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Pene perdute

parte seconda


LA PROSPETTIVA ABOLIZIONISTA
presentazione in due tempi


Dopo questi colloqui con Louk Hulsman, così illuminanti sulla sua personalità e sulle complesse e profonde ragioni della posizione abolizionista che egli oggi sostiene, ecco due serie di riflessioni dalle quali si libera la coerenza interna della prospettiva che egli propone a tutti coloro ai quali il sistema penale da noi conosciuto pone domande e suscita inquietudine.
Un importante avvertimento dovrà essere tenuto a mente circa il quadro in cui si situa questo saggio: Louk Hulsman ha scelto di concentrarsi su ciò che comunemente viene designato con il termine di "delinquenza comune", cioè quel che egli chiama nella terminologia a lui propria gli eventi riguardanti le cose e il patrimonio (ciò che il sistema chiama furto, truffa, vandalismo, eccetera), la sicurezza delle persone contro le offese fisiche (percosse e lesioni, rapina a mano armata, eccetera), la sicurezza dell'abitazione (furto con scasso...). Restano perciò al di fuori del presente saggio i particolari campi della circolazione stradale, della criminalità politica e della criminalità economica. Questi eventi non sono certamente esclusi dalla teoria hulsmaniana, ma per potergliela applicare, si dovrebbero apportare degli adattamenti specifici che renderebbero inutilmente pesante la presentazione dell'essenziale.
Il campo della "delinquenza comune" è del resto quello cui fanno riferimento di solito le immagini che circolano nell' opinione pubblica in merito al sistema penale. Vi si trovano generalmente implicate delle persone concrete, sia che abbiano subìto un danno, sia che si sentano minacciate. Ed è in occasione di questi eventi che l'attività del sistema penale sfocia più sovente nell'incarcerazione. È dunque anzitutto a una riflessione su tale nucleo centrale d'applicazione del sistema penale che abbiamo voluto invitare il lettore.


1

Quale abolizione?


1. Opinione pubblica

Il discorso politico, gran parte dei media e alcuni specialisti di politica criminale si accordano per far parlare, sui problemi della giustizia penale, un certo "uomo della strada". Quest'uomo della strada sarebbe ottuso, vile e vendicativo. Non farebbe distinzione tra i marginali, i violenti, i disturbatori d'ogni genere, che destinerebbe in blocco alle gemònie. Egli si immaginerebbe le prigioni piene di assassini pericolosi. Vedrebbe nell'apparato penale l'unico mezzo di protezione contro i fenomeni sociali che lo infastidiscono...
Orbene, quest'uomo della strada non esiste! È una comoda astrazione per legittimare il sistema esistente e per rafforzarne le pratiche. Si deve leggere il recente studio di Philippe Robert e Claude Faugeron sulle forze nascoste della giustizia per apprendere fino a che punto ci si sbaglia quando si voglia far dire alle cifre ciò che esse non dicono e alla gente ciò che non pensa sullo stato della criminalità e sull'apparato repressivo1. Le ricerche di questi sociologi, sommate ad altre che vanno nello stesso senso, battono in breccia il concetto d'opinione pubblica costruito da un linguaggio volontaristico privo di rapporto con la realtà. Esse invitano a riconoscere delle opinioni pubbliche molteplici e sfumate. Mettono in scena gli uomini veri e le donne vere della strada, con i loro errori forse, ma pure con la loro riflessione intelligente e la loro umanità.
Queste persone concrete che, in una fortissima maggioranza, esprimono l'intuizione che vi sia qualcosa di folle e d'insopportabile nella nostra giustizia criminale, tuttavia ignorano come funzioni il sistema, a meno di non esser state prese esse stesse un giorno dal labirinto penale. Conviene informarle. Perché quando questi uomini e queste donne avranno capito quale passivo faccia pesare sulle nostre società una macchina per punire e per escludere ereditata dai secoli scorsi, non si troverà più nessuno che dia credito a un sistema simile. Quel giorno una vera coscienza popolare ne chiederà l'abolizione.

2. I cattivi e i buoni

Le tradizionali produzioni drammatiche e alcuni media tendono a perpetuare l'idea semplice - e semplicistica - che vi siano i buoni da un lato, i cattivi dall'altro. È vero che esiste tutta una corrente culturale che offre un approccio molto più sfumato rispetto a persone e situazioni. L'arte, la letteratura, il cinema contemporanei, si sforzano di scoprire la complessità degli esseri, delle loro relazioni, delle esperienze vissute. Fanno vedere l'irrealtà dei discorsi in bianco e nero.
Nel campo della giustizia penale, tuttavia, le immagini manichee ancora s'impongono, quasi per forza d'inerzia. Potrete sempre incontrare gente molto critica verso le istituzioni e il loro funzionamento, la quale tuttavia si aspetta dalle leggi e dalle strutture che esse realizzino l'armonia sociale. Così il poliziotto, il giudice, il legislatore, anche se molto spesso messi in discussione nella pratica personale e collettiva, vengono generalmente visti come rappresentanti dell'ordine, dunque del bene. E di fronte a questi simboli della giustizia, del diritto e della coscienza a posto, i "delinquenti" vengono visti come gente di una specie a parte, anormali sociali che dovrebbero tutto sommato essere facilmente individuabili, dato che non sono come gli altri.
Bisogna diffidare delle idee bell'e pronte, riprese astrattamente fuori da ogni ragionamento personale, che mantengono in piedi sistemi d'oppressione. Quando viene diffusa l'immagine di un comportamento criminale di natura eccezionale tanta gente, per altri versi intelligente e bendisposta, crede giustificata l'adozione di misure eccezionali nei confronti delle persone acciuffate dal sistema penale. E quando ci si immagina che si tratti di mettere quella gente lì, separabile dagli altri, in grado di non nuocere, si accetta facilmente il principio stesso dell'imprigionamento, che li pone in disparte. Per guardare in faccia i problemi veri, che certo esistono, è urgente demistificare tali immagini.

3. La macchina

Pensate di poter difendere il sistema. Voi dite: "C'è il codice penale, che descrive - e limita - i comportamenti punibili; c'è il codice di procedura penale, che garantisce come nessun cittadino possa essere arrestato e detenuto arbitrariamente; i giudici sono indipendenti dal potere esecutivo, i processi sono pubblici... e la Corte di Cassazione vigila sulla regolarità dell'intero processo"... Lo so, è quello che viene spiegato all'Università. E questo tipo di ragionamento, ripreso nel discorso ufficiale delle altre istituzioni, viene diffuso tale e quale dai mass media. Ma tutte queste regole formali, tutti questi princìpi che pretendono di dare ordine all'edificio in funzione di una giustizia serena e imparziale, davvero proteggono le persone da ogni costrizione arbitraria? E sono validi per la società d'oggi?
Bisogna vedere cosa succede al livello delle pratiche, chiedersi se princìpi come l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge penale, o la regola dell'intervento minimo della macchina repressiva, vengano applicati nei fatti. Bisogna chiedersi come la gente che ha a che fare col sistema penale percepisca quest'ultimo.
Hanno la sensazione d'essere stati giudicati bene, tutti questi uomini, giovani per lo più, sovente immigrati, anzitutto colpevoli di avere pochi legami sociali, che il Tribunale parigino detto "des flagrants délits" [dei reati in flagranza] condanna al carcere - a volte di lunga durata - in qualche minuto, a causa di un semplice verbale di polizia? E quegli altri, tra i quali magari delle madri di famiglia, incarcerati in seguito a una condanna data in loro assenza, per fatti che risalgono a un passato lontano? E quegli imputati, innocenti o meno, che trascorrono lunghi mesi in custodia cautelare prima dell'inizio del loro processo? E quell'autista che aveva fretta, che per una semplice risposta veemente a un gendarme si è visto trascinare davanti a un tribunal correctionel [tribunale per i reati minori] per "oltraggio ad agente della forza pubblica"? Che cosa pensano della giustizia? Si sono sentiti protetti da tutti quei pericoli dai quali le nostre leggi pretendono di salvaguardarci, o non hanno piuttosto avuto l'impressione di essere caduti in una tagliola?

4. Burocrazia

Quando il discorso ufficiale (politico, giuridico, scientifico, eccetera) fa riferimento al sistema penale, considera implicitamente che si tratti di un sistema razionale concepito, creato e controllato dall'uomo. Nulla è più ingannevole. Riprendete questa stessa immagine mentre pensate: "Ci sono la polizia, i giudici, l'amministrazione penitenziaria... Ci sono il Parlamento che fa le leggi, i tribunali che le applicano. Ogni elemento interviene a suo tempo e funziona in accordo con gli altri. È un sistema serio, grazie al quale viene resa giustizia, e la società viene liberata dagli elementi antisociali che disturbano la sua normale evoluzione..." È, questa, una visione completamente astratta della situazione.
Nei fatti, ogni organo o ufficio lavora in un sistema chiuso, e ognuna delle persone che interviene nel funzionamento della macchina penale esegue il proprio compito senza doversi preoccupare di quel che è successo prima di lei o di quel che succederà dopo di lei. Non c'è una stretta coerenza tra quel che un certo legislatore vuole in un certo momento - ciò che egli tenta di far passare nella legge, nel codice penale - e le varie pratiche a livello delle istituzioni e degli uomini che le fanno funzionare. Queste istituzioni hanno tra di loro soltanto un riferimento globale alla legge penale e alla cosmologia repressiva, un legame troppo vago per garantire un'azione di concerto. Nei fatti, sono compartimentate in strutture indipendenti, rinchiuse in mentalità ripiegate su se stesse.
La polizia, per esempio, ha un'organizzazione assai separata. La formazione professionale, i criteri di selezione e di carriera dei suoi agenti, la deontologia, le sanzioni disciplinari che appaiono nel suo regolamento interno, non hanno nulla da spartire con le regole che valgono ad esempio per i membri del Pubblico ministero - procuratori e sostituti - nonostante essi prendano il testimone dall'azione poliziesca nel procedimento penale. Gli uni e gli altri non ubbidiscono agli stessi capi. Non dipendono dallo stesso ministro...
Ogni corpo sviluppa così dei criteri d'azione, un'ideologia, una "cultura" particolare, e non è raro che questi corpi entrino in contraddizione, o addirittura in lotta aperta gli uni contro gli altri. Ora, si presume che essi, insieme, debbano "rendere giustizia", "combattere la criminalità". Nei fatti, il sistema penale statale difficilmente può raggiungere tali scopi. Come tutte le grandi burocrazie, non è verso obiettivi esterni che esso è teso, ma verso obiettivi interni quali: attenuare le difficoltà interne, accrescersi, trovare un equilibrio, vigilare sul benessere dei suoi membri, assicurare insomma la propria sopravvivenza. Il processo di burocratizzazione e di professionalizzazione che ridelinea dall'interno il sistema penale fa di esso un meccanismo senz'anima.

5. Un film sorprendente

Nessuno può mai padroneggiare la macchina penale.
Il Ministero della Giustizia dei Paesi Bassi aveva prodotto un film per far vedere in che modo funziona la giustizia repressiva, dal momento in cui un uomo viene arrestato fino a quando la porta si richiude dietro di lui. L'uomo veniva seguito lungo l'intero dedalo: l'arresto, la custodia cautelare, gli interrogatori, il processo, l'entrata in carcere, l'uscita dal carcere...
Che rivelazione! Si vedeva fino a che punto i vari interventi degli agenti del sistema sono frazionati, compartimentati. All'arrivo presso il posto di polizia, un agente si informava sull'identità della persona arrestata, un altro le prendeva le impronte digitali, un terzo le toglieva i lacci delle scarpe... Già a livello di polizia, nessuno poteva sentirsi personalmente responsabile per quel che succedeva a quell'uomo.
Sorprendentemente, questo film, che voleva rappresentare il sistema nella sua luce migliore, non era riuscito che a suscitare un'impressione di meccanicità e freddezza. Una pratica denigratoria si ritrovava in qualche maniera messa a nudo. Nessuno degli agenti del sistema pareva provare, in quanto persona, sentimenti di obbrobrio verso l'accusato, e nulla facevano personalmente per umiliarlo, ma il ruolo affidato a ciascuno, e la successione dei ruoli, creavano una pratica estranea alla loro coscienza, che non poteva non essere degradante per la persona che ne era oggetto.
Questo film lasciava anche apparire l'inesorabilità del processo di imprigionamento. Nessuno degli agenti del sistema sembrava volere il peggio per l'imputato. Ognuno di essi: vari poliziotti, un giudice, un altro giudice, il procuratore, il direttore del carcere, le guardie, venivano mostrati in un rapporto che voleva mantenere qualcosa di umano con l'imputato. Ognuno sembrava intento a capire la sua situazione e a volergli risparmiare l'incarcerazione. Si veniva indotti a pensare che i funzionari che intervengono nella macchina penale non siano necessariamente repressivi loro stessi; che a molti, in fondo, dispiace dover punire; che probabilmente, essi non credono nel sistema... Ma sfortunatamente, il sistema è lì; loro son pagati per far passare i casi da una fase all'altra; è come una catena sulla quale avanza l'indiziato; sicché, ognuno degli addetti avvita il proprio bullone, e in fondo alla catena esce il prodotto finito del sistema: una volta ogni quattro, un prigioniero.

6. Visto dal di dentro

Sforzatevi d'immaginare, provate a interiorizzare, cosa siano il carcere, l'incarcerazione. Ci insegnano a pensare al carcere da un punto di vista puramente astratto. Si mette avanti l'"ordine", l'"interesse generale", la "sicurezza pubblica", la "difesa dei valori sociali"... Ci viene fatto credere, ed è un'illusione sinistra, che per metterci al riparo dalle "imprese criminali", sia necessario - e sufficiente! - buttare in cella decine di migliaia di persone. Ci viene detto assai poco degli uomini rinchiusi in nostro nome...
Privare qualcuno della sua libertà, non è una cosa da niente. Il solo fatto d'essere recluso, di non poter andare e venire, all'aria aperta, dove vi pare, di non potere più incontrare chi si desideri incontrare, non è un male estremamente sentito? La carcerazione, è già questo.
È pure un castigo corporale. Si dice che i castighi corporali siano stati aboliti, ma non è vero: c'è il carcere che degrada i corpi; la privazione d'aria, di sole, di luce, di spazio, il confinamento tra quattro strette mura, la passeggiata sotto delle reti, la promiscuità con dei compagni non desiderati in condizioni sanitarie umilianti, l'odore, il colore della prigione, i pasti sempre freddi in cui predominano i carboidrati - non è senza ragione che le carie dentarie e i disturbi della digestione colpiscano i detenuti uno appresso all'altro! Sono queste tutte traversie fisiche che aggrediscono il corpo, lo deteriorano lentamente.
Questo primo male ne trascina altri, a catena, che colpiscono il detenuto a tutti i livelli della sua vita personale. Perdendo la propria libertà, colui che vive di salario e aveva un posto di lavoro, perde subito questo posto. Perde nello stesso tempo la possibilità di salvaguardare il suo tetto e di far fronte ai suoi impegni familiari. Si ritrova separato dalla famiglia, con tutti i problemi morali che comporta questo tipo di separazione: sua moglie o la sua compagna alle prese con forze ostili (forse dei vicini malevoli, un padrone rigido che la licenzia...), i suoi bambini colpiti ormai dallo stigma: "suo padre è finito in prigione". Bruscamente tagliato fuori dal mondo, egli sperimenta una lontananza totale riguardo a ciò che ha conosciuto e amato.
Inoltre, il condannato al carcere entra in un universo alienante, dove ogni relazione è distorta. Perché il carcere è molto di più che la privazione di libertà con tutte le sue conseguenze. Esso non è solamente ritiro dal mondo normale dell'attività e degli affetti, è anche e soprattutto ingresso in un universo artificiale dove tutto è negativo. Ecco cos'è che fa del carcere un male sociale specifico: esso è una sofferenza sterile.
Non ogni sofferenza è un male; ci sono sofferenze benefiche, che fanno progredire nella conoscenza di sé e aprono nuove vie, che avvicinano agli altri e ci rendono migliori. La carcerazione è una sofferenza non creatrice, non portatrice di senso. Questa sofferenza è un non-senso.
Le scienze umane ci danno un'idea dell'estensione del male. Esse constatano che nessun beneficio può esser tratto dall'imprigionamento, per nessuno, né per colui che viene rinchiuso, né per la sua famiglia, né per la "società". Le regole di vita, in carcere, fanno prevalere relazioni di passività-aggressività e di dipendenza-dominio che non lasciano praticamente spazio alcuno per l'iniziativa e il dialogo; esse mantengono il disprezzo per le persone, sono infantilizzanti. Il fatto che, durante la reclusione, le pulsioni sessuali possano solo esprimersi nella forma di succedanei fantasmatici, di masturbazione o di omosessualità, accresce l'isolamento interiore. L'onnipresente clima di coercizione svalorizza la stima di sé, fa disimparare l'autentica comunicazione col prossimo, paralizza l'elaborazione di atteggiamenti e comportamenti socialmente accettabili per il giorno della liberazione. In carcere, gli uomini vengono spersonalizzati e desocializzati.

7. Relatività

Non ci si sofferma con simpatia sulla sorte dell'uomo che va in carcere perché si pensa che se lo sia meritato. "Quell'uomo lì ha commesso un delitto", si pensa - o, in termini più giuridici, "è stato giudicato colpevole per un fatto punibile con l'incarcerazione - è dunque un'opera di giustizia se è in carcere". Bene, ma cos'è un crimine? Che cos'è un "fatto punibile"? Come stabilire la differenza tra un fatto punibile e un fatto che non lo è?
Perché il fatto d'essere omosessuale, di drogarsi o di essere bigamo è punibile in certi paesi e non in altri? Perché dei comportamenti un tempo punibili, la bestemmia, la stregoneria, il tentato suicidio, eccetera oggi non lo sono più? Le scienze del crimine hanno messo in rilievo la relatività del concetto di reato, che varia nel tempo e nello spazio, di modo che quanto è "delittuoso" in un contesto risulta accettabile in un altro. Secondo che siate nati in un luogo piuttosto che altrove, o in tale epoca piuttosto che in tale altra, siete passibili - o meno - d'incarcerazione per quel che fate, per quel che siete.
Non c'è nulla nella natura del fatto, nella sua natura intrinseca, che consenta di riconoscere se si tratta o no di un crimine - o di un delitto. Che c'è di comune tra un comportamento aggressivo all'interno della famiglia, un atto di violenza commesso nell'anonimo contesto della strada, il furto con scasso di un'abitazione privata, la stampa di moneta falsa, il favoreggiamento d'un uomo, la ricettazione di merce, un tentato colpo di Stato, eccetera? Non scoprirete nessun denominatore comune nella definizione di queste situazioni, né nelle motivazioni di chi vi si trova implicato, né nelle possibilità d'azione prese in considerazione al loro riguardo, sia per prevenirle, sia per farle cessare. Queste situazioni hanno tra di loro soltanto un legame perfettamente artificioso, che è la competenza formale del sistema di giustizia criminale riguardo a esse. Il fatto che siano definite come "reati" risulta da una decisione umana modificabile; il concetto di reato non è operazionale. Un bel giorno, il potere politico smette di dar la caccia alle streghe e non ci sono più streghe. Fino al 1975, in Francia, un marito poteva far incarcerare sua moglie per adulterio. Da quella data in poi, una legge di riforma del divorzio ha decriminalizzato questo comportamento, e la donna adultera ormai non può più essere portata dinanzi a un giudice penale.
Da un giorno all'altro, ciò che era delitto cessa di esserlo, e chi era considerato un delinquente diventa un onest'uomo. O perlomeno non ha più conti da rendere alla giustizia penale. È la legge a dire dov'è il crimine, è la legge che crea il "criminale".

8. La "cifra oscura"

Nei fatti, molte situazioni rispondenti alle definizioni della legge penale sfuggono all'ingranaggio. Da molti decenni, l'attenzione dei criminologi è stata attratta da questo fenomeno che in un approccio non specificamente critico del sistema, essi hanno chiamato il "cifra oscura della delinquenza". Infatti pareva loro anormale che delle azioni criminalizzabili non venissero effettivamente perseguite. Numerose ricerche hanno perciò tentato, con questo spirito, di far emergere il volume dei fatti legalmente punibili che il sistema penale ignora, o che trascura. Questo volume è considerevole.
È difficile fornire numeri precisi in questo campo. Quelli che abbiamo sono spesso poco affidabili, e variano da un paese all'altro. Citerò semplicemente, per dare un ordine di grandezza, una ricerca condotta in un'impresa di Friburgo in Germania. Questa ricerca ha dimostrato che su 800 eventi osservati nel quadro di questa impresa i quali avrebbero potuto esser criminalizzati, solo uno lo era stato.
Ma se un grandissimo numero di vittime non denunciano il fatto punibile alla polizia, neppure questa trasmette tutti gli eventi ad essa segnalati alla Procura la quale, a sua volta, lungi dal perseguire tutti i casi di cui è investita ne archivia la maggior parte. Il sistema penale cioè, lungi dal funzionare nella totalità dei casi per i quali sarebbe competente, funziona a ritmo estremamente ridotto. Una simile constatazione richiama due osservazioni. Con una punta d'umorismo, anzitutto si può dire che le ricerche sulla "cifra oscura" si ritorcono contro il sistema: che c'è di più assurdo d'una macchina che bisogna programmare per un cattivo rendimento affinché non s'inceppi?
Più in profondità, è l'idea stessa, la nozione ontologica di crimine che si ritrova scossa. Infatti, se una quantità enorme di eventi teoricamente soggetti alla legge penale non vengono sperimentati o valutati come tali dalle presunte vittime o dagli agenti del sistema richiamati personalmente da denunce concrete, è perché i fatti dalla legge chiamati crimini (o delitti) non sono vissuti come fatti di una natura a parte, separabili da altri eventi. Orbene, le inchieste sulla vittimizzazione lo rivelano chiaramente.
Nel quadro di una riflessione globale sul sistema penale, una scoperta simile costituisce una pietra di paragone straordinariamente importante. Come poter considerare normale un sistema che interviene nella vita sociale in modo così marginale, così eccezionale statisticamente? Tutti i princìpi o valori sui quali riposa tale sistema ( l'uguaglianza dei cittadini, la sicurezza, il diritto d'avere giustizia, eccetera) si ritrovano radicalmente falsati se applicati in questo infimo numero di situazioni che sono i casi registrati. L'approccio tradizionale si ritrova in un certo senso rovesciato. La "cifra oscura" cessa di apparire come un'anomalia per diventare la prova tangibile dell'assurdità di un sistema spontaneamente estraneo alla vita della gente. I risultati delle scienze sociali portano a una contestazione fondamentale del sistema esistente. E lungi dal sembrare utopica, la prospettiva abolizionista si presenta come una necessità logica, un passo realistico, un'esigenza di equità.

9. Il colpevole necessario

Non voglio entrare nel problema filosofico della colpevolezza. Ma il sistema penale gioca pericolosamente con questo grave e complesso concetto che nessuno domina, e lo si deve vedere con chiarezza.
Il sistema penale fabbrica dei colpevoli, tramite un meccanismo che d'altronde non è esclusivamente suo. Alcune leggi o regolamentazioni "civili" possono applicarsi soltanto se la prova è data dalla cattiva fede, dalla cattiva amministrazione, dalla cattiva condotta, eccetera di qualcuno. È chiaro per esempio che nei paesi in cui il divorzio è visto come sanzione di una colpa - e non come il semplice riconoscimento di un fallimento - gli sposi che vogliono uscire dal legame matrimoniale devono porsi in un'ottica di denigrazione che può essere in totale contraddizione con ciò che provano. Il giudice può, sotto tale regime, dichiarare lo scioglimento del matrimonio solo in base alla prova che almeno uno degli sposi abbia commesso una colpa grave. Così che, anche se essi analizzano ben altrimenti quant'è accaduto fra loro, questi sposi devono accettare, per ridiventare liberi, che la procedura faccia apparire uno di loro, o tutt'e due, come un colpevole da castigare. Un tale sistema favorisce falsità e simulazioni ben poco onorevoli. Esso tende inoltre a esacerbare i conflitti nella misura in cui vi è soluzione solo se una delle parti abbia torto e veda questo torto riconosciuto e condannato. In definitiva esso genera, necessariamente possiamo dire, una sorta di degradazione delle persone e delle loro relazioni.
In modo analogo il sistema penale fabbrica dei colpevoli, in quanto il suo stesso funzionamento riposa sulla dichiarata colpevolezza di uno dei suoi protagonisti, quale che sia il modo in cui gli interessati capiscano e vivano la propria situazione. In assenza d'una dichiarazione di colpevolezza, o quando la legge prevede che a causa dell'età, della malattia mentale o per ogni altra ragione, una tale dichiarazione sia impossibile, il sistema è fondamentalmente impotente. Quando esso si mette in moto, è sempre contro qualcuno che il meccanismo legale indica come colpevole e s'appresta a infamare.

10. Figlia della scolastica

Il sistema penale è stato concepito in un clima di teologia scolastica. Per questo l'indicazione di "autori colpevoli" è l'asse centrale del procedimento penale... C'è una consonanza, ereditata dai secoli e profondamente ancorata nelle coscienze, tra il sistema punitivo che conosciamo e una certa rappresentazione religiosa del mondo. È una sorta di passivo che pesa sulle nostre menti. La componente ideologica del sistema di giustizia criminale è legata alla cosmologia della teologia scolastica medievale.
Tale cosmologia implica l'esistenza di un punto assoluto - un Dio onnipotente e onnisciente - ed è in rapporto a questo punto assoluto che quanti partecipano al discorso del sistema di giustizia criminale sono portati a identificare se stessi senza esserne coscienti. Dio si è ritirato - sono stati tolti i crocefissi dai tribunali - ma il punto assoluto resta sul posto: la legge, le istituzioni del momento, considerate come espressione di una giustizia eterna...
L'influenza di una morale manichea ereditata dalla scolastica è ancora sensibile nella nostra cultura. Perciò la dicotomia innocente-colpevole su cui poggia il sistema penale viene accettata tanto facilmente. Cosa curiosa tra l'altro, persino gente che ha superato questa concezione nelle proprie relazioni personali, al livello della coppia o dell'educazione di figli, ricade nella visione in bianco e nero quando si tratta di giustizia penale. Sotto questo aspetto, essi non si pongono domande, non si accorgono neppure del problema. Essi accettano la concezione fondante del sistema penale senza riflettere, senza impegnare la loro mente e il loro cuore. C'è qui un'idea acquisita che essi accettano e trasmettono così come potrebbero raccontarsi una storia di draghi o mettersi a cantare qualunque noto ritornello con altri, in un giorno di festa, perfino contrario a ciò che amano o credono - senza preoccuparsi del senso.
È in questo modo irrisorio, fuori da ogni lucida coscienza, che cammina una giustizia ereditata da una teologia da giudizio finale.

11. Stigma

Il senso di colpa interiore che viene invocato a volte per giustificare il sistema penale - l'autore di un delitto sentirebbe il bisogno di un castigo - non ha nulla a che fare con l'esistenza di un tale sistema. Non si tratta di negare che degli uomini possano provare un turbamento profondo in seguito a certe loro azioni o comportamenti. Ma si deve affermare con forza che non è l'esistenza o la non esistenza del sistema penale a provocare tali sentimenti, non più di quanto questo sistema sappia portare a chi soffre nella propria coscienza le risorse di cui può aver bisogno. Le nostre esperienze profonde nulla hanno a che fare con il sistema penale.
Bisogna semmai denunciare le colpevolizzazioni artificiose che tale sistema produce. In numerosissimi casi, l'esperienza del processo e della carcerazione produce nei condannati, a posteriori, una cicatrice che può essere profonda. Seri studi scientifici, ripetuti, indicano che le catalogazioni legali e il rifiuto sociale che esse comportano possono determinare una percezione di sé come realmente "deviante", e portare taluni a vivere in conformità a questa immagine, ai margini.
Ci si ritrova dinanzi alla constatazione che il sistema penale crea il delinquente. Ma a un livello assai più inquietante e grave: quello dell'interiorizzazione, da parte della persona colpita, dell'etichettamento legale e sociale.

12. Esclusione

La potenza repressiva del pensiero burocratico è stupefacente. L'idea di separazione e di rigetto appare già quando la gente cerca di mettere per iscritto i termini di una convenzione.
L'altro giorno, delle persone che hanno gallerie d'arte nella città in cui abito vennero a sapere che avevano la possibilità di ricevere una sovvenzione comunale. Per ottenerla, bisognava però che un "regolamento di sovvenzione" fosse stabilito dal municipio, regolamento in vista del quale gli interessati potevano fare una proposta. Ed ecco che riflettendo a quanto dovevano proporre, queste persone che non sono repressive diventavano repressive. "Potranno esporre, esse dissero, soltanto gli artisti di professione..." Non si dovrebbe più guardare alla qualità del quadro, ma allo status del suo autore! Questo è, preso dal vivo, il modo in cui si manifestano, appena si cerchi di regolamentare, le idee di selezione, di professionalizzazione, di messa a distanza...
Notai ancora la spontaneità e la forza di questo pensiero un' altra volta. Ero stato invitato dai junkies a una loro riunione. Questi junkies hanno cominciato a definire le loro esigenze rispetto alle varie strutture che si occupano di loro. Hanno formato un gruppo d'azione, ed è in effetti molto importante che essi si organizzino, che ci sia la possibilità di un dialogo con loro... La riunione, molto interessante, mi ha insegnato parecchio sulla vita di questi junkies. Ma ho visto anche che, mentre si lamentavano, giustamente secondo me, della politica sulle droghe, anch'essi facevano della criminalizzazione. Volevano vedere punito il comportamento di chi vende droga. Attiravano su costoro i fulmini della legge e del sistema penale. "Non noi, questi trafficanti bisogna perseguire..." Per uscire dall'emarginazione, essi chiedevano l'emarginazione di qualcun'altro. Per potere vivere impunemente come vogliono, bisognava che collocassero se stessi "dal lato buono", e accettassero l'idea di un "lato cattivo", al quale altri apparterrebbero.

13. Impasse

Indicare i condannati al carcere come colpevoli che meritano un castigo mantiene nei loro confronti uno spirito di riprovazione.
Alcuni parlano d'albergo a quattro stelle, e presentano il prigioniero come una specie di vacanziere a spese dello Stato. Da qui le proteste di quelli che criticano ad alta voce ogni volta che si proponga di migliorare la condizione penitenziaria.
Che paghino per la loro colpa! Non daremo mica ogni comodità a questi fuorilegge quando tanta brava gente vive miseramente! Bisognava sentir urlare certa stampa, quando ci fu l'evasione in elicottero di un detenuto che stava su uno dei campi di calcio di Fleury-Mérogis. Come? Quella gente fa sport mentre quelli che non hanno niente da rimproverarsi devono guadagnarsi il pane col sudore della fronte? La stessa indignazione si manifesta appena si pone il problema della disoccupazione in carcere. L'amministrazione penitenziaria non riesce ad assicurare un lavoro a tutti i detenuti i quali vorrebbero guadagnarsi un salario? Non compiangeteli! In un'epoca in cui quelli che cercano lavoro sono "legioni", dareste lavoro ai delinquenti, mentre non ce n'è per la gente onesta?
Chi è coinvolto nel sistema penale è un colpevole a vita. È questa la nostra giustizia: un meccanismo di esclusione definitiva?

14. I contraccolpi

Si vorrebbe che chi ha fatto un danno o arrecato pregiudizio provi un rimorso, un rincrescimento, della compassione per colui al quale ha fatto del male. Ma come sperare di far nascere questi sentimenti nel cuore di un uomo schiacciato da un castigo smisurato, che non capisce, che non ha accettato e che non può assumersi? Come potrebbe quest'uomo incompreso, disprezzato, stritolato, riflettere sulle conseguenze che il suo atto ha potuto avere nella vita della persona che ha colpito? Del resto che mezzi può avere per riparare o attenuare il male arrecato se, imprigionato senza lavoro, o ricevendo uno striminzito salario, egli diventa, via via che il tempo passa, sempre più insolvente?
Per il carcerato, la sofferenza della detenzione è il prezzo da pagare per un atto che una fredda giustizia ha posto su una bilancia inumana. E quando esce di prigione, egli ha pagato così caro il suo debito che non solo si reputa sdebitato, ma spesso cova pure nuovi sentimenti di odio e aggressività.
Il sistema penale ha effetti totalmente opposti a quelli che vorrebbe ottenere un certo discorso ufficiale che pretende di "favorire l'emendamento del condannato". Irrigidisce costui contro l'"ordine sociale" nel quale lo si vorrebbe riportare, facendo di lui un'altra vittima.

15. Accidentale?

Non è affatto indispensabile che vi siano dei colpevoli affinché i danni causati siano riparati - almeno i danni che interessano le leggi, che non vanno mai al di là del pregiudizio materiale. I sistemi assicurativi, si sa, poggiano sulla nozione di rischio, e non sulla nozione di colpevolezza.
Una valanga, un terremoto, il fulmine, un'inondazione - o un periodo di siccità - sono eventi di cui l'intera collettività accetta di farsi carico. Perché non assimilare a una catastrofe naturale - dal punto di vista delle perdite materiali subite - alcuni eventi "catastrofici" o gravemente dannosi attualmente attribuiti a determinate persone?
La nozione di responsabilità personale non verrebbe per questo soppressa. Se, in alcune situazioni, possono essere indicati dei responsabili, perché non ricorrere alle regole civili dell'indennizzo, le quali già si applicano in molti campi e che non fanno appello a quel concetto ambiguo, imponderabile, inafferrabile, metafisico, scolastico, di colpevolezza?
Esistono già dei casi, anche casi "gravi", a volte con morte di uomini, che legalmente non vengono trattati dal codice penale. Per essi, si parla di "incidenti": così, gli incidenti di lavoro ne restano al di fuori. In questo campo, si cerca il risarcimento dei danni causati alle vittime, non si pensa anzitutto a punire un colpevole...
Vediamo, in altri casi ancora, che certi eventi definiti "omicidi" vengono sistematicamente sottratti al circuito penale per via della posizione dell'"autore": un poliziotto, per esempio, non uccide mai se non accidentalmente. E quando uno che ha installato un congegno d'autodifesa contro un eventuale aggressore causa la morte di qualcuno, viene prosciolto sistematicamente dalle corti d'assise che si rifiutano di vedere in lui un omicida. Anche qui, e senza voler per ora considerare la questione di fondo, si nota un certo consenso per situare un problema fuori dal sistema penale.
È la stessa legge a lasciar perdere l'atto che criminalizza, ai fini di una risposta repressiva, qualora appaia che, nella fattispecie, quell'atto s'è reso inevitabile per via di certe circostanze (stato di necessità, obbedienza alla legge, eccetera) o per via della condizione personale dell'"autore" (demenza, minore età...). Ciò dimostra che, persino nel quadro di una giustizia sul fatto, si tiene conto del contesto in cui l'atto perseguito è stato prodotto.
Questo forse vuol dire che quando ci si avvicina a un evento con un pregiudizio positivo, quando si guardano le cose da vicino, quando si restituisce un atto al suo ambiente prossimo e lontano e al suo senso per l'autore, diventa molto difficile - e appare ingiusto - designare un colpevole per far sopportare soltanto a lui una situazione che generalmente lo travalica. Perché non dovremmo, nei confronti di tutti i fatti che hanno arrecato offesa a qualcuno, avere lo stesso sguardo aperto verso ciò che è veramente accaduto?

16. Un piccolo resto

In verità, la maggior parte dei conflitti interpersonali si risolvono al di fuori del sistema penale, grazie ad accordi, a mediazioni, a decisioni private tra gli interessati.
Nei Paesi Bassi i tribunali, in un certo anno, non avevano giudicato che 600 abusi di fiducia, accolti, non si sa bene con quali criteri, tra meno di 2000 denunce registrate sotto questo titolo dalla polizia. Si tratta di cifre estremamente basse. È evidente: migliaia d'altre situazioni avrebbero potuto, contemporaneamente, essere qualificate penalmente in questo modo. Ciò significa che sono state trovate altre vie di soluzione per la stragrande maggioranza di casi. In seno delle famiglie, nelle imprese, nei centri di formazione, nelle organizzazioni professionali - di dirigenti d'impresa o quadri sindacali -, nei club o altre associazioni d'interesse privato, quanti conflitti che potrebbero rientrare nel sistema penale, non vengono risolti, ma ne fuggono o lo disdegnano?
Quando si fanno i conti, malgrado l'enorme numero di persone incarcerate e visto il numero reale di "fatti punibili" che si compiono in ogni momento, ci si accorge che è raro, anzi eccezionale, che un conflitto rientri nel sistema penale. Tra centinaia di migliaia di casi simili, soltanto alcuni vengono trattati da questo sistema. Ma allora, perché proprio questi?

17. Pre-selezione

In definitiva, chi finisce in carcere? Se i media non cercassero unicamente la notizia sensazionale, se non si preoccupassero solo di mettere in mostra quegli orribili processi d'Assise, sapremmo meglio cosa succede ogni giorno nelle centinaia di piccole aule in cui un "tribunale" è qualificato a condannare al carcere le migliaia di persone che popolano le nostre prigioni.
In Francia, un giornalista di Libération ha avuto l'idea di andare ogni giorno a osservare cosa succedeva nella 23 Chambre correctionelle del Tribunale di Parigi, che giudica i casi in "flagranza di reato". Fu un'ottima idea. Rappresentanti della stampa dovrebbero essere presenti in tutte queste aule correctionelles. Del resto è previsto. In tutti i tribunali, c'è un box per i giornalisti. Ma il box spesso resta vuoto. I responsabili dei media trascurano quelle sedute banali, di routine, in cui gli uomini dell'apparato svolgono il proprio ruolo senza convinzione, e dove tutti si annoiano. Se essi facessero il loro mestiere, si saprebbe che centinaia di persone sono giudicate ogni giorno nel paese intero in un tempo brevissimo, e che sono sempre gli stessi a finire in prigione: le categorie più deboli, i meno abbienti della popolazione.
Le cronache di Christian Hennion sono state riunite in un libro breve ma impressionante, nel quale si vede sfilare in scene lampo la consueta clientela dei tribunali correctionnels: piccoli ladri accusati di borseggio, o furto di merce custodita oppure esposta al pubblico, stranieri che hanno trasgredito gli obblighi previsti, gente accusata di non aver pagato il taxi o il ristorante, di avere rotto qualche bicchiere in un caffè o d'aver mancato di rispetto nei confronti di un pubblico ufficiale... In breve, tanta piccola gente che si è messa in difficoltà con la legge e non ha avuto nessuno accanto a sé per risolvergli il problema amichevolmente... insomma dei perdenti, dei casi sociali. Visibilmente, il sistema penale crea e rafforza le diseguaglianze sociali.

18. Lasciare fare

Quando vi accontentate d'idee acquisite, riguardo al sistema penale e al carcere; quando alzate le spalle con indifferenza di fronte a certe notizie che, nonostante tutto, si affacciano in qualche trafiletto di giornale notizie che sgomentano rispetto ai problemi penitenziari: incarcerazione di adolescenti in celle d'isolamento, suicidi di giovani, rivolte, violenze mortali fra detenuti; quando coloro che tengono in moto la macchina ne conoscono l'orrore, ma allargano le braccia in segno d'impotenza dinanzi al male che essa provoca, e rimangono al loro posto; ebbene voi e loro attribuite di fatto consenso al carcere e al sistema penale che porta ad esso. Accettate davvero di essere implicati nelle attività concrete che determinano situazioni simili?

19. Distanze siderali

Il carcere vi sembra un normale mezzo per castigare ed escludere alcuni dei vostri simili? Evitare d'infliggere una sofferenza ad altri dovrebbe tuttavia occupare un posto elevato nella vostra scala di valori! Vi è qui una contraddizione per la quale trovo una sola spiegazione: la distanza psicologica creata tra voi e coloro che il sistema rinchiude.
La successione burocratica, anonima, dei decisori, di quelli che concorrono al fatto che sia emessa una condanna all'incarcerazione, ha pochi contatti sociali con chi dovrà subirne il peso. Tra questi decisori il poliziotto, per educazione, gusti, interessi di un ambiente sociale analogo o non lontano, potrebbe sentirsi vicino alla persona arrestata. Ma il senso di rispetto dovuto alla propria autorità, crea fra lui e quella persona la distanza tra vincitore e vinto. Inoltre, il poliziotto interviene solo all'inizio della catena, con un ruolo minuscolo nel processo di divisione del lavoro, che gli impedisce di afferrare l'importanza del proprio intervento.
È chiaro che gli uomini politici, i quali fanno le leggi, si muovono nell'astratto. Se una volta tanto hanno visitato un carcere l'hanno fatto da turisti. Il giorno e il luogo sicuramente erano stati ben scelti affinché non ricavassero un'impressione troppo brutta dei luoghi. Forse era stata perfino organizzata per loro una festicciola, con un banchetto e dei canti. Perciò, quando i politici propongono o votano una legge relativa a un nuovo reato, non immaginano neppure le conseguenze che questa avrà sulla vita della gente.
I giudici di carriera, proprio come gli uomini politici, sono psicologicamente lontani dagli uomini che condannano, giacché appartengono a un ceto sociale diverso da quello della "clientela" abituale dei tribunali repressivi. Non c'è animosità da parte loro. Tra uomini tanto differenti per cultura, modo di vivere, linguaggio, modo di pensare, si crea naturalmente una sorta d'incomunicabilità difficile da vincere. Ad ogni modo, il ruolo che il sistema penale affida al giudice rende costui impermeabile ad ogni vicinanza umana. La condanna al carcere, dentro questo sistema, è per lui un atto burocratico, un ordine scritto sulla carta che altri eseguiranno e che egli firma in pochi secondi. Quando il giudice rialza la testa per comunicare la "pratica" al cancelliere, il condannato che ha avuto dinanzi agli occhi per alcuni minuti è già stato portato via lontano dalla sua vista, ed egli deve occuparsi del prossimo.
E per voi, che circolate liberamente, la prigione, il prigioniero, sono una realtà ancor meno vicina.

20. Il gioco dei propositi discordanti

Gli agenti del sistema penale alimentano il mostro loro malgrado. A volte ne sono coscienti, e allora provano a limitare i danni. Così nei Paesi Bassi, esiste un Consiglio consultivo chiamato a dare il proprio parere sulle varie parti del sistema penale, e incaricato di assicurare la loro integrazione. Esso comprende tre rami che si occupano rispettivamente delle carceri penali e giudiziarie, dei centri d'osservazione psichiatrica in carcere e della probation [sospensione della pena]. Ora, si nota che questo Consiglio - di cui io faccio parte per il ramo della probation - riproduce le specializzazioni dei settori ufficiali che è suo compito assistere, e che un vero coordinamento degli sforzi fra tutti è praticamente votato alla sconfitta. L'assemblea plenaria del Consiglio consultivo, - che del resto si riunisce una sola volta all'anno - è l'immagine viva del carattere inoperante di questo tipo d'incontri, dove ognuno parla sempre dal punto di vista suo o del suo gruppo, senza mai trarre nulla da ciò che dicono gli altri.
Ricordo particolarmente una seduta di quel Consiglio: un'assemblea plenaria nella quale abbiamo dibattuto il problema dell'eroina. Avevo spiegato ciò che i junkies mi avevano raccontato la loro esperienza; come chi prende eroina entri in un processo di decadimento sociale, di imbarbonimento praticamente inesorabile, in quanto non ha diritti. Ha bisogno di eroina, questa sostanza così costosa, non può pagarla, e la polizia spia il momento in cui andrà a rubare per procurarsela. C'è pure l'assistenza medico-sociale che alcuni temono ancora più del carcere. Qui gli vengono somministrati dei sostituti dell'eroina, ma a condizione che si sottometta a esami d'ogni genere, delle urine, del sangue, ecc... e avviene che questa procedura appaia come una costrizione degradante. Dissi al Consiglio: "i junkies ritengono che sia la politica sulle droghe a metterli in questa situazione. Sarebbe interessante trasformarli in partner di un dialogo, perché vivono l'esperienza di una marginalizzazione dovuta al sistema penale". Ma ognuno dei partecipanti, quand'era il suo turno, prendeva la parola senza tener conto delle osservazioni del vicino.
Un medico lesse la sua relazione. Dal suo punto di vista, quelli che prendono eroina sono dei malati che bisogna tentare di guarire dalla propria dipendenza. E se non è possibile mettere in opera questo cambiamento, o fin tanto che non lo si è fatto, bisogna convincere gli interessati a sostituire la sostanza illegale da cui dipendono con una sostanza legale, per la quale non verranno infastiditi. Questo medico proponeva di organizzare un programma d'aiuto finalizzato a fornire una sostanza sostitutiva - il metadone - a chi è oggi perseguito per consumo d'eroina. Tale posizione, bisogna farlo notare, non risolve la situazione, poiché accetta implicitamente la criminalizzazione dell'eroina e prepara problemi nuovi. Infatti, il metadone è legale soltanto se viene fornito su ricetta. Sostituire l'eroina con quest'altro prodotto non farebbe dunque altro che portare a nuove frodi e nuovi traffici con quest'ultimo.
Quando venne il suo turno di parlare un giudice istruttore, collocandosi nella propria prospettiva, affermò: "Si potrebbe evitare la carcerazione preventiva se i tossicodipendenti accettassero davvero il trattamento, ma non rispettano mai le condizioni, perciò non si può fare altro che tenerli in prigione".
Io tentai di riprendere il punto di vista che mi veniva dai consumatori d'eroina: "I problemi di cui parlate sono dovuti alla criminalizzazione dell'eroina. Se questa droga non fosse stata criminalizzata, tali problemi non esisterebbero. È chiaro che in una società nella quale si fabbricano sostanze psicotrope, certe persone avranno dei problemi con queste sostanze, così come altri ne hanno con l'alcol o con la sigaretta. Ma avere deciso che questo comportamento diventasse punibile ha aggravato la situazione".
Un amico psichiatra faceva la mia stessa analisi. Fece quindi notare che non conveniva trattare i casi individualmente, né marginalizzare i junkies. In quanto medico e psichiatra, egli vedeva che i loro problemi derivavano dalle iniezioni con siringhe non sterilizzate e dall'ignoranza sulle dosi accettabili per l'organismo. Anche per lui, la politica migliore era di decriminalizzare l'eroina. Non essendo l'eroina, in sé, una sostanza più pericolosa di altre che illegali non sono, egli faceva notare che la decriminalizzazione avrebbe permesso iniezioni con siringhe sterili e la diffusione di una buona conoscenza su queste sostanze.
Ma ognuno è rimasto inchiodato alla sua piccola visione professionalizzata del problema. E, come al solito, non è uscita alcuna decisione comune da quell'incontro, gli uffici interessati avrebbero continuato a fare il medesimo lavoro a compartimenti stagni. È così che il sistema riprende sempre il sopravvento.

21. La reinterpretazione

Non afferriamo mai esattamente il pensiero altrui. Il senso compiuto di quanto ci viene detto ci sfugge. Come trasmettere allora fedelmente un messaggio se non almeno rispettando la materialità delle parole udite?
Il 14 maggio 1981, il Papa Giovanni Paolo II veniva colpito al ventre con tre proiettili di pistola. La domenica appresso, 17 maggio - giorno del compimento dei suoi 61 anni - dalla clinica in cui lo si curava dopo l'operazione, egli indirizzò ai fedeli venuti a pregare in piazza San Pietro a Roma un breve messaggio nel quale diceva: "Io prego per il fratello che mi ha colpito e al quale ho sinceramente perdonato". Né la stampa quotidiana né la radio ripresero quei termini. Si poté leggere e udire: il Santo padre ha perdonato il suo avversario; Giovanni Paolo II ha perdonato il suo omicida... la parola "fratello" era troppo stupefacente. Era perfino sconveniente. Non si usa mai quella parola in una situazione simile. Per incasellare l'evento bisognava ritrovare l'etichetta ritenuta consueta: quello era un tentato omicidio, e non si chiama fratello il criminale che vi ha sparato addosso.
Tuttavia è quella la parola che l'interessato aveva scelto, evitando giustamente di definirsi così "vittima" dinanzi al suo "aggressore", situandosi così in un universo altro da quello della giustizia criminale.

22. I filtri

Nel sistema penale non si ascoltano realmente le persone implicate. Non si registra quel che dicono con le loro proprie parole. La lettura dei verbali di polizia è rivelatrice a tale proposito.
Questi documenti raccolgono dichiarazioni e testimonianze di gente estremamente diversa: operai, studenti, giovani e meno giovani, stranieri, militari, uomini e donne. Orbene, vi ritroviamo sempre le stesse parole, frasi già fatte del tipo: "X dichiara che è francese, sposato con due figli, che è in possesso di licenza media, che ha prestato il servizio di leva, che non ha decorazioni, che non riceve né sussidio né pensione..." "X riconosce i fatti..." "X è stato soggetto a misure di controllo per la sicurezza previste dal Regolamento..." In realtà, sono dei formulari quelli che la polizia riempie. Questi formulari, dal tono invariabile, piatto, impersonale, riflettono i criteri, l'ideologia, i valori sociologici di quel corpo che è una delle sottoculture del sistema penale.
Si potrebbe dire lo stesso degli esami psico-sociali e delle perizie psichiatriche. Questi documenti - che utilizzano naturalmente tutt'altra fraseologia - sono anch'essi qualcosa di rigido. Riflettono delle griglie di lettura altrettanto riduttive della realtà, professionalizzate.
Si prendano a caso, nei fascicoli istruttori, queste "parole di esperti". Vi si trovano, riprese senza fine, conclusioni così formulate: "X non si trovava in stato d'infermità mentale al momento dei fatti; X non è pericoloso e il suo ricovero in un ospedale psichiatrico non s'impone né per il suo interesse né per quello della collettività; X può esser considerato come avente una responsabilità penale mediamente attenuata; X è normalmente passibile di sanzione penale..."
Vi sono ancora altri documenti nel "fascicolo giudiziario", quando arriva tra le mani di coloro che devono emettere il giudizio. Sono altrettanti filtri che rendono stereotipati l'uomo, il suo ambiente, l'atto che gli viene rimproverato; e le vedute così espresse - vedute miopi e rigide del sistema - sono altrettante etichette che passano accanto all'uomo, rispetto a ciò che veramente egli è, che vive, e al problema che pone.

23. Punto focale

Quando il sistema penale s'interessa a un evento, lo osserva in uno specchio deformante che lo riduce a un momento, a un atto. Da un capo all'altro del procedimento, il sistema andrà considerando l'evento di cui s'impossessa sotto la strettissima angolatura, completamente artificiosa, di un solo gesto compiuto in un dato momento da uno dei protagonisti.
Questo modo di focalizzare risulta particolarmente scioccante quando i protagonisti si conoscevano e avevano una relazione preesistente. Per esempio, una coppia non s'intende più e ricorre alle mani. La donna picchiata denuncia il marito. Il sistema prende atto che ci sono state "percosse e lesioni". Ora, parlando di percosse e lesioni - è la definizione penale del fatto - il sistema colloca l'evento sotto l'angolatura estremamente stretta della rissa fisica, anzi di una parte di questa. Ma per la coppia che ha vissuto l'evento, che cos'è davvero importante? Questa rissa o tutto quel che c'è stato nella loro vita comune?

24. Accanto all'etichetta

Il sistema penale deruba del loro conflitto le persone direttamente implicate. Appena un problema viene gestito dall'apparato della giustizia, cessa di appartenere a coloro che ne sono stati i protagonisti, etichettati una volta per tutte come "il delinquente" e "la vittima".
Tanto quanto l'autore del fatto punibile, che non ritrova, nello svolgimento processuale, il senso del suo gesto, la persona colpita da quel gesto non mantiene padronanza sull'evento che ha vissuto.
La vittima non può più fermare l'"azione pubblica", una volta che questa sia stata "messa in moto"; le è vietato offrire o accettare una proposta conciliativa che potrebbe garantirle un risarcimento accettabile, o - il che a volte è la cosa più importante - darle l'opportunità di capire cos'è successo realmente e assumerlo in sé; essa non partecipa affatto alla ricerca delle misure che saranno adottate nei confronti dell'"autore"; essa ignorerà quel che accadrà a costui durante la sua detenzione; non saprà in quali condizioni la sua famiglia potrà sopravvivere; non avrà alcuna idea delle conseguenze reali che l'esperienza della prigione determinerà nella vita di quest'uomo; ignorerà i rifiuti che questi dovrà affrontare quando ne uscirà.
Eppure è stata la "sua faccenda" l'origine dell'innescarsi del procedimento penale; e forse non aveva desiderato tutto quel male. Forse anche, con il tempo questa persona è arrivata a considerare il problema diversamente da come lo aveva vissuto all'inizio. Chi non sperimenta mai questa vita nascosta degli eventi dentro di sé, che cambiano d'importanza e di senso via via che li riviviamo nel contesto sempre rinnovato della nostra storia?
Quando il sistema penale s'impossessa di un "affare", lo fissa per sempre così come l'ha interpretato in partenza. Non tiene assolutamente conto del carattere evolutivo dell'esperienza interiore. Sicché alla fine ciò di cui si tratta dinanzi al tribunale non ha più nulla da spartire con quel che vivono e pensano i protagonisti nel giorno del processo. In questo senso si può dire che il sistema penale affronta problemi che non esistono.

25. Stereotipi

Spesso, la vittima si augura un confronto liberatorio. Persino la vittima di violenze, a volte, vorrebbe avere l'occasione di parlare con il suo aggressore. Essa vorrebbe capire i motivi di costui, sapere perché è stata lei a essere attaccata. Ma questi è in carcere e il confronto è impossibile. A forza di porsi la domanda: "perché è successo a me?", tali vittime finiscono per sentirsi anch'esse colpevoli; e poiché non c'è mai risposta, si isolano entrando a poco a poco in un processo di regressione...
Il modello d'intervento stereotipato del sistema penale agisce a livello della "vittima" come a livello del "delinquente". Pure qui, tutti sono trattati allo stesso modo. Si suppone che ogni vittima abbia le medesime reazioni, i medesimi bisogni. Il sistema non tiene conto delle persone nella loro singolarità. Manifestandosi nell'astratto, esso fa del male a quegli stessi che è chiamato a proteggere.

26. Realtà fittizie

Il sistema penale impone un solo tipo di reazione agli eventi che rientrano nella sua competenza formale: la reazione punitiva. Eppure è più raro di quanto si creda che una persona colpita voglia realmente punire qualcuno per l'evento di cui ha sofferto.
Alcuni esempi assai semplici possono, ad un primo approccio, fare cogliere quanto siano diverse le reazioni di ognuno di fronte a un evento vittimizzante. Quando muore qualcuno su un tavolo operatorio, sentiamo dire taluni: "è un incidente", o "Dio l'ha richiamato a sé", mentre altri denunciano una "responsabilità professionale". Se qualcuno muore per aver assunto troppi farmaci, identico concerto d'interpretazioni discordanti: alcuni accettano ciò che chiamano fatalità: "era giunta la sua ora"; altri deplorano che il malato abbia inghiottito per sbaglio, essi ritengono, la dose fatale. Altri ancora sospettano l'interessato di essersi dato volontariamente la morte, approvando o condannando un'iniziativa simile. E se taluni credono d'indovinare che un parente, una persona vicina, abbia aiutato il malato a farla finita con la vita, si troverà chi accuserà questo terzo di "istigazione al suicidio", di "omessa assistenza a persona in pericolo", mentre altri esalteranno il gesto coraggioso, il servizio supremo in tal modo reso nel segno dell'amicizia.
Se vogliamo provare ora a sistematizzare questo ventaglio d'interpretazioni possibili, per integrarlo con una riflessione sul sistema penale, un esempio tratto da un contesto di scontro politico-religioso permetterà di far meglio il giro di queste interpretazioni possibili e delle reazioni che ne conseguono. Supponiamo che scoppi una bomba a Belfast. C'è un ferito. Questo ferito può, come prima ipotesi, accettare le sue ferite, quale risultato di una sfortuna con la quale si deve pur convivere. Egli definisce quanto gli è successo come un incidente. Ricostruisce l'"evento" in un quadro di riferimento naturale e attribuisce l'accaduto all'esplosione stessa senza chiedersi come si sia prodotta quest'esplosione. Non fa differenza tra il fatto d'essere colpito da una bomba e quello d'essere colpito dal fulmine. Egli può anche, in una seconda ipotesi, collegare l'evento a una causa soprannaturale: non andava a messa e Dio l'ha punito. Infine è possibile che l'interessato, cercando il "perché" della bomba, non trovi risposta né nell'ordine naturale né nell'ordine soprannaturale, ma in un quadro di riferimento sociale. Molte vie d'interpretazione gli si presentano ancora in questa terza ipotesi: egli può attribuire ciò che gli è accaduto sia a una struttura sociale, sia a una persona (o a un gruppo di persone). Può così stimare che l'evento sia dovuto alla particolare situazione dell'Irlanda del Nord e alla lotta tra fazioni che tale situazione ha fatto nascere. Può, infine, voler attribuire il suddetto evento alla persona precisa che ha piazzato la bomba o organizzato l'attentato.
Ora ritorniamo al sistema penale. Se il sistema ha colto sul fatto chi ha messo la bomba, lo condannerà a lunghi anni di prigione. Corrisponde ciò allo sguardo che il ferito posa sull'evento vissuto? L'analisi appena fatta indica che un'intenzione punitiva può, eventualmente, sorgere nella mente del ferito in un solo tipo d'interpretazione: il caso in cui ritiene personalmente responsabile delle sue ferite colui che ha deposto la bomba. La reazione punitiva è impensabile nelle due prime ipotesi interpretative (quadro di riferimento naturale e quadro di riferimento soprannaturale).
Ma pure all'interno della terza ipotesi (quadro di riferimento sociale) bisogna distinguere. È difficilmente immaginabile che nel contesto politico-religioso in cui ci siamo messi, la persona vittimizzata cerchi di chieder conto a un particolare individuo. Quel contesto di scontro viene vissuto dalla gente come situazione di guerra, e ognuno si sente più o meno impegnato da una parte o dall'altra delle forze in campo. Così che probabilmente il ferito non ce l'avrà con chi ha piazzato la bomba più di quanto non se ne voglia al mitragliere in un campo di battaglia. Supponiamo comunque che il ferito se la prenda con un soggetto in particolare. Egli vorrà punire costui? Anche all'interno di una griglia interpretativa in cui qualcuno sia reso responsabile di un evento traumatizzante, il ferito può sperimentare tutt'altra pulsione dal desiderio di punire. Può voler cercare di capire. Può perdonare. Eventualmente, è vero, la sua reazione, nel preciso quadro or ora descritto, potrà radicarsi in sentimenti di retribuzione. Ma allora, è una pena reale che si augurerà di veder infliggere a chi ritiene responsabile del proprio male, una pena in rapporto con l'emozione e il danno che ha sofferto personalmente, non una pena burocratica, la pena stereotipata del sistema penale!
Anche sotto questo aspetto, si vede quanto la giustizia penale statale funzioni distante dalla realtà, condannando esseri concreti a enormi sofferenze per ragioni impersonali e fittizie.

27. Della pena legittima

Ho parlato talvolta di abolire la pena. Intendo dire la pena così come la concepisce e la applica il sistema penale, cioè un'organizzazione statale investita del potere di produrre un male al di fuori di ogni accordo delle persone interessate. Ma denunciare il diritto di punire riconosciuto allo Stato non significa necessariamente rifiuto d'ogni misura coercitiva, né tanto meno la soppressione d'ogni concetto di responsabilità personale. Bisogna ricercare a quali condizioni certe coercizioni: la reclusione, il domicilio coatto, l'obbligo di risarcire e restituire, eccetera, abbiano qualche possibilità di svolgere un ruolo di riattivazione pacifica del tessuto sociale, al di fuori del quale esse costituiscono una violenza intollerabile sulla vita della gente.
La "pena" così come la intendiamo nella nostra civiltà sembra implicare due elementi: 1 un legame d'autorità tra colui che punisce e colui che è punito. Il primo può dire all'altro: quel che fai è male, tu sei responsabile, ecc., e l'altro accetta che il suo comportamento venga condannato perché riconosce tale legame d'autorità; 2 in certi casi, la condanna è rafforzata da elementi di penitenza, di sofferenza imposta e accettata, in virtù dello stesso legame d'autorità. Tale è l'analisi - e il linguaggio - che siamo soliti udire, e che pare dunque fondare la legittimità del nostro diritto di punire. Nel nostro contesto culturale, la vera pena è quella che presuppone l'accordo delle due parti.
Quando non c'è relazione tra colui che punisce e colui che è punito, o se non c'è riconoscimento d'autorità, si giunge a situazioni in cui è assai difficile parlare di legittimità della pena. Se l'autorità è pienamente accettata, si può parlare di giusta pena. Se all'opposto c'è una contestazione totale dell'autorità, non si tratta più di una pena vera e propria, ma di pura violenza. E possiamo immaginare fra questi due estremi ogni sorta di situazioni intermedie.
Il funzionamento burocratico del sistema penale non consente un accordo soddisfacente tra le parti, e, in tale contesto, i rischi di dismisura della punizione sono straordinariamente elevati. Un sistema che mette a confronto, se così si può dire, l'organizzazione statale e un individuo non potrà comminare una pena "umana". Per convincersene basta ascoltare lo stile di certe dichiarazioni ufficiali. Le statistiche ufficiali hanno parlato di quarantamila carcerati, così come parlano dei milioni di morti provocati da una guerra: senza turbamento.
A livello macro-statale, i concetti di pena e di responsabilità individuale si rivelano quindi come fittizi, infecondi, traumatizzanti. Una riflessione su "il diritto" o "la necessità" di punire che pretenda di collocarsi a questo livello è dunque aberrante. È solo nei contesti di prossimità, là dove possano esser ridati dei significati concreti ai concetti di responsabilità individuale e di "punizione" che è eventualmente possibile riprendere una tale riflessione, sia al livello mezzo dei rapporti tra gli individui e i gruppi o istituzioni a loro vicini, sia al livello micro delle relazioni interpersonali, laddove cioè è possibile raggiungere il vissuto della gente.

28. L'impatto

Il sistema penale è specificamente concepito per fare del male. Come il sistema militare, esso ha la caratteristica essenziale di essere estremamente pericoloso. Il sistema penale forse ancor più del sistema militare dato che quest'ultimo, nonostante tutto, resta inattivo gran parte del tempo. Quando quest'ultimo è in funzione, naturalmente il danno è enorme, e il sistema penale non possiede il risvolto drammatico del sistema militare. Ma come questo esso crea violenza, ancora più violenza forse, nella misura in cui, al di fuori persino della volontà delle persone che lo attivano, esso è stigmatizzante. Produce cioè una perdita di dignità. Perché ciò di fatto è, la stigmatizzazione... Orbene, il sistema penale funziona tutto il tempo!
Una ricerca condotta nei Paesi Bassi, dove esiste una buona banca dati, ha mostrato l'enorme impatto sociale del sistema penale. Sì, persino in questo paese noto perché infligge assai meno pene detentive di altri paesi. L'ufficio statistiche rilevò per un anno le fedine penali di tutti quelli che morivano, per vedere quanti avessero conosciuto il carcere. Preciso che non si tenne conto delle incarcerazioni attuate dai Tedeschi durante l'occupazione, né delle condanne per episodi di collaborazione che accompagnarono la fine della guerra. Sottratte queste pene, furono trovati dei risultati che possono sembrare incredibili: una persona ogni dieci era stata condannata a un'effettiva pena detentiva!
Se vi stupite, se trovate questo numero inverosimile, è perché appartenete a un ceto sociale più risparmiato di altri. Io ho guardato in che misura queste condanne alla reclusione fossero distribuite, a seconda dei ceti sociali, e ho constatato una volta di più la relazione certa che esiste fra ceto sociale e tasso di carcerazione. Nella categoria sfavorita della popolazione (rappresentante il 35% della popolazione) una persona ogni cinque aveva conosciuto il carcere; mentre nella categoria favorita (rappresentante il 15% della popolazione), il tasso passava a una persona ogni 70. Quando si parla coi gruppi interessati, si nota che essi in effetti hanno una coscienza vaga di queste percentuali a prima vista sorprendenti.
Attualmente in Francia, dopo un'amnistia presidenziale che ha rimesso in libertà più di 10.000 persone, ci sono circa 30.000 persone detenute, tra giudicabili e condannati. Ma se guardiamo alla circolazione che si produce nell'apparato di giustizia repressiva, cioè il movimento giorno per giorno nelle carceri (le entrate e le uscite) ci si accorge che circa 120.000 persone transitano annualmente nelle carceri. E il sistema penale coinvolge anche le famiglie di questi detenuti. Allora, quante persone ogni anno si ritrovano colpite da questo sistema? Quante alla fine di dieci anni? E voi vorreste lasciare che questo sistema continui a stritolare tanta gente?14

29. Altrove e altrimenti

Si potrebbe facilmente abolire il sistema penale. È anzi una delle rare "forme di organizzazione sociale" che potrebbe scomparire senza porre problemi particolari, perché le organizzazioni che compongono tale sistema non ne dipendono affatto. La maggior parte di esse hanno un compito importante all'esterno del sistema penale, non vivono di esso e possono esistere senza di esso.
Il ruolo della polizia non si limita, anzi, a ricevere denunce e a constatare infrazioni. Le sue attività d'assistenza alla popolazione sono molteplici; e lungi dal supporre la sua soppressione, il ritiro dalle funzioni assunte attualmente nel sistema penale allargherebbe i suoi compiti di guardiano della quiete pubblica. Essa vi ritroverebbe l'immagine nobile che non cessa di rivendicare.
I giudici, siano essi giudicanti o appartenenti alla Pubblica accusa, sono formati dalla stessa Scuola, e possono passare da un corpo all'altro, da un ramo all'altro dell'apparato di giustizia. Non è raro che una carriera di magistrato inizi in Procura e finisca in una chambre civile [tribunale di diritto civile] dopo un soggiorno più o meno lungo in un tribunal correctionnel. Il Pubblico ministero, che ha la funzione di pubblico accusatore nei processi penali, è invece incaricato nel processo civile di aver cura degli interessi dei deboli: i minori, i minorati mentali. La riconversione è perciò possibile. Tra l'altro, essere un giudice penale è il risultato di una semplice assegnazione, non di una specializzazione che non sia temporanea, e quest'assegnazione è riesaminabile a seconda dei posti vacanti, dei desideri, dei meriti e dell'anzianità d'ognuno. Sopprimere il sistema penale non richiederebbe dunque nessuna riforma fondamentale della magistratura, che verrebbe tutta quanta consacrata ai casi considerati "civili", con grande sollievo forse di molti giudici, ai quali il compito di dover stigmatizzare i propri simili in un'attività a tempo pieno non giova di certo.
Il Parlamento, il Governo, i Ministeri, si sa, non trascorrono il loro tempo solo a produrre norme repressive, e l'abolizione del sistema penale presuppone soltanto che una nuova mentalità consenta loro di concepire altrimenti la funzione legislativa e normativa.
Nell'amministrazione penitenziaria, che verrebbe ovviamente investita di petto dalla scomparsa del sistema, andrebbero progettate delle riconversioni verso i servizi d'assistenza e verso un apparato di crisi ridotto ma pur sempre necessario. È certo che ben poca gente resterebbe disoccupata con la scomparsa del sistema penale. In compenso, quelli che attualmente provvedono al sistema - ivi comprese le guardie carcerarie, le quali vivono recluse quasi quanto i carcerati - si sentirebbero liberati come uomini che, un giorno, non dovettero più vivere grazie alla schiavitù di altri uomini.
Se dunque si abolisse il sistema penale, la maggior parte di quelli che partecipano attualmente al suo funzionamento continuerebbero ad avere assicurata un'attività, con uno statuto morale più elevato. Fermiamo dunque il cavallo imbizzarrito.

30. Liberazione

Bisogna abolire il sistema penale. Cioè rompere il legame speciale che unisce tra loro, in maniera incontrollata e irresponsabile, in spregio alle persone direttamente implicate, con l'ideologia di un'altra epoca e appoggiandosi a un falso consenso, gli organi di una macchina cieca di cui persino il fine è di produrre una sofferenza sterile.
Un tale sistema è un male sociale, e i problemi che è chiamato a risolvere - e che non risolve affatto, perché non fa mai quel che è chiamato a fare - dovranno essere affrontati diversamente.
Un altro approccio esiste. Vorrei riuscire a metterlo in luce e a provocarne la consapevole attuazione, mostrandone i benefici. Lungi dal portare ad allarmanti situazioni di fatto, l'abolizione del sistema penale come io l'immagino sarebbe per il tessuto sociale il segnale di una rinascita. Si tratta insieme di lasciare vivere, fuori da ogni istituzione, dei modelli di relazione che il sistema, oggi, sta asfissiando, e di dare alle istituzioni esistenti una possibilità di sostenere i processi sociali naturali, invece di contrastarli e soffocarli. Nella mia mente, abolire il sistema penale significherebbe riconsegnare alla vita comunitaria, istituzioni e uomini.

1 Philippe Robert e Claude Faugeron, Les forces cachées de la justice, Le Centurion, Paris, 1980.


2 I giuristi e il discorso dominante di politica criminale ammettono che il diritto penale e i tribunali repressivi debbano intervenire solo come ultima possibilità. Questo principio è tuttora chiamato di sussidiarietà o ultima ratio.
3 Trasformata per due anni in "Tribunal de la saisine directe" [tribunale per i processi con "rito immediato", o "per direttissima"], dalla legge Peyrefitte, la "Chambre des flagrants délits" ha ritrovato il suo nome tradizionale.
4 Cfr. paragrafo 10.
5 Il codice penale francese distingue il crimine dal delitto - nel senso che per il crimine sono previste pene più gravi, una più lunga carcerazione. Altri codici penali non fanno questa differenza, e le scienze del crimine parlano indistintamente di criminalità o di delinquenza per indicare lo stesso fenomeno globale.
6 In Francia, le Parquet [Procura], avente il potere di decidere sull'opportunità di dar luogo all'azione giudiziaria, elimina, secondo Ph. Robert e C. Faugeron, i due terzi della materia prima che gli giunge. Sono state realizzate delle ricerche sul potere discrezionale degli attori incaricati d'introdurre i casi nel sistema. Esse hanno dimostrato che ai vari livelli di selezione, operano criteri d'ogni sorta i quali nulla hanno a che fare coi princìpi di legalità: per esempio, una vicenda viene presa in considerazione oppure no secondo il grado d'ingombro delle iscrizioni a ruolo del tribunale in cui essa capita...
7 Viene richiesto alle persone che partecipano a queste inchieste di dire - in forma anonima ovviamente - se, nel corso di un determinato periodo, siano state vittime di reati; di quali; da parte di chi; se abbiano fatto una denuncia, eccetera. Sono rimasto particolarmente colpito dai risultati di una di queste inchieste. Il questionario chiedeva: "È stato vittima di un'aggressione ?" (che nel sistema penale si definisce: "percosse e lesioni"). "L'autore era straniero ?" "Qualcuno che lei conosceva ?" Orbene, nessuno aveva risposto affermativamente a quest'ultima domanda, mentre invece questo tipo di situazione è estremamente frequente (nei Paesi Bassi, si può dire che il 50% delle donne sono state "picchiate" dal marito). Ho visto nella negazione dell'evidenza una sorta di segno: quando si tratta di eventi vicini, la gente non li mette nel registro "criminalità".
8 Importanti differenze separano il processo penale dal processo civile. L'analogia fatta qui deve perciò restare circoscritta nell'ambito del meccanismo analizzato, e non essere indebitamente estesa.
9 Nome dato alle persone che si drogano con eroina.
10 Invece di "criminalizzare" questo campo, come suggeriscono alcuni, bisognerebbe trovare un modello d'approccio capace di proteggere di più le vittime individuali contro l'egoismo dei potenti. Cfr. in proposito paragrafo 48.
11 V. paragrafo 44 la riflessione dedicata al problema dell'autodifesa.
12 V., supra, nota 3.
13 Christian Hennion, Chronique des flagrants délits, Paris, Stock, 1976.

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