20 settembre 2005

Ieri l’udienza è andata male: il giudice di pace ha respinto tutte le motivazioni di impugnazione dell’espulsione e ha confermato i dieci anni di divieto di ingresso in Italia e i cinque nell’area Schengen. Magari uno si immagina il giudice come un uomo arcigno incattivito con gli immigrati e si ritrova invece un burocrate che ascolta impassibile (ma proprio impassibile, stando ai racconti di chi c’era) l’avvocato per mezz’ora e per un’altra ora e mezza affonda la testa tra pile di codici e regolamenti, per estrarre infine la formula che distrugge la vita di tre persone per un bel po’ di anni. Salvo poi accompagnarla con quelle frasi di circostanza e paternalistiche stile «mi dispiace, delle volte la vita è dura». Lo fa lui e lo fa la funzionaria della prefettura (pare peraltro una delle «migliori»), pure lei scissa tra «ruolo» e «sensibilità».

Ad ogni modo, niente da fare: la legge è così sbilanciata contro gli immigrati che una sua interpretazione alla lettera offre una infinità di appigli formali per giustificare espulsioni, cpt ecc. L’avvocato bolognese continuerà a seguire il caso. Il prossimo passo non può che essere il matrimonio tra Aby e Alice, da celebrare in Marocco o altrove. Infatti, se il legame tra di loro fosse stato sancito da un matrimonio l’esito sarebbe stato diametralmente opposto. Ecco altri risvolti delle recenti discussioni sulla famiglia e il matrimonio in Italia, e sulla libertà di scelta individuale in una società liberaldemocratica.

 
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