14 marzo 2004

Sonnecchiosa mattinata domenicale fiorentina. Via Calzaioli, ambulanti in strada: poster, statue, disegni in cinese. Passa una giovane vigilessa, questa volta non fanno a tempo a togliere la roba. Lei comincia a strepitare, a offendere, a calpestare i poster per terra (ho visto fare esattamente la stessa cosa a Roma all’ingresso della metro di piazza di Spagna). Loro sono intimoriti, fuggono. Interviene un signore sulla sessantina. Italiano di nascita e di cittadinanza, statunitense di residenza, del Michigan, mi pare. Accento comunque da italo-americano, scarso controllo della lingua italiana. Dice alla vigilessa che non può fare così. La discussione attira un pochino di persone. Lui rincara la dose, attacca le politiche sull’immigrazione del governo. Su questo lei non sa cosa rispondere, la butta sul personale: «perché mi da del tu?» (cosa legata alla lingua, eventualmente anche all’incazzatura), e cose del genere.

Arriva una macchina dei carabinieri, di ronda – come al solito – su via Calzaioli. Scendono i due uomini in nero. Rivedo azioni simili di cui son stato testimone a S. Lorenzo e dintorni. Qualche mese fa, in via de’ Ginori, un poliziotto, dopo aver ammanettato un ragazzo maghrebino, gli sbatteva con forza e ripetutamente la testa contro la macchina di servizio. Una scena che vidi per caso, tornando a casa in bici; talmente cruenta da scatenare le ire anche di una ragazza e di una signora sui settanta anni che passavano di lì. Il loro intervento, e poi anche il mio, servirono a far smettere l’agente che peraltro, una volta assicurato l’immigrato in macchina, non mancò di prenderci i documenti e di inveire contro di noi. I due carabinieri all’unisono aprono gli sportelli di dietro della macchina e all’unisono prendono i cappelli (ci deve essere una norma per la quale devono indossarli quando sono in servizio).

Arrivano e aggrediscono l’italo-americano: gli puntano il dito contro. La stessa vigilessa è stordita e non parlerà più per tutto il resto della scena. Chiedono i documenti. Lui dice di averli lasciati in albergo. Gli dicono che deve andare immediatamente in «caserma» (falso: si tratta di un «commissariato»), che rimarrà lì per 24 ore (è il fermo di polizia, che però mi risulta sia ora di 12 ore per legge), che si becca una denuncia. «Per cosa?» chiede lui. Intervengo, perché non ne posso più: «Quello che lei sta dicendo è falso. Inoltre, come può dire queste cose in questo modo. Inoltre, il signore ha ragione: la vigilessa aveva abusato a sua volta del suo potere». Vengo aggredito. Il non-graduato dice rivolto a me (deve essere romano): «E questo uovo di pasqua da dove è uscito?». Mi viene da dirgli «A bello, cerca di stare calmo», lo trasformo in un cauto «Cerchi di stare calmo». Interviene il graduato: quasi mi salta addosso, mi punta il dito contro minaccioso: «Lei chi è?». «Sono un cittadino della repubblica italiana e lei deve rispettare delle regole precise. Non si può permettere di aggredire le persone». «Se ha qualcosa da dire, le scriva sul giornale». «Le cose che ho da dire le dico anche in strada».

Dico anche io la mia sulle politiche sull’immigrazione, e anche di più sugli abusi sistematici dei carabinieri e della polizia. Mi rende i documenti, come al solito. E va nella macchina per i consueti controlli sul computer di bordo. Ci mette una decina di minuti, nel frattempo il non-graduato continua ad aggredire l’italo-americano. Io intanto parlo con la gente attorno. Sono allibiti e sono tutti dalla nostra parte. Due signore anzi vanno a parlare con il carabiniere nella macchina e gli ribadiscono esattamente il concetto di cui sopra. Due ragazzi discutono con un signore che non è convinto, dice che l’esigenza di sicurezza giustifica tutto. Loro dicono che no, che questo è uno stato di polizia, inaccettabile tanto per i cittadini quanto per gli immigrati. Si formano altri capannelli. Ora le persone sono più di cinquanta, forse di più ancora. Si fermano discutono. Tante sfumature, tanti punti di vista, ma pochissimi sono con i carabinieri. Torna il graduato. Mi ridà i documenti con la faccia furbetta di chi non ha trovato né denunce né precedenti, ma che ha scritto da qualche parte una ulteriore nota sul mio comportamento «irrispettoso». «Buona passeggiata», mi dice ironico. «Buon lavoro», gli rispondo ironico.

Il signore italo-americano è ancora lì che si becca improperi dall’altro. Poi se ne vanno e lo lasciano in pace. Mi avvio verso p.zza Duomo. Dietro l’angolo ci sono tutti gli immigrati che erano stati cacciati dalla vigilessa. Hanno visto tutta la scena. Donne cinesi, uomini albanesi, maghrebini, senegalesi. Mi guardano, mi sorridono, diversi di loro mi ringraziano. Sì, mi ringraziano, è una gratitudine così inattesa da parte mia e così sentita da parte loro che mi commuovo. Piccole cose possono servire a bloccare il meccanismo della «sicurezza», del consenso tacito, passivo, del silenzio degli immigrati spaventati.

 
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