Left 7/8 maggio

Nel 2005 ci sono molte buone ragioni per scegliere di operare senza copyright o, come avviene più spesso, utilizzando un regime di protezione più libero e flessibile. Da un lato si è capito che la creazione, l’arte, non è un gesto singolo e scollegato dal resto del mondo; anzi, è vero esattamente il contrario: si copia, ci si ispira, si aderisce ad uno stile. E ci si è resi conto che l’eccessiva protezione può effettivamente tarpare le ali a interi fenomeni musicali, com’è stato per la sampling music. Ma dall’altro ci si sta rapidamente accorgendo che il copyright tradizionale, nato per proteggere le opere dell’ingegno, a volte ne impedisce la diffusione. Un eccellente esempio di sospensione del © da parte dell’industria è l’invio di CD promo alle radio nella speranza che li trasmettano. Perfino se poi c’è scritto sopra “E’ vietata la radiodiffuzione non autorizzata”, nessuna casa discografica accuserebbe una radio di aver trasmesso una canzone (e nemmeno di averci appiccicato in coda uno spot, sfruttandone l’effetto traino): si sospende il © in cambio di promozione.

E’ una questione complessa e spinosa, nella quale spesso ci si trova a impersonare ruoli contraddittori: i discografici si ergono a difesa dei diritti degli artisti (sarebbe il primo caso in assoluto; di solito li spolpano) che da parte loro, invece di gioire del fatto che la loro musica circola in numeri inauditi (com’è stato per Napster), si mettono a denunciare i loro fans, a firmare appelli contro la pirateria (che non c’entra niente col P2P), a fare i Supercreativi della loro Macarena copiata. In questa gazzarra a volte indegna, ma spesso solo patetica, la buona notizia arriva - come spesso accade - dal basso. Anche la musica è cambiata: oggi con la musica elettronica non esiste più l’ascoltatore passivo. Chi l’ascolta la fˆa anche, la maneggia, la rimonta, la suona come dj, la riproduce, la clona, ne produce di propria. Questo fenomeno, nato con l’estetica punk (e prima ancora col mito della chitarra negli anni ‘60), oggi è la norma: in rete ci sono milioni di ore di musica elettronica che aspettano solo di essere ascoltate, i cui autori desiderano ardentemente che questo accada. E non solo; vogliono che circoli, che sia condivisa, scaricata e diffusa: dopotutto sono musicisti, non dovrebbero desiderare esattamente questo?

Quindi c’è una generazione per cui il copyright è la Siae che gli impedisce di mettere la propria musica online (se si è iscritto), che gli chiede il bollino per un demo da regalare alla zia. E’ la ragione per cui non può usare quel campionamento dei Beatles, che se poi lo beccano lo spellano vivo, o mettere sul sito la sua cover di “Scalinatella”. E’ una cosa odiosa, insomma, che non ha alcun vantaggio: non rende (agli esordienti), costa, imbriglia, impedisce, depotenzia.

Questa problematica così moderna si innesta su una realtà, quella del no © come posizione politica, che in Italia esiste da almeno trent’anni. La libera diffusione dei saperi è sempre stato uno degli slogan dei movimenti, e la generazione cresciuta col web si è subito connessa con queste realtà. Lo straordinario fermento che c’è intorno ad autistici/inventati (ambedue .org) parla chiaro, e la questione del Free Software e del mondo Open Source (versioni tecnologiche del no © o meno ©) è un ulteriore elemento di un paesaggio che si fa di mese in mese più affollato, una sorta di realtà separata che, abbandonato qualsiasi contatto con l’industria discografica multinazionale, impantanata in un secolo che ormai non è nemmeno più quello scorso, veleggia verso l’ignoto con balda incoscienza.

E’ interessante notare come uno dei segni della modernità sia che quello che oggi è coraggioso, illecito e bucaniero, già domani diventa un modello di business per la grande industria. Due esempi: Napster, che è la visione su cui si basano i vari shop musicali legali sul web, e il Warwalking, la pratica di andare su internet a sbafo utilizzando dalla strada le reti wireless non protette, che è il modello di connessione (sempre, ovunque e a manetta) che tra qualche anno sarà fornito a pagamento.

Dall’incontro di queste realtà, quella musicale, quella politica e quella tecnologica, nasce il coordinamento Left. Un gruppo di singoli, collettivi, associazioni culturali, piccole realtà imprenditoriali che producono e diffondono musica e prodotti musicali, accomunati dal desiderio di cambiare alcune delle regole che governano la proprietà intellettuale e i suoi sfruttamenti. In particolare cerchiamo di creare dei meccanismi che, pur tutelando i diritti morali degli autori, consentano la libera diffusione, l’uso parziale (il campionamento, il remix e la citazione letterale), la compilazione e in generale la diffusione virale del loro lavoro. La questione non è semplice: l’attuale legge sul diritto d’autore e il regolamento della Siae (che è e resta l’unica agenzia di collecting nazionale e internazionale riconosciuta per l’Italia) si sono rivelati a malapena adeguati alla diffusione dei dischi, figurarsi all’arrivo delle reti digitali. Quindi c’è un intero settore, quello della microeditoria musicale, sempre più fiorente grazie alla diffusione delle tecnologie di produzione e distribuzione (il PC e le linee ADSL), che si trova ad operare in un contesto completamente inadeguato, e spesso pensato per le grandi corporazioni.

Non sono soltanto gli autori e i produttori a rimetterci da questa situazione. Anzi, la prima vittima è proprio il pubblico che vede ogni giorno erodersi i propri diritti (costosi, nel caso della musica), come nel caso del Copy Protect sui CD che ci ha privato in un colpo solo della copia privata e di quella ad uso didattico, diritti sanciti dalla legge ma attualmente sospesi. Inoltre, essendo le Major un cartello con oltre l’85% del mercato, l’offerta di chi attua politiche diverse è sommersa dal martellamento dei prodotti mainstream e dei media compiacenti.

Left è il primo meeting per trovarsi, contarsi e capire come ognuno opera nel proprio contesto. Ecco perchè nella prima giornata si avvicenderanno le varie realtà organizzatrici e ospiti a raccontare il proprio percorso e le proprie metodologie. Nel secondo giorno invece ci sarà un dibattito proprio sulle varie modalità, per individuare quelle più efficaci; uno dei problemi infatti è proprio l’applicabilità di certi modus operandi: è la ragione per cui le licenze Creative Commons, assai pubblicizzate e funzionali con la legislazione vigente negli USA, stentano a decollare in Europa. Inoltre si discuterà di quali iniziative intraprendere per sbloccare la situazione e pubblicizzare le nostre modalità. Sarà anche un’occasione di scambio: di esperienze, di testi, di musica, di pacche sulle spalle e di cartine. E la sera, naturalmente, musica dal vivo.

 
  comunicatostampa.txt · Ultima modifica: 27.04.2005 07:43 by 127.0.0.1
 
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