6 dicembre 2003

Tre notti fa è stato ucciso (accoltellato in malo modo) un ragazzo rumeno – che tra l’altro conoscevo di vista – gestore di una paninoteca che si trova sotto i portici di via Panicale, a 20 metri da casa mia. Si chiamava Gabriel Copaceanu. 31 anni. Il ricordo più commovente l’ho raccolto dal gestore cinese del ristorante cinese di via Chiara, che lo conosceva da quando era arrivato a Firenze, circa otto anni fa: clandestino, aveva dormito sotto i ponti, poi piano piano era arrivato a lavorare ai banchi esterni del mercato, poi «si era innamorato» e poi forse sposato (con una italiana, pare). Infine aveva rilevato il negozietto di via Panicale. Un fatto gravissimo, del quale non si conoscono cause: rapina o «vendetta» citano i giornali.

Gli sciacalli naturalmente si sono buttati sulla cosa per assestare il loro colpo definitivo agli immigrati della zona. La stampa, al solito: Nazione, Giornale , ma anche Repubblica e Corriere di Firenze (nemmeno una riga sulla cronaca fiorentina del Manifesto, peraltro impegnata sul nuovo brutale sgombero del campo rom di via Masini, ormai un rituale periodico).

Un gruppo di «residenti del quartiere» ha organizzato ieri sera una fiaccolata «contro la criminalità»; i manifestini che la pubblicizzavano erano molto semplici, tipo epigrafi mortuarie con su scritto qualcosa come: «Il rione S. Lorenzo dice NO alla criminalità». Ovviamente, grande eco sulla stampa locale e anche nazionale, e telecamere in piazza. Il Comune ha decretato una specie di coprifuoco: negozi chiusi alle 22.30 in via Panicale e in piazza Mercato Centrale (si tratta dei negozi che hanno licenza di apertura 24 ore su 24, in base alla «legge Bersani». Anche la paninoteca di Gabriel ce l’aveva).

Ieri mattina mi sono fatto un largo giro per i negozi della zona, i cui proprietari sono il cuore della «protesta». Commenti indegni da parte di molti, troppi, anche quelli di solito non particolarmente razzisti. Uno di via S.Gallo, che ha il negozio di fronte al palazzo del dipartimento di storia, di punto in bianco ha detto: «Ma per esempio, gli zingari, che bene fanno all’Italia». Ieri sera ho osservato la fiaccolata. Partecipazione abbastanza grossa, oltre 200 persone, ognuna con una fiaccola (pagata 5 euro). Hanno sostato in piazza poi si sono mossi davanti al luogo dell’omicidio. Ho intravisto anche una compagna di Rifondazione, che a sua volta sosteneva di aver visto altri suoi amici. Abita nella zona, che è «degradata», «invivibile», quindi chi se ne frega dell’analisi politica dei fenomeni sociali. Naturalmente «non sono razzista», solo che «il Comune non ha fatto nulla» e «ormai la situazione non è più tollerabile».

Interessante l’evoluzione del comitato di zona: quando io sono arrivato era concentrato sullo scandalo dell’edificio di S.Orsola, quel catafalco enorme occupa un isolato intero: circondato da lamiere, ricoperto di impalcature, con l’interno sventrato e pieno di calcinacci – che si trova davanti a casa mia; da oltre 15 anni i lavori sono fermi ed è ormai cadente e anche pericoloso. Negli anni 1998-99 l’attenzione si è spostata sul «degrado» portato da quello stesso edificio: ossia, essenzialmente, sui tossicodipendenti della zona. Negli ultimi anni la questione «catafalco» è progressivamente diventata solo simbolica e al centro dell’attenzione son passati il «degrado», la criminalità, l’immigrazione (qualche volta lo si dice, nelle occasioni pubbliche no, ma fuori microfono sì).

Ad ogni modo, ieri sera quando ancora in piazza c’erano poche persone per la fiaccolata, mi sono messo a parlare con un gruppetto di persone vicino alla trattoria Cellini, in piazza Mercato Centrale. Tra loro c’era un paio di finanzieri, che sostenevano la tesi della necessità di una camionetta fissa in piazza dei carabinieri e di una «ronda continua, su e giù per via Panicale». Non sono ho discusso queste idee, ho detto solo che bisognava evitare a tutti i costi che quell’avvenimento grave fosse strumentalmente usato da chiunque contro gli immigrati della zona. Subito una ragazza e un uomo hanno cominciato a inveire contro di me. Uno mi ha spintonato, uno mi gridava «Allora sei dalla loro parte», un altro faceva agli altri «Deve avere degli “interessi” comuni con loro».

Il nemico interno, praticamente. Uno mi ha minacciato, un altro mi ha nuovamente spintonato fino a che sono dovuto andare via. Il tutto davanti alle facce compiaciute dei due finanzieri e dei due carabinieri, che guardavano senza dir nulla. Il resto della «manifestazione» me la sono vista dal punto di vista con il quale ero stato associato: Seduto sui bordi della piazza, davanti ai negozietti degli immigrati, assieme a ragazzi albanesi, senegalesi, ragazze nigeriane. Capivano poco di quello che stava succedendo, anche perché la maggior parte di loro conosceva il ragazzo rumeno. Non capivano allora come si potesse rivolgere contro di loro la morte di un immigrato. Anche loro comunque sono molto confusi, le posizioni sono molto frammentate (a livello individuale, non di «comunità»). Alcuni sottolineavano la differenza tra criminalità e immigrazione (anzi, proprio non capivano l’associazione tra le due cose). Altri ammettevano la difficoltà della situazione e auspicavano un intervento di polizia maggiore nella zona. Una signora «west indian» con la quale avevo parlato in mattinata, che gestisce un parrucchiere (per donne di colore) in via Panicale, m’aveva detto che alle 19.30 se ne sarebbe andata dalla zona per paura di quello che sarebbe potuto dopo. Alla fiaccolata comunque c’erano solo italiani.

Sono almeno due anni che propongo al gruppo migranti del Firenze Social Forum di intervenire in qualche modo nel quartiere, ma non siamo mai andati oltre quattro-cinque volantinaggi, mai consecutivi. Ora non è ancora troppo tardi, ma se non si coglie il momento poi le situazioni rischiano di incancrenirsi e allora son dolori.

 
  06.12.2003.txt · Ultima modifica: 21.10.2005 00:56 by 127.0.0.1
 
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