Milano – Linkra/Compel: l’ultimo episodio di una vertenza che dura da anni

L’odissea degli operai della Siemens di Cassina De’ Pecchi, poi Jabil e successivamente ricollocati nel gruppo Compel, non è ancora finita.

Dopo aver acquistato i macchinari ad un prezzo stracciato e aver goduto di sgravi fiscali per l’assunzione dei lavoratori Jabil, le divisioni Linkra e Compel hanno pensato bene di dichiarare 300 esuberi su 500 dipendenti, una volta terminata la cassa integrazione straordinaria, il 31 marzo 2017.

Il presidio di questa mattina (ieri, Ndr), organizzato in concomitanza con il consiglio regionale, si è posto proprio l’obiettivo di riportare sotto i riflettori una vertenza che tra un’azienda e l’altra si protrae da diversi anni senza una soluzione definitiva.

Si tratta di un primo passo, che ha visto la partecipazione unitaria dei sindacati confederali e del Sial Cobas, a cui dovranno seguire altre azioni di protesta, se non vogliamo che cali un’altra volta il silenzio.

Il caso Linkra-Compel è solo uno degli esempi di smantellamento della produzione nel settore delle telecomunicazioni, che ha coinvolto Siemens/Nokia e altri colossi come Alcatel/Lucent e Marconi/Ericcson. La scusa è sempre il mercato, la mancanza di competitività rispetto alle aziende del cosiddetto Far East, ma questa argomentazione inizia ad essere stantia.

E’ vero che la produzione costa meno in Cina, Corea, Taiwan, paesi che in breve tempo hanno raggiunto livelli tecnologici di precisione paragonabili se non superiori agli standard europei e statunitensi. Nulla di nuovo, così funziona il mercato. Allora perché tante promesse ai lavoratori degli stabilimenti italiani, puntualmente non mantenute? Siamo stanchi di sentirci raccontare favole.

La realtà è che i padroni acquistano le aziende fin tanto che c’è da guadagnarci, sia dalla produzione che dagli incentivi statali. Appena questi fattori vengono meno, chiudono scaricando il peso della crisi su chi certo non l’ha creata: lavoratori che da anni subiscono tagli e acquisizioni, trattati come semplici numeri da inserire o togliere dal budget aziendale.

Perché allora non prendersi in mano la fabbrica? Perché non autogestire la produzione? Perché non difendere quei macchinari dall’ennesima ristrutturazione o vendita? Siamo consapevoli che una sola realtà non può invertire un problema più generale, ma il sindacato dovrebbe farsi carico di rilanciare questo dibattito e pianificare delle contromosse per trasformare tutte le lotte difensive di questi anni in azioni offensive a livello nazionale.

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