[Svizzera] Critica del “reddito di base incondizionato”

svizzera
da http://www.clashcityworkers.org/
Riceviamo da un compagno svizzero, militante della Rete di Lotte Operaie, un contributo a proposito del prossimo referendum sul reddito di base incondizionato, che si terrà nella federazione elvetica.

Il documento ci sembra utile per riprendere le fila su un tema al centro di molte discussioni all’interno del movimento, ma non solo, visto che è stato sbandierato dal M5S nel suo programma elettorale ed aveva incontrato consensi anche tra esponenti politici, di governo e non.Soprattutto, pensiamo possa essere un tema utile per mettere in questione molti aspetti relativi al modo in cui i proletari vivono la contraddizione capitale-lavoro. Per interrogare ed interrogarsi. Siamo convinti, infatti, che la questione del reddito di base sia anche (se non soprattutto) un problema politico e che la concessione di un reddito di base rischi, come emerge anche dal contributo che pubblichiamo, di rendere meno visibile la natura del salario che è quella di misura dell’esproprio di lavoro da parte del capitale, e mascherarlo da “costo sociale”. Il salario rischia di essere ridotto a una misura previdenziale i cui costi ricadrebbero sulle parti più deboli della società, e che può essere concessa e revocata a piacimento da parte di uno stato garante della conservazione del potere di sfruttamento di una classe su un’altra.

In Svizzera, l’idea del reddito di base è sostenuta sia dalla sinistra e dai liberali tradizionali, che da conservatori e neoliberali. Questo è legato al fatto che, secondo il punto di vista politico, si intendono diversi concetti con “reddito di base”: per gli uni è uno strumento di migliore ridistribuzione della ricchezza o un mezzo per evitare l’obbligo di lavoro di forma capitalistica; per gli altri è un mezzo di trasformazione della politica fiscale (sopratutto abbassamento del livello di imposizione diretta su salari e capitali e innalzamento delle imposte sul consumo); infine, l’introduzione del reddito minimo viene inteso come condizione base per il funzionamento “perfetto” del mercato libero.

Nell’aprile 2011, un comitato ha lanciato un referendum per modificare la Costituzione federale. In 18 mesi il comitato ha raccolto più di 100’000 firme. Così, nei prossimi mesi, le persone con diritto di voto in Svizzera (sono esclusi più di 1,9 millioni di abitanti senza cittadinanza svizzera e perciò senza diritto di voto, cioè poco meno di un quarto di tutti gli abitanti in Svizzera) saranno chiamati a votare sull’introduzione di un “reddito di base incondizionato”. Il testo prevede l’introduzione del seguente articolo costituzionale: “La Confederazione provvede all’istituzione di un reddito di base incondizionato. Il reddito di base deve consentire a tutta la popolazione di condurre un’esistenza dignitosa e di partecipare alla vita pubblica. La legge disciplina in particolare il finanziamento e l’importo del reddito di base.”

Il comitato referendario è politicamente eterogeneo. Da una parte ci sono intelletuali e politici di sinsitra e femministe, dall’altra parte utopisti liberali e antroposofici. Questa larga coalizione politica è stata possibile proprio perché la modificazione costituzionale è formulata in maniera molto vaga. Prevede solamente l’introduzione di un articolo costituzionale sul reddito di base. In caso d’accettazione di questo testo, sarà il compito del legislatore, cioè del governo svizzero, di formulare una legge concreta.

Il concetto di “reddito di base incondizionato”, come previsto nel referendum popolare svizzero, nasconde alcuni problemi e contraddizioni dal punto di vista di una politica di classe (quella operaia, ovviamente). Siccome il reddito di base viene discusso anche in Italia, mi sembra opportuno fare un punto sulla situazione svizzera. Qui approfondisco solamente i punti seguenti: 1. Viviamo in una società di classe e, per natura, conflittuale. 2. La sicurezza sociale e il sorgere dello stato sociale sono sempre stati strettamente legati al conflitto di classe. 3. Per una prospettiva operaia: Lavorare meno, lavorare tutti.

1. Viviamo in una società di classe e conflittuale
Nonostante la formulazione vaga dell’articolo costituzionale, il comitato referendario ha comunque un disegno concreto di come il reddito di base dovrebbe essere introdotto. Sul loro sito si può leggere: Nel 2050 in Svizzera l’esistenza di tutti sarà garantita in modo incondizionato. Ogni persona avrà diritto a un reddito [di 2'500 franchi al mese] (nota 1): non importa se ricca o povera, se eserciti un’attività lucrativa o meno, se sana o malata, se viva sola o con altre persone. Per la maggior parte delle persone il reddito di base non significherà maggiore disponibilità finanziaria, poiché sostituirà parte delle entrate attuali. La novità risiede nell’assenza di condizioni.”

Iniziamo con qualche cifra riguardo alla Svizzera: 230’000 persone sono dipendenti dall’assistenza sociale (ultima rete d’assistenza del welfare svizzero) e hanno meno di 2’500 franchi mensili a disposizione. Un terzo delle donne che esercita una attività rimunerativa guadagna meno di 2’500 franchi. In più, esistono tante altre persone che guadagnano meno di 2’500 franchi: apprendisti, studenti e alunni, lavoratori part-time ed indipendenti. In questa prospettiva, un reddito garantito di 2’500 franchi a persona (e non a famiglia) potrebbe veramente migliorare la situazione finanziaria di tantissime persone. Sopratutto per le persone dipendenti dall’assistenza sociale, il confronto regolare coll’ente assistenziale con tutti i suoi meccanismi di controllo, d’umiliazione e di coercizione lavorativa, verrebbe eliminato.

Il problema maggiore è la visione individualista e individualizzante di un reddito di base di questo carattere. Importa e come se una persona è ricca o povera, se esercita un’attività rimunerativa (per esempio di 50 ora a settimana) o meno (e perciò soffre di fame). Le società capitalistiche sono proprio caratterizzate dal fatto che la classe capistalistica opprime la forza lavoro della classe operaia e che la ricchezza prodotta sia il risultato dello sfruttamento di questa forza lavoro. Senza sfruttamento non esisterebbe nessuna base finanziaria per ridistribuire la ricchezza in forma di reddito di base. Allora, per la maggior parte della classe operaia, l’opzione “lavoro salariato o reddito di base” resta una finzione astratta.

Il “reddito di base incondizionato” invece parte dall’idea che nella fase attuale del capitalismo la vita lavorativa deve essere organizzata in maniera flessibile ed individuale e garantita e assicurata in maniera sociale. Una tale prospettiva però perde di vista un problema centrale: Le assicurazioni dello stato sociale sono state sviluppate in un periodo d’espansione del capitalismo globale chiamato “keynesismo”. Proprio l’ultima crisi, tradottasi anche in una crisi delle finanze pubbliche, ha svelato tutti i limiti delle assicurazioni sociali. L’esempio svizzero della riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD) nel 2010 ne è solo un esempio: le prestazioni sono state legate ancor di più a delle controprestazioni da parte dei disoccupati (come per esempio l’obbligo di dover accettare un lavoro a 200 km di distanza, l’obbligo per i minori di 25 anni di dover accettare qualsiasi lavoro ecc.). In caso di rifiuto a fornire queste controprestazioni, le prestazioni posso anche essere cancellate del tutto. Lo stato non si rivela un apparato “neutrale” che si occupa di tutti in maniera uguale, ma uno strumento d’ottimizzazione della valorizzazione del capitale, anche a costo di peggiorare le condizioni di vita degli operai. Anche con un reddito di base garantito dallo stato esso non perde questa funzione.

In più, astraendo dalla società di classe e dai conflitti inerenti alle società capitalistiche (o vengono occultate di proposito?), il salario perde la sua dimensione collettiva ed antagonista al profitto dei capitalisti per manifestarsi come un “costo sociale”. Gli operai, i capitalisti ed il conflitto tra di loro spariscono dalla storia umana per essere rimpiazzati da semplici “cittadini tutti uguali tra di loro” e da uno stato e la sua burocrazia che garantiscono la sopravvivenza di tutti.

2. Cancellare la storia operaia dalle lotte e dalla memoria collettiva?
Passiamo all’idea di finanziamento di un reddito di base incondizionato secondo il punto di vista del comitato referendario. Si legge sempre sul loro sito: Il reddito di base incondizionato si assume il compito di garantire a tutti il minimo vitale, alleggerendo così gli altri redditi da questa funzione. L’importo di base, quello di cui ognuno ha bisogno per vivere, non deve essere vincolato da alcuna condizione. Il reddito di base rappresenterà una parte dell’attuale reddito. In cifre: considerando gli importi indicati sopra, il costo del reddito di base in Svizzera ammonterebbe a 200 miliardi di franchi l’anno. All’incirca 70 miliardi di franchi sostituirebbero prestazioni dello Stato già esistenti (AVS, AI, AD, ecc.). La gran parte dei restanti 130 miliardi è già contenuta nei redditi da lavoro attuali. Resterebbero alcuni miliardi l’anno, non ancora coperti da redditi già esistenti, in particolare per coloro che oggi vivono con meno di 2’500 franchi. Questo importo sarà da finanziare tramite nuove imposte o attraverso una differente ridistribuzione delle finanze pubbliche. La decisione dovrà essere negoziata politicamente.”

Il problema centrale mi pare la sostituzione di prestazioni del welfare state, in primo luogo delle pensioni (AVS, assicurazine vecchiaia e superstiti), dell’assicurazione per l’invalidità (AI) e della disoccupazione (AD). Nonostante tutte le contraddizioni (integrazione della classe operaia nelle istituzioni statali e così legame con il capitale) e i problemi legati al welfare organizzato da parte dello stato (controlli, umiliazioni, obbligo di lavoro per ricevere l’assistenza), la maggior parte delle istituzioni di welfare è legata alla storia operaia, a lotte concrete e perciò al conflitto di classe.

L’AVS per esempio è stato l’elemento faro delle rivendicazioni operai) e durante lo sciopero generale del 1918. Nonostante la sconfitta dello sciopero generale, lo stato dopo 30 anni di lotte operaie e sindacali si è visto forzato a introdurre l’AVS nel 1947. Sostituire e cancellare l’AVS significa allo stesso momento cancellare dalla memoria collettiva le lotte operaie. Sganciare la rivendicazione del reddito di base dalle lotte operaie concrete contro lo sfruttamento e contro il lavoro è per lo più il risultato di un idealismo filosofico molto distante dalla realtà materiale degli operai e di fatto separa la sicurezza sociale dal conflitto di classe.

3. Lavorare meno, lavorare tutti
La discussione sul reddito di base è stata accompagnata da pubblicazioni di ogni genere da tutte le parti politiche. Alcuni membri del comitato referendario per il reddito di base hanno pubblicato il libro “La liberazione della Svizzera” (nota 2). Ci si trovano posizioni antroposofiche (“L’occupazione delle persone non è lo scopo dell’economia. L’economia ha il compito di liberare l’essere umano dal lavoro”), post-operaiste (“Le macchine e i computer sussumono sempre più il lavoro umano, così che i posti di lavoro classici per le persone diminuiscono”) e perfino reazionarie (“Esistono posizioni che vogliono ridurre il tempo di lavoro per tutti e distribuirlo in maniera uguale. Ci sono persone che rivendicano la diminuzione del tempo di lavoro generale a quattro giorni lavorativi a settimana. Ma questa è una perdita di libertà. E un modello artificiale che vuole salvaguardare un sistema non più in linea con i tempi moderni”). Posizioni così confuse rivelano la mancanza di teorie sociali radicate in ricerche empiriche (e non in idealismi astratti) con una coscienza storica del mondo in cui viviamo noi operai. La lotta per la riduzione e la fissazione della giornata lavorativa è stata storicamente uno strumento contro l’oppressione crescente generata dall’aumento della produttività e dell’intensità del lavoro e perciò ha rafforzato il legame tra tutti gli operai e contrastato la loro divisione.

La crisi attuale che tocca non solo i paesi periferici dell’Europa, ma anche il centro e perciò anche la Svizzera, richiede una risposta operaia che metta insieme il diritto al lavoro, a lavorare meno, a lavorare tutti, in sicurezza e a parità di salario. Solo così riusciremo a oltrepassare le divisioni tra chi sta “dentro” al mercato del lavoro e muore di fatica e di ipersfruttamento e chi sta “fuori” e muore di fame.

***

(nota 1) 2’500 franchi svizzeri sono considerati dall’Ufficio federale di statistica (UST) come poco più del minimo vitale sociale. I sindacati svizzeri lottano per un salario minimo di 4000 franchi. Dopo l’abbandono del riferimento minimo franco svizzero-euro da parte della Banca nazionale svizzera (BNS) il 15 gennaio 2015, il valore del franco è aumentato in confronto all’euro. La borghesia svizzera, trammite i suoi giornali, non smette di ripetere che il livello di vita in Svizzera è troppo elevato e che, di conseguenza e per non perdere campo in tutta una serie di mercati (industria farmaceutica e chimica, industria metalmeccanica ed elettrica, orologeria), i salari devono diminuire e il lavoro deve essere flessibilizato. Si può prevedere allora, nei prossimi mesi, un’intensificazione delle lotte su questioni di salari e diritti di lavoro. (torna su)

(nota 2) Christian Müller e Daniel Straub (2012). Die Befreiung der Schweiz. Über das bedingungslose Grundeinkommen. Limmat Verlag. (torna su)

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