Il ruolo del fascismo nel mantenimento dello status quo. Due parole su lavoro e sfruttamento

Riceviamo da Firenze Antifascista in vista del corteo indetto per il 9 marzo e pubblichiamo. Si tratta di una riflessione su fascismo, lavoro e mantenimento dello stato di cose presente. Un utile esempio di come, tanto il fascismo quanto la democrazia, servano per perpetrare un sistema basato sullo sfruttamento per il solito ed unico fine di questo rapporto sociale (il nostro vivere quotidiano): il profitto. Da tenere a mente, specie in questi tempi di confusione, dove con la scusa della crisi la classe dirigente vecchia (e ora quella “nuova”) si compatta con la retorica del “bene del paese”, negando che la società è attraversata da continui conflitti facenti capo a differenti interessi (di classe, che vuol dire insieme di…)

Da più parti, soprattutto in questa campagna elettorale, si moltiplicano le dichiarazioni che dipingono il fascismo come un movimento rivoluzionario che durante il ventennio ebbe a cuore la politica sociale e migliorò le condizioni dei lavoratori. Niente di più falso.

Questo scritto nasce proprio dall’esigenza di combattere sin da subito questo ennesimo tentativo di riscrivere un pezzo della nostra storia…la storia della classe lavoratrice.

FASCISTI E LAVORO…COME TI SFRUTTO MEGLIO!

Del fascismo conosciamo la natura dittatoriale, prevaricatrice, razzista e colonialista. Sappiamo anche che, dopo la prima guerra mondiale, nelle cicliche crisi del sistema capitalista i fascisti hanno sempre avuto un ruolo di complici nella negazione delle differenze di classe, con continui richiami “all’unità nazionale”, sia nella repressione delle lotte più avanzate dei lavoratori. Ma di contro, troppo spesso, dimentichiamo ciò che abbiamo ereditato dal fascismo in campo economico, lavorativo e sociale. La Carta del lavoro del 1927 è il punto di arrivo del percorso che il fascismo ha iniziato nel ’22 mettendosi completamente a servizio del capitale industriale e della borghesia italiana.

Chi si ricorda, per esempio, che i contratti d’area e i salari differenziati tra regione e regione sono state una precisa richiesta degli industriali a Mussolini nel 1928? Non è forse questo uno dei cavalli di battaglia di alcuni sindacati di stato e di “illustri riformatori” come Monti e Ichino?

Diamo un occhio al comma 2 e 3 della Carta del Lavoro del 1927:

II – Il lavoro, sotto tutte le sue forme organizzative ed esecutive, intellettuali, tecniche, manuali, è un dovere sociale. A questo titolo, e solo a questo titolo, è tutelato dallo Stato. Il complesso della produzione è unitario dal punto di vista nazionale; i suoi obiettivi sono unitari e si riassumono nel benessere dei singoli e nello sviluppo della potenza nazionale.

III – L’organizzazione sindacale o professionale è libera. Ma solo il sindacato legalmente riconosciuto e sottoposto al controllo dello Stato, ha il diritto di rappresentare legalmente tutta la categoria di datori di lavoro o di lavoratori, per cui è costituito: di tutelare di fronte allo Stato e alle altre associazioni professionali gli interessi; di stipulare contratti collettivi di lavoro obbligatori per tutti gli appartenenti alla categoria; di imporre loro contributi e di esercitare, rispetto ad essi, funzioni delegate di interesse pubblico.

Non si nota una certa assonanza tra il corporativismo fascista e la politica concertativa?

Vogliamo poi ribadire, con alcune date, la parabola “rivoluzionaria” del fascismo:

26 Ottobre del 1922. Alla vigila della “marcia su Roma” una delegazione della Confindustria guidata da Alberto Pirelli si reca da Benito Mussolini alla redazione del giornale “Popolo d’Italia”. Gli fanno presente che sarebbe gradito un intervento diretto del movimento fascista per risolvere “…i gravissimi danni derivanti dallo stato di confusionismo anarchico in cui versa il Paese.”

24 e 25 Maggio 1920. Dopo la bastonata elettorale del 1919 e in pieno Biennio Rosso, Cesare Rossi, vicesegretario del movimento fascista, durante il secondo congresso di Milano nel suo intervento detta la linea del movimento “rivoluzionario”: “…Dal momento che il proletariato sposa la causa del socialismo, non ha diritto alla nostra indulgenza…nell’attuale scontro tra proletariato e borghesia noi dobbiamo stare con la borghesia aiutandola a diventare interprete dei bisogni nazionali…il fascismo deve essere il partito della borghesia produttiva e professionale.”

I “rivoluzionari” fascisti non hanno fatto altro che da collante tra il grande capitale industriale-finanziario e la borghesia nazionale. Prima della presa del potere le sue milizie, con la complicità dello Stato, hanno garantito il graduale smantellamento delle poche conquiste che il proletariato era riuscito ad ottenere durante il biennio rosso. Nel momento in cui i fascisti prendono direttamente il potere, si mette in moto il progetto della formazione di un “nuovo” Stato con a capo il Partito unico della borghesia. In questo contesto si arriva alla stesura della “Carta del Lavoro” nel 1927, quando il Fascismo si fa Stato, che in campo economico e sociale affossa definitivamente qualsiasi tentativo di rivendicazione di un modello collettivista. Proprio a questo serve la “moderna” forma del corporativismo che mette al centro l’interesse dello Stato e quindi l’interesse di chi lo Stato sosteneva: padroni, banchieri e borghesi…i capitalisti!

Il volantino

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