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Pene perdute I


Louk Hulsman e il paradosso del sistema penale


Non inganniamoci. Non si tratta di un'opera in più sulla "crisi del diritto penale" o sulla critica della "giustizia criminale". L'autore si colloca contemporaneamente su un piano superiore e in una prospettiva da dove ogni spirito polemico è messo al bando. Ma egli ci invita tutti quanti a riflettere su ciò che si potrebbe chiamare il paradosso del sistema penale, e a interrogarci semplicemente ma con franchezza, sulla sua legittimità. Il suo pensiero è in questo particolarmente innovatore, ma meglio sarebbe se fosse stato chiarito anche da una precisa analisi del suo percorso di costruzione.
Non è certo il caso di rifare qui questa dimostrazione; ma vorremmo sottolinearne insieme la coerenza e l'originalità. Louk Hulsman parte da una visione globale critica del sistema penale. Dimostra come, erede d'una tradizione insieme teocratica e formalista inadatta al mondo moderno, il sistema penale poggi su astrazioni, falsità, stereotipi comunemente e comodamente invocati: l'opinione pubblica, l'uomo della strada, e soprattutto il criminale, i buoni e i cattivi, l'individuo pericoloso, la vittima innocente, il Codice penale che punisce i criminali e il Codice di procedura penale che garantisce gli innocenti, con un giudice imparziale che proteggerebbe tutti insieme l'ordine e la libertà, la comunità sociale e i valori acquisiti. Che cos'è in realtà il sistema penale, se la macchina giudiziaria, rinforzata da una macchina burocratica (dalla polizia agli agenti dell'amministrazione penitenziaria), secondo un processo praticamente inesorabile, in definitiva non porta che a "fabbricare un carcerato"?
Qui si situa una critica che avremmo forse voluto ancor più circostanziata di questo carcere, nel quale il discorso penale ricevuto dal XIX secolo ha voluto vedere la protezione principale per la "gente onesta". C'è infatti molta distanza tra ciò che esso è e ciò che pretende di essere, tra la sua funzione teorica di retribuzione e rieducazione, tra l'altro contraddittoria in se stessa, e la pratica della vita carceraria, che ne fa un vero e proprio castigo corporale, antisociale e alienante della personalità del condannato. La critica è d'altronde valida per tutto l'insieme del sistema penale per il quale l'autore mette in luce l'irrealtà dei concetti di base: il "fatto punibile", essenzialmente variabile nel tempo e nello spazio, e il "colpevole", che questo sistema il quale ignora la vittima che pretende di proteggere riduce a un'astrazione vuota di senso umano. In fin dei conti giustizia penale e carcere non portano che a moltiplicare gli asociali e i recidivi.
La soluzione razionale non è allora quella di abolire questo "sistema penale"? Questa è la posizione di fondo di Louk Hulsman, che prima s'impegna forse troppo a lungo a bandire il linguaggio usuale: crimine, delitto, reato, criminale e delinquente e persino il che non può non sollevare qualche problema metodologico criminologia, sociologia del crimine, ed anche politica criminale. L'autore riconosce subito tuttavia che "cambiare vocabolario non basta". La riforma dev'essere istituzionale, e presuppone un nuovo tipo di ricorso al diritto civile, al diritto amministrativo, a una politica ampia di prevenzione, a un atteggiamento di tolleranza verso i "comportamenti non tradizionali", alla ricerca dei mezzi per evitare la drammatizzazione propria del sistema penale di fronte alle situazioni conflittuali o a ciò che Louk Hulsman chiama le "situazioni-problemi".

Non si è forse tentati di chiedersi se questa non sia una posizione priva di realismo che si colloca paradossalmente tra l'incitamento al caos anarchico e la ricerca illusoria di una nuova "Età dell'oro"? L'autore si è mostrato sensibile all'obiezione e risponde, all'interno di argomentazioni di grande interesse, con esempi tratti dalla storia, quali le usanze delle società (cosiddette) primitive e le esperienze straniere moderne perseguite soprattutto in Olanda (spesso citata, il che va da sé), nei paesi nordici o negli Stati Uniti d'America. Parimenti, benché egli abbia voluto limitarsi fin dall'inizio alla "criminalità comune", restando al di fuori, in particolare, della circolazione stradale, della criminalità politica e della criminalità economica, Louk Hulsman ci mostra, non fosse che di passaggio, di non dimenticare né la violenza, né le vittime, né l'attualisssima questione della "criminalità in colletto bianco". A questo bisogna aggiungere che, pur ripudiando il "sistema penale", egli non esclude totalmente né la responsabilità, né la sanzione, né il diritto o la necessità di punire, e persino la previsione di una qualche coercizione che possa eventualmente arrivare a una privazione di libertà, ma beninteso al di fuori e si può dire al di là di ogni prospettiva repressiva o retributiva. Cionondimeno egli resta fondamentalmente abolizionista.
La convinzione dell'autore, di un'assoluta sincerità, è fortemente comunicativa e ci si lascia facilmente trasportare dalla sua dimostrazione insieme ardente e pacata, perentoria e modesta. Vengono in mente tuttavia delle obiezioni, o forse più esattamente un desiderio di discutere con lui, di provocarlo sulle sue affermazioni come sui suoi rifiuti, di scuotere questa grande certezza il che forse dopo tutto è solo un mezzo più o meno inconscio per avvicinarsi maggiormente alla sua dottrina. Queste resistenze, che egli ben conosce, probabilmente non gli dispiacciono, perché ama suscitare la discussione ed è essenzialmente un uomo del dialogo. anzi una delle sue caratteristiche più avvincenti.
Il dialogo che appare all'inizio dell'opera e in cui l'autore si esprime con grande franchezza su di sé, sulla sua formazione, sul suo percorso intellettuale ci mette in grado di comprenderlo meglio e chiarisce la sua personalità in ciò che ha di più simpatico. Ci permette anche d'intendere meglio in che cosa e come egli ci invita a uscire dal sistema penale. Dobbiamo ringraziarlo, così come Jacqueline Bernat de Célis, per averci invitato a riflessioni nuove. Ecco un libro salutare.

Marc Ancel

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