Hillsborough, 25 anni dopo

Il 15 aprile ricorrono i 25 anni dalla tragedia di Hillsborough: 96 persone morte nella semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest. La totale incapacità delle forze dell’ordine, già chiara nel gestire il flusso di persone, fu palese quando decisero di caricare la folla “per evitare invasioni di campo”. Il risultato furono 96 morti e una tragedia che ha segnato l’Inghilterra, non solo calcistica.

In questi giorni “(…) il Liverpool sta chiedendo a tifosi, follower, enti sportivi e a tutti gli appassionati di sport in generale di donare una sciarpa come segno di unione globale per le famiglie di Hillsborough. Tutte le sciarpe ricevute saranno disposte in campo ad Anfield martedì 15 aprile, nel giorno dell’annuale cerimonia in ricordo delle vittime di Hillsborough, formando così il numero 96”. (Qui il comunicato)

Abbiamo deciso di aderire a questa iniziativa, e non solo perché ci sentiamo idealmente vicini a chi è stato colpito da questa tragedia; Hillsborough è stato anche uno spartiacque nella storia del calcio, della gestione dell’ordine pubblico e nella fruizione dello sport. Sulle pagine del Sun, i tifosi del Liverpool “sono dipinti come un manipolo di ubriachi, violenti, che si sono massacrati tra di loro” (cfr. Luca Pisapia su Futbologia).

Chi legge i giornali è così abituato a sentir parlare di “follia ultrà” da non farsi più domande: l’opinione pubblica non cerca informazione, ma indignazione a buon mercato. Molto più comodo sentirsi un “bravo cittadino” quado si ha un esempio da non imitare; basta non fare niente, tantomeno mettere in discussione l’ordine delle cose. Così mentre da vent’anni ci scandalizziamo per qualche coro, nessuno si accorge che i veri avvoltoi non sono due ragazzini in curva, ma chi approfitta delle tragedie per scardinare un modello di fruizione di calcio e proporne un altro. Il modello inglese nasce ad Hillsborough; e poco importa, dopo anni, scoprire che il governo Thatcher insabbiò ogni inchiesta sulle responsabilità della polizia; quello che si voleva era un business più remunerativo, e togliere il calcio alla working class prima che gli spalti potessero diventare (o tornare ad essere) un centro di aggregazione e di confronto anche politico. Del resto, se “La società non esiste” allora ogni luogo di incontro che non massimizzi il profitto deve essere smantellato: e anche senza immaginare un disegno prestabilito, la trasformazione degli stadi in luoghi di consumo resta comunque pienamente coerente con il thatcherismo. Ancora dall’articolo di Futbologia, «Dopo Hillsborough c’è il rapporto Taylor, con tutte le misure studiate appositamente per fare nascere la Premier League dei diritti televisivi miliardari e dei capitali stranieri nascosti nei paradisi fiscali»

Le tragedie sono spesso frutto di una pessima gestione delle manifestazioni da parte delle forze dell’ordine, o di qualche proprietario più attento all’affluenza che alla capienza; eppure si riconduce sempre la colpa ai tifosi che ci hanno lasciato la pelle, invocando misure restrittive e maggior controllo. Oltre, naturalmente, all’ammodernamento degli impianti; per compiacere qualche appaltatore e renderli fruibili ad un pubblico più propenso al consumo.

Questa è stata la grande bugia nascosta dietro a Hillsborough, la storia che non ci hanno raccontato. La notizia è che oggi, a 25 anni da quella tragedia, gli unici che la ricordano sono i tifosi. Uniti, oltre ogni bandiera. Perché nel nostro piccolo sappiamo di prendere parte a qualcosa di molto più grande delle nostre divisioni, come fossimo nella stessa curva. Gli ultras continuano ad essere visti solo come teppisti (spesso, a ragione); quello che non si dice mai è che la curva è uno dei pochi spazi che ancora resiste alla mercificazione del mondo. E che siamo molto più genuini e romantici di quanto si dica; chi ci sta intorno oramai lo sa, ha capito che la realtà è più complessa di come ce la raccontano. Anche per questo il nostro modo di stare insieme si sta diffondendo a macchia d’olio.

E anche per questo la nostra sciarpa vola a Liverpool.

Tratto da: cslebowski.it

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