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Convegno di Zurigo Intervento di Louk Hulsman

Alternative alla giustizia criminale


Introduzione

Questa relazione verte sulle alternative alla giustizia criminale, pur non affrontando l'argomento generale del castigo. Vedo la punizione come una forma di interazione umana in molte pratiche sociali: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro, nello sport. In questo senso conosciamo tutti il castigo in entrambi i ruoli, passivo dell'essere punito e attivo "di colui che punisce".
L'immagine che ha la gente della giustizia criminale si basa in gran parte sulla presentazione da parte dei media delle attività della giustizia criminale. Quando si partecipa alla giustizia criminale indirettamente o si valuta il sistema da spettatori, lo si fa in base all'immagine prodotta dai media. Nella giustizia criminale si usa il linguaggio della punizione; la gente quindi ritiene che esista una congruenza fra il contesto del castigo a loro familiare sulla base dell'esperienza diretta e i processi all'interno della giustizia criminale. Tuttavia, questa congruenza non esiste.
Relativamente a ciò che all'interno del sistema viene definito professionalmente "castigo" (determinate decisioni giudiziarie e loro attuazione) manca un rapporto tra "colui che punisce" e "colui che viene punito". È proprio nella relazione "punente-punito" che va cercata la caratteristica della "punizione" (al contrario della violenza). Nella giustizia criminale quindi le attività (e le esperienze) formalmente denominate castighi non sono assimilabili agli eventi che al di fuori della giustizia criminale vengono considerati come punizione. In pratica chiamare quelle attività punizione significa creare una legittimazione infondata; di conseguenza io non considero la giustizia criminale come un sistema per dispensare punizioni, ma come un sistema che usa il linguaggio della punizione in maniera da nascondere i reali processi in corso e da produrre consenso attraverso una presentazione erronea di questi processi che li assimila ai processi conosciuti e accettati dal pubblico. Il linguaggio convenzionale nel discorso pubblico nasconde le realtà relative a situazioni problematiche (crimini) e alla criminalizzazione.
Farò quindi dapprima alcune osservazioni sul linguaggio e sulla posizione di uno studioso rispetto al nostro argomento: non si può parlare di giustizia criminale e di alternative senza indicare i valori che vogliamo prendere in considerazione nel paragone fra un approccio dal punto di vista della giustizia criminale e una situazione in cui altri sono gli approcci.
Successivamente parlerò dei valori, e quindi esaminerò quanto siano o meno realistiche le opinioni sulla giustizia criminale (e io non penso che lo siano) descrivendo tre errori fondamentali nelle idee dominanti sulla giustizia criminale.
Concluderò quindi con alcune proposte (pratiche) per un nuovo approccio alla questione delle alternative.


1. IL LINGUAGGIO E LA POSIZIONE DELLO STUDIOSO

Un dibattito pubblico a Cordova

Nell'ottobre 1996 ebbi il privilegio di partecipare a un dibattito pubblico in materia di sicurezza nella città di Cordova (Argentina). Il dibattito era organizzato da un'associazione di volontari denominata "EI Agora", che si propone di motivare i cittadini a esprimere le proprie opinioni e a promuovere varie attività in materie di interesse pubblico.
Il dibattito iniziò con piccoli gruppi di 10-15 persone. Chiunque fosse interessato si poteva iscrivere a un gruppo. "EI Agora" forniva un coordinatore per ogni gruppo. Gli argomenti in discussione nella prima riunione erano i seguenti. Ti senti poco sicuro a volte in questa città? In che contesto, in quali circostanze? Cosa sì può fare per diminuire questa sensazione di insicurezza? Chi, e come, può contribuire a questo scopo?
Nel primo giro di discussioni i partecipanti non si esprimevano da esperti, ma piuttosto riferivano esperienze personali, sensazioni e opinioni come cittadini. I partecipanti non cercavano di riscuotere il consenso altrui; dovevano solo cercare di identificarsi con le diverse esperienze, sensazioni e necessità espresse dal gruppo.
La sera riassumevamo tutte le opinioni e le posizioni espresse nei singoli gruppi in un unico grande schema, nell'ambito del quale avevamo ovviamente lasciato spazio per le osservazioni sulle azioni da adottare nei confronti dei trasgressori, ma questa sezione rimase praticamente vuota. I partecipanti desideravano svariate azioni concrete, che si potrebbero classificare nelle categorie della riparazione e della prevenzione, ma il soggetto - argomento al centro del dibattito ufficiale "punizione dei criminali" - veniva rappresentato solo marginalmente. In quanto alle azioni concrete suggerite dai partecipanti nei gruppi dì lavoro non c'era poi una loro collocazione naturale, non si trovavano le parole nel linguaggio del dibattito ufficiale. Non c'è quindi da stupirsi che tutti gli esperti chiamati a commentare il risultato della discussione nei gruppi di lavoro indicassero la sorprendente differenza fra i due linguaggi.


L'accademia e il linguaggio su crimine, giustizia criminale e sicurezza

A mio avviso esiste un doppio compito per gli studiosi che operano nei campi toccati dal dibattito su crimine e giustizia criminale (e che concordano con i valori critici contenuti dentro la tradizione accademica):
a) descrivere e analizzare i processi di criminalizzazione in modo da permettere la determinazione delle conseguenze e della loro legittimità;
b) dare una mano a chi (professionisti e non) cerca di affrontare situazioni problematiche (dal punto di vista della riparazione e/o prevenzione) oggetto di criminalizzazione secondaria o di pretese di criminalizzazione primaria.
Per portare a termine questo compito serve un linguaggio. Questo linguaggio non può essere quello in cui si pratica e si legittima la giustizia criminale. Se l'uso di tale linguaggio deve rendere possibile stabilire la legittimità della giustizia criminale alla luce di determinati valori espliciti, è meglio partire con la formulazione di quei valori che ci devono indicare dove e come cercare. Iniziamo quindi a considerare alcuni valori espliciti.


2. VALORI E NORME

2.1 Quando cerchiamo di pervenire a uno standard normativo comune da usare per formarci un'opinione sugli sviluppi nel campo della giustizia criminale e delle sue "alternative", è utile fare una distinzione fra due livelli di normatività.
Da un lato abbiamo un livello di normatività che possiamo usare in modo generico per determinare gli sviluppi sociali. A questo livello possiamo paragonare gli sviluppi nella giustizia criminale con gli sviluppi nella legge civile, ma anche con i cambiamenti nel campo della socio-terapia e coi cambiamenti nei rapporti umani al di fuori dei contesti professionali.
A questo livello costruiamo la normatività in modo da poter paragonare schemi riferimento della giustizia criminale con altri schemi di riferimento dentro e fuori l'universo legale.
Se esaminiamo la giustizia criminale a questo livello vediamo le regole e la realtà della pratica, e paragoniamo la determinazione di altre attività professionali (il settore socio-sanitario, l'istruzione, la comunicazione ecc.). Questo però è anche un livello di normatività più specifico, in cui determiniamo le attività di giustizia criminale solo in relazione alle regole e alle tradizioni sviluppate nel corso del tempo in questo settore. Ovviamente ci possiamo chiedere se adattare o meno queste regole e queste tradizioni; torneremo quindi al primo campo di cui abbiamo parlato.


2.2 Valori del primo livello

Dobbiamo cercare uno schema normativo intorno al quale poter mobilitare un consenso vasto in questo periodo storico di società (post)moderne. Lo schema normativo deve contenere indicatori che si possano applicare ai sistemi sociali in cui giocano un ruolo preminente i professionisti e in cui molti casi vengono trattati su un micro-livello: come per esempio il sistema dell'istruzione, il sistema sanitario e quello legale. Lo schema normativo presuppone un accordo sul carattere secolare e non fondamentalista dello Stato. Gli indicatori che seguono mi sembrano soddisfare i requisiti cui ho accennato.
Vedo questi valori sullo sfondo dei valori formulati alla fine del XVIII secolo in Francia e che vediamo ancora oggi su ogni edificio francese: uguaglianza, fraternità, libertà.

a) Rispetto per il diverso
Assunto di base: la sopravvivenza della vita dipende dal rispetto e dalla solidarietà con ciò che è diverso. La differenza all'interno delle specie e fra di esse oggi come oggi è minacciata dai nostri accordi sociali e tecnici. Le differenze fra persone che vivono nella stessa "società" sono sottovalutate, nel discorso pubblico.
Valori: rispetto per le differenze fra gli individui (e perfino in uno stesso individuo nel corso della sua vita) e fra le collettività. Solidarietà con queste differenze.

b) Le professioni e le autorità devono servire il cliente
Valori: Le professioni e le autorità esistono per le persone nella loro diversità, e non viceversa. Ciò significa che le autorità e le professioni devono servire gli interessi dei clienti considerandone legittima la diversità.
Assunto di base: le autorità e le professioni possono solamente servire l'interesse del clienti nella loro diversità quando questi clienti hanno il potere di orientare le proprie attività.

c) Validità della ricostruzione
Assunto di base: Il menu non è il pasto, la mappa non è il territorio. Un evento oggetto di un discorso o di una qualsiasi forma di processo decisionale è sempre ricostruito. La ricostruzione non è mai identica all'evento.
Valori: nella valutazione delle pratiche sociali il primo aspetto da valutare è la qualità della ricostruzione di un evento o di uno stato di cose. La ricostruzione è "valida"? La ricostruzione di eventi che appartengono (inoltre) al regno della vita reale è valida solo se basata sulle intenzioni degli attori principali nel mondo reale. Questo criterio è diretta conseguenza dei valori e degli assunti di base dei punti a) e b).


2.3. Valori e norme di secondo livello

Incontriamo qui valori e norme prodotti nelle leggi, nelle dottrine e nelle decisioni giudiziarie. Spesso il discorso verte su questioni specificamente penali anche quando in discussione ci siano questioni sui diritti umani. È importante anche far riferimento ad altri "argomenti" nel campo dei diritti umani in cui viene ulteriormente sviluppata la dimensione della libertà.


3. TRE ERRORI FONDAMENTALI DEL DISCORSO CONVENZIONALE SU CRIMINE, CRIMINALIZZAZIONE E GIUSTIZIA CRIMINALE

3.1. Prima di descrivere questi errori fondamentali dobbiamo riflettere un momento sui concetti chiave impiegati.

Il concetto "Crimine"
Siamo portati a considerare gli "eventi criminali" come eccezionali, tali cioè da differire in maniera sostanziale da altri eventi non definiti come criminali. Nell'ottica convenzionale, la condotta criminale non è considerata la causa più importante di questi eventi. I criminali - sotto tale punto di vista - sono una categoria speciale di persone, e la natura eccezionale della condotta criminale, e/o del criminale, giustificano la natura speciale della reazione nei suoi confronti.

Tuttavia, le persone coinvolte in eventi "criminali" non sembrano formare una categoria a parte per se stesse. Coloro che sono ufficialmente schedati come "criminali" costituiscono solo una piccola parte di quelli implicati in fatti che permettono legalmente la criminalizzazione, la grande maggioranza dei quali è costituita da giovani maschi provenienti dai settori più disagiati della popolazione.
All'interno del concetto di criminalità troviamo svariate situazioni collegate fra di loro: la maggior parte di esse hanno, comunque, proprietà separate e nessun denominatore comune: violenza dentro la famiglia, violenza in un contesto anonimo nelle strade, effrazione, modi completamente diversi di ricevere merci illegalmente, modi differenti di condotta nel traffico, inquinamento dell'ambiente e alcune forme di attività politiche. Non si può individuare alcuna struttura comune né nella motivazione di chi è implicato in tali fatti, né nella natura delle conseguenze, né nelle possibilità di affrontarle (vuoi in senso preventivo, vuoi nel senso del controllo del conflitto). Tutto ciò che questi fatti hanno in comune è che il sistema della giustizia criminale è autorizzato a intervenire contro di essi. Alcuni di questi eventi causano una notevole sofferenza a coloro che sono direttamente implicati, di sovente nuocendo sia al perpetratore sia alla vittima. Consideriamo, per esempio, gli incidenti stradali, e la violenza nella famiglia. La gran parte dei fatti di cui si occupa la giustizia criminale non si troverebbe però molto in alto in una immaginaria scala della sofferenza individuale. Le difficoltà fra coniugi, fra genitori e figli, per la casa e sul lavoro normalmente vengono percepite come problemi più seri per durata e gravità. Se paragoniamo i fatti criminali con altri fatti, non troviamo al livello di chi è direttamente coinvolto nulla di intrinseco che porti a distinguere quegli eventi "criminali" da altre difficoltà e situazioni spiacevoli. Di regola, essi non vengono neppure segnalati da chi è direttamente coinvolto per essere affrontati diversamente dal modo in cui vengono gestiti gli altri eventi. Non dobbiamo quindi sorprenderci se un numero considerevole di fatti definiti come "crimini gravi" nel contesto del sistema della giustizia criminale rimanga totalmente fuori da quel sistema. È dunque risolto dentro il contesto sociale in cui ha luogo (la famiglia, il sindacato, le associazioni, il quartiere) nello stesso modo in cui vengono risolti altri conflitti "non criminali". Tutto ciò significa che non esiste una realtà ontologica del crimine.

Criminalizzazione e giustizia criminale
Cos'è la giustizia criminale? Per noi, la giustizia criminale è una forma specifica di interazione fra un certo numero di organismi come la polizia, i tribunali (nel senso più ampio, cioè non solo i giudici, ma anche il pubblico ministero, gli avvocati, ecc.), il sistema carcerario e di libertà vigilata, i dipartimenti di legge e criminologia nel mondo accademico, il ministero della Giustizia e il parlamento. Nessuno di questi organismi è in sé indissolubilmente legato alla giustizia criminale, ognuno ha una sua vita propria. Molte delle attività dei tribunali non hanno luogo all'interno dello schema di quella forma particolare di interazione. Allo stesso modo, la maggior parte delle attività dei tribunali spesso non avviene nello schema della giustizia criminale; ma nello schema della giustizia amministrativa o civile.
Cos'è dunque quella forma specifica di interazione, o - in altre parole - di organizzazione culturale e sociale (Gusfield, 1981) che produce la criminalizzazione? Tratterò brevemente solo quegli aspetti che ritengo importanti per il nostro argomento centrale.
Il primo fatto specifico che denota una organizzazione culturale è la giustizia criminale come atto per costruire (o ricostruire) la realtà in un modo molto specifico. Produce una costruzione della realtà a partire da un episodio, attentamente definito nello spazio e nel tempo, ferma l'azione su quel momento e si rivolge a una persona, come individuo, cui poter attribuire l'operato (la causalità) e la colpa di tale episodio. Come risultato di ciò, l'individuo viene isolato, per alcuni aspetti importanti relativi a quell'episodio, dal suo ambiente, dagli amici, dalla famiglia, dal sostrato materiale del suo mondo. Viene anche diviso da chi si sente vittima in una situazione che può essere attribuita alla sua azione; le "vittime" vengono a loro volta separate in modo simile. Quindi, l'organizzazione culturale di riferimento toglie artificialmente alcuni individui dal loro ambiente distintivo e separa le persone che si sentono delle vittime dalle persone considerate in questo specifico frangente come "perpetratori". In tale senso l'organizzazione culturale della giustizia criminale crea "individui fittizi", e un'interazione "fittizia" fra di loro. Altra caratteristica dell'organizzazione culturale della giustizia criminale è la sua attenzione sull'attribuzione della colpa. Esiste una forte tendenza nella giustizia criminale ad associare eventi e comportamenti esaminati e sanzioni comminate in un modello coerente e stabile, che si basa su una scala gerarchica di "gravità".
La gerarchia per gravità si basa fondamentalmente sull'esperienza di una gamma limitata di fatti all'interno della competenza effettiva (o ritenuta tale) del sistema. In questa piramide non vengono praticamente fatti paragoni con fatti e comportamenti al di fuori di tale gamma.
La classificazione ha luogo in gran parte in un universo separato, determinato dalla struttura della stessa giustizia criminale. La coerenza della scala dentro il sistema conduce necessariamente a incoerenze rispetto alle scale di chi sta fuori del sistema, dal momento che i valori e le percezioni nella società non sono uniformi. Il "programma" dell'attribuzione della pena tipico della giustizia criminale è una copia fedele della dottrina del "giudizio universale" e del "purgatorio" che troviamo in talune dottrine teologiche della cristianità occidentale. È anche contrassegnata dalle caratteristiche di "centralità" e di "totalitarismo", specifici di queste dottrine. Ovviamente, quell'origine - la "vecchia" razionalità - si nasconde dietro a parole nuove: "Dio" viene sostituito da "legge" e il "consesso del popolo" da "noi".
Consideriamo ora le caratteristiche speciali dell'organizzazione sociale della giustizia criminale. Mi soffermerò in particolare su due di esse: la prima caratteristica dell'organizzazione sociale della giustizia criminale è la posizione debolissima che occupano le "vittime" - e per vittime intendo la persona o le persone colpite da un fatto o da una successione di fatti - in questo schema di riferimento.
Potremmo argomentare che le attività delle professioni e delle burocrazie possono essere utili ai clienti solo quando sono guidate dall'attiva partecipazione di tutti coloro per conto dei quali operano. In uno schema di riferimento di giustizia criminale non c'è spazio - in linea di principio - per tale partecipazione e guida attiva. Quando la polizia opera in uno schema di giustizia criminale tende a non essere più guidata dai desideri e dalla volontà del querelante, ma dalle esigenze del procedimento legale che sta istruendo.
La parte civile - chi ha chiesto l'intervento della polizia - ne diventa "testimone" anziché guida. Un testimone è fondamentalmente uno "strumento" per portare un procedimento legale al successo. In modo simile lo schema dei procedimenti giudiziari preclude - o rende comunque estremamente difficile - l'espressione da parte della vittima del suo punto di vista sulla situazione e una sua interazione con la persona considerata come presunto colpevole dinanzi alla corte. Anche in tale situazione, egli è anzitutto "testimone", anche in quei sistemi legali in cui si è creata una posizione speciale per le vittime. Gli studi fatti finora sui risultati dei cambiamenti nei procedimenti giuridici per rafforzare la posizione delle vittime dentro uno schema di giustizia criminale hanno dato finora risultati estremamente deludenti (Fattah 1997).
Una seconda caratteristica dell'organizzazione sociale della giustizia criminale è la sua estrema divisione dei compiti orientata su una legge criminale centralizzata (legge scritta, o diritto comune). Questo rende estremamente difficile ai funzionari la regolazione delle proprie attività a seconda dei problemi di coloro che ne sono direttamente coinvolti, e una loro assunzione di responsabilità personale per le proprie attività in questo frangente. Una delle caratteristiche principali della giustizia criminale è che essa invoca nel suo discorso la "responsabilità personale" per i "trasgressori", sopprimendo però la "responsabilità personale" per chi opera in questo schema di riferimento.
La reale organizzazione sociale e culturale delle attività di un organismo può essere più o meno in tono con la giustizia criminale. Ciò permette di determinare in che modo si sviluppa il "comportamento" delle procedure correnti.
Riassumendo, la giustizia criminale consiste da una parte nelle attività di determinati organismi in quanto frutti dell'organizzazione sociale e culturale descritta in precedenza, e dall'altra nell'accoglimento e nella legittimazione di quelle attività nei diversi segmenti della "società".
L'abolizione si rivolge a entrambe le aree: le attività delle organizzazioni e il loro accoglimento nella "società".

3.2 Il risultato di un dibattito razionale sui nostri argomenti è influenzato da un lato dai valori che fungono da orientamento per i partecipanti, e dall'altro da fatti presi dalla realtà vera, di cui parlerò qui di seguito.
Tre sono gli errori fondamentali a proposito della "realtà effettiva" che giocano un ruolo nella discussione e influiscono in maniera determinante nel processo decisionale.

a) La "criminalità nascosta" (numero oscuro) e la normalità della procedura penale.
Per comprendere questo errore è necessario fornire alcune informazioni sullo sviluppo della nostra conoscenza nel campo di ciò che in criminologia viene chiamato "il mumero oscuro".
All'inizio i criminologi - per avere un'idea della frequenza e della natura di un crimine - lavoravano con i "dati statistici" tratti dalle attività dei tribunali penali.
Quando si è scoperto che molti fatti potenzialmente criminosi denunciati alla polizia non arrivavano neppure nelle aule dei tribunali (per molti motivi, fra cui la mancanza di colpevoli), i criminologi iniziarono a lavorare di più con le statistiche della polizia anziché dei tribunali. La differenza fra i crimini denunciati (nelle statistiche di polizia) rispetto alle statistiche dei tribunali è stata definita numero oscuro. Alcuni decenni fa iniziò a svilupparsi una nuova prospettiva sul numero oscuro, quando cominciarono a essere introdotte le inchieste di autodenuncia e quelle delle vittime, e successivamente le tecniche di osservazione. Sappiamo ora che la criminalizzazione effettiva è un fatto raro ed eccezionale.
Nel campo della criminalizzazione basato sulla "procedura reagente" (ci sono persone che si sentono trattate ingiustamente in una situazione, ma in pratica la polizia agisce solo dopo che è stata fatta una denuncia) la ragione principale per cui i fatti di natura criminosa non sono criminalizzati è che le vittime non sporgono denuncia alla polizia. Ci sono però molti altri motivi: magari la polizia non ha avuto il tempo per occuparsi di una denuncia; oppure non ha trovato il colpevole, oppure l'ha considerato un problema e non un fatto criminoso. Oppure il tribunale non ha avuto tempo per occuparsene o si sono frapposti altri ostacol i procedurali.
Nel settore della criminalizzazione basato sulla "procedura attiva" (come le trasgressioni legate alla droga o alla sicurezza stradale) è difficile per la polizia venire a conoscenza dei fatti; questo motivo, aggiunto alle limitate risorse della polizia per occuparsi di fatti noti da un punto di vista amministrativo sono le ragioni principali per cui la "criminalizzazione effettiva" (la discussione di un caso in un'aula di tribunale o l'applicazione di altri tipi di sanzioni formali) è un fatto così raro.
La stragrande maggioranza di fatti passibili di criminalizzazione ("gravi" e "meno gravi") appartiene quindi al numero oscuro. Tutti questi fatti vengono quindi trattati al di fuori della giustizia criminale. Dico intenzionalmente "trattati" perché non dovremmo commettere l'errore di pensare che ciò che non è in actu non sia in mundo (esistente). Il fatto che non siamo al corrente che ci si sta occupando di qualcosa non implica che non ci se ne occupi. Nella vita ogni cosa viene gestita da chi ne è direttamente coinvolto. In un altro contesto (Hulsman, 1991) ho fornito esempi dettagliati dei diversi modi in cui fatti di natura criminosa vengono affrontati al di fuori della giustizia criminale e di come a mio avviso bisognerebbe condurre la ricerca in questo settore. Mi limiterò qui a qualche osservazione generale.
Quasi tutti i fatti problematici per qualcuno (persona, organizzazione o movimento) si possono affrontare in un procedimento legale in un modo o nell'altro (giustizia criminale, giustizia civile o amministrativa), ma in realtà molto pochi lo sono effettivamente. La maggioranza delle alternative alla giustizia criminale è di natura prevalentemente non-legale. Queste alternative generalmente non sono "invenzioni" di persone coinvolte nella definizione delle regole criminali o legali, sono invece applicate quotidianamente da chi si trova coinvolto direttamente o indirettamente in fatti problematici.
Approcci di tipo non-legale sono "statistici"; "normativamente" (nella normativa delle persone coinvolte) la "legislazione" della regola è una rara eccezione. È sempre stato così, è ancora così, e probabilmente lo sarà anche in futuro. Questa realtà è però meno evidente quando prendiamo come punto di partenza il concetto di "normatività" come viene normalmente inteso nel dibattito tradizionale della giustizia criminale. Solo lì, infatti, troviamo una normatività in cui la giustizia criminale è la regola e spesso si presuppone anche (inconsciamente) che sia un dato statistico - contrariamente a ogni conoscenza scientifica.
L'eccezionalità della criminalizzazione effettiva di fatti che potrebbero essere considerati criminosi e il fatto che di regola vengano affrontati in vari modi, di cui non abbiamo però informazione, è sotto molti aspetti rilevante per la determinazione della legittimità della giustizia criminale.
Gli aspetti negativi della giustizia criminale (per chi compie l'azione e chi gli sta vicino, per la persona che ha subìto un torto nell'evento criminalizzabile, per i funzionari degli organismi e per il pubblico in generale) sono stati trattati in maniera esaustiva altrove (Hulsman, Bernat de Celis, 1993). Vorrei comunque soffermarmi più in dettaglio su un aspetto particolare.
Il fatto che la criminalizzazione di fatti criminalizzabili sia statisticamente e normativamente eccezionale fornisce un nuovo argomento di discussione sulla legittimità della giustizia criminale in questione. Lo schema di riferimento della giustizia criminale non è un modo normale di interazione fra cittadini e professionisti. Molte delle attività promosse dai professionisti nell'ambito della giustizia criminale si scontrano con i requisiti delle convenzioni sui diritti umani. Tali convenzioni contengono delle eccezioni relativamente ai requisiti di un approccio di giustizia criminale, ma solo se tale eccezione è necessaria in una società democratica. Chi potrebbe reclamare che "è necessaria un'eccezione" sapendo che la criminalizzazione è una rara eccezione e senza assolutamente sapere come tali fatti vengano affrontati al di fuori della giustizia criminale?

b) Il fatto che un evento sia criminalizzabile non è un'indicazione del livello di vittimizzazione.
L'assunto che i fatti criminalizzabili siano più problematici per le vittime dei fatti che non sono criminalizzabili è di fatto errato. Per rendersi conto di ciò è sufficiente provare a esaminare la propria esperienza personale. Tali esperienze personali sono confermate dalla ricerca in materia.

c) La criminalizzazione non è anzitutto una risposta specifica agli eventi ma un modo specifico di guardare agli eventi e quindi di costruire gli eventi stessi.


4. CONCLUSIONE

4.1 Alternative alla giustizia criminale. Alcuni ammonimenti.

A. Prima di fornire alcuni esempi di varie "alternative" dobbiamo sottolineare che le discussioni sulle alternative alla giustizia criminale spesso avvengono in un contesto in cui i presupposti della giustizia criminale, che criticavamo precedentemente in questa relazione, non sono realmente messi in discussione. Nella maggioranza di queste discussioni l'esistenza di crimini e criminali è considerata un fatto naturale assodato, e non il risultato di processi di definizione selettivi, aperti inoltre a una scelta sociale. Quindi, vorremmo formulare un certo numero di "ammonimenti" contro vari errori, che vengono commessi di frequente:
1) Quando parliamo di alternative alla giustizia criminale non parliamo di sanzioni alternative, ma di alternative ai processi della giustizia criminale. Queste alternative possono essere di natura prevalentemente legale, oppure no.
2) Molto spesso, si considerano le alternative alla giustizia criminale come una risposta alternativa al comportamento criminale. Assumendo questo punto di vista, non prendiamo però in considerazione che ogni approccio legale è anzitutto un modo di costruire (o, se volete di ricostruire) un fatto. Cercare alternative alla giustizia criminale significa in primo luogo cercare definizioni alternative di fatti che possono provocare processi di criminalizzazione. La risposta alternativa data in un'alternativa alla giustizia criminale è dunque una risposta a una situazione che ha una "forma" diversa e "dinamiche" diverse dai fatti come appaiono in un contesto di giustizia criminale.
3) In molte discussioni sulle alternative alla giustizia criminale, ci troviamo di fronte all'equivoco per cui ciò che chiamiamo "prevenzione del crimine" è una cosa giusta e auspicabile. A mio avviso non è necessariamente così, per due ragioni: in primo luogo, ciò che a un determinato punto dello sviluppo legale viene definito "crimine" non è necessariamente una "cosa cattiva". Può essere neutrale o indifferente; può anche essere desiderabile o eroica. La legge criminale e la pratica dei sistemi di giustizia criminale non possono essere usati come standard assolutamente autorevoli per giudicare il "giusto" o lo "sbagliato" di un comportamento. In secondo luogo, anche quando "crimine" si riferisce a qualcosa definito da tutti coloro che ne sono implicati come un "problema", potrebbe essere nocivo allo sviluppo umano e sociale cercare di sradicarlo.

B. Scoprire il mondo delle alternative
Presenterò ora tre esempi per gettare un po' di luce sulle alternative "nascoste". Non con la pretesa di poter - ora o in un futuro - dare una rappresentazione accurata ed esaustiva di ciò che succede a questo mondo: sono fermamente convinto dell'impossibilità di fare ciò. Cercherò semplicemente - mediante questi tre esempi - di convincere il mio pubblico, per quanto necessario, che lo schema della giustizia criminale distorce il modo in cui "immaginiamo" i fatti criminalizzabili, e di indicare possibili modi per affrontarli, per poter cambiare il nostro discorso e le nostre azioni in merito. Le alternative non sono utopie lontane, ma parte della vita quotidiana continuamente inventate dagli attori sociali.
Svilupperò qui tre esempi:
Un caso di azione riparatrice collettiva compiuta da chi ne era direttamente coinvolto (la storia di un furto in cui si trovò coinvolta la mia famiglia) ().
Alcuni risultati di una ricerca empirica sull'uso della legge civile da parte di donne che si sentono vittime di violenza sessuale (2).
Alcuni risultati di una ricerca-azione come mezzo per provocare e sostenere il coinvolgimento della comunità nel trattamento di situazioni criminalizzabili problematiche (3).

1. Un caso di azione riparatrice collettiva compiuta da chi ne era direttamente coinvolto

Anni fa, ci furono tre furti con scasso nella nostra casa nel giro di due settimane. Il primo almeno apparteneva a quel tipo odioso in cui molto poco viene effettivamente rubato, ma molte cose vengono distrutte. Arrivai a casa, entrai dalla porta e vidi uova rotte ovunque (e non avevamo uccelli!) - poi mi accorsi che un dipinto e qualche pezzo della mobilia erano stati fatti a pezzi e che c'erano mucchi di sigari per terra. A poco a poco, mi si formò l'immagine di ciò che era accaduto. In circostanze come questa, si va in giro per la casa, e man mano che si assorbono le scene si viene presi dalla rabbia; perlomeno io mi arrabbiai moltissimo e sentii il bisogno di rompere le uova in testa a chi aveva provocato questa distruzione, di prendere le sue cose e di distruggerle, e poi di chiedergli se avesse gradito l'esperienza.
Come vittima però, i miei sentimenti erano più complicati, perché mentre vagavo per casa, mi dicevo: "Grazie a Dio, non hanno distrutto quello!" con un certo sollievo. Avevano infatti distrutto molto meno di ciò che avrebbero potuto distruggere dimostrando perfino un certo ritegno. Più tardi mi sentii sollevato, quasi contento, di non aver perduto molto di più. Quindi, oltre alla rabbia, provai sollievo e anche una certa curiosità: perché hanno fatto questo? Che cosa significano le uova, il mucchio di sigari e le altre cose bizzarre?
In seguito, venne la polizia a prendere le impronte, e tornò poi ancora dopo qualche giorno. Il poliziotto, che fra l'altro fu molto di aiuto, mi disse che il fatto di prendere le impronte non significava necessariamente che si sarebbe arrivati a un arresto, poiché spesso le impronte erano poco nitide e, anche quando lo erano, potevano appartenere a giovani delinquenti non ancora schedati. Bisogna lasciar loro una possibilità, suggerì, e io concordai in pieno. Nel complesso mi sembrò una specie di rituale; fu però interessante parlare coi poliziotti e fare loro domande sull'ipotesi che i responsabili fossero dei ragazzi. Visto che queste cose non capitano spesso nelle case di Dordrecht, e considerando la quantità di cose danneggiate, poteva essere per caso opera di qualcuno che ce l'aveva con noi?
Alcuni giorni più tardi mia moglie rientrò a casa nel pomeriggio e sentì delle voci all'interno: era evidente che c'erano nuovamente degli intrusi. Riuscì anche a vedere le persone, anche se non abbastanza bene per poterle identificare. Questa volta non fecero molti danni ma, ancora una volta, ruppero un sacco di uova e presero alcuni oggetti. La polizia venne di nuovo; ormai era una vecchia conoscenza! In seguito a ognuno di questi furti prendemmo nuove precauzioni per prevenirne di ulteriori, ma dopo qualche giorno, rientrati a casa, scoprimmo che degli intrusi erano stati lì per la terza volta. Non c'erano danni apparenti e mancavano solo poche cose. Anche se sembra strano a dirlo, ci stavamo abituando a queste intrusioni e pensavamo di poterci perfino raffigurare le fattezze dei colpevoli; sapevamo che erano probabilmente in tre, io mi immaginavo che cosa avrei detto se li avessi incontrati, un evento che mi auguravo possibile. Ovviamente, mia moglie era piuttosto spaventata di tale prospettiva.
Dopo il terzo incidente, iniziai a pensare che i ladri erano piuttosto coraggiosi se tornavano nello stesso posto dove erano stati disturbati solo pochi giorni prima. Pensai inoltre che dimostravano una grande attrazione per la nostra casa e un certo fascino per gli strani oggetti che conteneva. Questo mi faceva sentire di aver qualcosa in comune con loro, visto che, naturalmente, mi piacciono la mia casa e le mie cose. Il fatto che le ultime visite fossero state meno distruttive forse significava che stavano iniziando ad amare questo posto non diversamente da me. Dico ciò non per suggerire che io non avessi le reazioni di rabbia cui accennavo prima, ma piuttosto per sottolineare la natura molto complessa delle sensazioni che si provano in circostanze simili. Mi sono sempre interessato ai modi in cui noi tutti reagiamo a fatti criminalizzabili, e ho scoperto che è un processo ambiguo e complicato, ricco di sfaccettature.
Poiché questo caso non era ovviamente diverso e poiché ritengo che non bisogna, come dicevo prima, "rubare" i conflitti ad altri, chiesi se mi avrebbero fatto parlare con loro, una volta catturati. Circa due settimane più tardi, a dispetto di tutte le statistiche, le quali indicano che solo una piccola percentuale di furti urbani viene felicemente risolta in Olanda (a Dordrecht è di circa il 25%) - mi telefonò la polizia, informandomi di aver preso i responsabili a causa del loro coinvolgimento in un atto di vandalismo compiuto in una città vicina. Mi dissero di aver recuperato parte dei nostri averi e mi chiesero di andare a identificarli. Scoprii poi che la polizia aveva vari oggetti della cui mancanza non mi ero neppure accorto; quasi tutto venne recuperato tranne un coltello di cui parlerò più avanti. Non è un coltello prezioso, ma è molto affilato; l'avevo preso da poco in Finlandia, lo uso per cucinare e ha per me un valore tutto particolare.
Dei tre giovani, due avevano sedici anni e il terzo diciassette. Chiesi di parlare con loro. La polizia mi disse che non aveva obiezioni, se la famiglia dava il consenso. Quindi, contattarono i genitori di un ragazzo, che si dissero d'accordo: mi recai in visita alla famiglia la sera stessa. Non avevo idea di come sarebbe andata, poiché non avevo modelli per queste occasioni. Il ragazzo era molto più piccolo di come mi ero immaginato il ladro; sembrava così minuto, con gli occhiali, quasi come un uccellino. Pensavo che gli avrei mostrato i miei sentimenti, facendolo pentire delle sue azioni; mi resi conto però di non poterlo fare: avevamo difficoltà a parlarci. Non faticai comunque a identificarmi con i genitori, per i quali era stato orribile. Dopo essere stati scoperti, due dei ragazzi erano scappati di casa, lasciando i genitori alla loro affannosa ricerca. Si trovavano ora ad affrontare un dramma simile al mio, e questo facilitava la mia identificazione con loro. Paragonato a quello che senti come genitore in circostanze simili, il furto diveniva piccola cosa, e questo influì non poco sui miei sentimenti riguardo ai fatti successi. Iniziai quindi a parlare col ragazzo pensando a un qualche tipo di risarcimento da parte sua per quello che aveva fatto. Quando gli chiesi se c'era qualcosa che voleva fare, mi rispose: "Non proprio"; questo creò una specie di legame fra noi, perché era stata una risposta reale e sincera. Capivo come potesse rispondere così a quello strano uomo che era venuto a casa sua. Gli chiesi allora del coltello - magari insignificante rispetto ai danni fatti in casa, ma d'importanza fondamentale per me - e questo si rivelò l'inizio di una vera comprensione fra di noi. Si rese conto che io volevo il coltello e che questo era qualcosa che avrebbe potuto fare; poteva cercare di trovarlo per me. Andammo poi a incontrare gli altri ragazzi e i genitori, avendo lo stesso tipo di difficoltà nella comunicazione. Infine, ci recammo in gruppo a casa mia, dove i genitori sedettero con noi in cucina, mentre i ragazzi si misero a cercare il coltello in un albergo abbandonato di fianco a casa mia.
Durante la discussione dissi: "Ora che avete trovato casa mia, dovreste entrare dalla porta principale; è di lì che si entra". Dire ciò mi fece sentire soddisfatto. Mi raccontarono poi la triste storia dell'altra figlia. In questo momento importante, era evidente che lo schema di riferimento della giustizia criminale stava davvero segmentando in modo artificiale la situazione in tutti i modi. Recideva i legami fra persone normalmente legate l'una all'altra; in un certo senso rendeva irreale la situazione su un livello sociale. Per i genitori era un grosso dramma, di cui parlare in ogni momento, anche se non sapevano esattamente cos'era successo. Avevano alcuni frammenti di informazioni da parte della polizia e dei loro figli, ma non un'immagine coerente dei fatti. Fu solo dopo essere stati tutti insieme in quella casa che compresero per la prima volta la sequenza degli avvenimenti di cui discutere poi con i figli. A questo punto la faccenda iniziava a prendere una dimensione reale. Il coinvolgimento del sistema della giustizia criminale portò i genitori a dire: "Non è responsabilità di mio figlio, ma degli altri". Questo significava che eravamo portati a gestire i ragazzi individualmente, separandoli in modo poco utile l'uno dall'altro. Dopo tutto, infatti, erano coinvolti come gruppo nella faccenda che ci aveva portato tutti quanti nella mia cucina.
I ragazzi trovarono il coltello e i genitori, molto più abili manualmente di me, iniziarono a sistemare le cose in casa. Questo ci diede la piacevole sensazione di essere occupati in un'attività comune e di poterci così conoscere meglio. Mi accorgevo che il problema fra genitori e figli era che i genitori facevano continuamente riferimento ai furti, il che annoiava a morte i ragazzi. Per questo decisi che sarebbe stata una buona idea per loro di andare in vacanza per trovare stimoli nuovi; eravamo stati impegnati in un dibattito sterile anche troppo a lungo, pensavo. Uno di loro apparteneva alla borghesia; un altro era figlio di operai, il terzo era disoccupato e senza soldi, e quindi non in grado di pagarsi una vacanza. Osservai che il campeggio era relativamente economico, ma loro non avevano la tenda, così gliene imprestammo una e andarono in vacanza per un breve periodo.
I genitori aiutavano noi, e i ragazzi venivano la domenica o anche più spesso per lavorare in giardino. Sembrava che gli piacesse venire da noi; a volte la frequenza delle loro visite era anche un fastidio, perché avevamo altre cose da fare! Uno dei motivi che li aveva spinti a rubare nelle case era che a scuola si annoiavano - un motivo abbastanza comune - e avevano iniziato a bigiare. Una volta stavano curiosando nell'albergo abbandonato e avevano notato la nostra casa, che li aveva attirati per la varietà di ciò che conteneva - un misto fra la Grotta di Aladino, e Alì Baba e i 40 ladroni! Risultato della crisi causata dalle irruzioni fu un chiarimento di alcuni aspetti del rapporto genitori-figli e il cambio di scuola con una dove andavano molto meglio.
Eravamo assicurati, e quindi risarciti dei danni materiali; eravamo diventati una specie di zii per i ragazzi e di amici per i genitori. Quanto a me, ho imparato molto sulla vita di persone in situazioni di cui prima sapevo molto poco. Tutto sommato, si rivelò un'esperienza utile per tutti noi, e non esagero nel dirlo. Se le cose non fossero andate così, non avremmo guadagnato da questa esperienza; non è che le avessi predisposte, semplicemente avevo dato il via con la mia visita ai ragazzi e alle loro famiglie. Le cose poi presero il loro corso; l'unica parte specifica per quanto mi riguardava consisteva nella mia conoscenza dei procedimenti della giustizia criminale.
Passarono sei mesi prima che i ragazzi venissero incriminati dei furti, e altri sette o otto prima del processo; per tutto questo tempo nessuna delle varie organizzazioni dei servizi sociali venne mai da me; io d'altra parte non mi recai da loro perché mi interessava, da un punto di vista della ricerca, vedere cosa sarebbe successo.
Un certo numero di persone dei servizi sociali, di diverse organizzazioni a seconda della condizione sociale, si recò dalle famiglie, che ricevettero consigli e suggerimenti contraddittori fra loro, tanto che spesso venivano da me per avere il mio parere sul da farsi. Quando le accuse vennero formalizzate, né io né mia moglie vedevamo cosa si potesse guadagnare da un processo: non ci sembrava che un'udienza avesse senso; telefonai quindi al pubblico ministero, che abitava di fronte a me ed essendo il tribunale nelle vicinanze, andai a parlare con lei di persona, non come professore di legge criminale e di criminologia, ma come vittima. Rimase colpita dal racconto dei fatti ma insistette che con tre furti con scasso e altri atti di vandalismo, ci sarebbe comunque dovuto essere un processo. Però, mentre prima pensava a una pena da scontare in carcere, cambiò parere dicendosi pronta a consigliare un proscioglimento condizionale. Nonostante la mia opposizione, insistette nell'affermare che la giustizia criminale non è solo un fatto privato, e che anche l'interesse pubblico va preso in considerazione. Mia moglie iniziò a ridere; sia io sia il pubblico ministero ci unimmo alla sua risata.

Si svolse quindi l'udienza, che a mio parere fu molto commovente. La pubblica accusa si era preparata bene al caso e disse che sapeva, e infine accettava, il modo in cui avevamo affrontato la situazione; l'unico motivo per cui voleva perseguire i ragazzi era per sottolineare la gravità di furti con scasso come quelli da noi subiti; era importante ciò che essi simbolizzavano. Anche il giudice, a mio avviso, fu molto comprensivo, e parlò in modo comprensibile a tutti, allo stesso tempo con molta dignità e sostenendo importanti difese legali; capacità interessante questa.
Ci eravamo recati in tribunale tutti insieme da casa mia, otto o nove che eravamo, poiché eravamo tutti un po' nervosi; avevamo preso un caffè e un bicchiere insieme per alleviare un po' la tensione.
Sedemmo sulla stessa panca nell'aula del tribunale e, nonostante io sia un po' sordo, sentivo perfettamente; tutti parlavano molto chiaramente. Tuttavia, gli altri si lamentarono in seguito che i funzionari parlavano a voce troppo bassa; era chiaro che non capivano molto delle procedure, forse perché erano ancora molto tesi. Nonostante le circostanze favorevoli - ci conoscevamo molto bene e io avevo spiegato esattamente cosa sarebbe successo - non compresero praticamente nulla. Uno dei ragazzi confessò di essere stato nervoso per settimane pensando all'udienza in tribunale; non era quindi mancanza di interesse. Un altro disse di essere stato sul punto di addormentarsi; mi ricordai che a volte quando ho un litigio serio con mia moglie, a volte mi sento molto stanco - una specie di valvola di sicurezza per evitare un sovraccarico emotivo.
Questa è la storia, che mi ha insegnato molto sul modo in cui il sistema della giustizia criminale segmenta in modo artificiale ciò che ci sta a cuore. Ovviamente non voglio generalizzare in modo eccessivo questa esperienza, anche se non penso sia stata per nulla eccezionale - benché ora lo sembri in quanto la descrivo nei dettagli avendone fatto parte. Conosco esempi simili in Olanda (non è però facile venirne a conoscenza). Ci fu, per esempio, un caso di omicidio in Olanda in cui i genitori della ragazza uccisa e quelli dell'assassino si incontrarono e stabilirono un rapporto importante sia per loro sia per l'uccisore. Pensate anche all'esempio del treno delle Molucche in cui gli ex ostaggi continuano a fraternizzare e a far visita in carcere ai loro sequestratori.
Questi esempi servono a corroborare la nostra esperienza, e cioè che in determinate condizioni nelle quali si reagisce in modo da offrire una risposta più collettiva e meno frammentata ai fatti criminalizzabili, si offre un potenziale enorme ai membri della comunità, perché si prendono provvedimenti fecondi e riparatori sia per le vittime sia per i criminali, tali da consentire il superamento dell'antitesi vittima-criminale.
Viceversa, le risposte tradizionali a fatti criminalizzabili danno esempi eccellenti di quello che Nils Christie chiama il "furto dei conflitti", dal momento che spesso inibiscono la naturale tendenza degli uomini all'unione quando si presenta una crisi, impedendo così anche gli sviluppi sociali e personali suscettibili di prodursi in casi simili. Questo significa, a mio avviso, che uno degli aspetti importanti del "coinvolgimento comunitario" - idea che ora i più sottoscrivono, ma di cui solo pochi hanno un'idea appena più che vaga - è un tentativo di recuperare la possibilità che la gente comune sia direttamente coinvolta in risposte sociali orientate sul punto di vista della vittima.

Per tornare un attimo a ciò che suggeriva Wilkins, abbiamo nel micro contesto i processi di attribuzione della colpa - e l'azione di riparazione collegata a questo fatto particolare - e nel macro contesto i processi di azione riparatrice e di controllo - la questione di come affrontare questo tipo di fatti e come cambiare l'organizzazione sociale per renderla più semplice. Nell'unione di queste due sfere è importante che tutte le organizzazioni aventi a che fare con la giustizia criminale - la polizia, gli insegnanti, la pubblica accusa, gli operatori sociali, i tribunali e i ricercatori accademici - suggeriscano e chiariscano le possibilità positive di risposte a fatti criminalizzabili tali da incoraggiare un più vasto coinvolgimento pubblico. Dopo tutto, mancando le conoscenze o le idee iniziali su come muoversi, è difficile - talmente difficile da poterne essere intimorita - per una persona qualunque mettersi a fare alcunché. Una volta iniziato, però, il processo può avere uno slancio autonomo.
È nostra ferma convinzione che quanto facciamo allorché perseguiamo questo corso di azioni è semplicemente di riattivare un qualcosa che esiste già nella società. Lo sviluppo di questo potenziale non dipende dal trovare risposte al problema del crimine - chi è coinvolto non si sente investito da tali questioni - ma piuttosto dall'affrontare una situazione critica immediata che richiede un'azione. Dipende però dagli atteggiamenti e dalle attività del servizio di polizia, a causa della sua posizione chiave come punto d'accesso al sistema della giustizia criminale da un lato e come risorsa per chi viene direttamente coinvolto dall'altro.
Fu infatti la polizia a rendere possibili le mie stesse azioni, perché se non avesse risolto il caso, dandomi le informazioni in suo possesso, non avrei potuto far visita alle famiglie.

2. Violenza sessuale e uso della legge civile
Dal 1984 stiamo studiando in Olanda uno sviluppo che va nella direzione di un maggior impiego della giustizia civile in casi in cui si può applicare un certo tipo di giustizia criminale, Un esempio è l'uso di procedure civili sommarie da parte di vittime di violenza sessuale. Donne continuamente importunate o minacciate da ex partner, o più di recente, vittime di violenza o stupro possono richiedere un ordine del tribunale che impedisca all'uomo di avvicinarsi entro un certo raggio dall'abitazione della donna.
Nel nostro studio empirico abbiamo riscontrato che la possibilità di un'ingiunzione da parte del tribunale civile era una risposta decisamente migliore alle esigenze delle donne vittime di quella fornita dal sistema della giustizia criminale.
Tre sono gli elementi che hanno reso l'ingiunzione da parte del tribunale un modo (strategico) molto migliore per gli avvocati femministi e le loro clienti di affrontare casi di violenza sessuale. In primo luogo questo specifico tipo di procedure sommarie appare come un sistema molto allettante e accessibile a persone che non hanno più a disposizione metodi non-legali per affrontare i loro problemi. Per esempio, per le donne che in Olanda vivono col sussidio di disoccupazione è una procedura economica, facilmente comprensibile, veloce e flessibile, dotata di un tasso di successo relativamente elevato. Allo stesso tempo concerne anche la definizione di minaccia nella vita quotidiana delle vittime. Inoltre, la vittima detiene il controllo della procedura dall'inizio alla fine. In qualunque momento può decidere di recedere dalla procedura, di contrattare con la parte avversa, di eseguire oppure no la sentenza del giudice. Essa non dipende affatto da altre istituzioni come, per esempio, in un caso di giustizia criminale.
Le serve solo un avvocato, e coloro che si specializzano in questo tipo di procedura sono molto motivati e simpatizzano profondamente con le clienti. Il che mi conduce alla seconda ragione per la quale l'ingiunzione del tribunale è uno strumento così adatto al trattamento dei casi di violenza sessuale. Da vittima di violenza sessuale e da una condizione pietosa e umiliante di dipendenza, essa diventa parte attiva, parte lesa in un caso di legge civile. Con ciò dimostra non solo a chi la minaccia, ma anche a se stessa e al mondo esterno che possiede una propria vita e una identità propria, e che è in grado di tracciarne le linee guida. Già questo aumenta le sue capacità di difesa. Quindi, l'essere parte lesa nelle procedure civili significa crescita individuale e porta con sé una funzione di emancipazione personale.
Il terzo elemento cui voglio accennare è la pubblicità. Non solo le vittime di violenza sessuale, ma anche i giornalisti considerano le procedure sommarie e in particolare le ingiunzioni del tribunale civile un'azione legale accessibile, il che significa un sacco di pubblicità. Avvocati femministi hanno fatto un uso deliberato di questa pubblicità per attirare l'attenzione sul problema della violenza sessuale, e per dimostrare al mondo e alle altre donne che è veramente possibile tirare una riga e mettere fine a questo problema. Possiamo chiamare questo un effetto strutturalmente emancipante, mentre la combinazione del primo e del secondo elemento citati creavano un effetto individualmente emancipante. Anche in altre aree problematiche abbiamo riscontrato esempi interessanti sulle possibilità che la legge civile assuma una funzione emancipante nel trattamento di eventi criminalizzabili. Consente l'integrazione delle attività di comunità e movimenti sociali di natura tanto legale che non legale, combinando effetti preventivi e correttivi.

3. Ricerca-azione come metodo per innescare e sostenere il coinvolgimento della comunità nella prevenzione

In un quartiere di una cittadina olandese di medie dimensioni si verificarono delle agitazioni: parte della popolazione si sentiva gravemente minacciata da altri gruppi della zona, e la qualità della vita peggiorò. Ciò condusse a numerose accuse di criminalizzazione e a drammatici articoli di stampa sull'argomento. La maggiore attività della polizia nel quartiere - di sorveglianza e di tipo punitivo - invece di migliorare la situazione la peggiorò. La gente iniziava ad andarsene.
Consigliammo allora al comitato di quartiere di prendersi personalmente carico della situazione, e offrimmo il nostro aiuto con una ricerca-azione secondo uno schema di concettualizzazione del tipo proposto in questa relazione.
La nostra proposta consisteva nell'iniziare con una ricerca indipendente sotto gli auspici del comitato di quartiere in cui avremmo cercato di fare un inventario: (1) dei diversi gruppi ("tribù") che vivevano nel quartiere e del loro stile di vita; (2) delle interazioni tra i gruppi; (3) delle cose buone e di quelle cattive che essi provavano nel quartiere; (4) a quali persone, gruppi, istituzioni o strutture attribuivano la colpa dei problemi vissuti; (5) che cosa pensavano andasse fatto per risolvere tali problemi; (6) che cosa facevano in concreto per questi problemi. Parimenti (7) avremmo fatto un inventario delle opinioni delle varie istituzioni (diversi tipi di polizia, di operatori sociali, settore medico, autorità preposte all'assegnazione delle case) per quanto riguardava i punti 3-6.
Come metodo di ricerca avremmo usato: (1) un'analisi documentaria, anche di natura storica; (2) l'osservazione diretta; (3) le interviste.
Avremmo poi presentato la "mappa" risultante da questa ricerca alla discussione nel quartiere, adattandola sulla base della discussione. Infine, avremmo formulato alcune raccomandazioni sui modi in cui si poteva ottenere un miglioramento. Tutto procedette secondo la nostra proposta. Sulla base dei dati operammo una distinzione fra nove gruppi diversi, descrivendone stile di vita e interazione reciproca. Assegnammo un nome positivo a ciascun gruppo (per esempio, "uomini forti" per il gruppo visto da altri come formato da criminali incalliti e pericolosi), nomi accettati poi da tutti nella successiva discussione.
La ricerca evidenziò enormi differenze fra i diversi gruppi, fra le istituzioni, fra i gruppi e le istituzioni sulla definizione dei problemi, sulla responsabilità di questi problemi, e sul da farsi.
Se erano in contatto quotidianamente, gli stili di vita di alcuni gruppi coincidevano in gran parte. Non c'erano invece punti di contatto fra altri gruppi. Spesso si verificavano gli stessi problemi nelle interazioni fra gruppi o all'interno di uno stesso gruppo.
Quando sorgevano problemi in una situazione di infra-gruppo o fra gruppi diversi con stili di vita coincidenti, gli interessati riuscivano ad affrontare da soli i problemi in modo positivo e civile. Quando i problemi sorgevano in situazioni in cui i gruppi avevano stili di vita completamente diversi portavano a pretese di criminalizzazione, e spesso se ne perdeva il controllo.
L'impulso primario delle nostre raccomandazioni tendeva a promuovere una riorganizzazione sociale in modo da far coincidere maggiormente gli stili di vita.
Il fatto che il comitato di quartiere si assumesse la responsabilità diretta della situazione nel quartiere e che la ricerca funzionasse fin dall'inizio come "rituale per il riordino" indicava che si stava operando una riorganizzazione sociale. I problemi principali sono diminuiti per frequenza e intensità, mentre i problemi secondari, collegati principalmente a interventi di giustizia criminale che peggioravano i problemi primari, hanno cessato di esistere (per esempio articoli di stampa negativi). Gli abitanti hanno smesso di abbandonare il quartiere. Sono notevolmente migliorati i rapporti fra le diverse istituzioni e i diversi gruppi. La ricerca si è rivelata un contributo all'emancipazione dei diversi gruppi nel quartiere e l'emancipazione ha consentito alla gente del quartiere di allentare la crisi.
Un'analoga analisi condotta in un'area più rurale ha portato a risultati simili.

Conclusione
Da un punto di vista accademico, non è possibile offrire una formula preconfezionata per procedure alternative nei confronti del crimine. Se vogliamo compiere progressi nel campo delle alternative dobbiamo abbandonare l'organizzazione culturale e sociale della giustizia criminale. La giustizia criminale verte sulla figura del criminale, si basa sull'attribuzione della colpa ed esprime un punto di vista da "giudizio universale" sul mondo. Non fornisce quindi le informazioni e il contesto dentro cui definire e affrontare in modo emancipatorio situazioni problematiche.
Se vogliamo progredire, abbiamo bisogno di un approccio orientato anzitutto su coloro che sono direttamente coinvolti (persone o gruppi che vivono direttamente eventi problematici), e che ci obblighi a esaminare tutte le risorse attivabili per affrontare tali eventi e situazioni. Ciò è possibile solo se ci liberiamo dall'idea che situazioni criminalizzabili estremamente diverse fra loro abbiano qualcosa in comune. Dobbiamo ridefinire in maniera autonoma ogni area problematica indipendentemente dalle definizioni della giustizia criminale (e anche della criminologia come parte della giustizia criminale). Solo allora diventerà possibile riconoscere e incoraggiare (elementi di) pratiche alternative e disfarci di misure legittimizzate come punizione, misure che sono invece per necessità evidentemente ingiuste.



Bibliografia

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1 Nei contesti sociali che ho conosciuto in molte parti del mondo le interazioni basate sulla punizione si riferivano a situazioni problematiche semplici di importanza minore. Istanze più complicate o più importanti erano sempre affrontate in maniera diversa.
2 Questo vale anche per i professionisti che operano nelle organizzazioni formanti la base materiale del sistema. La divisione del lavoro interna al sistema rende praticamente impossibile ai funzionari un'esperienza diretta delle diverse attività che insieme costituiscono il processo di criminalizzazione.
3 Una punizione "completa" presuppone un accordo fra chi punisce e chi viene punito: "chi punisce" volendo punire e chi viene punito accettando l'attività di colui che punisce come punizione. È anche possibile che qualcuno percepisca una decisione da parte di qualcun altro come una punizione, benché chi punisce non ne abbia intenzione. Prendiamo per esempio il caso di qualcuno cui vengono assegnati nell'ambito del proprio lavoro compiti da lui percepiti come degradanti; si avrà quindi la supposizione errata che questo cambio di mansioni sia una forma di punizione.
4 Claudia Laub, sociologa argentina che ha lavorato per lungo tempo al ministero degli Affari Sociali nella provincia di Cordova, Argentina, ha un ruolo primario in quest'associazione. Partecipa anche al Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, nel cui ambito la incontrai per la prima volta; la partecipazione alle attività del Forum è stata per me di grande utilità per una migliore comprensione degli argomenti dibattuti in questo saggio.
5 Mi riferisco in primo luogo al valore critico accademico contenuto nell'espressione: "non è necessariamente così": valore critico emancipatorio. Una parte molto importante della produzione accademica si riferisce a valori che non emancipano affatto.
6 Spiegherò più avanti e in maniera più dettagliata come il fatto che alcuni aspetti di una situazione diano il via a processi di criminalizzazione (primaria o secondaria) non significhi affatto che la situazione sia problematica. Organizzazioni come la polizia, i tribunali, il potere esecutivo e il parlamento si occupano principalmente di attività criminalizzanti perché il farlo viene percepito come loro interesse e il non farlo come potenzialmente dannoso. Lo stesso, in gran parte, vale per i singoli attori entro queste istituzioni. Considerando il linguaggio prevalente nel dibattito sulla giustizia criminale (e nel dibattito politico in generale) è facile per i singoli attori neutralizzare "la propria responsabilità" rispetto alle conseguenze.
7 Dico "dare una mano a chi..." e non "sviluppare modelli per...", in quanto sono d'accordo con la definizione di Foucault (1985) del ruolo dello studioso rispetto a questi argomenti. Secondo Foucault, lo studioso non dovrebbe sforzarsi di rivestire il ruolo del profeta-intellettuale che dice alla gente cosa deve fare, fornendole schemi di pensiero, obiettivi e mezzi (che egli sviluppa nella sua mente, lavorandoci su con gli strumenti di cui dispone, che è il modo tradizionale in cui molti studiosi di legge criminale hanno finora operato). Al contrario, il ruolo dello studioso è di mostrare 1) come le istituzioni funzionano realmente e 2) quali sono le conseguenze reali del loro funzionamento nei diversi settori della società. Inoltre, egli deve rivelare 3) i sistemi di pensiero sottesi a queste istituzioni e alle loro pratiche. Deve mostrare il contesto storico di questi sistemi, le restrizioni che esercitano su di noi, e il fatto che sono diventate così familiari da essere ormai parte delle nostre percezioni, dei nostri atteggiamenti e comportamenti. Infine 4) egli deve lavorare con chi se ne occupa e con i professionisti per modificare le istituzioni e le loro pratiche, sviluppando in modo speculativo modelli di alternative.
8 Intendo un accordo sul fatto che le strutture dello Stato dovrebbero essere secolari e non fondamentaliste. Ognuno sarà consapevole del fatto che questo requisito, in molte aree, non è affatto soddisfatto. Molte pratiche dello Stato seguono tuttora il modello delle religioni totalitarie e autoritarie.
9 Vi accenno in forma "stenografica" come li ho presentati in passato in Hulsman (1996). Li ho poi successivamente sviluppati in Faugeron, Hulsman (1996).
10 L'idea di fondo è che la punizione proporzionale alla gravità sia la pietra miliare dell'ordine. Collegata a questo assunto è l'idea che chi abbia commesso crimini particolarmente gravi non possa sottrarsi alla punizione: "Questo è così grave che non si può lasciarlo impunito". In pratica, fatti con conseguenze veramente disastrose come la pulizia etnica in Iugoslavia e in Africa quasi sempre sfuggono alla punizione. È mia esperienza personale poi che persone da me incontrate (in Olanda e altrove) usano il modello punitivo del controllo sociale per trasgressioni alle regole minori e non importanti. Quando ci si trova di fronte a cose importanti, le persone devono rifarsi a forme molto diverse di regola sociale: premi, conciliazione, negoziazione. Ciò vale non solo per questioni familiari, ma in generale (rapporti di lavoro, ecc.).
11 In altri processi legali (civile/amministrativo), la persona che ha subìto un torto è chiaramente il cliente e ha il potere (sui professionisti) di indirizzare il procedimento. Se non è soddisfatto può interrompere il procedimento. Anche la parte convocata in tribunale diventa un cliente e anch'essa ha questo potere. Nella giustizia criminale non è così. Questo aspetto è stato sviluppato in Faugeron, Hulsman (1996).
12 Nelle inchieste di auto-denuncia si chiede a un campione di persone quanto spesso avessero commesso atti potenzialmente criminali in un determinato periodo e in che misura a questi atti seguisse un intervento della giustizia criminale. Nelle inchieste delle vittime si pongono domande sulla frequenza e sulla natura del problema conseguenza di un atto di tipo criminale. In molti Paesi - USA, Olanda ecc. - le inchieste delle vittime avvengono regolarmente e conducono a statistiche separate, che poi formano la base primaria dei dati per i criminologi (insieme alle statistiche dei tribunali e della polizia).
13 Ciononostante l'impatto negativo della criminalizzazione su alcuni segmenti della popolazione è molto superiore a quanto sia normalmente ritenuto. Persino in un Paese come l'Olanda (con una popolazione carceraria relativamente bassa) uno studio statistico condotto negli anni Sessanta indicava che 1 maschio su 10 morto in un certo periodo era stato incarcerato almeno una volta. In alcune città americane più della metà della popolazione nera maschile fra i 18 e i 45 anni è in prigione, in libertà vigilata o in libertà sulla parola.
14 Queste sono le parole usate nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
15 Molto interessante al proposito è Hanak, Steher, Steinert (1989) perché ci permette di fare un paragone fra situazioni problematiche criminalizzabili e non. Di sovente, le persone coinvolte nei dibattiti sulla giustizia criminale sono così "possedute" dai relativi miti e immagini da non accorgersi di come l'assenza di una reazione della giustizia criminale a un fatto criminalizzabile non significhi affatto che tale evento non venga affrontato (quid non est in actu est in mundo). Se c'è una persona direttamente coinvolta per la quale un fatto criminalizzabile è problematico, questa persona avrà sempre a che fare con questo fatto in un modo o nell'altro e potrà, quindi, rivolgersi per un aiuto a professionisti o a non-professionisti.
16 Si veda su questo caso anche Stijn Hegenhuis, The disapperance of a Victim Position, in J.R. Blad, H. van Maastrigt, N. Uildriks (a cura di), The Criminal Justice System as a Social Problem: an Abolitionist Perspective, vedasi n. 1.
17 Si veda S. Hogenhuis, n. 11
18 J. Hes, From Victim of (Sexual) violence to Claimant in a Civil Law Case, Atti del V Simposio intenazionale di Vittimologia, Zagabria, 1985; J. Hes - L. Hulsman, Civil Justice as an Alternative to Criminal Justice, Atti per ICOPA III, Montreal, 1987; M. Spector e S. Batt, Towards a More Active Victim, in J.R, Blad - H. Van Mastrigt - N. Uildricks, (a cura di), The Criminal Justice System as a Social Problem: An Abolitionist Perspective, vedasi n. 1.
19 H. van Ransbeek, Het Noorderkqartier, ergernis en pleizer, Rotterdam, Erasmus Univeriteit, 1985.
20 H. van Ransbeek, Kleine crominaliteit?, Rotterdam, Erasmus Universiteit, 1987.


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