[Carrara] “Questo non è un gioco”: una conversazione sulla lotta degli operai NCA

2015_01_05_NCA_aggiornamento_lotta.jpgParlare e scrivere di NCA è come fare un viaggio a ritroso attraverso il mondo del lavoro. O meglio ciò che rimane del mondo del lavoro: destrutturazione e sfruttamento, incapacità imprenditoriali e politiche, squali capaci di infilarsi ovunque pur di guadagnare.

Ed è un viaggio emblematico anche per la portata sociale, politica e lavorativa per un territorio devastato dalla crisi, come quello di Massa Carrara.

Ne parliamo con Manuele Peselli, RSU Fiom, un compagno prima di tutto. E la chiacchierata è piacevole, seppur drammatica, perchè cogli un’appartenenza comune, da compagno, prima che da sindacalista. Dopotutto ogni vero sindacalista dovrebbe essere un compagno.

Tutto risale a un paio d’anni fa quando la crisi economica e la dismissione del pubblico concorrono a determinare la necessità di individuare nuovi acquirenti per i “Nuovi Cantieri Apuania”, fiore all’occhiello della cantieristica locale, luogo storico anche per una capacità dei lavoratori di rivendicare una propria coscienza collettiva. Fra le diverse cordate, anche e soprattutto su spinta dell’amministrazione del comune di Carrara, viene privilegiata quella di Giovanni Costantino, nonostante i dubbi per un passato imprenditoriale poco limpido.

Fin dall’inizio appare chiaro come i nuovi acquirenti intendano operare in una maniera ben precisa: non rilanciare affatto il tessuto produttivo di NCA, fare piuttosto del brokeraggio e arrivare progressivamente a sostituire nella produzione le maestranze di NCA con quelle di ditte esterne, a cui Costantino affitta le aree.

Eppure l’accordo iniziale prevederebbe l’obbligo di riassorbire i 146 dipendenti in questa maniera: 105 posti direttamente in NCA; 41 nelle ditte storiche dell’indotto, con contratto garantito. Rispetto a quell’accordo, attualmente lavorano in Nca una sessantina di persone e nell’ultimo incontro al ministero, la proprietà ha proposto al massimo l’aumento di una decina di posti di lavoro, paventando una nuova Cassa Integrazione per i restanti lavoratori.

Mentre ci racconta tutto questo Manuele alterna momenti di rabbia a momenti di pessimismo. Ma una cosa non gli manca, su tutto: quel senso di orgoglio che può dare solamente la consapevolezza di essere parte di una storia. Storia di operai specializzati, di lavoratori coscienti che la guerra è una e si chiama Lotta di Classe.

“Vogliono distruggere quel tessuto sindacalizzato che ha sempre caratterizzato questo luogo e che ancora esiste”, ci dice, consapevole della pesantezza delle parole. C’è di fatto la negazione sistematica da parte dell’azienda del ruolo delle RSU, non ammesse ai tavoli di trattativa. Gli unici contatti avvengono con le segreterie confederali, a cui la proprietà ammette le difficoltà di rispettare i precedenti accordi.

Di fatto in NCA c’è un intreccio infame fra crisi lavorativa e comportamenti anti-sindacali che l’azienda ha tenuto e che sono culminati quest’estate col licenziamento di tre lavoratori. Allora ci fu una reazione forte degli operai e della cittadinanza, che si schierò al loro fianco. Anche i lavoratori di altre aziende scesero in lotta assieme a loro e ci furono importanti giornate di conflitto, con scioperi e picchetti, che portarono alla sospensione dei provvedimenti punitivi.

Da quel momento però la situazione è drammaticamente peggiorata. L’ultimo tavolo si è tenuto a Roma il 14 dicembre, ed è andato male perchè da parte del Ministero c’è stata una sorta di presa d’atto che l’azienda non rispetterà gli accordi e che il futuro rischia di prevedere la CIGS per 45 dipendenti. Manuele e i suoi colleghi non ci stanno ed hanno intenzione di procedere a una mobilitazione su due livelli: sia quello della protesta, con scioperi e picchetti, che quello legale, con il tentaivo di procedere per far valere gli accordi sottoscritti due anni fa.

E noi cosa possiamo fare?“, gli chiediamo alla fine. Manuele ci pensa un po’. Vorrebbe forse dirci che sarebbe il caso di metterci tutti insieme e bloccare la produzione, bloccare la città, bloccare tutto. Ma ha la consapevolezza che questa è una battaglia prima di tutto loro, di un gruppo di operai, vittime del sistema capitalista e della devastazione selvaggia che porta nei territori e nelle vite di tutti noi. E’ una vicenda loro e ha senso combattere solamente se sono loro a prendere in mano il proprio destino. C’è stanchezza e Manuele lo sa; si coglie il timore che la mobilitazione, anzichè da loro possa esser condotta da altri.  “Abbiamo bisogno di mantenere alta l’attenzione. E di una vicinanza politica e umana“. E’ quello che ci chiede e sembra volerci dire che questo non è un gioco. Speriamo che abbia capito che l’abbiamo compreso e che vogliamo e vorremmo metterci a loro disposizione.

P.S. In questa vicenda, fissare un punto e raccontarlo non è affatto semplice, perchè, volente o nolente, gli eventi sono più veloci delle riflessioni. L’ultimo aggiornamento sarebbe comico, se non fosse in ballo la tragicità della precarietà lavorativa. I 45 dipendenti per i quali era stata paventata l’ipotesi di ulteriore CIGS, sono stati richiamati a lavorare. “Con quale mansione?”, chiediamo con un impeto di speranza. “Nessuna mansione. Abbiamo il divieto di accedere alle zone produttive. Dobbiamo restare in mensa”. “E a fare che cosa?”. “A giocare a carte”.

E’ il Capitalismo, bellezza!

da http://www.clashcityworkers.org/

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