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L'universo concentrazionario 5.
LA CASA DEL SIGNORE HA MOLTE STANZE.


L'intensa vita dei campi ha leggi e ragioni d'essere proprie. Il popolo degli internati ha moventi che appartengono solo a lui e che poco hanno in comune con l'esistenza di chi vive a Parigi o a Tolosa, a New York o a Tiflis. Ma il fatto che questo universo concentrazionario esista non è privo di importanza relativamente al significato dell'universo della gente comune, degli uomini tout court. Non è sufficiente prendere una sorta di contatto fisico con questa vita, così totalmente separata dalle strutture correnti del ventesimo secolo. Occorre invece afferrarne le regole e penetrarne il senso.
E innanzitutto occorre evitare certi errori, certe ingenuità, così come si evitano i pali quando si percorrono strade nuove.

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I campi non sono tutti uguali o equivalenti. L'universo concentrazionario si organizza su piani diversi. Buchenwald è una cittadella caotica, una sorta di capitale incompiuta, simile a un accampamento nei suoi quartieri insediati in modo frettoloso e sommario e nel suo brulicare di vita. E' una grande città perché possiede un proletariato (la Gustloff, il Mittelbau, la Daw, la cava, gli orti, il taglio della legna), ma anche una massa di funzionari, persone benestanti e teppaglia. I benestanti: all'inizio del 1944 vi erano a Buchenwald due Blocks detti degli invalidi, ovvero di persone ufficialmente riconosciute non in grado di lavorare, a causa dell'età o di palese inabilità fisica. La teppaglia (intesa come tutto ciò che si sottrae alle leggi della città, che si pone al di fuori delle regole stabilite): quanti in un modo o nell'altro, e nella maggior parte dei casi illegalmente, sfuggivano al lavoro e al controllo di polizia. Il loro numero era relativamente grande. La maggior parte otteneva dal Revier (procurandosi febbri altissime, esibendo ferite nei posti giusti o organizzando qualche intrallazzo) dei documenti che la esentavano dal lavoro per due giorni, una settimana, al massimo una quindicina - ma rinnovabili. Vi era poi una falange di avventurieri priva di qualsiasi giustificazione, che la polizia perseguiva ostinatamente e che rischiava la frusta, la cella di isolamento o la Strafkompagnie. Tutta questa gente passava la giornata aggirandosi tra le baracche, nascondendosi sotto i letti al piano più alto delle incastellature, studiando possibili rapine e radunandosi al Block delle latrine, che era al tempo stesso Borsa valori e merci (pane, tabacco, scarpe di cuoio, vestiti, coltelli, guanti, marchi) e locale malfamato.
Neuengamme, al contrario, è un centro strettamente industriale. Dalle sei del mattino alle sei di sera i Blocks sono rigorosamente deserti, se si eccettua la presenza di alcuni Kommandos nell'intervallo di mezzogiorno. La burocrazia interna impegnata nell'organizzazione «municipale» del campo è ridotta al minimo: un capo-Block e due Stubendienst per edificio. I malati devono essere ricoverati al Revier: chi non viene accettato deve lavorare, compresi i ciechi e i sordomuti. I feriti, i deboli, i vecchi, tutti coloro che a Buchenwald rimangono nelle baracche, qui sono catalogati come «lavoro leggero» e destinati a fabbricare corde o a qualcuno dei servizi del campo (cucine, mondatura delle verdure, disinfezione, magazzinaggio, calzoleria). Questa generale destinazione al lavoro si inscrive nell'architettura del campo. Una struttura rigorosa, dalle linee semplici e nude. A sinistra dello spiazzo centrale asfaltato la schiera dei Blocks, severamente allineati; a destra il Revier, le docce, la calzoleria, il magazzino; in fondo le cucine e la nuova costruzione originariamente destinata a ospitare gli operai della Metallwerk e del Messap. Al di là, a raggiera intorno al campo, dal canale al porto, i cantieri in piena espansione con la Klinker, le officine e lo stabilimento, le chiatte cariche di mattoni, cemento e pietre di demolizione provenienti da Amburgo, l'incrociarsi dei binari percorsi da vagoncini spinti a mano o trainati da una motrice; qui le fondamenta di una nuova fabbrica; là, tra cumuli di sabbia e mattoni, ampie trincee piene a metà d'acqua dove i detenuti sguazzano per posare delle tubature; più lontano la stazione e i giardini, e al di là i cani e le guardie, campi e fattorie - una piatta immensità. Il ritmo del lavoro è intenso, scandito dalle S.S., sempre presenti, sempre vigili. Neuengamme, rigorosa e provinciale, è la città dei robot.
Tuttavia Buchenwald, Neuengamme, Sachsenhausen, Dachau sono parte di uno stesso progetto, rappresentano la tipologia dei campi «normali» che formano l'ossatura essenziale dell'universo concentrazionario.
Su diverse parallele si collocano i campi di rappresaglia contro gli ebrei e gli ariani, quali Auschwitz e Neue-Bremm.
La struttura dei campi di repressione contro gli ariani, come Neue-Bremm, nei pressi di Sarrebrčck, è ispirata a due orientamenti fondamentali: niente lavoro ma «sport», e una quantità irrisoria di cibo. La maggioranza dei detenuti non lavora, e questo significa che il lavoro, anche il più duro, è considerato un privilegio. Qualsiasi incombenza, anche la più insignificante, deve essere sbrigata a passo di corsa. Le botte, che nei campi «normali» sono la norma, qui diventano la banalità quotidiana che scandisce tutte le ore della giornata e talvolta della notte. Uno dei giochi consiste nel far vestire e svestire i detenuti più volte al giorno a gran velocità e sotto l'incalzare del manganello, o nel farli uscire e rientrare di corsa nel Block mentre due S.S., alla porta, pestano gli Haftlinge a colpi di Gummi. Nel piccolo cortile rettangolare e asfaltato lo sport può essere qualsiasi cosa: far girare torno torno gli uomini a gran velocità, senza requie, incitandoli con la frusta; organizzare la marcia che si fa strisciando sui gomiti e sulle ginocchia, e gettare i più lenti nell'acqua della vasca, tra le risate omeriche delle S.S.; far ripetere senza fine l'esercizio che consiste in rapidissimi piegamenti sui talloni, con le braccia perpendicolari; in gran fretta (presto, presto, "schnell, los Mensch"), ventre a terra nel fango per poi rialzarsi, cento volte di seguito, e correre a inondarsi d'acqua per ripulirsi, tenendo quindi addosso per ventiquattro ore i vestiti bagnati. E sempre frusta, Gummi e stivali. La permanenza normale è di tre settimane, e alla fine si conta il 35-40 per cento di morti tra gli effettivi, mentre gli altri ne escono distrutti. Se il soggiorno si prolunga, la morte è inevitabile.
I campi degli ebrei e dei polacchi: annientamento e tortura su scala industriale.
Birkenau, la più grande tra le città della morte. Le selezioni all'arrivo: lo scenario della civiltà montato come caricatura per ingannare e asservire. Le selezioni regolari nel campo, tutte le domeniche. Al Block 7, la torpida attesa delle eliminazioni inevitabili. Il Sonderkommando totalmente isolato dal mondo, condannato a vivere ogni secondo della propria eternità fra i corpi torturati e arsi. Il terrore logora i nervi a tal punto che alle agonie non è risparmiata alcuna umiliazione, alcun tradimento. E quando, ineluttabilmente, si chiudono le pesanti porte della camera a gas, tutti, nella folle illusione di prolungare la vita, vi si precipitano contro, si accalcano, tanto che quando si aprono i battenti i cadaveri crollano a cascata sulle rotaie, inestricabilmente avvinti.
Nei periodi di punta le vittime della camera a gas si contano ogni giorno a decine di migliaia. La spoliazione dei cadaveri ingrassa i Signori di Auschwitz. Ne nascono enormi fortune.
Tra questi campi di annientamento e quelli «normali» non esistono differenze di natura, ma solamente di grado. Buchenwald aveva il suo inferno: Dora, la fabbrica sotterranea delle V2; settimane e settimane senza risalire in superficie, due pagliericci per undici uomini, mangiare e dormire nei cunicoli accanto alle latrine; impiccagioni tutte le sere, e l'obbligo di assistere a queste esecuzioni, lente e raffinate; la domenica, molto spesso, l'appello; e i «musulmani», i deboli, messi da parte e inviati per l'annientamento ai campi dell'est. A Neuengamme si impiccava in cortile, e ogni volta i detenuti, riuniti, erano costretti a cantare per tutta la durata della cerimonia. A Helmstedt si impiccava nel nostro dormitorio.

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