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Bello come una prigione che brucia
Introduzione:
Libagioni, emozioni, sedizioni



Per fabbricare del gin è sufficiente distillare e rettificare una cosa qualsiasi, ma in linea di massima si usano dei cereali: orzo, segale o granoturco. Quello che caratterizza il gin, oltre al fatto che lo si aromatizza con bacche di ginepro, è soprattutto la sua rettificazione quasi assoluta che elimina in un nonnulla il nocivissimo alcol amilico e permette, senza costosi invecchiamenti, una commercializzazione immediata.
L’assenza pressoché totale di sapidità di cui soffre questo torcibudella si presta alla confezione di innumerevoli miscugli alcolici nati dalla fantasia senza limiti degli amatori, incitando il suo retrogusto farmaceutico piuttosto all’addizione di sapori amari o agrodolci.
Nell’Inghilterra del XVIII secolo i benestanti non apprezzavano ancora queste sapienti combinazioni e non ostentavano che sospetto e disgusto nei confronti di questo beveraggio misteriosamente insipido che dei mercenari avevano portato dall’Olanda negli ultimi anni del secolo precedente. Certo, i giovani lord depravati e avidi di sensazioni forti ne annaffiavano copiosamente le attività criminali e voluttuose che s’improvvisavano in seno a società segrete come il club del Fuoco dell’Inferno o quello dei Mohawks. La maggior parte dei ricchi preferivano però degustare delle acquaviti di frutta accuratamente invecchiate e tracannare vini prelibati per movimentare i loro festini e le loro partite di piacere.
La bevanda nazionale dei poveri, l’ale, una birra abbastanza forte e ricca di aroma, conobbe, nella prima metà del XVIII secolo, una lunga disaffezione dovuta a quella che l’igienismo degli storici fa loro chiamare «l’epidemia del gin». L’incremento, in quell’epoca, del consumo di acquavite in generale e del surrogato del jenever olandese in particolare dipendeva da diversi fattori intimamente legati tra loro:
- i progressi tecnici permettevano la ridistillazione su scala industriale e a costi ben minori di quelli della fabbricazione del vino o della birra, mentre anche l’apporto calorico delle acquaviti era sicuramente più elevato, a pari quantità, di quello delle bevande fermentate (un basso rapporto tra prezzo e calorie non era certo indifferente, alle soglie dell’età del carbone, in un paese dal clima piuttosto freddo);
- i continui conflitti militari-commerciali, che opponevano le compagnie mercantili inglesi alle potenze continentali esportatrici di vino e di derrate alimentari, incoraggiavano il mercato interno a rivolgersi, con la benevolenza fiscale della Corona, verso la produzione locale o coloniale: gin delle distillerie londinesi, rum delle Indie Occidentali e uisge delle marche celte del regno;
- l’industrializzazione nascente della società inglese e lo sviluppo formidabile della flotta mercantile assoggettavano gli operai e i marinai a fatiche penose e incessanti; gran consumatrici di calorie e generatrici di un’abbondanza di dispiacere da annegare;
- il trionfo dell’austerità dei costumi e dell’individualismo, che andava di pari passo con quello dei rapporti mercantili, consegnava gli uomini ad una derelizione nuova: non potendo più trovarsi la vertigine d’esistere che raramente o imperfettamente, in gioiosa o tenera compagnia, s’incominciò a ricercarla sistematicamente e assolutamente nell’illusione, e quindi, in primo luogo, nella tossicomania alcolica (e ben presto oppiacea).
L’«epidemia» non sarà frenata che da una soprattassazione crescente - che prosegue ai giorni nostri - e dalla «crociata» che condussero contro la «bevanda del diavolo» i predicatori delle sètte protestanti, come John Wesley. Le prime imposte significative sugli spiriti saranno d’altronde decise dai whig, partito della borghesia autoritaria allora diretto da Robert Walpole, ministro del Tesoro e cancelliere dello Scacchiere dal 1721 al 1742.
Quest’ultimo tentò per due volte d’imporre dei brutali aumenti della fiscalità «morale». Il suo progetto di accisa (sorta di balzello) degli alcol (Excise bill del 1733) fece scendere in strada tutta quanta la gente della City. Al grido di «No alla schiavitù! No all’accisa!», una «moltitudine variopinta di uomini, donne e bambini d’ogni età» assediò il Parlamento, malmenò il ministro disonorato e lo costrinse con la forza a ritirare la sua proposta di legge. Il suo Gin Act, che si accontentava di soprattassare la gnôle, l’acquavite dei poveri, fu adottato, con l’appoggio dei grandi produttori di birra - divide et impera -, dal Parlamento nel 1736. Ma questa legge fiscale si rivelò impossibile da applicare in concreto, tanta opposizione incontrava nel popolino, il quale organizzò dappertutto delle processioni ben annaffiate per piangere la sepoltura della sua bevanda favorita e piantò un bel casino. Alla stregua della poll tax della Thatcher, questa imposta sul gin - sulla povertà dunque anch’essa - si scontrò con una resistenza popolare e una disobbedienza civile di tal fatta che lo Stato dovette rinunciare a imporla e scelse, in maniera più sorniona, di procedere anno dopo anno ad una tassazione progressiva.
Questi movimenti furono chiamati i gin riots, anche se tali «sommosse» furono senza paragone meno violente della sollevazione proletaria del 1780 o dei primi conflitti dentro l’industria. All’epoca, tutte le sommosse londinesi, ed esse erano «settimanali» secondo un contemporaneo, potevano d’altronde essere così designate poiché non vi sono molti dubbi che ognuna di esse andasse di pari passo con delle copiose libagioni.
Nel XVIII secolo, la sommossa era la forma abituale e periodica della protesta sociale: di fatto, ogni manifestazione di insubordinazione, poco o tanto collettiva che fosse, veniva battezzata sommossa. Queste «emozioni popolari» della «mobilité» - una parola allora sinonimo di plebaglia - talvolta erano solo poco più che brevi tumulti all’uscita delle taverne. Molte di esse avevano per pretesto le forme più diverse di risentimento sociale, fra le quali il corporativismo e la xenofobia che incitavano i poveri a sbranarsi fra di loro.
L’odio dei ricchi non ne forniva troppo spesso che la sola dinamica, a tal punto che questi ultimi non si astenevano affatto, all’occasione, di «affittare», con qualche ghinea abilmente distribuita, delle piccole truppe di pezzenti e straccioni al fine di saziare delle vendette molto private, o addirittura di provocare a valanga dei disordini dai quali contavano di trarne un profitto politico qualsiasi. Questo sistema di rent-à-mob, era più spesso impiegato dalla fazione pro-aristocratica, senza essere disdegnato dagli ambasciatori delle potenze rivali. Spesso non costava che qualche barile di acqua-di-fuoco, o addirittura la semplice promessa di un lucroso saccheggio, sebbene fosse preferibile avere al proprio servizio personale, fra i numerosi banfoni delle taverne, un briccone che conoscesse bene i trucchi dell’arte di provocare una sommossa.
Mariuoli e debosciati, decisamente numerosi nel popolo, erano tuttavia lontani da essere i soli a ubriacarsi e a saccheggiare, a disprezzare la legge e a turbare l’ordine mercantile. Dall’apertura delle prime fabbriche e delle prime miniere, i pezzenti che vi vendevano le loro braccia, sacrificandovi il benessere e il gusto della vita, seppero mostrarsi decisamente temibili in un contrasto sociale condotto, da una parte come dall’altra, come una guerra; gli ammutinamenti avvenivano frequentemente sui vascelli della flotta dove i ricordi dell’età dell’oro della filibusta erano ancora freschi.
La maggior parte delle sommosse a meritare senza abuso il bel nome di «emozioni» erano essenzialmente il fatto di uomini di fatica esasperati dalle grossolane e innumerevoli ingiustizie di cui erano tempestati dai nuovi padroni della ricchezza sociale; e gli operai formavano il grosso dei rivoltosi, anche nei torbidi più apertamente teleguidati: essi vi trovavano, oltre che una sicura distrazione, l’occasione di squarciare, il tempo di un tumulto, lo spesso velo della razionalità economica.
L’ubriachezza collettiva, rara e sapida, poteva liberare i poveri dagli ostacoli alla comunità e al piacere che essi si erano visti insidiosamente o brutalmente imporre nel corso dei secoli. Anche se l’isteria mercantile non aveva ancora raggiunto quella onnipresenza che schiaccia i nostri contemporanei, il saccheggio, più che un semplice riflesso di sopravvivenza dei tempi di carestia, costituiva già un’arma della critica che andava ben al di là della «rapina» organizzata in un settore dell’economia. La distruzione, a ferro e fuoco, degli emblemi dell’oppressione era l’immagine più viva del godimento, in un’epoca dove la trivialità del commercio non aveva ancora tolto del tutto ai simboli la loro potenza. Infine e soprattutto, la sommossa era un’espressione dei rapporti di forza fra le classi in guerra, prolungando sovente controversie salariali, scioperi e petizioni: un momento dove il proletariato si serviva delle sue inclinazioni comunitarie ed utopiche come di un’arma. L’onore come l’umore incitavano i poveri a mostrare i denti, o addirittura a mordere, per non essere interamente divorati dagli sciacalli che organizzavano la ripartizione delle risorse.
Che la sommossa inglese del XVIII secolo sia stata così sovente legata al consumo di gin, e ad un suo consumo «eccessivo», assomiglia molto a un’astuzia della Storia: una cattiva acquavite, nata dalla gelida logica del calcolo commerciale e concepita a bella posta per impestare e abbrutire il bestiame operaio, si trovò nondimeno al centro della controversia bellicosa tra l’economia e i suoi nemici.
La cultura caotica dei gin rioters minacciava di disgregazione i legami sociali alienati dove s’infognavano gli uomini, stimolando il loro gusto per la vertigine. In effetti non è che nel bevitore isolato che si depone il «fardello del pensiero». Quando la folla s’imbriaca, tuonante o tuonata di piaceri, nasce talvolta un furore dello spirito la cui unica verità è la libertà: il tropismo dell’eterogenea comunità dei desideri. Al di là della perdita di «conoscenza delle pene e dei dispiaceri», legata alla tossicomania alcolica, la festa offensiva e il delirio collettivo diventano allora i più irrefutabili fra gli argomenti del negativo.
La sollevazione del giugno 1780 non si astenne dal sottomettere al saccheggio le cantine dei dignitari o le distillerie di acquavite, dall’imporre la gratuità delle taverne, dall’organizzare ogni sorta di sfrenatezze bacchiche. Occorreva una sbornia alla festa, e il cerchio alla testa - mitraglia, forca, prigione, moralismo - fu, a questo proposito, particolarmente doloroso.
Eppure, se la festa non si fosse tramutata in orgia, non si sarebbe prolungata con una tale intensità, non avrebbe minacciato l’ordine mercantile con una tale energia. I poveri si fecero temere, non per le loro aspirazioni, che sapevano formulare ancor meno di oggi, ma per la rivelazione folgorante del loro «starcene insieme»: un branco la cui domesticazione non era che una vernice e che rischiava alla prima occasione di ritornare all’indipendenza trasognata dello stato selvaggio... dei montoni pronti a brucare i loro pastori. Se i loro padroni raddoppiarono gli sforzi per rinforzare, con o senza vaselina, il loro dominio, i poveri non potevano più ignorare di costituire la forza centrale della società urbana nascente; soprattutto avevano mostrato a tutta l’Europa, proprio con la frenesia dei loro eccessi, la universalità nuova della loro classe, capace di abbattere i muri delle bastiglie, suscettibile di mettere il mondo alla rovescia...


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