantino «multilingue» per annunciare l’incontro che abbiamo organizzato per il 14 luglio al presidio-corteo di via Cavour (convocato dal Movimento Antagonista Toscano sulla base di: 1. No ai CPT in Toscana; 2. Questione dello sfratto dei richiedenti asilo somali; 3. no al razzismo, con riferimento ai fatti di San Lorenzo). C’erano parecchi immigrati (e pochi italiani) e il corteo si è mosso verso Palazzo Vecchio, dove una delegazione di somali ha chiesto un incontro con il sindaco. Poi siamo andati a volantinare alla chiesa avventista di via Guelfa (angolo via San Gallo), dove il sabato si riunisce un gruppo di rumeni. Accoglienza buona, abbiamo avuto modo di parlare con alcuni ragazzi e ragazze rumene. In generale interessati e pronti a raccontare episodi di abusi subiti (un ragazzo che lavora nell’edilizia lamentava di aver lavorato per mesi senza essere pagato e poi, quando è andato a riconsegnare gli attrezzi e ha chiesto lo stipendio, è stato anche picchiato. Ha sporto denuncia oltre un anno fa, senza esito per ora). Sono però molto pessimisti sulla possibilità di incidere sulla situazione. Abbiamo parlato anche con un signore che dovrebbe essere il pastore, che ci ha ringraziati e poi è passato a un’intensa opera di catechizzazione religiosa, ma ha colto l’elemento di «solidarietà». Hanno apprezzato lo sforzo della traduzione del volantino in rumeno.

La traduzione dei testi è fondamentale per mantenere un contatto costante con i vari gruppi di migranti. Nei prossimi giorni la distribuzione dei volantini continua nei negozi degli immigrati, nei call center, tra i banchi del mercato, ecc. Sono già stato in un paio di posti e hanno accettato volentieri di tenerli sul bancone o vicino alla cassa. La situazione nel quartiere non è affatto «pacificata». Il «nucleo antidegrado» dei vigili sta anzi agendo intensamente nella zona: vigili in divisa passano nelle strade dove i/le ragazzi/e immigrati/e vendono la merce; quando questi scappano, come al solito, intervengono nelle vie laterali dei vigili in borghese che effettuano fermi e arresti. Ne ho visti fare due di fermi negli ultimi tre giorni. Toni molto arroganti di alcuni vigili, sia pure senza abusi formali di rilievo. È evidente lo scopo di «tranquillizzare» i commercianti e comitato di zona, nonché – lo si può intuire dai toni che ho sentito usare – un certo intento vendicativo e manie di protagonismo da parte dei vigili.

17 luglio 2005

L’incontro su San Lorenzo del 14 luglio è divenuto di fatto un’assemblea pubblica, è stato caotico, conflittuale, ricco di spunti anche contraddittori. Niente di più arbitrario quindi che provare a dargli una struttura, a individuare un qualche filo conduttore. Non ho potuto prendere appunti durante l’incontro, la mia memoria è quello che è e molte considerazioni sono esposte in modo soggettivo (le citazioni tra virgolette non vanno prese alla lettera).

L’incontro è convocato per le 21. Arrivo un quarto d’ora prima. È giovedì pomeriggio, piazza Indipendenza è piena di filippini, seduti sulle panchine, sui prati. Ci sono molti bambini. Arrivano Laura e Paola, che mi dà le chiavi mentre continua a fumare la sua sigaretta. La sede della FLC-CGIL (già SNUR-CGIL) all’ultimo piano è deserta e buia quando entro. Apro le persiane e vedo che nel frattempo in piazza, vicino al portone e sulle panchine di fronte, comincia a radunarsi qualcuno. Riconosco amici-che e compagni-e a cui avevo inviato la mail il 30 giugno scorso. Cerco nelle stanze un pennarello e scrivo sul retro di un volantino: «L’incontro su San Lorenzo è all’ultimo piano. Suonare FLC SNUR-CGIL». Mi avvio giù per le scale per andare ad attaccare il foglio sul portone mentre stanno salendo dei ragazzi senegalesi. Quando mi riconoscono mi salutano. Sono una ventina, alcuni di loro li ho incontrati in strada nei giorni precedenti mentre vendevano. Qualcuno di loro porta con sé il cartone che usa come banco espositore della merce; nella stanza lo nasconderà dietro le sedie.

Nei pressi del portone ci sono persone che non conosco, riunite a gruppetto. Dai commenti capisco che non concordano con le posizioni espresse nel volantino di convocazione: «Intollerante chi?» sento dire a un signore «Mi sembra che siamo fin troppo tolleranti». Penso possano essere del comitato «Insieme per San Lorenzo», anche perché i manifesti appesi nel quartiere la notte precedente erano scomparsi già la mattina, tolti – l’impressione era questa – da chi non era favorevole all’iniziativa. Li invito a salire. Salgo anche io. Entrando nella sede, un ragazzo senegalese che porta un cappellino all’americana mi si presenta. È Mamadou Sall, segretario generale della comunità senegalese. Ha saputo dell’incontro da suo fratello, che fa l’ambulante a San Lorenzo, poi ha ricevuto conferma da Pape Diaw che – mi dice – «sta arrivando». Mi si avvicina un ragazzo italiano. Dice di essere un giornalista di Repubblica (e di conoscermi di vista, avendo frequentando il dipartimento di storia di via San Gallo). Gli chiedo come ha saputo della riunione e sembra stranamente impacciato nello spiegarlo: prima dice via mail, poi «forse attraverso un volantino». Sulla Repubblica del 15 luglio non ci saranno corrispondenze sulla riunione.

Una signora bionda, alta e magra si mostra molto spazientita per la mancanza di sedie nella sala e commenta: «Tanto per cominciare, bisognerebbe che loro [i senegalesi] si alzassero per far sedere noi». La sala – non molto grande – si è riempita, e per far spazio si spostano alcuni dei tavoli che ne occupano il centro. Un gruppo di persone rimarrà nell’ingresso antistante per tutta la riunione. A occhio, in tutto credo siamo una settantina. All’inizio avevo pensato a un incontro piuttosto ristretto e «operativo», per organizzare qualcosa di concreto; poi si è allargato e con la distribuzione del volantino la riunione è diventata una vera e propria – sebbene atipica – assemblea cittadina.

Si inizia alle 21.30, poco dopo l’arrivo di Pape con uno dei suoi figli. Introduco toccando due punti: a) quel che è accaduto il 29 giugno, cercando di sottolineare gli abusi sempre più frequenti delle «forze dell’ordine», e il problema dell’esistenza di un generale clima di intolleranza, che la stampa locale fomenta; b) provo a stimolare una discussione sul «che fare?». Quando finisco comincia il casino e la tensione sale, fino a sfiorar lo scontro. Il punto di maggiore attrito è la ricostruzione dei fatti del 29 giugno a borgo La Noce; particolarmente coinvolti sono Pape (che parla dopo di me) e la signora bionda, alta e magra. Pape riporta quanto ha visto personalmente quel pomeriggio (è arrivato sul luogo quindici minuti dopo l’inizio della vicenda) e quanto ha ascoltato dai sette testimoni (immigrati e italiani): un ragazzo senegalese che vendeva nella zona di borgo La Noce è stato fermato dai vigili; mentre viene ammanettato, comincia a urlare, attirando l’attenzione di un altro senegalese che fa l’operaio in un’altra zona della città; il ragazzo in manette viene colpito con un pugno da uno degli agenti di polizia accorsi nel frattempo (ci sono le foto di lui con il volto sanguinante); portato in ospedale, gli viene consegnato un referto con 6 giorni di prognosi; al poliziotto, illeso, viene data invece una prognosi di 7 giorni. Non c’è stata alcuna rissa, tanto meno una «maxirissa» come è stato detto invece dalla stampa.

Il racconto di Pape viene continuamente bloccato dalla signora bionda, alta e magra, che si presenta come una cittadina statunitense residente a Firenze. Diverse volte Pape le intima di non interromperlo. La signora ripete sempre lo stesso punto: vuole sapere se il ragazzo aveva o meno il permesso di vendita, se aveva il permesso di soggiorno, se era illegale, clandestino, se non sia un reato vendere merce contraffatta senza licenza, ecc. Il «confronto» continua anche tutto attorno a loro. Sento a un certo punto un signore (rimasto nell’ingresso e poi forse andato via) che dice riferendosi a Pape: «Io a quello lì gli sputerei in faccia».

Un compagno gli risponde: «Dai, sputa a me se hai il coraggio ». Pape continua a raccontare. Il 30 giugno, assieme a un altro rappresentante della comunità senegalese è andato in Questura per cercare un modo di superare la tensione nel quartiere. In quella sede hanno tra l’altro ripresentato una proposta già avanzata nel 1994-95 e mai messa in atto: individuare cinque luoghi in centro dove i venditori senegalesi potrebbero andare in gruppi di 5-10 persone, il che permetterebbe di alleggerire la concentrazione di venditori nell’area di San Lorenzo, con una cinquantina di persone in meno. «Ma questo», incalza un altro signore che si fa avanti dall’ingresso «vorrebbe dire che il Comune regolamenta qualcosa che è illegale?» Pape precisa che parecchi venditori – anche se non tutti – hanno non solo il permesso di soggiorno, ma anche la licenza di vendita. Ma ci sono problemi: la licenza è vincolata a determinati posti in determinati giorni e orari, ma spesso il proprio assegnato – nei mercati rionali o alle Cascine – è occupato da altri e perciò, per lavorare, ci si sposta per la città. Ci si sposta anche per lavorare meglio: per esempio il «mercatino etnico» che il Comune ha istituito in fondo al lungarno, nei pressi di ponte San Niccolò, è in un posto dove non passa nessuno.

Chi prende la parola, in genere, è in sintonia con la linea di chi ha convocato l’assemblea. Chi ha un punto di vista diverso, è difficile che lo esponga in interventi singoli, piuttosto commentano a voce alta o interrompono il discorso di chi sta parlando in quel momento. Proprio in questo modo, un signore di una certa età espone più volte la sua idea: «Firenze è ridotta a un troiaio», e segue la lista di strade in cui vengono lasciate bottiglie di birra, di luoghi in cui si orina, ecc. Le responsabilità di questa situazione sono attribuite a tratti agli immigrati – e introduce allora argomentazioni relative all’assenza di legalità e al degrado –, a tratti alle autorità politiche – che però «avendole votate, non possiamo che tenercele». Quindi conclude che un confronto come quello in corso è inutile, data l’assenza di quelle stesse autorità che, sole, possono modificare sia la situazione di degrado della città, sia le condizioni difficili esposte dagli immigrati. Appoggia dunque tutte le proposte che mirano a coinvolgere direttamente i consiglieri comunali e gli assessori. Altri – mi è parso di capire – pur non essendo contrari a incontri «istituzionali», ritengono che siano molto importanti degli incontri «dal basso», per favorire un cambiamento culturale profondo.

Ho trovato nel punto di vista di quel signore lo stesso atteggiamento contraddittorio che ho notato anche in molti membri attivi del comitato «Insieme per San Lorenzo», almeno per quanto ho avuto modo di vedere nella riunione alla quale ho partecipato e in successive iniziative pubbliche. Nel Comitato si inseriscono da un lato elementi di strumentalizzazione politica della situazione (da parte della destra, ma anche della Margherita e di settori dei DS che hanno a cuore un’idea repressiva di «sicurezza») e dall’altro posizioni ideologicamente (non solo genericamente) razziste. Il «botta e risposta» sul 29 giugno rende impossibile per diversi minuti dare la parola a una donna che l’aveva chiesta. Quando finalmente questo accade, la cede al marito accanto a lei, un uomo tra i trenta e i quaranta anni. Lui interverrà anche in seguito e nei suoi discorsi mi è parso di cogliere un significativo spostamento: in particolare, sul 29 giugno, è lui stesso a sintetizzare la differenza tra i fatti come si sono svolti e i fatti come sono stati raccontati dai media.

Dice infatti qualcosa tipo: «Se non fossi venuto qui stasera non avrei saputo come erano andate le cose, avrei pensato che i senegalesi fossero i responsabili di una rissa, mentre le cose sono andate al contrario». E l’essere entrato in questa ottica gli permette di ricollegare questa esperienza di abuso delle forze dell’ordine subita dai senegalesi a quelle che lui stesso ha subito e visto anni fa quando andava allo stadio. Proseguendo poi la discussione, di fronte ai racconti delle difficoltà vissute dai senegalesi nella quotidianità, giunge a sostenere che i senegalesi non sono affatto un problema. «Il problema», aggiunge, «sono quelli venuti dopo». Il riferimento è agli albanesi, ai filippini, agli «zingari». In sostanza, di fronte all’evidenza rispetto ai senegalesi (oltretutto lì presenti), riproduce la classica distinzione in immigrati «buoni» e «cattivi» (qui sulla base della nazionalità, e riferendosi a persone non presenti). Va detto peraltro che gli stessi senegalesi nel corso della riunione hanno insistito a presentarsi come un popolo di per sé estraneo all’illegalità e notoriamente non-violento.

Salvo nell’esercizio del diritto di autodifesa. Fa parte di questa ricerca di credibilità, mi pare, anche il riconoscimento da parte dei due responsabili della comunità senegalese (Pape ha dovuto andare via a un certo punto) della maleducazione e dell’effettiva esistenza del degrado quando si lasciano bottiglie di birra, di orina per strada ecc. E il conseguente impegno a fare qualcosa in questo senso, apprezzato dal signore che aveva parlato del «troiaio» fiorentino. Da un altro punto di vista, la distinzione tra immigrati «buoni» e «cattivi» e la difficoltà a presentare i senegalesi come «cattivi» era emersa con chiarezza sulla stampa locale nei giorni successivi al 29 giugno, fino al punto che un articolo cercava di mostrare come nella senegalese ci fosse stato negli ultimi anni un (fantomatico) cambiamento che l’aveva portata a essere di fatto una comunità «cattiva», coinvolta in loschi affari e nell’illegalità. Il discorso dei senegalesi sostanzialmente «buoni» e delle difficoltà ben maggiori con «quelli venuti dopo» è centrale anche nell’intervento della donna che in un primo momento aveva ceduto la parola al marito. Si presenta come cittadina residente a San Lorenzo e come agente di polizia municipale in servizio nel quartiere. Precisa quindi di trovarsi in una posizione particolare, avendo conosciuto alcuni dei senegalesi in strada. Racconta con franchezza l’assurdo giochetto quotidiano tra venditori e vigili: «io passo, tu togli la roba; io vado via, tu rimetti la roba», vera metafora dell’assurdità di un intervento repressivo sui fenomeni sociali complessi; b) della strutturazione generale del servizio della polizia municipale: «Ci fanno un culo così se, quando rientriamo dai giri di ispezione alla fine della giornata, non abbiamo fatto dei verbali e qualche fermo»; c) degli abusi delle forze dell’ordine in generale; d) i ritardi o l’omissione di soccorsi sanitari: cita casi in cui, nella zona della stazione, è stata chiamata l’ambulanza e i sanitari hanno chiesto del ferito: «italiano o immigrato?»; alla risposta «immigrato» non è arrivata l’ambulanza. Gli interventi dei rappresentanti della comunità senegalese spostano il centro della discussione dalla questione legalità/illegalità-degrado a quello delle concrete condizioni di vita dei senegalesi e del carattere xenofobo della legge Bossi-Fini sull’immigrazione. Mostrano situazioni molto concrete. In particolare, Mamadou sventola ripetutamente alcuni fogli che trattano di 55 ragazzi ai quali la Questura nega il permesso di soggiorno, in alcuni casi ripescando dei procedimenti giudiziari intentati contro di loro per la vendita di occhiali e altri oggetti «contraffatti». Per loro bisogna assolutamente fare qualcosa, quanto meno facendo pressione sulle autorità competenti. «Quello del permesso di soggiorno», spiega Mamadou, «è il livello politico della questione», quello che va sbloccato a livello nazionale e locale attraverso un’azione costante con i responsabili politici. Viene dunque ripetuto l’invito a moltiplicare gli incontri pubblici, coinvolgendo sistematicamente le autorità politiche e il Consiglio degli immigrati. Mamadou accenna a cosa vuol dire abitare in tredici in una casa («come fanno i ragazzi», dice indicandoli dietro di lui), spiega cosa vuol dire dove accettare qualsiasi lavoro per sopravvivere, per mandare i soldi in Senegal, per comprare qualcosa per sé.

«Nessuno dei ragazzi vuole stare al mercato per ore e ore a vendere, dovendo continuamente scappare dalla polizia, rischiando di essere arrestato. Con un permesso di soggiorno si potrebbe lavorare altrove, legalmente, come gli altri lavoratori. Molti già lavorano nelle fabbriche, nei cantieri edili. Ma quando il permesso di soggiorno non c’è, per varie ragioni, ecco che bisogna vendere al mercato, con tutto quello che ne consegue». «Non ci si può permettere di essere disoccupati neppure per periodi brevi», continua Mamadou, «perché il rinnovo del permesso di soggiorno è legato alla possibilità di dimostrare che si è lavorato continuativamente per tutto il periodo di soggiorno». Una compagna che interviene dopo suggerisce che se, per paradosso, le condizioni imposte dalla Bossi-Fini agli immigrati per avere il permesso di soggiorno (lavoro continuativo, casa di certe dimensioni, ecc.) fossero estese agli italiani, molti italiani non lo otterrebbero. Non si tratta solo di condizioni materiali: l’unica «accettazione» degli immigrati che sembra passare (una volta distinti tra di essi i «clandestini» dai «regolari») è quella della loro completa assimilazione, subordinata a un modello ideale e acritico di moralità e status economico che non esiste, non è raggiunto (né accettato) dalla maggior parte degli stessi italiani.

Senza contare che i criteri della Bossi-Fini in materia di contratto non hanno seguito la legislazione sul lavoro, che ha praticamente fatto fuori i contratti a tempo determinato o indeterminato. Verso la fine dell’assemblea prende la parola un ragazzo, con voce bassa: «Non sono senegalese. Vengo dal Sudan, dalla regione del Darfour. Voi conoscete la situazione nel Darfour. Sono richiedente asilo, ma lo status di rifugiato non mi viene riconosciuto. I senegalesi mi aiutano, a dormire sono con loro e di giorno loro “stendono il cartone per terra” per me. Così posso vivere. Ma il lavoro è quello della vendita in strada, con vigili e polizia che arrivano continuamente».

L’assemblea finisce verso le 23. Alcuni dei ragazzi senegalesi devono prendere l’autobus per tornare a casa. Il giorno dopo (15 luglio), passeggiando nel quartiere verso sera, ne incontro alcuni. Mi salutano, scherziamo un poco, poi chiedo loro cosa hanno pensato dell’assemblea. Restiamo d’accordo che ne riparleremo, gli dico che comunque è importante ora dare continuità a questa iniziativa. Lo stesso dico sabato mattina, 16 luglio, a Cornelio (detto «CoCo») e Daniel, due ragazzi rumeni che aspettano di entrare alla messa nella chiesa avventista all’angolo tra via Guelfa e via San Gallo, con i quali avevamo parlato sabato scorso durante il volantinaggio. L’assemblea non è finita alle 23 del 14 luglio, così come non era iniziata alle 21 di quel giorno.

Durante i volantinaggi abbiamo ascoltato e raccolto voci di residenti, di commercianti italiani, di immigrati e immigrate che all’assemblea non sono venuti. Molti immigrati ci hanno raccontato di abusi commessi contro di loro da parte di vigili e forze dell’ordine, ma anche delle condizioni di lavoro, del problema dell’affitto. Avevamo anche potuto cogliere le notevoli differenze di percezione che della situazione del quartiere e della condizione di immigrato in generale hanno i singoli individui, indipendentemente dall’appartenenza a una o all’altra comunità: un pakistano proprietario di un call center in piazza del mercato centrale e di un altro in una via vicina, si è detto sostanzialmente soddisfatto della propria condizione economica; sulla questione degli interventi della polizia poi, comparando l’operato degli agenti italiani a quello della polizia pakistana – molto violenta, ma lui l’apprezza –, lamentava uno scarso impegno delle forze dell’ordine italiane contro quegli immigrati presenti in piazza (nigeriani, maghrebini, ecc.) che lui considera sfaticati e nocivi per i suoi affari (sta pensando di trasferirsi). Esponeva dunque un punto di vista simile a quello di altri commercianti (italiani e iraniani) presenti nella zona.

Il volantinaggio «multilingue» è un’azione da continuare. In un contesto «normale», la traduzione è un mero strumento per favorire la comunicazione. Qui diventa anche marcare una differenza politica, culturale, umana con quella mentalità razzista diffusa che troppo spesso si manifesta. È affermare una modalità radicalmente altra di rapportarsi a questi fenomeni. Quei venticinque agenti di polizia che nell’agosto 2004 hanno circondato due ragazzi nigeriani in via Panicale, gli gridavano sul viso: «Qui siamo in I-ta-lia, in Italia si parla l’i-ta-lia-no. Tu perché cazzo non parli l’italiano».

29 luglio 2005

In questi giorni è praticamente impossibile per i senegalesi (e anche maghrebini e cinesi) vendere per strada nella zona tra il mercato centrale e ponte Vecchio. Di solito sono oltre un centinaio a vendere in quella zona, ma ora ci sono turni di poliziotti, carabinieri, guardia di finanza e vigili per impedire la vendita. Non vogliono neanche più che i senegalesi vadano in giro con i cartoni chiusi in mano. Grave problema per i ragazzi, che devono pur continuare a sopravvivere. Molti di loro vivono lontano (Empoli, Pontedera, Pisa), vengono e poi non riescono a lavorare. Si è verificata una sovrapposizione tra la questione degli ambulanti e la situazione internazionale. Per la «protezione degli obiettivi sensibili» nel centro storico sono presenti in zona molti agenti che di fatto sono poi impiegati per pattugliare contro gli immigrati. In questo clima, continuano i casi di abusi. L’ultimo di cui si ha conoscenza risale a pochi giorni fa, quando in borgo San Lorenzo un poliziotto ha dato un calcio a un ragazzo senegalese per costringerlo ad andare via.

La scorsa settimana c’è stato un incontro tra i responsabili della comunità senegalese e due assessori. Cioni ha respinto l’idea di decentrare un certo numero di venditori nel centro storico e ha ribadito che non devono vendere nella zona. Ha annunciato che in un successivo incontro «previsto per settembre, ma la data non è stata fissata» farà delle proposte (probabilmente un ampliamento del mercatino multietnico). Una proposta l’ha già fatta, relativa a quelli che definisce «mediatori culturali». La stampa ha ripreso la cosa come fosse un gesto di apertura del Comune, si tratta in realtà di persone senegalesi che nell’idea di Cioni dovrebbero affiancare le forze di polizia per dire agli altri senegalesi che vendono di andare via. Mamadou ha fatto presente a Cioni che nessun senegalese accetterà una cosa del genere.

19 agosto 2005

Venerdì 12 agosto c’è stata in tutta Italia una vasta operazione di polizia che ha avuto come «obiettivi sensibili» (li chiamano così) internet point e centri di telefonia gestiti o di proprietà di cittadini immigrati. Pare siano stati effettuati 700 controlli dei permessi di soggiorno e un centinaio di persone sono state fermate. Questa ulteriore stretta su questo tipo di negozi gestiti da immigrati è stata motivata con il fatto che il fratello del ragazzo eritreo sospettato di aver organizzato uno degli attentati di Londra è proprietario di un centro di telefonia nei pressi della Stazione Termini a Roma.

Nei giorni immediatamente successivi agli attentati di Londra è passato (con l’avallo di una parte considerevole del centro-sinistra) un nuovo «pacchetto sicurezza» – una volta si sarebbe detto «leggi speciali» – che prevede tra l’altro: prolungamento a 24 ore del fermo di polizia; b) prelievi forzosi di saliva e dna; c) poteri di perquisizione e fermo attribuiti all’esercito (anche se non sono stati estesi all’esercito tutti i poteri di polizia giudiziaria); d) inasprimento delle pene per chi si copra il viso con caschi e foulard; e) espulsioni più rapide; f) permessi di soggiorno come premio per chi collabora; g) controlli su internet point e centri di telefonia gestiti da immigrati; h) introduzione di un nuovo «reato di terrorismo». Dal 1° settembre entrerà in vigore una nuova legge che impone a tutti i centri internet di conoscere le generalità degli utenti/clienti e di conservare memoria di tutti i siti visitati da ciascun computer per un periodo di due mesi. In questo clima, il 9 agosto, la Cassazione ha annullato una sentenza milanese, stabilendo così che l’espulsione «in gruppo» di stranieri privi di permesso di soggiorno non viola il principio europeo del divieto di espulsioni «collettive».

A Firenze, il 12 agosto i controlli e i fermi sono stati effettuati nelle zone di Sant’Ambrogio, Santa Croce, San Lorenzo, via Palazzuolo e via della Scala, borgo San Frediano. Un giro dei negozi – ci siamo concentrati soprattutto nella zona via Panicale, via Guelfa, via dei Ginori, via Faenza – e colloqui avuti con gli immigrati ci hanno permesso di ricostruire con maggiore dettaglio quanto avvenuto intorno al 12 agosto.

Non tutti i negozi di telefonia e di internet gestiti da immigrati sono stati oggetto dei controlli, mentre in alcuni gli agenti si sono limitati a una rapida occhiata nel negozio. In San Lorenzo sono stati coinvolti agenti di polizia, mentre i carabinieri hanno partecipato all’operazione in San Frediano, svoltasi anche nella giornata di sabato 13 agosto. In entrambi i casi, alcuni agenti erano in borghese. Per quanto riguarda il numero di poliziotti coinvolti, nella zona di via Faenza gli immigrati parlano di quattro agenti ai quali se ne sono aggiunti altri quattro in seguito.

Gli agenti sono entrati nei negozi attorno alle ore 15, hanno bloccato per due ore circa le uscite di ciascun negozio e hanno controllato i documenti relativi agli esercizi e quelli di identità di tutti i presenti (proprietari, gestori, lavoratori e clienti). In via Faenza un agente in borghese faceva entrare nuovi clienti ma non permetteva di uscire. Come più di un immigrato ha notato (anche gestori di negozi non controllati durante l’ultima operazione), tali modalità sono utilizzate regolarmente da agenti della Guardia di Finanza nei confronti dei negozi (anche di alimentari) gestiti da immigrati. Ovunque gli agenti hanno usato modi arroganti. Sono stati portati in Questura e successivamente rilasciati in serata un ragazzo cingalese da un centro telefonico in via Taddea e due (non si sa di che nazionalità) da un negozio internet di via Faenza. I controlli più pesanti sono avvenuti in via Panicale, dove i poliziotti hanno passato tutti i negozi di telefonia e internet; hanno anche provato a entrare nel negozio di kebab ma hanno desistito di fronte alle proteste dei gestori (pakistani). Da un centro di telefonia e da un centro internet di via Taddea sono stati portati in Questura almeno una decina di immigrati con l’utilizzo di tre mezzi della polizia (non delle autovetture, ma dei «pullman», secondo quanto affermano gli immigrati presenti, probabilmente dei cellulari).

Nell’internet point di via Panicale gestito da una famiglia di cittadini rumeni, al momento dell’operazione era al banco un ragazzo marocchino di ventitre anni, fidanzato della ventenne rumena comproprietaria del negozio. Quest’ultima è incinta di sei mesi e il/la bambino/a è figlio del ragazzo. Il ragazzo ha dato ai poliziotti i documenti del negozio, risultati in regola. Non aveva però con sé i suoi documenti (è arrivato in Italia circa sette mesi fa con visto turistico). Mentre già i controlli erano in corso, è arrivata la ragazza e il padre della stessa, ai quali gli agenti si sono rivolti con tono arrogante e hanno detto che comunque il ragazzo veniva portato in Questura per prendere le impronte digitali e per le foto segnaletiche e sarebbe poi stato rilasciato. È stato così portato via assieme agli altri. Il ragazzo marocchino non è stato però rilasciato: è stato portato nel CPT di Bologna, come è stato comunicato alla compagna solo nella serata di sabato dietro sua insistenza (si era sostanzialmente accampata sotto la Questura).

Dall’interno del CPT di Bologna, il ragazzo riferisce che un altro ragazzo (di cui ad oggi non si sa però nulla) è stato portato via dalla Questura con lui. Non sa dire però se si trovi nello stesso CPT o altrove. Attualmente il ragazzo marocchino si trova nel CPT di Bologna. Il suo telefono cellulare è stato sequestrato al momento dell’ingresso (e non gli vengono consegnati i vestiti portatigli a quanto pare dalla ragazza), ma riesce comunque a comunicare più volte al giorno con la ragazza tramite i cellulari di altri internati. Descrive una situazione di totale invivibilità del CPT, sovraffollato e gli arrivi si susseguono senza sosta. Ha riferito tra l’altro di un gruppo di cittadini rumeni portati lì alcuni giorni fa che sono attualmente in sciopero della fame: vivevano sotto un ponte e, colti da un temporale e da una specie di alluvione, hanno chiamato i vigili urbani che invece di portare loro assistenza hanno a loro volta chiamato i carabinieri che li hanno fermati e portati nel CPT, pur essendo in possesso di un visto turistico della durata di tre mesi tuttora valido.

Per garantire la difesa legale, la ragazza e i suoi genitori hanno provato a contattare un’avvocata che già conoscevano, ma è fuori città. Sono allora andati in giro per le strade e, suonando letteralmente a tutti i campanelli di studi legali che hanno incontrato, sono riusciti a trovare una legale (penalista). Quest’ultima ha, come prima cosa, chiarito che la parcella era pari a 500 euro e successivamente ne ha chiesti altri 400 per recarsi ha Bologna (cosa che ha fatto, accompagnata dalla ragazza) e per l’atto di impugnazione del fermo nel CPT. Tali somme sono state già versate dal padre della ragazza, nonostante le difficoltà economiche nelle quali versa la famiglia. Il 23 agosto all’avvocata fiorentina è stata revocata la nomina. Benché si sia saputo che non ha fatto nulla per il ragazzo (neppure l’impugnazione), ha continuato a chiedere soldi e si è mostrata molto infastidita per la revoca.

Attualmente la difesa legale del ragazzo è garantita da Andrea Ronchi, un avvocato «di movimento» bolognese, nominato ieri stesso e che oggi incontrerà la ragazza a Bologna. Descrive senza mezzi termini la situazione come «disperata», ma allo stesso tempo sta cercando di individuare delle strategie di intervento, consistenti sostanzialmente nel legare il ragazzo al bambino. Questo potrebbe essere fatto a quanto pare in due modi: a) celebrando il matrimonio tra i due ragazzi all’interno del CPT di Bologna, utilizzando un articolo della legge sul matrimonio (che prevede dei matrimoni di emergenza). È una strada che l’avvocato ha già percorso in passato e che i due ragazzi sarebbero felici di intraprendere. b) Utilizzare la legge sulla fecondazione assistita, che prevede dei diritti del feto, tra cui quello di avere entrambi i genitori e altro.

L’avvocato e il ragazzo decideranno nei prossimi giorni la linea da adottare. Ma rimane elevatissimo il rischio di espulsione. L’espulsione che avrebbe conseguenze molto gravi, anche al di là del trauma immediato: risulterebbe difficile al ragazzo riconoscere il figlio dal Marocco; sarebbe imposto il divieto di rientro in Italia per cinque anni e ogni tentativo di nuovo ingresso comporterebbe automaticamente il reato di «immigrazione clandestina» e dunque la carcerazione prima dell’ulteriore espulsione. La famiglia della ragazza è arrivata in Italia nel 1992. Lei ha frequentato le scuole a Firenze. Tutti i componenti della famiglia sono in procinto di chiedere la cittadinanza italiana. Nonostante le grandi difficoltà iniziali (la ragazza ricorda di quando dormiva alla stazione di Santa Maria Novella), hanno ora acquistato la casa nella zona di via Baracca (periferia sud-ovest) e il negozio di via Panicale. Gli affari non vanno molto bene, tanto che la madre ha ripreso a lavorare come addetta alle pulizie in un albergo a Firenze Certosa (aveva già lavorato in una cooperativa di pulizie).

Il ragazzo marocchino è diplomato perito informatico e aiuta nel negozio, naturalmente in nero. Abita in casa con la famiglia della ragazza, che si compone anche di altri fratelli e sorelle. Il ragazzo è anche in contatto con i genitori in Marocco e sembra che soprattutto la madre stia parecchio male. La famiglia del ragazzo pare sia di condizione relativamente agiata. Entrambi i ragazzi (lei nonostante la gravidanza) hanno perso molto peso negli ultimi dieci giorni.

13 settembre 2005

Aggiornamenti sulla situazione nel quartiere (centro storico).

1° settembre: all’angolo tra via Guelfa e via Panicale c’è stato un accoltellamento, presumibilmente legato allo spaccio nella zona. Alcuni ragazzi (forse tunisini) hanno accerchiato un altro e poi l’hanno inseguito fin dentro il bar all’angolo. Poiché il ragazzo si è fatto scudo con il proprietario del bar, quest’ultimo è stato ferito, per fortuna di striscio. La scena è stata vista da molte persone, anche perché è avvenuta alle 19.30. 12 settembre: all’angolo tra borgo de’ Greci e piazza Santa Croce, almeno quattro poliziotti in borghese e una macchina della polizia hanno improvvisamente cominciato a rincorrere i ragazzi (soprattutto marocchini e cinesi) che vendevano stampe e disegni in zona.

A quanto pare sono riusciti tutti a scappare, ma la situazione ricorda il continuo uso della repressione rispetto alla situazione ben più complessa della vendita. Alcuni ragazzi marocchini che abbiamo incontrato mentre tornavano in piazza Santa Croce dopo essere scappati, hanno parlato di queste come situazioni costanti, che accadono anche più volte al giorno. Hanno detto anche che la multa prevista ammonta a migliaia di euro (che nessuno paga, peraltro), oltre a quello che può derivare da un fermo di polizia.

15 settembre 2005

Il ragazzo marocchino che era stato preso da via Panicale nel corso della retata del 12 agosto e internato nel CPT di Bologna dal giorno successivo, è stato espulso ieri notte. È stato prelevato verso le 4.30 (di notte) di mercoledì14 dal CPT assieme ad altri, portato a Milano, poi imbarcato per il Marocco. Pare abbia sostato a Casablanca, forse in un centro di detenzione, prima di essere finalmente rilasciato nella tarda serata di ieri. Verso mezzanotte di ieri la sua compagna (ormai al settimo mese) mi ha mandato un sms dicendo che lo aveva sentito – dopo averne perso le tracce per un giorno intero, praticamente un sequestro nel sequestro. Non ha subito alcuna violenza per fortuna, e pare stia relativamente bene (ma ha perso oltre dieci chili nel mese trascorso nel CPT).

Secondo i racconti di alcuni ragazzi internati con lui a Bologna, la sua espulsione potrebbe essere una specie di ritorsione per quanto accaduto il giorno precedente. Il ragazzo, infatti, conoscendo la lingua francese, aveva cercato di aiutare un ragazzo senegalese che aveva problemi cardiaci ma non veniva assistito dai responsabili del CPT.

L’espulsione non blocca l’iter giudiziario, né dovrebbe influire su di esso. Il momento decisivo resta l’udienza dal giudice di pace fissata per la mattina di lunedì 19 settembre. Se il giudice riconoscerà i motivi dell’impugnazione sarà comunque possibile arrivare quantomeno all’eliminazione del divieto di ritorno in Italia per 10 anni (e per 5 anni dall’«area Schengen»). Ieri mattina, due carabinieri in divisa appostati all’altezza dell’ingresso posteriore degli uffizi (lato via de’ Neri) si prodigavano in controlli sistematici dei documenti di tutti gli immigrati (non turisti) che gli capitavano a tiro (lo so, non è quello che si dice una descrizione distaccata degli eventi, ma li avreste dovuti vedere). Una famiglia di peruviani, un rom rumeno, due nigeriani, un senegalese… Con toni indescrivibili. Due cinquantenni italiani – uno lo conosco di vista, è di Rifondazione – commentavano su quanto criminali sono i rumeni, concludendo che i «no global» sono la rovina della sinistra.

20 settembre 2005

Ieri l’udienza è andata male: il giudice di pace ha respinto tutte le motivazioni di impugnazione dell’espulsione e ha confermato i dieci anni di divieto di ingresso in Italia e i cinque nell’area Schengen. Magari uno si immagina il giudice come un uomo arcigno incattivito con gli immigrati e si ritrova invece un burocrate che ascolta impassibile (ma proprio impassibile, stando ai racconti di chi c’era) l’avvocato per mezz’ora e per un’altra ora e mezza affonda la testa tra pile di codici e regolamenti, per estrarre infine la formula che distrugge la vita di tre persone per un bel po’ di anni. Salvo poi accompagnarla con quelle frasi di circostanza e paternalistiche stile «mi dispiace, delle volte la vita è dura». Lo fa lui e lo fa la funzionaria della prefettura (pare peraltro una delle «migliori»), pure lei scissa tra «ruolo» e «sensibilità».

Ad ogni modo, niente da fare: la legge è così sbilanciata contro gli immigrati che una sua interpretazione alla lettera offre una infinità di appigli formali per giustificare espulsioni, cpt ecc. L’avvocato bolognese continuerà a seguire il caso. Il prossimo passo non può che essere il matrimonio tra Aby e Alice, da celebrare in Marocco o altrove. Infatti, se il legame tra di loro fosse stato sancito da un matrimonio l’esito sarebbe stato diametralmente opposto. Ecco altri risvolti delle recenti discussioni sulla famiglia e il matrimonio in Italia, e sulla libertà di scelta individuale in una società liberaldemocratica.

25 settembre 2005

Breve notizia appresa durante il presidio di ieri contro la guerra in Irak. Un gruppo di trenta ragazzi fuggiti dall’Eritrea dopo aver disertato si trovano ora a Firenze. Poiché viene loro negato lo status di profughi, dormono e vivono per strada. Corrono il rischio di essere espulsi da un momento all’altro, non senza passare prima da un CPT. Il 1° ottobre alle ore 18 in piazza Strozzi è previsto un comizio del leghista di governo Borghezio (quello che dice che bisognerebbe sparare sulle navi degli immigrati). Protestano contro la costruzione della moschea a Firenze. Nel volantino c’è un fotomontaggio: si vede lo scorcio di via de’ Cerretani, dalla stazione di Santa Maria Novella, con la moschea di Istanbul sullo sfondo a sovrastare la cupola del duomo; in primo piano un manifesto elettorale con uomini barbuti stile Bin Laden che dicono «Vota comunista». Ci mobiliteremo contro il comizio.

29 settembre 2005

Stasera c’è la riunione del gruppo «la voce migrante». Ieri mattina due carabinieri hanno pazientemente tolto tutti i volantini che abbiamo attaccato sui muri del quartiere San Lorenzo martedì pomeriggio. Da ieri ricevo telefonate di insulti e minacce sul mio cellulare.

5 ottobre 2005

Mercato centrale, ore 14.00 circa

Stiamo mangiando dal messicano sotto i portici di via Panicale. Sentiamo delle grida, poi altre un paio di minuti dopo, seguite questa volta da una sirena della polizia. Facciamo un giro e capiamo che è successo qualcosa all’interno del mercato centrale, nei pressi dell’ingresso di via dell’Ariento. Probabilmente una rissa. Seguiamo un tipo della digos che ferma la macchina in via dell’Ariento ed entriamo all’interno del mercato. Ci sono dei feriti: un uomo e un ragazzo. Sono sul posto tre-quattro vigili e parecchi poliziotti in borghese, poi arrivano anche alcuni carabinieri (il proprietario del bar interno vicino a dove si sono svolti i fatti lamenterà che per venti minuti non è arrivato nessuno).

Da quello che riusciamo a capire, alcuni uomini (probabilmente quattro), definiti dai presenti «i palermitani» si sono picchiati all’interno del mercato. Nel dividerli, o forse perché direttamente attaccati dai «palermitani», sono rimasti feriti anche alcuni negozianti del mercato. I «palermitani» (sono muratori che ora fanno anche «altro», ci dirà un uomo più tardi) hanno usato una scala e forse un tavolinetto come armi di aggressione. Ci infiltriamo nei capannelli formati da commercianti, residenti e forze dell’ordine. I commenti aggressivi dei presenti riguardano inizialmente i «palermitani», contro i quali si dispiega un tipico immaginario e vocabolario antimeridionale (usato anche da uno che dice la classica battuta: «Per carità, sono siciliano anche io»).

Proprio perché «palermitani» vengono considerati particolarmente pericolosi e vendicativi, si temono rappresaglie ai danni dei commercianti che hanno assistito alla rissa e che sono intervenuti per pacificarli. «Questa è gente pericolosa» è il commento diffuso, lo sentiamo dire prima da una signora e poi anche da altri. Ma nel giro di poche battutte il clima di pericolo e disordine che si respira nel mercato, nel quartiere e in tutta la città viene attribuito dai commercianti/residenti e dalle forze dell’ordine alla presenza degli immigrati nel quartiere. Si intende immigrati «extracomunitari» che nei fatti appena accaduti non hanno avuto alcun ruolo.

I commercianti/residenti chiedono un pattugliamento più massiccio all’interno del mercato e nelle zone circostanti. Quello che si presenta chiaramente (sia pur in borghese) come il responsabile di piazza della polizia si mostra d’accordo: «Questa è gente da mandare via» afferma con l’aria sconsolata di chi ritiene insufficienti le espulsioni effettuate e le risorse a disposizione per effettuarle. Spiega dal suo punto di vista le difficoltà organizzative: ci sono in zona tre pattuglie, una per gli «ambulanti abusivi», una per il Canto dei Nelli (che capiamo essere considerata una strada particolarmente pericolosa ma non riusciamo capire perché) e un’altra non si capisce bene per cosa. «Se ne chiamiamo altre in zona, le togliamo da fuori» conclude sconsolato. I presenti annuiscono. Il funzionario di polizia insiste particolarmente sul fatto che ci sono dei «soggetti» che devono essere assolutamente allontanati. Fa riferimento esplicito ai rom rumeni che stazionano spesso in piazza mercato centrale, che lui però identifica come «rumeni, ungheresi, bulgari». Tutto il suo seguito di agenti in borghese concorda, insieme ai residenti/commercianti, sul fatto che devono essere incrementati i controlli e i pattugliamenti. A questo punto la collaborazione tra forze dell’ordine e commercianti/residenti è massima, parlano la stessa lingua. I commercianti chiedono un lavoro di controllo costante sul territorio: «Più polizia, è l’unica soluzione» – dice uno con la faccia di chi riflette tra sé e sé e ritiene di esporre una verità evidente; «Bisogna fare pulizia» aggiungono altri due. Nel discutere, uno dei commercianti precisa peraltro: «Per carità, le operazioni che fate ogni tanto sono importanti, anzi, se vi serve una mano». Parlano addirittura di «collaborare» nell’identificazione degli immigrati, in modo da dare un segnale forte di controllo del territorio.

D’altro canto, fanno un non velato riferimento a ronde autonome che potrebbero «essere costretti» a organizzare in zona: «Noi non vorremmo che succeda un carnevale, ma se serve», dice uno. La necessità di ronde viene citata anche come difesa da eventuali ritorsioni dei «palermitani», dei quali di tanto in tanto si ricordano, anche per la sollecitazione di una ragazza del mercato, sorella di uno dei feriti. Davanti a queste proposte di ronde e collaborazione, i poliziotti non si scompongono minimamente e apprezzano anzi la buona volontà di questi che si presentano come onesti cittadini, bravi lavoratori troppo spesso danneggiati nello svolgimento del loro lavoro. Nella sostanziale unità che si è costruita tra agenti e residenti/commercianti gioca infatti una ideologia di fondo basata sulla raffigurazione di se stessi (poliziotti e commercianti) come onesti lavoratori che si svegliano prestissimo la mattina e lavorano sodo, e, per contro, degli immigrati (palermitani o «extracomunitari» che siano) come scansafatiche e pericolosi. Arriva un vigile e invita due o tre delle persone presenti alla rissa a recarsi alla sede di via delle Terme per sporgere querela sull’accaduto. «Il tempo di chiudere i banchi» gli dicono. L’ultimo capannello si scioglie con un ragazzo che dice ad altri due-tre, con evidente riferimento all’idea delle ronde: «Se serve, io ci sto». Ce ne andiamo avviliti e impauriti.

6 ottobre 2005

Due genitori al questore e al prefetto, dopo la carica ai manifestanti di sabato 1° ottobre Assieme a mia moglie abbiamo deciso di partecipare, con i nostri figli, alla manifestazione degli studenti di sabato 8 ottobre alle 16 in piazza Repubblica. Sabato scorso non è successo nulla a paragone di quello che accadde a Genova e il nostro pensiero è andato in particolare ai genitori di Carlo. Riteniamo però che nemmeno quel che è successo la settimana scorsa vada taciuto. Per questo abbiamo scritto una lettera aperta a Questore e Prefetto e vorremmo distribuirla come un volantino sabato prossimo. Ci farebbero piacere suggerimenti e consigli e sapere se val la pena fare una cosa del genere.

Lettera aperta al questore e al prefetto di Firenze

[…] Siamo i genitori di una ragazza di diciassette anni che sabato 1° ottobre ha assistito alla carica della polizia nei confronti di alcuni ragazzi dopo il comizio di Borghezio, esponente della Lega. Crediamo che nostra figlia fosse in quella piazza anche per nostra responsabilità: assieme abbiamo cercato di insegnare ai nostri figli i valori più profondi in cui crediamo si debba fondare la vita personale e collettiva. Fra questi ci sono il rispetto assoluto per l’essere umano, il riconoscere il valore unico e irripetibile di ogni individuo, la consapevolezza che la diversità tra i singoli non può essere mai ragione di discriminazione, di disuguaglianza, di disprezzo; anzi, che le differenze sono lo spessore che fa dell’umanità una specie diversa dai gasteropodi o dai batteri. Crediamo sia stato anche per questo che nostra figlia fosse in piazza lo scorso sabato per esprimere la sua contrarietà agli atteggiamenti apertamente razzisti e xenofobi del signor Borghezio. Se fossimo stati in città saremmo stati anche noi a testimoniare il nostro dissenso alla sua predicazione di odio e di razzismo.

Nostra figlia ci ha raccontato quello che è successo. Noi le crediamo. Ci ha detto che al termine del comizio, mentre tutti si stavano lentamente allontanando, solo una trentina di studenti erano rimasti lì; alcuni poliziotti hanno detto a singoli di spostarsi ed hanno cominciato a spingere con gli scudi. Un ragazzo in prima fila è inciampato ed è caduto in terra. Da quel momento è iniziata la carica a suon di manganelli. Ci ha raccontato dei ragazzi colpiti, di uno di loro ferito alla testa, sanguinante. Queste cose ce le ha raccontate a occhi sgranati e increduli, stupiti. […]

Da un compagno

Non ero presente alla carica perché ero in piazza Repubblica con il resto del presidio. Sono stato però in contatto telefonico costante con dei compagni che erano andati dalla parte di via Tornabuoni (manganellati anche loro alla fine, uno mandato all’ospedale e ora con dieci punti in testa) e mi raccontavano «in tempo reale» i loro sforzi per proteggere il presidio da atteggiamenti sempre più provocatori della polizia messi in atto già prima della carica. Tra l’altro, anche in piazza Repubblica, a corteo completamente finito, avendo detto al megafono che era sciolto ed essendo ormai rimasti in una quindicina a chiacchierare del più e del meno in capannelli di amici, i carabinieri si sono calati inspiegabilmente i caschi e si sono nuovamente schierati come per prevenire chissà quale imminente pericolo.

Circa cinque-dieci minuti dopo la carica sono poi arrivato sul luogo in cui era avvenuta. Ho visto i volti increduli e impauriti dei/lle compagni/e, ne ho ascoltato i racconti, ho visto il compagno ferito alla testa nell’ambulanza. Ho visto anche – siamo stati/e tutti/e costretti a vedere – l’autentica provocazione che ha seguito la carica, con almeno quindici camionette piene di poliziotti e carabinieri che, lasciando piazza strozzi, hanno sfilato una dopo l’altra, lentamente, davanti ai compagni e alle compagne che essi stessi avevano da poco manganellato. Non limitandosi peraltro a passarci davanti, ma «salutandoci» ironicamente da dentro le camionette, facendo gesti di ogni tipo (dito medio sollevato, mani come per dire «vi rompiamo il culo») e gridando anche frasi oltraggiose. Infine, da quello che so e come potranno confermare altri/e compagni/e, due agenti di polizia in servizio all’ospedale di Torregalli e due agenti della digos (in borghese) giunti lì appositamente, hanno identificato in ospedale il compagno che è stato ferito in piazza. Vorranno anche denunciarlo?

10 ottobre 2005

Si chiama Meribel, è cittadina peruviana. È sposata con un ragazzo peruviano, «Giovanni», che vive anche lui a Firenze e con cui sono in contatto da ieri mattina. Il matrimonio è stato fatto in Perù e non è stato ancora registrato in Italia. Hanno due figli, non so se qui in Italia o in Perù, credo comunque minorenni, visto che i genitori dovrebbero avere una trentina di anni.

Tre giorni fa circa Meribel e Giovanni hanno fatto un incidente con il motorino. Sono entrambi feriti e hanno necessità di cure. Lui aveva il patentino scaduto e anche il permesso di soggiorno scaduto. Lei non ha mai avuto i documenti, è completamente «clandestina» ma da diverso tempo vive a Firenze, dove ha svolto ogni tipo di lavoro. A seguito dell’incidente, Meribel è stata presa e portata nel CPT di Bologna (dove è quindi da tre giorni). Comunica via cellulare con il marito. Inutile dire che è molto spaventata. Stamattina alle 10 dentro il CPT è stato confermato l’ordine di trattenimento nel centro. Andrea Ronchi (l’avvocato bolognese che ha seguito anche il ragazzo marocchino) ha preso il caso ieri sera. È stato già stamane nel CPT e ha parlato con Meribel. Ha trovato che le condizioni fisiche della ragazza sono incompatibili con lo stato di detenzione. Su questa base cercherà di farla uscire. Per farlo, sarà necessaria la perizia di un medico esterno, dato che quello che lavora nel CPT gli ha detto, testuali parole: «Tanto, malata dentro o malata fuori cosa cambia?».

 
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