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Pene perdute

II

Gli apparati del potere ovvero l'ambiguità della funzione penale


Questo libro pone dei problemi. E questo era il suo obiettivo.
ť vero, Foucault l'ha detto così bene, che il discorso sul fallimento del carcere è contemporaneo alla nascita stessa del carcere. E che tuttavia il ricorso al carcere non ha cessato di aumentare.
ť vero che il suo uso, nei paesi paragonabili al nostro, ha geometria variabile: si incarcera in un rapporto di uno a cento, a seconda che ci si trovi nei Paesi Bassi o negli Stati Uniti d'America. E non è affatto una questione di grandezza, di densità della popolazione o di ricchezza.
Variabilità, anche, del ricorso al carcere a seconda delle epoche. Per non risalire fino alla monarchia di Luglio e alla sua frenesia repressiva, notiamo che la popolazione penitenziaria francese cala regolarmente dal 1920 al 1939, per risalire brutalmente nel 1945 (detenzioni per episodi di collaborazione…) e vivere dopo delle fluttuazioni di cui le più notevoli sono nel 1968 e 1980 (al rialzo) e nel 1970 e 1975 (al ribasso).
Si conosce ancora male la teoria di queste variazioni sul lungo periodo, a meno che non intervengano certi eventi legati alla congiuntura e facilmente identificabili, come per esempio i bruschi cali connessi a provvedimenti d'amnistia o d'indulto. Il fatto è che questi conti sono il risultato di meccanismi complessi: durata delle pene comminate certamente, ma anche propensione dei magistrati a ordinare custodie cautelari, ingorgo della macchina penale che provoca l'aumento della durata di queste, o ancora diminuzione della tolleranza dei gruppi sociali o fallimento dei sistemi di derivazione anteriori.
In nessun caso, si è potuto dimostrare in modo serio che tali variazioni siano dovute a un supposto "aumento della criminalità". Invece, al di fuori di considerazioni riferibili a certi regimi politici, pare proprio che l'aumento della popolazione detenuta, in periodi di difficoltà economica, sia piuttosto connesso all'ampliamento delle popolazioni-bersaglio che, nello stesso tempo, diventano più vulnerabili.
Si può anche supporre che un regime in calo di legittimità tenterà di perdurare da un lato rafforzando il proprio apparato repressivo e dall'altro lato dando soddisfazioni – a dire il vero più simboliche che reali – a certi settori di popolazione che cominciano a dubitare dello "Stato protettore?". Più precisamente, ricerche condotte in questi ultimi anni hanno mostrato la perdita di fiducia di un buon numero di persone nella capacità delle istituzioni di stroncare quel che alcuni zelatori di queste stesse istituzioni indicavano loro come un'inflazione galoppante della criminalità. ť l'effetto indubbiamente perverso di un discorso che grida "al lupo" per chiedere più mezzi repressivi senza che questi producano altro che un rafforzamento degli argomenti iniziali, un aumento delle statistiche che registrano i comportamenti delittuosi. Altre ricerche ancora più recenti mostrano il ruolo, nella richiesta di maggior repressione, della crescita del dubbio, tra certe categorie, per ciò che riguarda il ruolo dello Stato in difesa delle leggi e dei beni.
Fenomeno complesso, dunque, in cui s'incastrano l'ideologico e l'economico. Ma dove la risultante è un rafforzamento delle ineguaglianze sociali davanti all'intervento penale, in cui è coinvolta una popolazione sempre maggiore e, all'interno della quale i meno favoriti subiscono in pieno gli effetti pauperizzanti dell'incarcerazione.
Giacché pure in questo c'è un uso differenziato delle sanzioni. Se esaminiamo da vicino le statistiche delle condanne e le rapportiamo a ciò che rappresentano per ogni gruppo sociale ci accorgiamo che i padroncini non sono meno condannati degli operai, e che gli alti dirigenti e le libere professioni lo sono sempre di più. Ma sono soprattutto gli operai e le categorie più povere a finire in carcere.
Comunque sia, la Francia occupa ancora, e soprattutto dopo il brusco rallentamento dell'estate 1981, un posto meno che medio nell'albo d'onore della proporzione di persone in carcere, in confronto a paesi con regime (e registrazione statistica…) comparabile.
Non va allo stesso modo per quel che riguarda la sorte riservata ai detenuti. Da questo punto di vista sembra che la Francia sia nel gruppo di testa per le cattive condizioni: pratiche d'isolamento – o all'opposto eccessiva promiscuità –, arbitrarietà delle decisioni senza vie di ricorso efficaci, poteri esorbitanti dei direttori carcerari, ben nota insufficienza di mezzi e di personale medico, di educatori, assistenti sociali, eccetera e alienazione di questo personale per condizioni di lavoro in cui primeggia l'ideologia della sicurezza. Ciò senza contare le brutalità di cui si ha ancora troppo spesso l'eco, malgrado l'opacità che circonda l'istituzione; opacità ben mantenuta dalla connivenza dell'amministrazione e dei sindacati maggiori e dall'indifferenza pubblica.
Tutti i discorsi, tutte le buone intenzioni non possono fare granché per questo stato di cose: senza volontà politica ben decisa – e su questo tema c'è sempre stato timore – il peso delle istituzioni e le "lobbies" professionali hanno fatto fare ben presto marcia indietro, per poco che il treno fosse avanzato. Se n'è avuto l'esempio con la riforma del 1975. Alcune sue disposizioni praticamente non sono mai state applicate, altre sono state ben presto sviate, senza contare l'inasprimento degli anni Settanta-Ottanta (rarefazione dei permessi d'uscita, delle libertà condizionali eccetera).
S'è visto all'inizio del 1982 un minore di 10 anni in carcere; certo per 24 ore soltanto. Ma che si deve pensare di un paese in cui un giudice può intravedere come soluzione per un bambino, pur se accusato di rapina a mano armata, soltanto il carcere?
Si sa anche che per numerose pene minori – con i loro strascichi di nefaste conseguenze – si potrebbero immaginare e applicare altre soluzioni. Una circolare del 21 ottobre 1981 invita pressantemente i giudici ad agire in tal senso. Fino ad ora, non si può valutarne l'effetto. Ma si sa che leggi del 1970 e 1975, miranti a restringere l'uso della custodia cautelare, avevano avuto scarso successo. E che l'istituzione del controllo giudiziario ha avuto come conseguenza di mettere sotto controllo gente che prima d'allora sarebbe stata lasciata libera piuttosto che quello di far diminuire il numero di accusati in stato di detenzione.
Quanto ai quartiers de sécurité renforcée [sezioni carcerarie speciali], certo sono state eliminate. Ma le pratiche d'isolamento rimangono e restano a discrezione del potere amministrativo, senza controllo reale né possibilità d'appello. Detto in altri termini, è stata soppressa l'etichetta, il che non è da disprezzare, ma non sono state affatto modificate le condizioni che resero tanto criticabile l'uso di tali sezioni.
Siamo dunque ben lontani dalla soppressione del sistema penale. Non siamo neppure a una reale ristrutturazione di quel che esiste, né a una riduzione della sua attività. Eppure…
Eppure, è sorprendente constatare, nel corso di inchieste condotte presso il pubblico – inchieste più approfondite dei soliti sondaggi d'opinione – constatare che il nostro sistema penitenziario – senza parlare del penale – è lontano dal raggiungere consenso unanime. A fronte di un piccolo numero di persone che vorrebbero vederne rafforzato l'aspetto puramente repressivo – senza voler con questo che in esso s'imprigioni di più, ma piuttosto che lo si utilizzi più a ragion veduta – la maggior parte ritiene che si potrebbe ridurne l'uso a coloro per i quali non ci siano altri mezzi in grado di intervenire (categoria tra l'altro di contenuto variabile) o ancora quando il crimine sia così orrendo da far supporre che sia una misura di protezione sociale e/o di acquietamento della riprovazione delle vittime. Detto altrimenti i casi più rari.
La cosa che più sorprende e che invita a riflettere è che, quando si chiede alle persone di spiegarsi in maniera più esaustiva su ciò che pensano dei meccanismi individuali e sociali produttori, regolatori e riduttori di devianza, si può constatare che queste ritengono che l'intervento penale dev'essere un intervento solo in ultima istanza, invitato ad entrare in scena solo quando tutto il resto è fallito. Detto altrimenti, esso non dovrebbe esser messo in moto che per sottolineare il fallimento di tutti gli altri modelli di regolazione, controllo o soluzione dei conflitti. C'è da dire che, anche in questo caso, non si crede molto alla sua efficacia, salvo che per emarginare individui potenzialmente pericolosi.
La percezione del fallimento supera dunque l'aspetto ristretto delsuo malfunzionamento. Gli è consustanziale. Eppure molti pensano che soltanto l'uso della legge penale permetta di garantirsi contro gli abusi delle "giustizie" amministrative o private, dato che queste ammettono poco o nulla il contraddittorio e che qui le regole del gioco non sono sempre esplicite.
Da un punto di vista giuridico, la distinzione è chiaramente posta tra i diversi tipi di giustizia. Sul piano pratico, le cose sono meno evidenti. In particolare, alcuni pensano che, in numerosi campi, il penale abbia sempre più la tendenza a funzionare come una giustizia amministrativa; e reclamano la "ripenalizzazione" del penale. In un altro senso, si è potuto dimostrare che i vari tipi di "giustizie" non funzionavano in parallelo ma in interrelazione. La minaccia di un intervento penale come ultima ratio permette a polizie-giustizie private o amministrative di essere tanto più operative. Ciò si è avverato in settori tanto diversi come i servizi di sicurezza dei grandi magazzini o il controllo degli infortuni sul lavoro.
E ci si accorge pure sempre di più che la giustizia penale dipende, per il suo approvvigionamento, da organizzazioni o istituzioni non penali. Il fatto è che le vittime private, anche se pongono il sistema penale di fronte a vicende delittuose, non sempre portano contemporaneamente i rei: sta alla polizia scoprirli. E questa, in certi rami, ha un rendimento debole: in tema di delinquenza contro i beni, fa luce solo sul 20% circa dei casi. Si può pensare che su questo 20% molti casi le giungano già del tutto risolti dall'intermediario dei servizi di sicurezza dei grandi magazzini per esempio.
Si arriva al paradosso che segue: via via che si scoprono, sotto la razionalità giuridica, le vere logiche di funzionamento del penale e il suo ruolo nei processi di riproduzione sociale, si sa solo chiederne l'estensione, nel peggiore dei casi, o il nuovo spiegamento, nel migliore dei casi.
ť qui che interviene, come choc salutare, l'abolizionismo così come lo presenta Louk Hulsman.
Per lui, si tratta di un'evidenza. Per me, è ancora una questione.
ť che, in Francia, le riflessioni e dibattiti dell'ultimo decennio hanno reso assai sensibili all'idea della cancerizzazione dei controlli sociali, che si sviluppano in sordina e tanto più temibili se poco visibili, burocratizzati quando non informatizzati e che assumono i toni dell'aiuto, dell'assistenza, della cura. ť stata così denunciata l'estensione della competenza psichiatrica con la settorializzazione, la "disciplinarizzazione" delle famiglie col lavoro sociale, i pericoli che poteva far correre l'informatizzazione delle assai indiscrete schede per la protezione di maternità e infanzia…
Questi controlli "non controllati" da un pubblico dibattito e quasi tutti d'ordine amministrativo non troverebbero il loro limite che col ricorso al giudiziario, la denuncia dell'abuso di potere, la reintroduzione del contraddittorio.
E, in questa reintroduzione del giudiziario, l'ambito penale può apparire in alcuni casi come privilegiato, nella misura in cui è meno ordinario e sembra più coercitivo dell'ambito civile. ť pure più scandaloso, porta dunque maggiore pubblicità, colpisce la pubblica opinione. Se ne sono avuti esempi in tema di diritto del lavoro o dei consumatori, o di protezione dell'ambiente. E il settore associativo vi ritrova i suoi diritti, dato che ora le associazioni possono costituirsi parte civile.
Tra l'altro, questa stessa ribalta penale ha permesso di mettere in luce l'alienazione esistente in alcuni gruppi sociali. Lottare contro la penalizzazione dell'aborto o, in senso opposto, per la criminalizzazione dello stupro è stato per le donne uno dei mezzi per il riconoscimento del diritto alla libertà del proprio corpo. Ma con degli effetti non voluti: nel primo caso, un rafforzamento del potere medico e amministrativo (di cui si può sempre dire che è meglio questo delle mutilanti pratiche clandestine); nel secondo caso, un'aggravamento delle pene che, per un buon numero di donne ha creato dei problemi. Far riconoscere lo stupro come un crimine e le donne come vittime – e non provocatrici – è una cosa. Vedere il violentatore condannato a 20 anni di reclusione lascia un sapore amaro a molte donne che, battendosi contro la propria oppressione, hanno preso coscienza di tutte le altre.
ť quindi d'obbligo domandarsi, davanti alla moltiplicazione degli effetti perversi: lo scenario penale è il solo possibile? Ciò tanto più che sono rarissimi i casi in cui i gruppi sociali s'affrontano direttamente in tale ambito, pongono con chiarezza le loro poste in gioco. L'ordinarietà della giustizia penale è fatta di piccoli casi, funziona sempre più come un "tariffario" e burocraticamente. Può darsi benissimo che il lato spettacolare dei grandi scontri sia soltanto un alibi per ciò che si può chiamare una giustizia di massa. E si possono immaginare facilmente altri luoghi pubblici di confronto altrettanto efficaci.
ť vero che, nelle nostre società occidentali, siamo talmente abituati a pensare al penale come a una "necessità" – con degli scopi di dissuasione generale o di protezione delle vittime – che immaginarne la soppressione richiede una vera e propria rottura; un tipo di rotture come quelle che hanno presieduto ai grandi cambiamenti dei sistemi di pensiero. A un dato momento, alcuni s'accorgono che ciò che è percepito come un dato di fatto, un dato "naturale", non è di fatto che una costruzione procedente da meccanismi sociali. Ma la presa di coscienza del carattere secondario di queste evidenze ha bisogno di un'uscita dai processi d'assimilazione ideologica dominanti. Uscita che può essere solo il risultato di una lotta con se stessi, e dell'approfondimento della riflessione critica su ciò che s'affaccia all'inizio nell'ambito dell'intuizione.
Il confronto col pensiero di Louk Hulsman è di quelli che provocano la necessaria rottura e consentono di liberarsi dalle idee acquisite; l'ultima, forse più difficile da combattere è che la soppressione totale del penale in una società potrebbe mettere al suo posto dispositivi di segregazione e controllo repressivo che si evolvono in sordina e ancora più difficili da controllare.
Ma tutto è questione di lotte e di vigilanza, dato che lo stesso ragionamento può essere fatto in senso inverso, si è visto più volte come sia l'esistenza del penale ad autorizzare lo sviluppo e l'efficacia di tali dispositivi.
Così, è l'atteggiamento stesso di non accettazione della funzione penale che potrà portare alla conoscenza e al controllo di tali dispositivi esistenti o supposti.
Ma, naturalmente, un simile atteggiamento richiede una grande lucidità in merito alla natura, al ruolo e alla funzione del sistema penale. Ed è a questo che tende la presente opera.

Claude Faugeron

1 Questo termine indica le categorie sociali più esposte al rischio "penitenziario", del quale si sa che colpisce di preferenza i giovani, gli immigrati, i meno privilegiati.
2 Il concetto di vulnerabilità traduce bene il fatto che la precarietà delle situazioni (disoccupazione, instabilità professionale, marginalità varie…) fa aumentare la probabilità di essere condannati a una pena reclusoria, in ragione anche qui di complessi meccanismi e non necessariamente di carattere intenzionale.
3 M. Seyler, L'application de la réforme pénitentiaire de 1975, Paris, CNERP, 1978.
4 Obiettivi che tutte le ricerche hanno dimostrato di non poter essere raggiunti utilizzando il penale, oppure solo molto parzialmente per un tempo limitato e con un costo eccessivo per quanto riguarda la dissuasion

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