Medio Oriente:
un'area frammentata dall'imperialismo


relazione di Francesco Rizzo
in Cox 18
(6 dicembre 2001)
cronologia
 
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(Avvertenza: questa trascrizione e' stata rivista per renderne la lettura meno difficoltosa, cio' nonostante il testo rimane ostico e ripetitivo e per ragioni di tempo talune parti non sono state riportate. Va quindi ritenuto come una sorta di "working paper". Alla fine del testo ci sono le carte cui si fa riferimento e segue una "cronologia di base" degli avvenimenti, sicuramente parziale e non aggiornata, ma che puo' essere utile per visualizzare il decorso degli avvenimenti. E' in preparazione una versione .pdf e interattiva di tutto questo materiale, debitamente rivisto, che potrł essere richiesta a Cox 18 e all'Archivio Primo Moroni).

   La trattazione che faro' stasera sara' necessariamente schematica, perche' l'argomento e' amplissimo. Mi limitero' percio' a fornire solo alcune coordinate politiche, eventualmente da approfondire nel dibattito. Preliminarmente, chiarisco che non parlo da "esperto" del Medio Oriente - non lo sono - ma da militante politico, prendendo le mosse, da alcuni punti fermi.

  • Il rifiuto gli accordi di Oslo, che ritengo siano una delle concause della situazione attuale e segnino un passaggio del gruppo dirigente palestinese da una posizione inconseguente in tema di nazionalismo radicale a una conseguente in tema di condivisione di una pacificazione all'interno dell'ordine mondiale.
  • L'avversario in Israele non sono gli ebrei ma il sionismo, le due cose assolutamente non coincidono. Nel sostegno ai palestinesi non ci deve essere alcun elemento di razzismo nei confronti degli ebrei. Il sionismo e' un'ideologia politica, reazionaria, che ha anche manifestazioni aperte di razzismo antiarabo, e sia nelle sue componenti di "destra", sia in quelle di "sinistra", sostiene uno stato fondato sull'oppressione dei palestinesi e va combattuto come tale. Una pace "reale" passa necessariamente attraverso l'abbattimento dello stato della borghesia israeliana, ma non certo "buttando gli ebrei a mare" ; diversamente non c'e' alcuna possibilita' di "pace" in Medio Oriente ne' tanto meno in Israele, se non quella dell'ordine imperialista.

    La mia relazione avra' un taglio iniziale storico per favorire la comprensione di come si e' arrivati alla situazione odierna. Percio' affrontero' schematicamente alcuni passaggi del passato ed entrero' un po' piŁ nel merito dei punti fondamentali dello scontro politico che e' in atto oggi, a partire dall'accelerazione dello scontro seguita all'investitura di Sharon quale Primo ministro.

    Alla fine, penso si dovra' fare una riflessione sull'ultimo attentato di Hamas, per cio' che esso significa per Israele e all'interno di tutto il mondo palestinese.

    Per quanto mi riguarda, poi, l'attitudine politica fondamentale sulla questione penso debba essere quella della solidarieta' incondizionata ai palestinesi, a prescindere dalla direzione politica che possono avere e anche dai cosiddetti ăattentati terroristici╚ tipo quelli di Hamas.
    Non ho alcuna simpatia per Hamas, pero' va capito politicamente il significato di quello che e' avvenuto in questi giorni in Israele. Il 5 dicembre, ieri, Peres ha consegnato un ultimatum ad Arafat, intimando l'arresto entro 12 ore di 36 personalita' legate ad Hamas, Ezbollah e in generale alle forze islamiche. Verso le 7.00 di sera lo sceicco Yassin, leader spirituale di Hamas, e' stato arrestato. Alle 2.00 di notte era gia' stato liberato da Hamas (in questo momento non so che fine abbia fatto). Va tenuto presente che la lista consegnata da Israele non ha alcuna attinenza con gli ultimi attentati, difatti era gia' stata consegnata in settembre da Peres sempre ad Arafat, e non era nemmeno supportata da prove.

    Per entrare nel merito della questione, la relazione di questa sera parla di un Medio Oriente frammentato dall'imperialismo.

    La cartina n. 1 rappresenta a grandi linee la situazione come la conosciamo oggi. Ci siamo abituati, ma la realta' di partenza era molto diversa. La costituzione delle entita' statali attuali (Libano, Siria, Giordania, ...) ha seguito modalita' differenti da quelle che sono state alla base della formazione degli stati nazionali nell'area occidentale dell'Europa.
    E' fondamentale capire il tipo di percorso che c'e' stato in Medio Oriente, per rendersi conto di cio' che oggi avviene, di quello che e' stato prodotto e di come e' stato prodotto.

    La cartina n. 2 mostra quest'area com'e' stata, grossomodo, dal Cinquecento fino al 1918. La coloritura in grigio corrisponde all'Impero ottomano, un'area che va dall'Arabia fino alla Turchia (prima ancora arrivava anche all'Algeria). Poi, ritiratisi gli ottomani, in Egitto si insediano gli inglesi, preceduti dall'occupazione napoleonica.
    C'e' un'area unica, in cui non esistono tradizioni nazionali nel senso occidentale del termine; l'economia dell'area e' fondata su rapporti sociali di tipo feudale (ancora alla fine dell'Ottocento), in cui ci sono degli sceicchi, dei califfi, che detengono un potere amministrativo e la gestione dei tributi per conto dell'Impero ottomano, su aree limitate (sangiaccati).

    Nel mondo arabo, nell'area della cosiddetta "mezzaluna fertile", non esiste un tradizione d'irredentismo nazionale, quale quella che ci hanno insegnato a scuola riferendosi al Risorgimento italiano. Ci troviamo di fronte a un tutto unitario, con un'economia sostanzialmente precapitalistica e alla formazione di aree di potere locale, sotto la dominazione unificante dei turchi.

    Questa situazione viene scossa dalla seconda meta' dell'Ottocento da una serie di avvenimenti.

    La propagazione di rapporti mercantili nell'area, che porta in primo luogo all'impoverimento dei contadini. Le terre cominciano a diventare di proprieta' dei vari commercianti, degli sceicchi o califfi, di quel settore di aristocrazia di tipo feudal-amministrativo che vive incassando le tasse per conto dell'impero ottomano e che si appropria di buona parte delle terre coltivate, individuali e di villaggio. Questo processo concentra la proprieta' terriera in poche mani, quelle dei cosiddetti "proprietari assenteisti", che potranno poi rivendere le terre all'immigrazione sionista.

    Il canale di Suez, Aden e il mar Rosso, il passaggio verso il golfo Persico, ecc. divengono strategici per la Gran Bretagna,. che gia' allora diceva: "Io non mollo quest'area perche' mi garantisce il passaggio verso l'India; devo contenere la Russia, che spinge da nord, e la Germania, che sta entrando tramite i turchi".

    In questo periodo, che va dal 1850 al 1900, nel mondo arabo non esistono rivendicazioni nazionaliste, nel senso "occidentale"; ci sono rivendicazioni di decentramento amministrativo e di autonomia regionale.

    Saltando un po' a pie' pari nel tempo, vanno ricordati altri avvenimenti.

    Ha inizio la colonizzazione ebraica dell'area. Dal 1890 (anche gia' prima dal punti di vista strettamente teorico) comincia a organizzarsi politicamente il sionismo, che ha moltissime sfaccettature ideologiche, ma nella sostanza rivendica il ritorno del popolo ebraico nella terra dell'Israele storico, ossia biblico. E' un Israele i cui confini dovrebbero andare dal mare fino a una buona parte della Giordania.

    Inizia un processo di emigrazione verso la Palestina, soprattutto sotto i colpi della persecuzioni contro gli ebrei in Russia e Polonia (i cosiddetti pogrom, che sono una manifestazione specifica dello zarismo e dell'antisemitismo nell'area dell'Europa orientale).
    E' un'emigrazione ancora molto lenta, che pero' inizia gia' a creare problemi di convivenza, perche' gli immigrati acquistavano le terre dai notabili arabi e iniziavano a impiantare delle colonie su terre che non erano incolte - come viene raccontato dalla propaganda ufficiale di Israele - bensi' erano terre coltivate da fittavoli, che poi venivano espulsi o messi a lavorare sotto gli ebrei, con tutte le contraddizioni che cio' comporta.
    Con l'aumentare dell'emigrazione, tra il 1910 e il 1944 il prezzo della terra sale del 5000%, cio' ha portato a vendite a tappeto, all'aumento della penetrazione ebraica e all'aumento dei guadagni dei notabili arabi. Ma non ci sara' un'accelerazione vera e propria dell'immigrazione fino al 1907, quando l'organizzazione sionista, che e' un'organizzazione politica, ma anche fornisce un appoggio tecnico-strutturale, non apre l'ufficio di Jaffa in Palestina. Fino ad allora le migrazioni erano ancora sporadiche, ma dal 1907 sono organizzate e aumentano esponenzialmente. Il numero degli ebrei che emigra in Palestina tende a crescere e a entrare sempre piŁ in contraddizione con il mondo arabo.

    In questo contesto avviene un altro fatto fondamentale: nel 1908 in Turchia c'e' la rivoluzione dei Giovani turchi, che abbatte la monarchia e vara un regime nazionalista. Tra i suoi primi atti politici c'e' il lancio di una campagna di "turchificazione" di tutto l'impero turco, che tra l'altro impone l'obbligo del turco in tutti gli atti pubblici e nelle scuole e lancia una feroce campagna antiaraba.

    Inizia allora a manifestarsi un movimento di opposizione e di indipendenza, che prima ancora che contro i coloni ebraici si rivolge contro i turchi. Questo movimento ha una logica politica che non e' nazionalista, anzi gia' allora inizia a definirsi come "panarabismo": rivendicazione dell'indipendenza di tutto il mondo arabo, dall'Arabia fino alla Siria. Nessuno rivendica lo Stato palestinese, lo Stato giordano, lo Stato del Libano, ╔ L'obiettivo piŁ o meno abbozzato era quello di uno Stato panarabo, dall'Arabia alla Giordania e, nei settori piŁ radicali, l'introduzione di nuovi rapporti sociali e politici.

    L'altro fattore decisivo nella frantumazione dell'area mediorientale e' lo scoppio della Prima Guerra mondiale: la Turchia scende in campo con la Germania, contro l'Inghilterra, e la Francia. Iniziano i grandi giochi per il controllo dell'area.
    Molti avranno visto il film "Lawrence d'Arabia" sulla lotta degli inglesi assieme agli arabi contro i turchi. Ma le cose non sono andate proprio com'e' narrato nel film. Perche'?
    Nel 1916, in effetti, la Gran Bretagna finanziera' e armera' la rivolta araba, che parte dall'Arabia e si estende verso la Giordania e la Siria. Ma c'e' un fatto precedente: un accordo segreto, denominato Sykes-Picot, per la spartizione dell'intera area tra la Francia e l'Inghilterra. E' un accordo che verra' rivelato nel 1918 dalla Rivoluzione russa. Ma ben prima che divenisse pubblico, scoppia alla Mecca la rivolta araba, guidata dalla famiglia Husseini (l'attuale re di Giordania ne e' l'ultimo discendente), che sono i califfi dell' Higiaz in Arabia puntano a costituire una monarchia araba dall'Arabia Saudita fino al Libano. Gli inglesi formalmente appoggiano il progetto.
    Finita la guerra gli arabi pensano che i patti siano rispettati e formano addirittura un consiglio arabo a Damasco, la Gran Bretagna e la Francia, quale risposta, mandano le loro truppe e bloccano sul nascere la monarchia araba unitaria. La Societa' delle Nazioni (l'ONU di allora) sancisce l'operazione e conferisce il mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna e assegna la Siria e il Libano alla Francia.
    Inglesi e francesi per prima cosa dividono amministrativamente in entita' statali l'intera area. I confini sono disegnati a tavolino, senza alcuna attinenza geografica o culturale o di popolazioni (tra l'arabo della Giordania e quello dell'Iraq, non c'era allora una differenza lontanamente paragonabile a quella tra italiani e francesi, per intenderci) e la partita viene data per chiusa.
    Secondo questi stessi confini saranno successivamente realizzate le condotte petrolifere negli anni Trenta. Vedere la cartina n. 3.1

    Nel corso della Prima Guerra Mondiale c'e' un altro evento estremamente importate: la dichiarazione di Lord Balfour, il ministro degli Esteri inglese, che sostiene la creazione di un "focolare ebraico" - cosi' viene definito - in Palestina. Ne consegue che, col beneplacito inglese, vengono creati all'organizzazione sionista dei canali privilegiati per gestire e sviluppare l'immigrazione ebraica.
    Il "piano e' chiaro": da un lato dividere gli arabi e impedirne l'unita' territoriale, dall'altro far entrare gli ebrei con piŁ facilita', ma controllandone il flusso e le mire politiche e territoriali. Cosi' si dovrebbero gestire sia le contraddizioni tra arabi ed ebrei, sia a mantenere il controllo politico sull'area assegnata dal mandato dell'Onu e nel Medio Oriente (anche in concorrenza ai francesi). Nel 1922 la Gran Bretagma istituira' addirittura un regime commissariale in Palestina, per garantire gli accordi presi con l'Organizzazione Sionista, che volente o nolente diverra' un puntello dell'ordine imperialista nel Medio Oriente.

    Negli anni Trenta l'area vedra' crescere il proprio peso strategico per l'imperialismo grazie alla scoperta e commercializzazione del petrolio, che non solo acuisce degli interessi in astratto ma sostanzia il potere dei monarchi insediati dagli inglesi e dai francesi. Si crea cosi' una situazione sociale in cui le monarchie e gli strati nobiliari non solo sono legati politicamente all'Inghilterra o alla Francia, a seconda della sfera d'influenza, ma si legano alla rendita petrolifera. Cioe' diventano quella che, in termini economici, si chiama borghesia compradora, il cui unico scopo e' quello di percepire quote della rendita petrolifera, senza curarsi dello sviluppo produttivo del Paese. Come soci delle imprese che estraggono e commercializzano il petrolio, incassano le royalties e i dividendi per giocarli in borsa a Parigi, Londra, in Germania. E' una borghesia completamente incapace, in quanto legata a questa situazione economica, di fare propri degli interessi d'indipendenza nazionale, nella versione panaraba o in quella nazionalista.

    I violenti moti degli anni Venti-Trenta contro la dominazione, soprattutto quella britannica, sono schiacciati nel sangue da una repressione bestiale. Gli arabi - allora non si parlava ancora di palestinesi - combattono militarmente contro l'amministrazione britannica, perche' questa e' la prima fonte di repressione e di oppressione.
    Intanto i coloni ebraici aumentano a dismisura.

    Nel corso di questi anni il fattore nuovo e' la penetrazione degli Stati Uniti nell'area, che diventera' fondamentale con la Seconda Guerra Mondiale. Nel '33 gli inglesi abbandonano le ricerche petrolifere in Arabia, gli Stati Uniti li sostituiscono, trovano il petrolio, lo commercializzano e raggiungono un accordo in base al quale hanno il controllo di tutto il petrolio dell'Arabia Saudita. Un controllo che non e' realizzato come oggi su una rete di rapporti e compartecipazioni, ma che le compagnie estrattive erano in mano pressoche' al 100% agli Stati Uniti o, in subordine agli inglesi. Allora questo tipo di rapporto "coloniale" viene istituito con tutte le societa' petrolifere, che per questo sarebbero state poi nazionalizzate, a partire dalla seconda meta' degli anni Cinquanta, nel corso della stagione delle lotte di indipendenza nazionale.

    Con la Seconda Guerra mondiale, la situazione muta definitivamente: gli Stati Uniti entrano in maniera pesante in tutta l'area. Parallelamente cambia anche l'orizzonte del sionismo, che fino ad allora aveva avuto rapporti privilegiati, se non esclusivi, con la Gran Bretagna.
    Nel '42 Ben Gurion, che rappresentava il cosiddetto sionismo di "sinistra" e di li' a poco sarebbe stato il fondatore ufficiale di Israele, rifiuta l'esclusivismo del rapporto con la Gran Bretagna e apre agli Stati Uniti, allacciando nel corso del congresso sionista di New York rapporti privilegiati con il mondo ebraico americano. Da quel momento sono gli americani a diventare i protettori della creazione di Israele, che, ripeto, va di pari passo con la penetrazione USA in Medio Oriente.
    Nel corso della Seconda Guerra Mondiale gli USA man mano che sconfiggono le forze italo-tedesche in Nord Africa, inizieranno a installare basi militari nell'area, a partire dalla Libia. E, gia' durante il conflitto, danno il via a un piano di sostegno economico e impiantano produzioni di armi e di petrolio, contribuendo ad una maggior diffusione di rapporti sociali capitalistici. Gli americani cominciano a diventare la presenza imperialista fondamentale nell'area.

    Con la fine della Seconda Guerra mondiale la situazione venutasi tra arabi ed ebrei in Palestina precipita. Gia' nel '37 la Gran Bretagna aveva avanzato un piano per la spartizione (Commissione Peel), che da' l'idea del punto al quale si era arrivati nella penetrazione sionista (numericamente i coloni ebrei erano comunque inferiori agli arabi). Nella cartina n. 3.2 la parte inferiore e' lo Stato che verrebbe definito arabo, la parte grigia piŁ chiara sarebbe lo Stato ebraico, quella specie d'isola in mezzo sarebbe ancora in mano ai britannici con Gerusalemme. Questo piano viene rifiutato sia dagli arabi sia dai sionisti.

    Con la fine della guerra scade il mandato britannico sulla Palestina e gli inglesi vogliono uscire dalla situazione, ma devono far fronte non solo alla guerriglia e alla lotta degli arabi ma anche al terrorismo sionista: Beghin (futuro presidente del consiglio israeliano) era a capo del gruppo Stern, che uccise con un attentato il mediatore dell'ONU, il conte svedese Folke Bernardotte.
    L'ONU propone un piano, appoggiato dagli Stati Uniti e dalla Russia innanzitutto, per risolvere la situazione come meglio si riesce, ma secondo una logica difficile da capire. Per esempio, il criterio della spartizione non e' legato alla quantita' di popolazione presente, tant'e' che alcune zone in precedenza assegnate agli arabi vanno ora agli ebrei. Vedere la cartina 3.3 .

    Qui si arriva al dunque, perche' questo piano viene accettato dai sionisti e respinto dagli arabi. E' questo il momento in cui precipita la crisi e inizia la guerra. Il 14 maggio 1948, di fronte al rifiuto arabo, Ben Gurion proclama l'indipendenza d'Israele e la costituzione dello Stato israeliano. Il giorno dopo inizia la guerra. Libano, Siria, Irak, Giordania ed Egitto attaccano e invadono Israele (la Gran Bretagna ha gia' ritirato le proprie truppe). La guerra viene vinta dagli israeliani e si conclude con un armistizio.
    Si crea cosi' una situazione territoriale abbastanza simile a quella attuale (cartina n. 4.1). Ma non solo gli israeliani occupano l'area della Palestina: gli egiziani si appropriano della striscia di Gaza, mentre i giordani degli attuali territori occupati, la Cisgiordania (il re Abdullah di Giordania sara' per questo ucciso in un attentato nel '51). Con cio' si mise una pietra tombale sopra la nascente questione della costituzione di uno stato palestinese.

    Dato quanto ho parlato finora salto tutta una serie di avvenimenti che sarebbe importante illustrare, ma il discorso si farebbe troppo lungo. Ad esempio, salto gli anni Cinquanta, in cui ci sono le lotte d'indipendenza nazionale e contro le monarchie, Nasser in Egitto ecc. Nel '56 c'e' una nuova guerra tra Israele e paesi arabi e inglesi e francesi mandano le loro truppe contro l'Egitto che ha nazionalizzato il canale di Suez e l'esercito americano sbarca in Libano. Nel '58 c'e' la costituzione della Repubblica Araba Unita (Egitto e Siria) in contrapposizione al blocco monarchico Irak-Giordania, ╔ la guerra del '67 in cui Israele raggiunge la massima espansione territoriale (cartina n. 4.2), ecc.

    Nel periodo seconda meta' degli anni cinquanta e primi anni '60 il panarabismo punta all'unificazione dell'area, in un unico ricongiungimento contro Israele e l'imperialismo occidentale. Ovviamente va tenuto conto di un fatto: ad agire sono i militari, essendo la borghesia debolissima. In questi Paesi e' l'esercito che costituisce il partito "Baath della rinascita araba", un partito cosiddetto socialista, ma che ha posizioni che vanno dalla destra alla "sinistra" (la destra e' al potere ancora oggi in Irak, con Saddam Hussein; mentre il defunto presidente siriano Assad apparteneva all'ala sinistra).
    Teniamo presente che, per tutto il corso degli anni Cinquanta e Sessanta, Israele e' sostenuto a spada tratta dagli Stati Uniti, qualunque cosa faccia, perche' in quest'area e' il cane da guardia degli interessi statunitensi e occidentali. In quegli anni il Medio Oriente diventa un punto d'attrito fondamentale tra il blocco occidentale e il blocco del capitalismo di Stato sovietico. Il passaggio di tutta una serie di Paesi a questo secondo polo avviene nel '56, a causa del rifiuto occidentale di finanziare la diga di Assuan in Egitto, al che il presidente egiziano Nasser iniziera' a ricevere finanziamenti dal blocco sovietico, che riuscira' ad entrare con maggior peso nell'area con la fine della guerra del '56.

    All'interno di questa situazione e di questa contrapposizione tra blocchi, nel 1964 la Lega dei Paesi Arabi costituisce l'OLP, a capo della quale c'e' Sukhairi, che e' un' emissario degli egiziani. Solamente nel '68, Arafat prendera' la direzione effettiva dell'OLP e iniziera' quella guerriglia di cui abbiamo parlato per trent'anni e la cui storia non e' qui riassumibile in poche parole. Mi limito percio' a una valutazione politica.
    Negativo, in Arafat e nell'intera logica di Al Fatah, e' stato il rifiuto dell'ingerenza negli "affari interni" dei Paesi arabi, rinunciando in questo modo ad un possibile ruolo di effettivo panarabismo e di direzione democratico rivoluzionaria nell'area. Al Fatah e' sempre stata finanziata dal Kuwait, dall'Arabia Saudita e da tutta una serie di Paesi della Lega Araba. Ha pure seguito questa linea politica della "non ingerenza" in due frangenti fondamentali, tra il '70 e il '75 (gli anni delle lotte in Occidente, delle guerre contro il Vietnam, del sostegno alla Palestina).

    In quel periodo il panarabismo si ripropone in Giordania e in Libano, secondo nuove e particolari modalita'.
    In Giordania, dov'erano affluiti i palestinesi scappati dai territori occupati durante la guerra del '67, si realizzo' un'unita' di classe tra i palestinesi dei campi profughi e i lavoratori e proletari giordani, tanto che si temette addirittura che riuscissero a far cadere il regime monarchico. Non a caso questo reagi' con una repressione spaventosa: il famoso Settembre nero.
    La cosa si ripropone in Libano, altro Paese ad alta densita' di campi profughi palestinesi, dove si crea un legame profondo con il proletariato libanese, a partire da Beirut. Anche li' scoppiera' la guerra civile, e questo legame verra' schiacciato nel sangue. In questo caso saranno i siriani a farlo, appoggiando l'estrema destra libanese: i falangisti (la Falange libanese e' un'organizzazione cristiano maronita che prende il nome dalla Falange spagnola degli anni Trenta) che sconfiggeranno i palestinesi nel 1976 a Tall el-Zaatar, il campo profughi distrutto dopo svariati mesi di assedio. Questo tentativo di unificazione dal basso, promosso principalmente dal Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP), dal Fronte Democratico di Liberazione della Palestina (FDLP), insieme con altre organizzazioni minori, si fondava su rapporti sindacali e politici concreti, che si vivevano quotidianamente a partire dai campi profughi fino alla famosa periferia di Beirut Est.

    Il problema dell'"ingerenza negli affari interni" si riproponeva, perche' li' era il nodo politico centrale: per riprendersi la Palestina era necessario scardinare l'intero ordine imperialista dell'area e creare un'unita' di classe a livello di tutto il Medio Oriente. Questo era il tipo di percorso che materialmente s'imponeva, al di la' del fatto che l'FPLP si legasse strettamente alla Siria e l'FDLP si incamminasse in una linea di mero sostegno degli interessi dell'Unione Sovietica nell'area.
    Il cuore della questione stava tutto nella necessita' di creare un'unita' di classe, compito che i militanti palestinesi piu' radicali non seppero perseguire con coerenza, ma che arrivo' fino a tentativi, pur molto timidi e parziali, di stringere legami con il proletariato d'Israele, per la prima volta nella storia del conflitto israelo palestinese. In quegli anni Settanta andarono in prigione - e non so quanti ce ne siano ancora - diversi israeliani del "Fronte Rosso" per aver avuto rapporti con il Fronte Democratico di Liberazione della Palestina (in Israele allora era reato avere rapporti con i palestinesi).

    Schiacciato il percorso abbozzato negli anni Settanta, si apre una fase completamente nuova (tralascio che in mezzo ci sono state altre due guerre -1967 e 1973- tra Israele e i Paesi arabi), in cui saranno gettate le fondamenta, dal punto di vista della diplomazia internazionale, della "pace2 (una parola sempre molto ambigua). All'interno dell'amministrazione statunitense e nelle cancellerie europee s'inizia a parlare della necessita' di trovare una soluzione al problema palestinese. La conferenza di Ginevra che si apre in quegli anni, per la prima volta, vede l'invito di una delegazione palestinese.

    Gli interessi geostrategici americani sono quelli d'arrivare a una pacificazione dell'area. Come sempre, c'e' un perche', che stavolta si chiama rivoluzione iraniana. Nel '79 in Iran scoppia la rivoluzione, che non e' certo antimperialista ma che, comunque, va a toccare elementi fondamentali della rendita petrolifera e del controllo americano sul Medio Oriente (l'Iran dello shah, insieme con Israele, era il cane da guardia degli USA). Quindi gli USA hanno la necessita' di pacificare l'area mediorientale e del Golfo Persico (la guerra dell'Iraq contro l'Iran, sara' una guerra che Saddam Hussein combatte su procura americana).

    Un altro grosso evento spinge verso la logica della "pace", con la fine del blocco sovietico nel 1989, scompare il principale concorrente politico militare all'ordine imperialista USA. Per la prima volta in questo secondo dopoguerra prende il via una dinamica in cui gli interessi strategici dell'amministrazione americana non coincidono piu' esattamente con quelli di almeno una parte della borghesia israeliana. Non e' piu' cosi' immediato e automatico che qualunque cosa faccia Israele sia accettata dagli Stati Uniti. Anche se la cosa avviene molto silenziosamente, dietro le quinte, esiste una discrepanza: gli USA vogliono arrivare a una pacificazione e l'Europa lo stesso.
    In Israele, invece, la situazione e' variegata: c'e' chi (non solo i partiti religiosi ma le forze che sostengono oggi Sharon) propugna tuttora la teoria dell'Erez Israele (Grande Israele), cioe' l'annessione dei territori occupati e lo sconfinamento oltre il Giordano, ma questa teoria non coincide piu' con gli interessi dell'amministrazione statunitense. E' in questo contesto che si arriva ai famosi accordi di Oslo del 1993, il passaggio fondamentale che porta alla situazione odierna.

    Con gli accordi di Oslo, l'OLP ha riconosciuto in pratica il diritto d'Israele a esistere, eliminando un punto centrale della sua precedente carta costitutiva, laddove si parlava di cancellazione dello Stato d'Israele. Viene messo in piedi un meccanismo che nel nome della "pace" segna la fine della possibilita' dell'autodeterminazione palestinese. Quanto piu' va avanti il cosiddetto processo di pace, gli accordi di OSLO, tanto piu' si allontanera' una possibile autodeterminazione dei palestinesi.

    Riassumo solo alcune delle clausole fondamentali di questo trattato. *(alla fine c'e' una sintesi piu' estesa dell'accordo)

    Viene previsto uno statuto particolare per la citta' di Hebron, di cui oggi si sente spesso parlare perche' e' un nodo fondamentale della presenza ebraica.
    Gli israeliani avrebbero mantenuto il controllo di Qiryat Arba, un insediamento fatto in territorio occupato (il diritto internazionale vieta la costituzione di insediamenti di coloni in tutti i territori occupati militarmente: Israele e' l'unico Paese al mondo che non ha confini depositati all'ONU, per l'ovvio motivo che tende ad allargarli).
    A Hebron, oltre al controllo ebraico, viene introdotta la polizia palestinese: 400 poliziotti armati con 200 pistole e 100 fucili (nemmeno una pistola in due e un fucile in quattro). Le forze di polizia in generale avrebbero avuto un armamento massimo di 1500 armi leggere (tra fucili e pistole, 240 mitragliatrici, 45 blindati su ruote, 15 veicoli leggeri disarmati. Il totale di polizia consentito sarebbe stato di 1200 uomini in Cisgiordania e 1800 nella striscia di Gaza. La polizia, senza avere alcuna possibilita' di contrapporsi a un esercito come quello israeliano avrebbe avuto esclusivamente compiti di repressione interna, ne' piu' ne' meno.
    Tutta la zona chiara della cartina n.6 rimarrebbe comunque a Israele. La Cisgiordania sarebbe divisa in tre aree.
    L'area A comprende le zone evacuate dall'esercito israeliano, su cui si sarebbe realizzata l'autorita' dell'ANP. Questa e' l'area sotto controllo palestinese. Ovviamente, senza possibilita' di armare un esercito, di esercitare la politica estera, di battere moneta o cose del genere; cioe', senza le prerogative minime di qualunque Stato che si voglia chiamare tale.
    Poi ci sarebbe l'area B, comprendente la gran parte delle citta' e dei villaggi arabi (circa il 68% della popolazione palestinese). Su di essa l'ANP ha l'autorita' in campo civile e per l'ordine pubblico, mentre la sicurezza e' affidata all'esercito israeliano. Cio' significa che l'esercito israeliano entra ed esce da queste aree quando vuole (quando al telegiornale sentiamo dire che c'e' l'esercito israeliano in determinate zone, si sta parlando dell'area A, quella che dovrebbe essere sotto il controllo di sicurezza dell'Autorita' Nazionale Palestinese).
    L'area C e' quella cosiddetta spopolata, dove ci sono gli insediamenti dei coloni e le installazioni militari israeliane. Quest'area e' sotto l'esclusivo controllo dell'esercito di Tel Aviv in termini di sicurezza.
    I palestinesi per muoversi devono percio' passare sotto il controllo dell'esercito israeliano. Non esistono vie aperte con la Giordania; infatti c'era il progetto di un'autostrada blindata tipo quella che portava al Muro di Berlino.
    Tra le altre cose era prevista la liberazione in tre fasi di tutti i prigionieri palestinesi, tranne quelli responsabili di uccisioni o di lesioni gravi: Israele, cioe', rivendicava a se' il diritto di decidere quali palestinesi potevano essere liberati e quali no (si sa che ne sono stati liberati pochissimi).
    Veniva chiesta la cancellazione ulteriore di qualunque riferimento all'abbattimento d'Israele nella carta nazionale palestinese (richiesta accolta).
    Per quanto riguarda Gerusalemme, il trattato di Oslo stabiliva che sarebbe stato fatto un accordo successivo.
    Acqua e fognature, due servizi fondamentali per una vita civile, sarebbero rimaste sotto il controllo israeliano e demandate a successivi accordi.
    Questo breve riassunto dei punti fondamentali di Oslo serve a chiarire che quando ci parlano di pace, specialmente nel corso dei dibattiti televisivi, non ci si dice mai su che cosa vertano le trattative.
    Sharon e' andato al potere con un programma elettorale secondo cui i palestinesi dovrebbero adattarsi al 42% di quanto previsto da OSLO, senza ulteriori concessioni su acqua, fognature, controllo di sicurezza. A mano a mano che venivano presentati i vari piani e via via che saltavano gli accordi, da parte israeliana veniva levato qualcosa. Uno dei punti degli accordi di Oslo era che non ci dovessero essere piu' insediamenti: al contrario, i coloni, da 100 mila che erano nel 1993, sono oggi diventati 350 mila, se si calcola Gerusalemme. Proprio a Gerusalemme, dov'era previsto che non si potesse edificare, sono stati costruiti interi quartieri ebraici.
    Quella dei coloni e' una questione fondamentale anche in termini di controllo sociale. A mano a mano tutti i negoziatori israeliani, che fossero laburisti o del Likud o di governi di coalizione, hanno fatto andare avanti i coloni. Anche di recente sono stati stanziati fondi per nuovi insediamenti. I coloni sono la base sociale ed elettorale del Likud e della politica del Grande Israele. Questa gente, che proviene sia dai Paesi dell'Europa orientale sia da varie altre zone e alla quale si offre la possibilita' di una sistemazione a basso costo, terra' manu militari quest'area e non se ne andra' via tranquillamente. Il gioco e' chiaro: l'aumento degli insediamenti accresce i territori che vengono portati via ai palestinesi. Si e' sempre fatto cosi', a grandi linee, e ancora adesso si continua. Questo e' il maggior ostacolo alla possibilita' di raggiungere una pace all'interno dell'area.
    L'altro punto centrale e' la questione di Gerusalemme. La cartina n.8 e' la pianta di Gerusalemme. Vi si vedono tutti insediamenti (illegali dal punto di vista del diritto cosiddetto internazionale) fatti nel corso degli ultimi anni. Gerusalemme Est e' una capitale annessa dal 1967 (anche cio' e' contrario al diritto internazionale). Sharon vuole prendersela tutta; per questo vengono edificate tutte una serie di aree, cosi' da scacciarne i palestinesi, ai quali dal '67 e' vietato di andare a abitare a Gerusalemme.
    Oltre all'aspetto simbolico e a quello dell'uguaglianza dei diritti ve ne e' un altro, diciamo cosi', piu' materiale: attorno a Gerusalemme, nell'area che viene "ebreizzata" dal governo israeliano, si trovano la maggior parte delle fonti di sostentamento per la popolazione (i famosi pendolari risiedono tutti in quest'area). Inoltre si sta creando una situazione logistico-urbanistica che vede i palestinesi espulsi sempre piu' distante dalla citta'.
    Un altro punto e' quello del diritto al ritorno. Fino agli anni Cinquanta vigeva una legge per cui qualunque ebreo che si recasse in Israele otteneva automaticamente la cittadinanza israeliana. Il numero dei rifugiati palestinesi sia nei territori occupati sia nel mondo arabo ammonta a circa tre milioni. Per loro gli accordi di Oslo non hanno trovato alcuna soluzione. Israele non vuole garantire alcun diritto al ritorno; ovviamente per i palestinesi questo e' un punto irrinunciabile, soprattutto per Hamas (anche lo sceicco Yassin si e' detto disponibile a raggiungere un accordo, purche' sia riconosciuto questo diritto).

    L'altra questione fondamentale che blocca il processo di pace e' quella delle acque. Si presti attenzione alle sorgenti (orientate in due direzioni: una verso il Giordano, l'altra verso il mare): sono tutte nei territori occupati. Quindi controllare quest'area e' fondamentale; nessuno Stato puo' rinunciare al controllo delle acque. Israele sta postponendo continuamente la stipula di accordi stabili e duraturi su tale questione. L'erogazione delle acque e' fatta anch'essa in maniera completamente diseguale, e non viene mosso alcun passo per rendere possibile una cosiddetta equiparazione, in conformita' con quella che avrebbe dovuto essere la logica dell'accordo di Oslo.

    Questi, secondo me, sono i punti principali che bloccano il processo di pace. Ma c'e' dell'altro.

    Nel 2000, poco prima della fine della sua amministrazione, l'interesse americano a chiudere questa faccenda faceva si' che venisse proposto il cosiddetto piano Clinton. (cartina n. 7)

    Quando si parla di pace, si nasconde questo fatto: ai palestinesi non sarebbe data alcuna possibilita' di controllo dell'area, alcuna possibilita' di costituire un'entita' indipendente. Detto cio', rimane un problema di fondo: un'entita' del genere sarebbe un mini-Stato privo di ogni possibilita' di sopravvivenza fuori del legame con Israele e avrebbe un'unica funzione: quella di controllare i palestinesi che vogliono ritornare, i palestinesi che vogliono abbattere Israele o avere dei confini accresciuti. Il movimento palestinese e' stato messo in una grandissima difficolta'. La linea politica delle organizzazioni di sinistra, come l'FPLP (che ha ucciso in un attentato il ministro israeliano del Turismo Zevi) e l'FDLP, e' quella di rivendicare le risoluzioni dell'ONU (la 242 e le altre) per tentare di influenzare al meglio i colloqui di pace. Hamas sta acquistando un peso sempre maggiore, il che sicuramente non ci fa piacere, per quello che rappresenta politicamente, essendo una forza reazionaria islamica.

    Oggi si sta sviluppando un'azione militare basata soprattutto sugli attentati. Le manifestazioni sono pressoche' scomparse; non ci sono piu' lanci di pietre ecc. Il fatto stesso che la polizia palestinese non riesca a contenere l'azione di Hamas da' l'idea di quali siano i rapporti di forza in campo.

    Sharon motiva gli attacchi come reazione agli attentati suicidi, che vengono equiparati all'attacco contro le Twin Towers (il capo del governo israeliano ha dichiarato che si deve combattere il medesimo terrorismo). Io, pur non avendo alcuna simpatia per Hamas, ritengo che si tratti di due situazioni completamente differenti. I coloni israeliani sono una struttura militare armata; questa popolazione ha occupato un territorio altrui (anche se viene acquistato un terreno non ci si puo' fare uno Stato). Gli attentati - che politicamente io non farei, perche' mi porrei il problema di contattare il proletariato israeliano (con tutta la difficolta' che cio' comporta, visto il suo sostegno al Likud) - rientrano in una logica di guerra civile e di resistenza contro l'occupante. Puo' non essere bello, possiamo discutere nel merito di azioni come queste, ma sono una costante storica all'interno dei movimenti di liberazione nazionale: ad Algeri si mettevano le bombe nei bar dei quartieri francesi, a Saigon altrettanto. Si puo' discutere sull'utilita' politica da un punto di vista comunista di attentati come quelli appena richiamati o di quelli che fa Hamas, che si propone di costituire uno Stato islamico in Palestina e di colpire indistintamente tutti gli ebrei.
    Agendo da rivoluzionari comunisti penso che si dovrebbero colpire lo Stato di Israele e le forze della borghesia israeliana, tentando di costruire il legame con il proletariato di cui dicevo prima. Questa involuzione militare porta veramente alla fine dell'autodeterminazione e della possibilita' centrale: quella di scardinare l'equilibrio esistente in quest'area. Il legame tra proletariato arabo-palestinese e proletariato israeliano e' auspicabile, ma al momento ben poco praticabile. Finche' durera' questa situazione il proletariato israeliano sara' legato mani e piedi al sostegno del proprio Stato.
    Se noi fossimo li', e fossimo israeliani, dovremmo rivendicare l'incondizionato diritto all'autodeterminazione per i palestinesi. E questo dovrebbe essere sostenuto da qualunque israeliano che si definisse comunista.
    Il problema non e' quello di ributtare a mare gli ebrei - come veniva detto una volta dalla propaganda araba razzista - il problema e' di abbattere lo Stato della borghesia israeliana. Con una linea politica come quella attualmente dominante, di certo, non ci si riesce, ma va nondimeno rifiutata la logica di chi dice: "E' tutto terrorismo". (Tra l'altro Hamas non fa parte della rete di Al Qaeda, come non ne fanno parte gli Hezbollah. Cio' e' riconosciuto, al di la' di quanto scrivono i giornali, anche dagli analisti dei servizi segreti occidentali. Per dirne una, dopo che gli Hezbollah sono stati inseriti da Washington nella lista del terrorismo internazionale, il governo libanese li ha difesi, paragonandoli ai partigiani europei, per aver resistito all'occupazione israeliana del Paese.)

    Non mi piace in genere far citazioni di Marx - non penso infatti che quanto dice lui o qualcun altro sia vero perche' lo dice lui - ma c'e' uno scritto suo e di Engels a proposito di violenza e "terrorismo" che voglio qui ricordare, che venne pubblicato sul "New-York Daily Tribune", del 5 giugno 1857, a proposito della Cina:

    "... Ora invece, almeno nei distretti del sud ai quali il conflitto e' rimasto finora limitato, le masse popolari partecipano attivamente, quasi con fanatismo, alla lotta contro lo straniero. Con fredda premeditazione, essi avvelenano in blocco il pane della colonia europea di Hongkong... I cinesi salgono armati sulle navi mercantili, e durante il viaggio massacrano la ciurma e i passeggeri europei. Si impadroniscono dei vascelli. Rapiscono e uccidono qualunque straniero capiti vivo nelle loro grinfie... Piuttosto che arrendersi colano a picco con essi o muoiono nelle loro fiamme... A questa rivolta generale contro lo straniero ha portato la brigantesca politica del governo di Londra, che le ha imposto il suggello di una guerra di sterminio (s.n.)...
    I trafficanti in civilta', che sparano a palle infuocate contro citta' indifese, e aggiungono lo stupro all'assassinio, chiamino pure barbari, atroci, codardi questi metodi; ma che importa, ai cinesi, se sono gli unici efficaci? Gli inglesi, che li considerano barbari, non possono negar loro il diritto di sfruttare i punti di vantaggio della loro barbarie. Se i rapimenti, le sorprese, i massacri notturni vanno qualificati di codardia, i trafficanti in civilta' non dimentichino che, come essi stessi hanno dimostrato, i cinesi non sarebbero in grado di resistere, coi mezzi normali della loro condotta di guerra, ai mezzi di distruzione europei. Insomma, invece di gridare allo scandalo per le crudelta' dei cinesi... meglio faremmo a riconoscere che si tratta di una guerra pro aris et focis, di una guerra popolare per la sopravvivenza della nazione cinese - con tutti i suoi pregiudizi altezzosi, la sua stupidita', la sua dotta ignoranza, la sua barbarie pedantesca, se volete, ma pur sempre una guerra popolare. E in una guerra popolare, i mezzi dei quali si serve la nazione insorta non si possono misurare ne' col metro d'uso corrente nella guerra regolare, ne' con altri criteri astratti, ma solo col grado di civilta' che il popolo in armi ha raggiunto (s.n.)".
    Marx - F. Engels, India Cina Russia. Le premesse per tre rivoluzioni, Il Saggiatore, 1976. pp. 196-197).

    La stessa situazione si ripete oggi: contro un elicottero israeliano il palestinese - per quanto non ci faccia piacere e benche' ci sia da discutere sul fine e sugli obiettivi - non ha altra possibilita' che farsi esplodere nel mezzo di una via di Gerusalemme. Dov'e' la violenza? Da che parte stanno la barbarie e l'oppressione? In questo senso la solidarieta' con i palestinesi e' incondizionata. Cio' non vuol dire accettare Hamas o affermare che questi metodi come sempre validi, ne' che noi utilizzeremmo se fossimo li'. Ma questo e' quanto sta avvenendo.
    Quando si parla di pace, si parla di una pace imposta a quest'area per dominarla, controllarla e condurre in "santa pace" quell'altra guerra che e' gia' in corso in Afghanistan contro il cosiddetto fondamentalismo islamico. E' una guerra imperialista di dominio, che viene giustificata con una barbarie, un atto di guerra indiscriminato come quello compiuto a New York. Altrettanto lo sono le bombe sull'Afghanistan, non solo contro il civile innocente (il civile non e' innocente di per se stesso), ma anche il poveraccio in divisa che e' costretto ad andare a combattere per interessi non suoi.

    Il piano Sharon rappresenta il mantenimento dell'oppressione nazionale, della guerra in Israele e in Palestina. In quest'ottica non ci sara' mai pace che non sia una pace di distruzione dei diritti dei palestinesi e delle loro possibilita' di sopravvivenza.

    Domanda

    Che cosa intende il relatore per autodeterminazione? Autodeterminazione significa creazione di uno Stato, il che prevede una borghesia nazional-rivoluzionaria - inesistente in quest'area - che dia vita a un'amministrazione e avvii tutta una serie di lavori. L'ANP e' riuscita a creare solo una polizia che, per quanto poco armata, ha sparato sulle stesse persone che rappresentava. Non c'e' stato nessun altro tipo di sviluppo. La mia domanda non poggia su di un'istanza banalmente antistatale. La questione che pongo e' la seguente: quale forza materiale e quale involucro dovrebbe avere l'autodeterminazione palestinese? Secondo me c'e' un'ambiguita' di fondo quando dici: "Dovremmo fare cosi', pero'╔". Se partiamo dal presupposto militante che il nazionalismo in quest'area e' un nazionalismo indotto dall'una o dall'altra borghesia (quella palestinese se la spassa benissimo e va a puttaneggiare con tutte le amministrazioni possibili), se partiamo dal rifiuto del nazionalismo e quindi dall'affermazione del disfattismo rivoluzionario e della necessita' di un'unita' con quei proletari israeliani che votano Likud ma che sono anche carne da cannone, l'opzione politica non puo' essere se non la fraternizzazione, sul piano organizzativo, sindacale, politico, dell'associazionismo ecc. Da questo punto di vista non puo' darsi che un rifiuto nettissimo della strategia politica di Hamas. Non faccio una critica moralista della violenza; m'interrogo sull'arco di forze sociali, e sulle relative espressioni politiche, con cui posso costruire una traiettoria di cambiamento di questa societa'. Le intuizioni maggiori dell'FDLP, prima che si perdesse nelle vie di Mosca, sono tuttora attuali, perche' il nazionalismo e' ancora piu' indotto che negli anni Settanta e la possibilita' di creare un'entita' statale separata e' ulteriormente diminuita.
    Ancora due osservazioni.
    Si fa un errore se si considera la popolazione palestinese come legata solo a quel territorio, in quanto e' la forza-lavoro a basso costo quantomeno di tutto il Medio Oriente, una forza-lavoro sradicata.
    Sono pienamente convinto che per un'organizzazione comunista ogni azione intrapresa debba dare un risultato positivo (+ 1). Quando da un attentato l'organizzazione in quanto tale ricava una diminuzione ( - 1), vi e' un problema di fondo. E' vero: Algeri, Saigon ecc., ma allora non c'era la tendenza al martirio. Lo stesso problema si pone, per esempio in Turchia, rispetto ai prigionieri politici, con la strategia dello sciopero della fame fino alla morte.

    Risposte

    Sono stati tirati fuori tutti i nodi politici fondamentali della questione palestinese. Parto dalla fine: sulla questione del martirio la penso allo stesso modo: non credo che in una prospettiva politica comunista organizzata ci possa essere spazio per una logica di martirio o per cose del genere. Il martirio non solo e' avulso dal nostro mondo, ma se l'aspettativa politica - la creazione di un mondo nuovo, libero, aperto - passa attraverso questi atti vi e' una contraddizione troppo forte. Noi lavoriamo per liberare l'uomo, non per ammazzarlo o perche' si ammazzi in azioni di questo tipo.
    Il fatto di cercare di capire la logica degli attentati di Hamas non significa condividerli. (E sicuramente in un'ottica comunista bombe come quelle Hamas portano a - 1. Il problema e' che per Hamas portano a + 2, + 3, + 4, proprio perche' ha un'impostazione completamente diversa dalla nostra.) Se fossi presente in Palestina, dovrei intervenire contro questo tipo di azioni, nonostante tutte le difficolta' esistenti, cercando di creare un legame con i proletari israeliani. Io penso che se operassi li' da palestinese, dovrei pormi come centrale questo tipo di rapporto, per rompere un muro che e' spaventoso, sia nel campo israeliano sia in quello palestinese. Nel campo israeliano, dal punto di vista dell'associazionismo sindacale, stante che l'Histadrut (un sindacato pressoche' di Stato) supporta i coloni e ha cointeressenze finanziarie di vario tipo. Dal punto di vista palestinese si arriva alla questione centrale: la messa in discussione della leadership dell'OLP. Lo si sarebbe dovuto fare molto prima. Questa leadership dell'OLP, da una direzione borghese inconseguente rispetto ai compiti di rivoluzione democratica qual era, e' diventata una direzione conseguente nella difesa degli interessi di pacificazione dell'area. Il tragico e' che non ci sono altre forze che si stiano muovendo con cui poter aprire un dibattito politico. L'opposizione che dovrebbe essere piu' radicale, quella dei Tanzim di Barguti, oscilla sempre fra il rispetto per Arafat e scambi d'occhiate con le masse, senza optare per una politica indipendente.
    Un'altra questione centrale e' quella della fraternizzazione. Non l'ho detto prima, perche' sarebbe stato troppo lungo, ma io penso che il problema palestinese possa essere risolto solo nel quadro di quella che definisco una rivoluzione d'area. Il controllo dell'imperialismo, cioe', in quest'area salta solo se affrontiamo la questione israelo-palestinese tessendo legami politici e organizzativi in una prospettiva d'area, facendo saltare la Giordania, il Libano ecc. e riportando l'unita' in un'area territoriale, cosi' da costruire effettivamente un mercato comune, un mercato unico d'area che possa diffondere un spinta rivoluzionaria. Se per assurdo scoppiasse una rivoluzione comunista in Palestina, l'indomani sarebbe gia' entrato in azione l'esercito giordano (come e' gia' successo con il Settembre nero, come in Libano con i siriani). Il problema e' che va fatta saltare tutta l'area. Tra il dire e il fare c'e' di mezzo un percorso politico lunghissimo, che nella fase odierna non e' sentito dai militanti palestinesi.
    A proposito dell'autodeterminazione e del nazionalismo, bisogna capirsi. Io ritengo che le nazioni vadano superate, abbattute, che non siamo piu' nella fase in cui le lotte d'indipendenza nazionale svolgono un ruolo progressivo. Questa fase e' stata chiusa negli anni Sessanta; oggi non esistono piu' borghesie democratico-rivoluzionarie in questa parte del mondo. Pero' questo fatto non elimina l'oppressione nazionale: l'imperialismo e le sue strutture statali di vario genere creano tutta una serie di aree e territori in cui l'oppressione nazionale esiste. Allora su questo non possiamo glissare; fin tanto che esistono queste oppressioni, i proletari, le masse che si muovono in queste aree, saranno inchiodati a questa prospettiva dalla materialita' stessa della loro condizione. Qui non stiamo parlando solamente di un problema idealistico, a livello nazionale palestinese, stiamo parlando del problema materiale di schiodarsi da un'oppressione tremenda, e cio' vuol dire affrontare il problema della nazionalita' palestinese, che secondo me non potra' andare in porto limitandosi solo e unicamente ai confini dell'attuale Israele (o Palestina, come la si voglia chiamare). Come va affrontata l'autodeterminazione palestinese? Secondo me attraverso la creazione di uno Stato, ma non di uno Stato che sia in mano ad Arafat, o all'OLP o men che meno ad Hamas. Con una vecchia formula degli anni Venti, uno Stato di dittatura democratica degli operai e dei contadini, in cui queste forze siano veramente rappresentate e non lo siano invece le forze della borghesia, tanto israeliana che palestinese; uno Stato il cui compito principale sia quello di scollarsi dal controllo imperialista dell'area, in cui sia possibile creare un nuovo tipo di legame con i proletari israeliani.
    Se guardiamo il problema da parte palestinese, ci s'impone quest'ottica. Se lo si guarda da parte israeliana - dall'altro corno del dilemma - la prima cosa che qualunque comunista d'Israele dovrebbe dire e' che i palestinesi hanno un diritto immediato all'autodeterminazione, che significa poter decidere immediatamente del loro destino. Dopo, questo stesso comunista potra' andare a dir loro: facciamo qualcosa insieme contro quei bastardi alla Sharon o quelli che avete voi, per vivere meglio tutti e porre fine allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Andra' poi svolta una battaglia politica perche' questa possibilita' di decisione non si limiti a uno Stato come quello prefigurato dall'ANP, uno Stato con sette servizi segreti e una polizia che arresta solo i militanti palestinesi.

    (Non e' stato possibile correggere meglio questo testo, il lettore non ce ne voglia troppo)

    Accordi di OSLO

    OSLO 1: E' una dichiarazione dei principi e lo scambio delle lettere di riconoscimento reciproco

    OSLO 2: Accordo ad interim israelo-palestinese sulla Cisgiordania e la striscia di Gaza elezione nei Territori di un consiglio di 82 membri e un presidente di un'Autorita' esecutiva, che si sarebbero insediati 22 giorni dopo il riposizionamento dell'esercito israeliano fuori dei centri piu' popolosi della Cisgiordania. clausole speciali per Hebron, compreso il ritiro dell'esercito israeliano entro il 28 marzo 1996, Israele avrebbe mantenuto il controllo del sobborgo di Qiryat Arba, della Tomba dei patriarchi, del quartiere ebraico e della "citta' Vecchia", fino a 400 poliziotti palestinesi sarebbero entrati nella citta' con 100 fucili e 200 pistole l'ANP avrebbe assunto il controllo delle aree della Cisgiordania evacuate dall'esercito israeliano, assicurandovi la sicurezza con forze di polizia fino a un massimo di 1.200 uomini in Cisgiordania e 1.800 nella striscia di Gaza le forze di polizia avrebbero avuto un massimo di 1.500 armi leggere (tra fucili e pistole), 240 mitragliatrici, 45 blindati su ruote e 15 veicoli leggeri disarmati israeliani e palestinesi avrebbero effettuato pattugliamenti congiunti su itinerari prestabiliti ulteriori riposizionamenti dell'esercito israeliano fuori dei centri rurali arabi della Cisgiordania sarebbero stati effettuati gradualmente, a intervalli di sei mesi, entro un anno e mezzo dall'insediamento del consiglio le truppe israeliane alla fine sarebbero rimaste solo negli insediamenti e in alcune installazioni militari concordate, il cui destino sarebbe stato definito dai negoziati sull'assetto definitivo Israele avrebbe garantito il transito di veicoli e passeggeri dalla striscia di Gaza alla Cisgiordania lungo percorsi prefissati la sicurezza dei confini della striscia di Gaza e della Cisgiordania, degli insediamenti dei coloni e degli israeliani residenti nei territori sarebbe stata di competenza israeliana la Cisgiordania venne divisa in tre aree (a macchia di leopardo):
        Area A: citta' e zone evacuate dall'esercito israeliano. Su di esse avrebbe avuto la responsabilita' della sicurezza e dell'ordine pubblico
        Area B: gran parte delle citta' e dei villaggi arabi (circa il 68% della popolazione palestinese). Su di essa l'ANP avrebbe avuto piena autorita' in campo civile e per l'ordine pubblico; per la sicurezza l'autorita' sarebbe stata israeliana.
        Area C: le zone pressoche' spopolate delle Cisgiordania, gli insediamenti dei coloni e le installazioni militari. Israele avrebbe mantenuto sicurezza e ordine pubblico, l'ANP i servizi civili (sanita', educazione, ...) per la sola popolazione araba. liberazione in tre stadi di tutti i prigionieri palestinesi, tranne quelli responsabili di decessi e lesioni gravi l'ANP non avrebbe dovuto infliggere maltrattamenti, violenze, punizioni o vessazioni ai palestinesi che avevano collaborato con Israele l'ANP avrebbe dovuto apportare i previsti cambiamenti alla Carta Palestinese (la cancellazione d'Israele) sarebbero stati avviati successivi negoziati per lo status definitivo dei Territori (Gerusalemme, insediamenti, localita' militari, profughi palestinesi e relazioni internazionali) non piu' tardi del 4 maggio 1996, attuando le Risoluzioni ONU 242 e 338 acque e fognature: Israele riconosceva i diritti dei palestinesi alle acque della Cisgiordania, ma la questione veniva rimandata al negoziato sullo status definitivo. Nel frattempo Israele si impegnava ad aumentare le quote d'acqua per i palestinesi e l'ANP si impegnava a non fare nulla che mettesse in pericolo le risorse idriche di Gaza e Cisgiordania (da cui Israele ricava gran parte del proprio fabbisogno)