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Il sistema carcerario in Europa INTERVISTA AL PROFESSOR VINCENZO RUGGIERO
TITOLARE DELLA CATTEDRA DI SOCIOLOGIA PRESSO LA MIDDLSEX UNIVERSITY DI LONDRA, ESPONENTE DEL PENSIERO ABOLIZIONISTA


1) Cosa significano per lei le parole riduzionismo e abolizionismo?
I due termini posseggono una loro storia distinta. Oggi, tuttavia, designano cose che a mio avviso sono piuttosto simili. Intendo dire che riduzionisti e abolizionisti sono ora più vicini di quanto siano mai stati. Ma andiamo con ordine.
I primi contributi abolizionisti degli anni '70 appaiono quando sono in corso in ogni paese (europeo e non) delle clamorose lotte dei detenuti. In alcuni paesi nordeuropei prende corpo un'elaborazione teorica che, collegandosi a simili lotte, propone una strategia teorico-pratica di tipo abolizionista.
Simile strategia viene adottata da militanti politici e accademici di diversa estrazione politica e ideologica. Distinguo tra gli abolizionisti una componente cristiana (Louk Hulsman), una marxista-materialista classica (Thomas Mathiesen), e una libertaria (Nils Christie).Queste tre componenti si ritrovano però su un aspetto fondamentale della questione: il problema non è il crimine, ma il sistema della giustizia criminale, dall'intervento giudiziario fino alla pena. E' questo intervento a creare la questione criminale. Abolizionismo vuol dire perciò non solo abolire le pene, ma anche i tribunali, le agenzie istituzionali di investigazione, gli assistenti sociali, e così via.
Gli abolizionisti, pur avendo in mente un modello completamente alternativo di società, non rimandano la soluzione della questione carcere al futuro. Insomma, non aspettano che sia la società futura (quella che sognano) a mettere in pratica l'abolizione delle pene. Al contrario, sono convinti che già da subito si debba lavorare all'abolizione: con esperimenti, analisi, propaganda che ‘decostruisce' la visione ufficiale del crimine, e attraverso negoziazione e conflitto con le agenzie istituzionali. Tra gli esperimenti principali, destinati poi a essere adottati in molti paesi, ricorderei tutte quelle forme di giustizia informale che favoriscono l'incontro tra vittime e reo.
In altri paesi, chi lottava per la riforma carceraria, generalmente, non aveva bene in mente quali alternative andassero proposte e quali forme operative queste dovessero assumere. Generalizzando (e con le dovute eccezioni), potrei dire che i militanti, e a volte anche alcuni gruppi di detenuti, osservando i cambiamenti sociali così radicali che erano in corso, in un certo senso delegavano a tali cambiamenti il compito di occuparsi anche della questione criminale. Frattanto, il carcere migliore era quello raso al suolo. In futuro però, chissà: forse la pena poteva ancora avere una sua funzione. In Italia, ad esempio, non si pensava a fare esperimenti abolizionisti, in quanto l'intera società veniva investita da un'ondata di esperimenti, in ogni settore, gruppo, o recesso della psiche. A distanza di anni, però, alcuni episodi mi fanno riflettere. Ho sentito non molto tempo fa un ex-detenuto delle Brigate Rosse il quale, dopo aver scontato una ventina d'anni di carcere duro, ha affermato che comunque il carcere ci vuole: come si fa altrimenti a gestire i criminali?
Nella versione più riformista, un simile atteggiamento veniva tradotto in una specifica investitura alla ‘classe operaia' perché questa si facesse carico (come si diceva allora) della questione pena e crimine. Secondo questa versione, ovviamente, erano le istituzioni ufficiali della classe operaia (sindacati e partiti) che dovevano attivarsi. Il riduzionismo, almeno in Italia, nasce internamente a questo dibattito. Cambiamento sì, ma collegato a, e magari diretto da, partiti e associazioni rappresentative dei lavoratori.
Questa differenza, tipicamente, emergeva quando qualche riduzionista si confrontava con l'abolizionismo. All'abolizionismo veniva rimproverata un'idea di società idealizzata, pre-moderna, priva di quei meccanismi di sviluppo che consentono anche ai lavoratori di emanciparsi, L'abolizionismo, insomma, poteva andar bene nelle piccole comunità norvegesi, da dove la sua filosofia proveniva, ma era inadatto a collegarsi al ‘grande' sviluppo delle forze produttive e ai grandi conflitti che segnano la storia del capitalismo moderno.

Come dicevo, credo che abolizionisti e riduzionisti si siano incontrati a metà strada. Sia perché tutti ormai criticano l'idea di sviluppo all'infinito, sia perché gli stessi abolizionisti non sembrano indicare, per così dire, una data a partire dalla quale le carceri vanno abolite. Entrambi, mi sembra, considerano il sistema della giustizia disfunzionale, decostruiscono le nozioni ufficiali di crimine , e sottoscriverebbero una drastica riduzione delle pene per i rei minori. Entrambi, poi, criticano il sistema delle pene per l'accanimento che rivela contro i deboli e la disattenzione che mostra verso i potenti. Entrambi sanno che il carcere è un affare e che esiste ormai una remunerativa industria della protezione e della sicurezza. Tutti sanno che il carcere non riabilita, che il trattamento è una farsa e che le istituzioni penitenziarie non sono nemmeno in grado di rispettare la loro stessa legalità e di dare seguito alla loro stessa funzione ufficiale. Le carceri sono lì forse perché si riproducono da sole: anche se il crimine venisse abolito le carceri vivrebbero di vita propria. Mathiesen (vedi suo libro pubblicato dal Gruppo Abele) ha smesso di indicare il 2002 come la data fatidica dell'abolizione, ma si limita ora a propugnare una riduzione drastica della popolazione detenuta.

2) Ritiene che queste forme di risoluzione di conflitto siano realizzabili, entrambe o una delle due?.
Sì, ritengo che forme alternative di risoluzione dei conflitti funzionino.
Vedi gli esperimenti condotti ormai anche in Italia, e soprattutto considera che la stragrande maggioranza dei conflitti sociali, da sempre, viene risolta con strumenti diversi da quelli giudiziari e penali. Non bisogna dimenticare, infatti, che il sistema penale in fondo raggiunge una percentuale trascurabile dei conflitti e persino dei reati.
Ho una qualche perplessità riguardo agli esperimenti abolizionisti quando si cerca, a tutti i costi, di conciliare interessi che non sono conciliabili in sede ‘criminologica'. Insomma, credo che le forme alternative di risoluzione dei conflitti funzionino quando fanno emergere, tra le parti coinvolte, la sensazione che vittime e rei hanno degli interessi in comune. Ma questo può accadere solo quando le figure sociali coinvolte hanno davvero una sorta di affinità, materiale o intellettuale che sia. In altri casi, abolire le pene, a mio avviso, dovrebbe voler dire abolire anche quelle forme alternative che in fondo, anche se attraverso modalità informali, fanno del crimine e della giustizia criminale il centro dei conflitti e della risposta ai medesimi.
Questi conflitti infatti non si risolvono con la criminologia, e ancor meno con la vittimologia. Si risolveranno solo quando un nuovo assetto sociale renderà criminologia e vittimologia inservibili, e ne reclamerà l'abolizione. Ma allora non occorrerà anche pensare di abolire l'abolizionismo?


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