Memorie di uno studente indisciplinato

Pubblichiamo un altro articolo/approfondimento, tratto dal nostro cartaceo numero 10, uscito la scorsa settimana.

Dagli anni ’90 alla crisi

Sono arrivato al liceo nel settembre del 1997. Arrivai vestito come ero abituato, con la tuta dell’Adidas arancione come andava di moda in compagnia da me, ed ero un pesce fuor d’acqua. La gente si divideva in due gruppi: quello maggioritario che vestiva alla moda alternativa e fastoncella del periodo e quelli incamiciati e raffinati che venivano dalle ville in collina. Per me era tutto nuovo: la musica punk melodica, gli Smashing Pumpkins, i romanzi, la politica, le ragazze che ti parlavano di cinema. Dovevo recuperare tutto e volevo farmi accettare da quel mondo sconosciuto. Quell’anno per me era tutto nuovo e ricordo che correvo qui e là ogni volta che i miei mi lasciavano uscire. In mezzo a tutto questo, fare politica è stato prima di tutto un modo per stare insieme agli altri, in uno spazio in cui eravamo noi e non qualcun altro a dare le regole. Credo di aver iniziato per questo motivo, per fare amicizia e perché lo percepivo come uno spazio più libero. La prima occupazione della scuola è arrivata subito, a fine ottobre, e da lì le cose sono state ancora più veloci.

Mi ricordo delle manifestazioni immense, quando la testa del corteo era a piazza Duomo la coda ancora doveva partire da San Marco, il problema era la riforma Berlinguer che voleva dare i soldi alle scuole private. La scuola rimase occupata per due settimane, e tutte le altre scuole di Firenze lo stesso.

Col senno di poi, posso dire che non ci capivo un granchè, anche se a quel tempo mi sembrava tutto chiaro, e continuavo a correre da una parte all’altra. I professori erano arrivati in classe nei giorni precedenti e ci dicevano che la protesta era giusta e che loro erano con noi, ma che proprio per questo l’occupazione era un errore e che dovevamo fare una protesta costruttiva, non un gesto autoritario e irresponsabile. Cristo, lo hanno detto per ogni anno in cui sono stato a scuola. Sono pronto a scommettere che dicono le stesse cose anche oggi. Non gli ha dato retta nessuno e abbiamo fatto bene. Se ci pensi, loro con tutto il loro buonsenso democratico, mai una rottura, mai un gesto di coraggio, alla fine io dico che sono complici con lo sfascio che c’è oggi, mentre io all’occupazione ho conosciuto i miei amici, ho dormito le prime notti con una ragazza, ho imparato la musica e tutte le cose belle che mi sono successe alla faccia loro.

Ho capito insomma che ci sono solo due tipi di proteste. Il primo tipo sono le proteste che vanno in prima pagina su Repubblica e che vedono impegnati insieme studenti, insegnanti, quelli precari e quelli fissi, i presidi e pure i rettori dell’università. Funziona così, arrivano i professori più impegnati e ti propongono di fare un forum, chessò il pomeriggio, oppure un’autogestione, ma la notte non si dorme a scuola, si torna a casa. E tu magari accetti, perché sennò ti fanno passare come il solito studente fancazzista. E si parla della guerra in Iraq e vengono gli ospiti illustri amici dei genitori a dire di mille cose. Mille cose inutili.

E poi ci sono le manifestazioni e le occupazioni che fai senza chiedere il permesso a nessuno. Dove si blocca la didattica e si resta a dormire in palestra. Non scambierei un giorno di occupazione con cento di forum. E infatti non l’ho mai scambiato: fnchè ci siamo stati, abbiamo occupato ogni anno. Mi ricordo che sul blocco della didattica era una battaglia. Noi non volevamo che ci fossero le lezioni durante l’occupazione. Nel ‘99 il preside si era impuntato che la didattica doveva proseguire. E allora la notte si presero tutti i banchi del piano terra e si fece una barricata per le scale. 20 metri di barricata in salita. Ma i custodi arrivarono alle 6 e mezzo e per le 9 smontarono tutto, qualcuno entrò in classe, pochi per la verità, ma a quel punto ci eravamo impuntati anche noi. E si stette il pomeriggio a pensare come potevamo fare. Ci venne l’idea di prendere tutti i banchi e tutte le sedie e tutte le cattedre di tutte le aule della scuola, ci saranno state più di 40 classi, e fare delle grandi montagne di banchi in poche aule da chiudere con i lucchettoni. Il giorno dopo le risate, tutte le stanze vuote, e la foto di un mio amico in piedi su una catasta di banchi che finì sul giornale. Gli studenti che se ne ebbero a male erano pochissimi, le occupazioni erano molto partecipate, in quegl’anni era così.

Ho preso ad andare al collettivo e alla Rete dei collettivi, che in quegli anni nei momenti caldi era un’assemblea gigantesca, venivano i collettivi di tutte le scuole, eravamo più di 200 ogni settimana, si facevano un po’ a girare in tutte le scuole, ma più spesso al giardino dell’Istituto d’arte.

Erano gli anni del G8 di Genova, oltre che nelle scuole c’era una grande eccitazione ovunque. In quegli anni a Firenze si occupava di tutto, non solo le scuole. Andavi alle assemblee e sembrava ogni volta che potesse succedere qualunque cosa. Ci fu l’occupazione del “Bandone” in via Maragliano. Era un edificio grossissimo e bisogna scegliere il nome: «bisogna pensarlo per bene, un nome che possa colpire». Poi all’assemblea pre-occupazione: «ah, allora bisogna occupare, da dove si passa? No da lì non si può passare, bisogna aprire il bandone» e si parlò per ore di questo bandone, e alla fine qualcuno disse «chiamiamolo Bandone». E da lì nacque il nome. Direi almeno 200 persone che stavano là ogni giorno. S’era tutti giovanissimi, e anche molto diversi tra di noi. C’erano quelli più militanti nel senso classico della parola, quelli che magari abitavano in occupazioni di case e avevano un’impostazione spesso molto “dura e pura” nel modo in cui si ponevano in assemblea. Poi c’era tutta l’area dei Giovani Comunisti di Rifondazione, che a quel tempo era qualcosa di abbastanza grosso anche a Firenze, ed erano molto vicini ai movimenti, anche se un po’ più moderati. E c’erano i radical chic, gli artistoidi, i teatranti, gli scrittori, i poeti o presunti tali, i gruppi musicali che erano tantissimi… Poi c’era tutta l’ala dei “fricchettoni”, quelli abitavano nelle case occupate in campagna e ti dicevano in assemblea «no, la birra non la compriamo, produciamocela da soli, coltiviamo luppolo». Un vero casino.

Era a tratti anche surreale. Anche perché siccome tutti si sentivano di poter parlare, la gente lo faceva senza cognizione di causa. Magari arrivavano un’ora dopo e intervenivano senza tenere conto di quello che era stato detto, completamente a caso. Era bello perché espressione di tutti, era brutto perché era estenuante, le assemblee potevano durare un’intera giornata. Mi ricordo tanti piccoli sketch, quando si andava a fare queste occupazioni temporanee di spazi abbandonati e si arrivava lì «bum!», una picconata al lucchetto e tutti dentro a fare il rave. Ci si travestiva tutti e si andava in centro a fare delle azioni, la gente un po’ capiva e un po’ no. Ci sgomberarono dopo pochi mesi e si continuò a fare di tutto, a occupare teatri in centro e a fare le street-parade e i rave di 72 ore alle Cascine.

Dopo Genova tutto continuò per circa 2 anni, fino al Social Forum di Firenze del 2003, diciamo. Poi tutto cambiò. E’ troppo difficile parlare del perché. Nelle scuole non si occupava più ma si facevano al massimo i forum e le autogestioni. Fuori, pareva tutto più morto. Ma non solo la politica. Anche le compagnie erano molte di meno, gli stadi si svuotavano. Iniziò l’epoca delle campagne sulla sicurezza. Ogni cosa diventava proibita. Io sono andato all’università e ho fatto ben poco fino al 2008. Quando è esplosa l’Onda un monte di gente si è risvegliata, me compreso. C’è più memoria di questi fatti, perché sono successi da poco. Da lì sono stato dentro i movimenti universitari, ho partecipato a tutte le azioni che hanno portato alle 80 e passa denunce nel maggio e nel giugno del 2011, sono stato a Roma il 14 dicembre quando gli studenti si sono scontrati con la polizia ed ero in piazza San Giovanni anche il 15 ottobre. Ora sto cercando lavoro e non trovo niente di niente, se non tirocini, tirocini e tirocini. Che la situazione sociale sia del tutto cambiata da quando facevo il liceo io lo puoi vedere anche dal modo di protestare che hanno gli studenti oggi.

Ora è diverso, c’è la crisi, ai tempi del mio liceo si stava ancora troppo nel benessere. I figli della classe media avevano speranza nel futuro, di trovarsi un lavoro, è molto differente dalla situazione che c’è adesso. Quindi i bisogni che esprimevamo non erano “materiali”, nel senso di cose per campare, o di una lotta per le borse di studio o contro il carovita o per il lavoro che manca. Avevamo il bisogno di avere degli spazi comuni in cui fare una vita comune, emanciparsi dalla famiglia come la prima cosa che era importante. I bisogni erano quelli di liberarsi dalla mercificazione della cultura, dallo stordimento mediatico, tutte cose che ci sembrava subire la classe media. Per cui sì, te sei benestante, però ti rintronano con la televisione, ti mercificano la cultura, ti sottraggono gli spazi, devi stare in famiglia, devi farti una famiglia, tutti questi obblighi sociali… Sono catene da cui uno si voleva liberare attraverso le occupazioni, le forzature, eccetera.

Ora gli studenti sanno che prendersi una laurea non gli servirà a conservare il tenore di vita a cui erano abituati in famiglia. E’ cambiata proprio l’agenda delle priorità. Vedono noi, i loro fratelli maggiori, e non si fanno le stesse aspettative e illusioni che avevamo noi. Quindi, quando riescono a rompere il muro dell’apatia e della rassegnazione, fanno proteste più forti, meno orientate ai bisogni simbolici e più attente ai problemi concreti…l’affitto di una stanza, i soldi per i trasporti, che lavoro li aspetta. O sennò non fanno proprio un cazzo e restano su fb tutto il pomeriggio, senza fare musica, andare allo stadio, o senza il desiderio di niente. Però credo che nei prossimi anni la forza del movimento studentesco è destinata a crescere, perché c’è troppa disoccupazione giovanile e troppa percezione della scuola come un parcheggio.

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