Sully, Clint Eastwood e la filosofia Alt-Right

Premettiamo: la nostra è una recensione politica dell’ultimo film di Clint Eastwood, Sully. Non abbiamo la pretesa di darne un giudizio cinematografico. Rivendichiamo che l’arte sia prima di tutto giudicata con canoni propri. Da questo punto di vista il nostro non vuole essere un giudizio sulla qualità del film. Se dobbiamo esprimerci di passata anche riguardo quest’ultima, ci limitiamo a dire questo: Sully è in fondo un bel film. Scorre e mantiene il ritmo narrativo, pur ruotando interamente a un fatto durato appena due minuti. Clint Eastwood è uno dei migliori registi sulla scena. E non lo scopriamo di certo noi. Se nel precedente film, American Sniper, avevamo notato qualche sbavatura dal punto di vista tecnico e alcune scene risultavano eccessivamente romanzate, Sully è un film pulito. I movimenti della macchina sono essenziali, inquadrature e immagini si susseguono in maniera sobria ma mai noiosa. E’ buon cinema e si vede.

Sully” è il soprannome di un capitano d’aereo. La vicenda narrata nel film è reale: un aereo appena partito dall’aeroporto La Guardia di New York il 15 gennaio 2009 viene colpito da un doppio bird-strike (impatto con volatili) che mette fuori uso entrambi i motori dell’aereo. E’ un evento più unico che raro. In pochi secondi Sully valuta di non avere tempo per un rientro a La Guardia né per raggiungere altre piste. Decide quindi di ammarare direttamente nel fiume Hudson. E’ un atterraggio miracoloso a cui deve seguire, vista la temperatura dell’Hudson, un altrettanto prodigioso intervento delle navi in acqua in quel momento. New York si sveglia così con una buona novella, con tutti i 150 passeggeri salvi e con la sensazione che la città si sia riscattata dall’11 settembre. Sully diventa un eroe popolare. La storia sembrerebbe terminare qua: lineare, eroe positivo e risvolti patriottici evidenti.

Ma c’è invece qualcosa di più ed è qua che il film si inserisce sapientemente con la propria narrazione: Sully non è accolto con lo stesso giubilo dalle commissioni tecniche che devono stabilire la responsabilità della perdita dell’aereo.

Commissioni dietro a cui si nascondono poi la compagnia aerea e soprattutto quelle assicurative. Ha fatto veramente bene? E’ possibile che i due motori fossero realmente fuori uso? Gli ingegneri, i tecnici e i simulatori di volo al computer sembrano smentirlo: il prodigioso ammaraggio sull’Hudson sarebbe stato in realtà un errore di valutazione, un atto non necessario.

Così si crea il paradosso: l’eroe osannato dal popolo è contemporaneamente messo sul banco degli imputati dalla commissione di tecnici e ingengeri, in una parola dall’ “establishment”.

E qua il film diventa un puro manifesto “alt-right”. Questa è in fondo la storia perfetta per il Clint Eastwood sostenitore di Trump.

L’ammaraggio dell’Hudson viene vissuto dalla città – e simbolicamente dall’intera America – come un riscatto dell’11 settembre. E’ un eroe a indicare la strada. Questo eroe non proviene dal popolo. Esso è un capitano: bianco e tutto sommato benestante. Ma la sua azione salva l’intero “popolo”, gli ridà una speranza. Eppure colui che è eroe per il popolo è contemporaneamente osteggiato dall’establishment. Come può accadere questo? L’establishment valuta le sorti del volo guidato da Sully attraverso i computer, i calcoli dell’ingegneria aerodinamica. E’ freddo e inumano. Ma alla guida dell’aereo c’è un uomo: Sully ha solo una cosa dalla sua: l’esperienza. E’ un pilota che si “è fatto da solo” le proprie convinzioni sul campo. Ed è solo in base alla propria esperienza diretta, quella in cui l’uomo comune si rivede, che ha operato le proprie scelte.

Il tema non è nuovo. E’ un filone che segue a quello di American Sniper, ma che qua viene sviluppato a livello di manifesto. L’eroe non viene dal volgo, ma non è nemmeno establishment. E’ l’eterno mito della “classe media” americana che costituirebbe secondo la stessa filosofia alt-right la spina dorsale degli Stati Uniti. Tutto il resto del mondo diventa spettatore dello scontro decisivo tra questa spina dorsale e una macchina amministrativa che si erge ormai in maniera disumana sopra la vita dell’americano medio.

E’ pura destra, è reazione, è una narrazione che non può farsi grande storia. In una parola: è Trump. Clint Eastwood è bravo due volte. La prima perché ti accompagna per mano in questa sua filosofia senza nemmeno che tu te ne accorga. In fondo egli è un sostenitore defilato di Trump, almeno così dice. La seconda perché se te ne accorgi e ci fai caso, apprezzi in fondo questo affresco vivo della psicologia con cui Trump cerca di convincere la vecchia bandiera a stelle e strisce di essere vergine e illibata. Ma per quanto bravo sia Clint Eastwood la sua stessa filosofia non potrà mai fargli alzare lo sguardo dai singoli individui o dai singoli episodi su cui a fatica tenta di puntellare le proprie convinzioni.

Finiamo con una nota estemporanea. Non abbiamo dati a riguardo. Ma diciamo che a spanne ci sembra che si stiano moltiplicando i film provenienti dagli Usa completamente basati su episodi veri. Dopo Spotlight, abbiamo avuto Snowden, La Grande Scommessa,  Trafficanti (War Dogs) e Sully. Si tratta di opere diverse ma tutte accomunate dall’essere film-documentari riguardanti fatti realmente accaduti negli Usa del dopo 2001.

Siamo di fronte a una sorta di “neorealismo” americano? Sarebbe tutto sommato una novità, non tanto per l’assenza in passato di opere di questo genere tra i registi Usa, ma per la loro concentrazione in così poco tempo. Rimane un fatto: quando il cinema sente il bisogno di riportare la cruda realtà significa che perfino nell’arte della finzione per eccellenza sono giunte le convulsioni e le fibrillazioni di un dibattito e di un movimento che attraversa l’intero spettro sociale. In qualche modo questi film ci dicono che perfino nel cuore del capitalismo mondiale “il re è nudo”. E che sarebbe impossibile produrre pellicole dove si faccia finta che è vestito, senza perdere il senso della realtà e soprattutto del ridicolo.

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