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Dei dolori e delle pene NOTE.


PREFAZIONE
di Alessandro Dal Lago.

(1). Il concetto di «carriera», tratto dalla sociologia delle professioni, descrive le sequenze interattive in cui un attore viene socialmente costruito come «problema relazionale», malato e infine internato. Si tratta di un concetto centrale nella cosiddetta "labelling theory, una corrente di ricerca della sociologia americana che ha studiato, a partire dagli anni Cinquanta, i meccanismi di definizione sociale della devianza. Si veda A. Dal Lago, "La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo", Ombre Corte, Verona 2001.
(2). E. Goffman, "Prefazione dell'autore", nel presente volume, p. 26.
(3). P. P. Giglioli, "Presentazione" a E. Goffman, "L'ordine dell'interazione", Armando, Roma 1998.
(4). E. Goffman, "L'ordine dell'interazione" cit., p.p. 96-97.
(5). Con l'obiettività e l'ironia che gli erano peculiari Goffman ha spesso offerto analisi controcorrente delle istituzioni e dei mondi sociali. Si veda per esempio E. Goffman, "Gender Advertisement" (Harper & Row, New York 1979), leggibile anche come smascheramento della manipolazione pubblicitaria degli stereotipi di genere.
(6). Goffman si riferisce a pratiche «terapeutiche» estreme come l'estrazione dei denti, nel caso dei pazienti «morditori», o la lobotomia per quelli più violenti o irrequieti.
(7). In questo volume, p. 396,
(8). Si pensi all'anti-psichiatra Ronald Laing, le cui analisi sono state lette come complementari a quelle di Goffman (R. Laing, "The Divided Self. A Study of Sanity and Madness", Tavistock Publications, London 1960 [trad. it. "L'io diviso. Saggio di psichiatria esistenziale", Einaudi, Torino 1969, 1998].
(9). Si veda A. W. Gouldner, "The Coming Crisis of Western Sociology", Basic Books 1970 [trad. it. "La crisi della sociologia", il Mulino, Bologna 1973]. Si tratta di una critica «da sinistra» (in cui Goffman viene presentato come esponente di una cultura del ceto medio in crisi) che oggi appare forzata e ingiustificata.
(10). E. Goffman, "Stigma. Notes on the Management of Spoiled Identity", Prentice-Hall, Englewood Cliffs N. J. 1963 [trad. it. "Stigma. L'identità negata", Laterza, Bari 1968].
(11). L'influsso di Goffman sulla ricerca sociale in Italia è stato per molto tempo limitato a una piccola cerchia di estimatori e di curatori delle sue traduzioni. La prima monografia di rilievo è R. Trifiletti, "L'identità controversa", Cedam, Padova 1990. Il lavoro di messa a punto del significato dell'opera di Goffman nella sociologia contemporanea si deve soprattutto a P. P. Giglioli, di cui si veda "Rituale, interazione, vita quotidiana. Saggi su Goffman e Garfinkel" (Clueb, Bologna 1990), oltre che la "Presentazione" a "L'ordine dell'interazione" cit. Per un tentativo di inquadrare il lavoro di Goffman nella prospettiva di un mutamento radicale della teoria sociale negli ultimi decenni, si veda A. Dal Lago, "Profondità e pericolo nella vita quotidiana. Note sulla sociologia di Erving Goffman", in "Il politeismo moderno", Unicopli, Milano 1986. La ricezione di Goffman in Francia è stata tardiva anche se relativamente fortunata. Si veda Y. Winkin (a cura di), "Erving Goffman: les moments et leurs hommes", Seuil/Minuit, Paris 1988. La presenza di Goffman nella sociologia di lingua inglese è ovviamente imponente. Sotto ogni punto di vista, la monografia più completa è T. Burns, "Erving Goffman" (Routledge, London 1992 [trad. it. "Erving Goffman", il Mulino, Bologna 19971). Per la bibliografia goffmaniana si vedano comunque le opere di Giglioli e Trifiletti citate sopra.
(12). Si vedano, per esempio, le considerazioni introduttive a E. Goffman, "Frame Analysis. The Social Organization of Experience", Penguin, Harmondsworth 1975.
(13). E. Goffman, "Communication Conduct in an Island Community", tesi di dottorato, University of Chicago, 1953.
(14). Si veda per un'interessante rilettura di Goffman nell'ambito degli studi urbani, U. Hannerz, "Exploring the City" (Columbia University Press, New York 1993 [trad. it. "Esplorare la città", il Mulino, Bologna 1992]).
(15). E. Goffman, "L'ordine dell'interazione" cit., p. 66.
(16). P. P. Giglioli, "Presentazione", in E. Goffman, "L'ordine dell'interazione" cit., p. 21.
(17). Si veda anche, per una rilettura della tradizione sociologica in questa prospettiva, P. Maranini, "La società e le cose", ILI, Milano 1972.
(18). Si tratta di una sacralità che l'attore sociale rivendica o persegue anche in situazioni apparentemente consegnate alla routine quotidiana, oppure difficilmente percepibili perché riguardano lo svolgimento di «attività» minori o coincidenti con ruoli altamente codificati. Esempi insuperabili di descrizione di queste pratiche di protezione del "self" sono le pagine di Goffman sulle manovre con cui i bambini «interpretano» il loro ruolo in una giostra o l'analisi dell'ironia con cui i professionisti, in situazione di tensione (per esempio i chirurghi durante un'operazione), alleggeriscono il loro ruolo. Si pensi inoltre alle descrizioni delle sale da gioco nel celebre saggio "Where the Action Is". Dal comportamento delle casalinghe sedute alle "slot-machines" di un casinò di Las Vegas, Goffman ricava anche profonde considerazioni sull'identità nella società contemporanea. Si veda E. Goffman, "Espressione e identità", Mondadori, Milano 1979; e Id., "Interaction Ritual: Essays in Face-to-Face Behavior", Aldine, Chicago Ill. 1967 [trad. it. "Il rituale dell'interazione", il Mulino, Bologna 1988].
(19). In questo volume, p.p. 302-303.
(20). Come è noto, sia "Giacchetta bianca" di Melville sia "L'aviere Ross" di T. E. Lawrence sono rielaborazioni letterarie delle esperienze degli autori, rispettivamente, nella marina da guerra degli Stati Uniti e nell'aviazione militare inglese.
(21). M. Foucault, "Gli anormali. Corso al ColIège de France 1974-1975", Feltrinelli, Milano 2000.


ASYLUMS.

SULLE CARATTERISTICHE DELLE ISTITUZIONI TOTALI.

(1). La categoria delle istituzioni totali è stata indicata, di volta in volta, nella letteratura sociologica sotto denominazioni diverse, ed alcune loro caratteristiche sono state segnalate, in particolare, in un lavoro trascurato di HOWARD ROWLAND, "Segregated Communities and Mental Health", in F. R. MOULTON (a cura di), "Mental Health Publication of the American Association for the Advancement of Science", n. 9, 1939. Un' esposizione preliminare di questo saggio è riportata in BERTRAM SCHAFFNER (a cura di), "Group Processes", Transactions of the Third (1956) Conference, Josiah Macy junior Foundation, New York 1957. Il termine «totale» è stato anche usato nel suo significato attuale in AMITAL ETZIONI, "The Organizational Structure of «Closed» Educational Institutions in Israel", in «Harvard Educational Review», XXVII, 1957, p. 115.
(2). Il duplice carattere delle istituzioni totali mi fu segnalato da Gregory Bateson ed è stato osservato nella letteratura. Confer LLOYD E. OHLIN, "Sociology and the Field of Corrections", Russell Sage Foundation, New York 1956, p.p, 14-20. Nelle situazioni in cui si richiede allo staff di vivere nell'istituzione, è presumibile che esso avverta dì essere sottoposto ad una particolare privazione, oltre al fatto di essere soggetto ad una condizione di dipendenza che supera ogni aspettativa. Confer JANE CASSELS RECORD, "The Marine Radioman's Struggle for Status", in «American Journal of Sociology», LXII, 1957, p. 359.
(3). Per la versione carceraria confer S. KIRSON WEINBERG, "Aspects of the Prison's Social Structure", in «American Journal of Sociology», XLVII, 1942, p.p, 717-26.
(4). MARY JANE WARD, "The Snake Pit", New American Library, New York 1955, p. 72.
(5). IVAN BELKNAP, "Human Problems of a State Mental Hospital", McGraw-Hill, New York 1956, p. 177.
(6). Un rapporto completo al proposito ci è dato nel capitolo "Information and the Controlof Treatment" nella monografia di prossima pubblicazione di Julius A. Roth sui sanatori per tubercolotici. Il suo lavoro promette di essere un modello di studio di un'istituzione totale. Cenni preliminari possono essere individuati nei suoi articoli "What is an Activity?", in «Etc.», XIV, autunno 1956, p.p. 54-56, e "Ritual and Magic in the Control of Contagion", in «American Sociological Review», XXII, 957, p.p. 310-14.
(7). Proposto da OHLIN, "Sociology" eccetera cit., p. 20.
(8). T. E. LAWRENCE, "The Mint", Jonathan Cape, London 1955, p. 40.
(9). Un caso marginale interessante è, a questo proposito, il kibbutz israeliano. Confer MELFORD F. SPIRO, "Kibbutz, Venture in Utopia", Harvard University Press, Cambridge 1956; e ETZIONI, "The Organizational Structure of «Closed» Educational Institutions in Israel" cit.
(10). Termine usato da ROBERT SOMMER, "Patients Who Grow Old in a Mental Hospital", in «Geriatrics», XIV, 1959, p.p. 586-87- Il termine «desocializzazione» usato talvolta in questo contesto, sembrerebbe un po' troppo forte, poiché implica la perdita di capacità fondamentali quali quelle di comunicare e di cooperare.
(11). Per un esempio della descrizione di questi processi, confer GRESHAM M. SYKES, "The Society of Captives", Princeton University Press, Princeton 1958, cap. 4, "The Pains of Imprisonment", p.p. 63-83.
(12). SANFORD M. DORNBUSCH, "The Military Academy as an Assimilating Institution", in «Social Forces», XXXIII, 1955, p. 317. Per un esempio di restrizioni iniziali alle concessioni di visite in un ospedale psichiatrico confer D. MCI. JOHNSON e N. DOWS (a cura di), "The Plea for the Silent", Christopher Johnson, London 1957, p. 16. Confer anche la proibizione di ricevere visite che, spesso, ha legato i servitori domestici alle loro istituzioni totali. Confer J. JEAN HECHT, "The Domestic Servant Class in Eighteentb-Century England", Routledge and Kegan Paul, London 1956, p.p. 127-28.
(13). Per un'utile analisi sulle carceri americane, confer PAUL W. TAPPAN, "The Legal Rights of Prisoners", in «The Annals», CCXCIII, maggio 1954, p.p. 99-111.
(14). Confer J. KERKHOFF, "How Thin the Veil: A Newspaperman's Story of His Own Mental Crack-up and Recovery", Greenberg, New York 1952, p. 110; ELIE A. COHEN, "Human Behaviour in the Concentration Camp", Jonathan Cape, London 1954, p.p. 118-22; EUGEN KOGON, "The Theory and Practice of Hell", Berkley Publishing Corp., New York s. d., p.p. 63-68.
(15). BRENDAN BEHAN, "Borstal Boy", Hutchinson, London 1958, p. 40. Confer anche ANTHONY HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months", Allan Wingate, London 1954, p. 26.
(16). Per una versione di questo processo nei campi di concentramento, confer E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p. 120, e KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit, p.p. 64-65. Per un racconto romanzato della cerimonia di benvenuto in un riformatorio per ragazze, confer SARA HARRIS, "The Wayward Ones", New American Library, New York 1952, p.p. 31-34. Per una versione meno esplicita sulle carceri confer GEORGE DENDRICKSON e FREDERICK THOMAS, "The Truth about Dartmoor", Gollancz, London 1954, p.p. 42-57.
(17). Confer THOMAS MERTON, "The Seven Storey Mountain", Harcourt, Brace and Company, New York 1948, p.p. 290-91; E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p.p. 145-47.
(18). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 83-84, e "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 55.
(19). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 69.
(20). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 55.
(21). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 58.
(22). JOHN M, MURTAGH e SARA HARRIS, "Cast the First Stone", Pocket Books, New York 1958, p.p. 239-40. Sugli ospedali psichiatrici, confer KERKHOFF, "How Thin the Veil" eccetera cit., p. 10. WARD, "The Snake Pit" cit., p. 60, propone un ragionevole suggerimento secondo il quale gli uomini, nella nostra società, soffrono meno per quanto riguarda il problema del proprio annullamento personale nelle istituzioni totali, di quanto non soffrano le donne.
(23). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 15; per una versione carceraria, confer ALFRED HASSLER, "Diary of a Self-Made Convict", Regnery, Chicago 1954, p. 33.
(24). L. D. HANKOFF, "Interaction Patterns Among Military Prison Personnel", in «U.S. Armed Forces Medical Journal», X, 1959, p. 1419.
(25). KATHRYN HULME, "The Nun's Story", Muller, London 1957, p. 52.
(26). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 44.
(27). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 76.
(28). SYKES, "The Society of Captives" cit., p.p. 70-72.
(29). Confer LAWRENCE, "The Mint" cit., p.p. 34-35.
(30). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 35.
(31). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 102.
(32). HULME, "The Nun's Story" cit., p.p. 48-51.
(33). Anche le comunità libere nella società occidentale hanno, naturalmente, usato queste tecniche, sotto forma di fustigazioni, impiccagioni pubbliche, gogna e berlina. Funzionalmente legata all'enfasi pubblica sulle moritificazioni nelle istituzioni totali, è la severa regola riscontrata, secondo cui lo staff non deve essere umiliato da altri membri dello staff, in presenza di internati.
(34). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 41-42.
(35). BEHAN, "Borstal Boy" cit., p. 23.
(36). Confer KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 128; HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 16. Per quanto riguarda situazioni analoghe in un'istituzione religiosa, confer HULME, "The Nun's Story" cit., p. 48. L'autrice descrive anche la perdita del proprio spazio personale, dovuta al fatto che soltanto leggere tende di cotone sono usate per separare le celle, dove ciascuna suora dorme (p. 20).
(37). HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 21; DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 53.
(38). L. E. HINKLE junior e H. G. WOLFF, "Communist Interrogation and Indoctrination of «Enemies of the State»", in «A.M.A. Archives of Neurology and Psychiatry», LXXVI, 1956, p. 153. Per un rapporto estremamente utile sul ruolo profanante di tutto ciò che riguarda le feci e la necessità sociale di un controllo personale e dell'ambiente, confer C. E. ORBACH e altri, "Fears and Defensive Adaptations to the Loss of Anal Sphincter Control", in «The Psychoanalytic Review», XLIV, 1957, p.p. 121-75.
(39). Confer JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 75; HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 15.
(40). GEORGE ORWELL, "Such, Such Were the Joys", in «Partisan Review», XIX, settembre-ottobre 1952, p. 523.
(41). DAVID P. BODER, "I Did not Interview the Dead", University of Illinois Press, Urbana 1949, p. 50.
(42). Ibid.
(43). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 16.
(44). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 122.
(45). Confer LOWELL NAEVE, "A Field of Broken Stones", Libertarian Press, Glen Gardner, New Jersey 1950, p. 17; KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit, p. 67; HOLLEY CANTINE e DACHINE RAINER (a cura dì), "Prison Etiquette", Retort Press, Bearsville (N.Y.) 1950, p. 46.
(46). LAWRFNCE, "The Mint" cit., p. 196.
(47). HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 14.
(48). Ibid, p. 17.
(49). HINKLE e WOLFF, "Communist Interrogation" eccetera cit., p. 156.
(50). LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 91.
(51). Confer HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 104.
(52). HULME, "The Nun's Story" cit., p.p. 52-53.
(53). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 128.
(54). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p.p. 62-63.
(55). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 175.
(56). HULME, "The Nun's Story" cit., p.p. 50-51.
(57). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 194.
(58). HERMAN MELVILLE, "White Jacket", Grove Press, New York s. d., p. 135.
(59). Ibid.
(60). LAWRENCE "The Mint" cit., p. 62.
(61). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit, p. 160.
(62). HULME, "The Nun's Story" cit., p. 53.
(63). Nella società civile i crimini e altre forme di devianze coinvolgono il modo in cui il colpevole è accolto in tutte le sfere della sua vita, ma la rottura delle distinzioni di questi settori si verifica in coloro che sono colpevoli e non nella maggioranza della popolazione che non agisce in questo modo particolare, né in chi, pur essendo colpevole, non viene arrestato.
(64). Confer per un chiaro esempio R. RAPOPORT e E. SKELLERN, "Some Therapeutic Functions of Administrative Disturbance", in «Administrative Science Quarterly», II, 1957, p.p. 84-85.
(65). Il lasso di tempo in cui un impiegato lavora a sua discrezione e senza un controllo può, di fatto, essere assunto come la misura di quanto è pagato e della sua posizione in un'organizzazione. Confer ELLIOTT JAQUES, "The Measurement of Responsability: A Study of Work, Payment, and Individual Capacity", Harvard University Press, Cambridge 1956. E, dato che il «breve sprazzo di responsabilità» è indice della propria posizione, un tempo prolungato in cui si possa agire liberi da ogni ispezione, è il compenso di una data posizione.
(66). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 155, cita Robert McGreery.
(67). T. E. GADDIS, "Birdman of Alcatraz", New American Library, New York 1958, p. 25. Per una regola analoga sul silenzio nelle prigioni britanniche, confer FRANK NORMAN, "Bang to Rights", Secker e Warburg, London 1958, p. 27.
(68). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 68.
(69). Ibid., p.p. 99-100.
(70). LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 83. Confer al proposito il commento di M. Brewster Smith, sul concetto di «chicken» in SAMUEL STOUFFER e altri, "The American Soldier", 4 voll., Princeton University Press, Princeton 1949, vol. 1, p. 390.
(71). HULME, "The Nun's Story" cit., p. 3.
(72). Ibid., p. 39.
(73). WARD, "The Snake Pit" cit., p. 23.
(74). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 39.
(75). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 36.
(76). Confer SYKES, "The Society of Captives" cit., p.p. 73-76, "The Deprivation of Autonomy".
(77). HULME, "The Nun's Story" cit., p. 18; ORWELL, "Such, Such Were the Joys" cit., p. 521.
(78). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 78; JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 17.
(79). Questa è 'una fonte di mortificazione che i «civili» praticano durante le vacanze che trascorrono in tenda, forse partendo dal presupposto che si possa raggiungere un nuovo senso del "sé", rinunciando volontariamente ad alcuni agi, particolarmente significativi al riguardo, di cui godevano.
(80). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 66.
(81). Ibid., p. 61.
(82). Ibid., p. 78.
(83). Confer ALFRED H. STANTON e MORRIS S. SCHWARTZ, "The Mental Hospital", Basic Books, New York 1954, p.p. 200, 203, 205-6.
(84). Per un esempio di questo trattamento impersonale, confer JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 122.
(85). T. MERTON, "The Seven Storey Mountain" cit., p. 372.
(86). MELVILLE, "White Jacket" cit., p.p. 62-63.
(87). Ibid., p. 140. Per esempi del medesimo processo nel campi per prigionieri di guerra, confer EDGAR H. SCHEIN, "The Chinese Indoctrination Program for Prisoners of War", in «Psychiatry», XIX, 1956, p.p. 160-61.
(88). E' abbastanza interessante notare che talvolta esiste il corrispondente di una festa precedente il ricovero, durante la quale colui che sarà internato indulge in attività che sente non gli saranno più concesse. Per un esempio relativo alle suore, Confer HULME, "The Nun's Story cit., p. 7.
(89). Confer S. F. NADEL, "Social Control and Self-Regulation", in «Social Forces», XXXI, 1953, p.p. 265-73.
(90). E' stato detto tuttavia che in qualche.caso questo questo sistema non è né efficace né degno di fiducia. In alcune carceri, i compensi ricavati dalle aspettative usuali sono garantiti al momento dell'ingresso e ben pochi miglioramenti ufficiali di posizione risultano accessibili - poiché l'unico cambio di status possibile implicherebbe una perdita di privilegi (SYKES, "The Society of Captives" cit., p.p. 51-52). E' stato inoltre detto che nella misura in cui l'internato è già sufficientemente privo di privilegi, invece di rallegrarsi di ciò che gli resta, può arrivare a vedere quanto sia minima la differenza esistente fra la sua situazione e la spoliazione totale, cessando quindi di assoggettarsi al potere dello staff che lo costringe all'obbedienza, soprattutto quando la disobbedienza può portargli un certo prestigio fra il gruppo degli internati (ibid.).
(91). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 164.
(92). Confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 99-100.
(93). Per la bibliografia, confer MORRIS G. CALDWELL, "Group Dynamics in the Prison Community", in «Journal of Criminal Law, Criminology and Police Science», XLVI, 1956, p. 656.
(94). Confer NORMAN S. HAYNER e ELLIS ASH, "The Prisoner Community as a Social Group", in «American Sociological Review», IV, 1939, p.p. 364 segg., sotto i processi di «connivenza»; confer anche CALDWELL, "Group Dynamics" eccetera cit., p.p. 650-51,
(95). Confer l'estesa descrizione di Melville sulla rissa che i compagni marinai organizzarono per impedire che venisse loro rasata la barba, dato che la rasatura era imposta dal regolamento navale. MELVILLE, "White Racket" cit., p.p. 333-47.
(96). Confer DONALD CLEMMER, "Leadership Phenomena in a Prison Community", in «Journal of Criminal Law, Criminology and Police Science», XXVIII, 1938, p. 868.
(97). Confer IDA ANN HARPER "The Role of the «Fringer» in a State Prison for Women" in «Social Forces», XXXI, 1952, p.p. 53-60.
(98). Per quanto riguarda i campi di concentramento, confer l'analisi degli «esponenti» di E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit.; per gli ospedali psichìatrici confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 189; per le prigioni confer l'analisi sui "Politicians" in DONALD CLEMMER, "The Prison Community", Christopher Publishing House, Boston 1940, p.p. 277-79 e 298-309; confer anche HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p. 367; e CALDWELL, "Group Dynamics" eccetera cit., p.p. 651-53.
(99). Per quanto riguarda la solidarietà fra internati riscontrata nelle accademie militari, confer DORNBUSCH, "The Military Academy" eccetera. cit., p. 318.
(100). Confer HASSLER, "Diary" eccetera cit., p.p. 74, 117. Negli ospedali psichiatrici, l'antagonismo del paziente nei confronti dello staff si sostiene soprattutto sulla scoperta che molti altri pazienti sono, come lui, più simili a persone normali che a qualunque altra cosa.
(101). RICHARD MCCLEERY, "The Strange Journey", in «University of North Carolina Extension Bulletin», XXXII, 1953, p. 24 (in corsivo nell'originale). Brewster Smith (STOUFFER, "The American Soldier" cit.) sostiene che nel momento in cui il campo per addestramento ufficiali «riconosce» all'allievo ufficiale qualche diritto sugli arruolati, questi diventa un ufficiale. Le sofferenze subite possono allora servire di giustificazione al piacere del comando.
(102). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 97 (in corsivo nell'originale).
(103). LLOYD W. MCCORKLE e RICHARD KORN, "Resocialization within Walls", in «The Annals», CCXCIII, maggio 1954, p. 88.
(104). Il punto è incisivamente trattato in ibid., p. 95.
(105). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 59; confer anche NORMAN, "Bang to Rights" cit, p.p. 56-57.
(106). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 39-40.
(107). "Resistance in Prison" di CLIF BENNETT, in CANTINE C RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 3-11, ci offre un'utile analisi delle tecniche del prendere in giro collettivo.
(108). LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 59 (puntini di omissione nell'originale).
(109). Confer HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit, p. 30. BEHAN, "Borstal Boy" cit., offre molto materiale sulle relazioni di amicizia o sui rapporti fra internati.
(110). S. A, RICHARDSON, "The Social Organization of British and United States Merchant Ships", monografia non pubblicata rintracciabile alla New York State School of Industrial and Labor Relations, Cornell University, 1954, p. 17.
(111). Per un'esposizione completa di questo tema confer D. CRESSEY e W. KRASSOWSKI, "Inmate Organization and Anomie in American Prisons and Soviet Labor Camps", in «Social Problems», V, inverno 1957-58, p.p. 217-30.
(112). Confer P. R. REID, "Escape from Colditz", Berkley Publishing Corp., New York 1956.
(113). Confer PAUL FOREMAN, "Buchenwald and Modern Prisoner-of-War Detention Policy", in «Social Forces», XXXVII, 1959, p.p. 289-98.
(114). Per una vecchia analisi al proposito confer P. NITSCHE e K, WILMANNS, "The History of Prison Psychosis", in «Nervous and Mental Disease Monograph Series», n. 13, 1912.
(115). RICHARDSON, "The Social Organization" eccetera cit., p. 42.
(116). Confer l'analisi di "The Resisters", in SCHEIN, "The Chinese Indoctrination Program" eccetera cit., p.p. 166-67.
(117). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 192.
(118). Nel caso degli ospedali psichiatrici, coloro che seguono questa linea sono talvolta chiamati «istituzionalizzati» o si dice che soffrano di «ospedalizzazione».
(119). SCHEIN, "The Chinese Indoctrination Program" eccetera cit., p.p. 167-69.
(120). Confer BRUNO BETTELHEIM, "Individual and Mass Bebavior in Extreme Situations", in «Journal of Abnormal and Social Psychology, XXXVIII, 1943, p.p. 447-51. Si deve aggiungere che nei campi di concentramento la colonizzazione e la conversione si presentano spesso associate. Confer E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p.p. 200-3, dove è analizzato il ruolo del «kapo».
(121). Brewster Smith in STOUFFER, "The American Soldier" cit., p. 390.
(122). Confer l'analisi in SCHEIN, "The Chinese Indoctrination Program" eccetera cit., p.p. 165-66, dei "Get-Alongers", e ROBERT J. LIFTON, "Home by Ship: Reaction Patterns of American Prisoners of War Repatriated from North Korea", in «American Journal of PsychiatrY», CX, 1954, p. 734.
(123). Questo avere due facce è facilmente riscontrabile nelle istituzioni totali. Nell' ospedale psichiatrico di stato analizzato dall'autore, perfino i pochi pazienti privilegiati, selezionati per la psicoterapia individuale, che si trovavano nella migliore posizione per accettare l'approccio psichiatrico al "sé", tendevano ad esprimere il loro giudizio favorevole alla psicoterapia soltanto ai compagni più intimi. Per notizie sul modo in cui i detenuti militari nascondevano ai compagni di prigione il loro interesse all'«essere riabilitati» nell'esercito, confer i commenti di Richard Cloward nella quarta sessione di HELEN L. WITMER e RUTH KOTINSKY (a cura di), "New Perspectives for Research on Juvenile Delinquency", U.S. Department of Health, Education, and Welfare, Children's Bureau Publication n. 356, 1956, in particolare a p. 90.
(124). BETTELHEIM, "Individual and Mass Behaviour" eccetera cit., p. 425.
(125). Così, SCHEIN, "The Chinese Indoctrination Program" eccetera. cit., p.p. 165 segg., sostiene che i cinesi liberarono i portoricani ed altri prigionieri di guerra che non parlavano inglese e lasciarono che trovassero un tipo di vita possibile, per mezzo di piccoli lavori servili.
(126). Per esempi carcerari, confer HASSLER, "Diary" eccetera cit , p. 18; HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p.p. 29-30.
(127). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 116.
(128). Per materiale sul problema del concetto del tempo nelle istituzioni totali, confer MAURICE L. FARBER "Suffering and Time Perspective of the Prisoner", parte quarta, "Authority and Frustration" di KURT LEWIN e altri, in «Studies in Topological and Vector Psychology, III, University of Iowa Studies in Child Welfare», vol. 20, 1944.
(129). La migliore descrizione che io conosca di questo sentimento di esilio dalla vita, è il saggio di S. FREUD, "Mourning and Melancholia", dove lo stato è riferito come conseguenza della perdita di un oggetto amato. Confer "Collected Papers of Sigmund Freud", Hogarth Press, London 1925, vol. 4, p.p. 152-70.
(130). Confer E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p. 128.
(131). Un buon esempio carcerario è quello di NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 71.
(132). Confer la fine descrizione di BEHAN, "Borstal Boy" cit., p.p. 72-75, sul piacere del leggere a letto nella propria cella, e la conseguente precauzione nel suddividere la propria scorta di libri.
(133). Una tale attività non è, naturalmente, limitata alle istituzioni totali. Si trova infatti il classico esempio della casalinga stanca e affaticata che «prende qualche momento per sé» per «distendersi» astraendosi da casa attraverso la lettura del giornale del mattino, con una tazza di caffè e una sigaretta.
(134). CLEMMER, op. cit., p.p. 244-47.
(135). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 59-60, ce ne danno un esempio.
(136). Confer CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 59, quando citano James Peck:
«Sentivo la mancanza del bere ancor più che delle donne e molti compagni erano della mia stessa opinione. Quando sei depresso, fuori, puoi sempre ammazzare la depressione in un paio di bicchieri. Ma in prigione devi semplicemente aspettare che la depressione passi, il che può anche durare un bel po'».
(137). Una prova interessante al proposito, ci proviene dalla conoscenza del riadattamento di prigionieri di guerra, rimpatriati, che erano stati sottoposti al «brainwash». Confer HINKLE e WOLFF, "Communist Interrogation" eccetera cit., p. 174.
(138). LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 48.
(139). Annotazioni sul campo dell'autore.
(140). Cloward in WITMER e KOTINSKY, "New Perspectives" eccetera cit., p.p. 80-83.
(141). E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p. 7; KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 72.
(142). ROTH, "What is an Activity?" cit.
(143). Avviso pubblicitario in «Mental Hospitals», VI, 1955, p. 20.
(144). MELVILLE, "White Jacket" cit., p. 139.
(145). Per osservazioni sul difficile ruolo del guardiano, confer MCCORKLE e KORN, "Resocialization within Walls" cit., p.p.. 93-94 e GRESHAM M. SYKES, "The Corruption of Authority and Rebabilitation", in «Social Forces», XXXIV, 1956, p.p. 257-62.
(146). D. CRESSEY, "Achievement of an Unstated Organizaiìonal Goal: An Observation on Prisons", in «Pacific Sociological Review», I, 1958, p. 43.
(147). J. BATEMAN e H. DUNHAM, "The State Mental Hospital as a Specialized Community Experience", in «American Journal of Psychiatry», CV, 1948-1949, p. 46.
(148). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 170.
(149). ORWELL, "Such, Such Were the Joys" cit., p.p. 506-9.
(150). ORWELL, "Such, Such Were the Joys" cit,, p. 521.
(151). Confer R. LIFTON, "«Thought Reform» of Western Civilians in Chinese Communist Prisons", in «Psychiatry», XIX, 1956, in particolare p.p. 182-84.
(152). Traggo questa osservazione dalla recensione di Everett C. Hughes del "Leopold von Wiese's Spätlese", in «American Journal of Sociology», LXI, 1955, p. 182. Un'area analoga è compresa sotto il corrente termine antropologico «etnopsicologia», se si eccettua il fatto che l'unità cui questa si riferisce è una cultura e non un'istituzione. Si dovrebbe aggiungere che gli internati acquistano una teoria della natura umana assorbendo, in parte, quella dello staff e sviluppandone una di opposta per loro conto. Confer al proposito in MCCLEERY, "The Strange Journey" cit., p.p. 14-15, la descrizione molto interessante del concetto di «spia», così come viene usato dai detenuti.
(153). SIMON RAVEN, "Perish by the Sword", in «Encounter», XII, maggio 1959, p.p. 38-39.
(154). Il carattere inglobante della teoria sulla natura umana sostenuta da un'istituzione è, attualmente, molto ben espresso nelle organizzazioni psichiatriche di tipo progressista. Le teorie originariamente sviluppatesi per il trattamento degli internati, vengono sempre più applicate anche allo staff, cosicché il personale meno qualificato deve pagare la penitenza in psicoterapie di gruppo, e il personale più qualificato in trattamenti analitici individuali. C'è anche qualche tentativo di coinvolgere l'intera istituzione in attività terapeutiche di carattere sociologico.
(155). Confer l'utile lavoro di ALBERT BIDERMAN, "Social-Psychological Needs and «Involuntary» Behaviour as Illustrated by Compliance in Interrogation", in «Sociometry», XXIII, 1960, p.p. 120-47.
(156). Sarebbe errato giudicare queste «terapie» troppo cinicamente. Un lavoro come quello della lavanderia o della riparazione delle scarpe ha un suo ritmo ed è spesso condotto da persone più strettamente legate alla loro attività, di quanto non lo siano all'ospedale; il tempo trascorso in queste attività è quindi, molto spesso, più piacevole di quello passato in un reparto buio e silenzioso. Inoltre, l'idea di impiegare i pazienti in lavori «utili» sembra un'opportunità così seducente nella nostra società, che attività come quella della riparazione delle scarpe o dei materassi potrebbero essere mantenute, almeno per un certo tempo, senza il minimo guadagno per l'istituzione.
(157). Suor MARY FRANCIS, P. C., "A Right to Be Merry", Sheed and Ward, New York 1956, p. 108.
(158). Ibid., p. 99. L'uso di un significato alterno della povertà è, naturalmente, un elemento strategico fondamentale nella vita religiosa. Gli ideali di semplicità spartana sono stati usati anche da gruppi politici e militari, di carattere radicale; attualmente i beatniks danno un significato particolare all'ostentazione della povertà.
(159). Un buon esempio di questa estensione interpretativa e di questa profondità è dato dal romanzo di Bernard Malamud sui problemi di conduzione di una piccola drogheria: "The Assistano", New American Library, New York 1958.
(160). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 66.
(161). Confer HARVEY POWELSON e REINHARD B. BENDIX, "Psychiatry in Prison", in «Psychiatry», XIV, 1951, p.p. 73-86, e WALDO W. BURCHARD, "Role Conflicts of Military Chaplains", in «American Sociological Review», XIX, 1954, p.p. 528-35.
(162). Confer E. GOFFMAN, "The Presentation of Self in Everyday Life", Anchor Books, New York 1959, p.p. 200-4; MCCORKLE e KORN, "Resocialization within Walls" cit., p.p. 93-94. Il principale studio sull'argomento è quello di ALFRED H. STANTON e MORRIS S. SCHWARTZ, "The Management of a Type of Institutional Participation in Mental Illness", in «Psychiatry», XII, 1949, p.p. 12-26.
(163). LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 40. Per una versione sui campi di concentramento confer KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 84-86. Come eccezione si deve aggiungere che in alcune istituzioni totali, specialmente sulle navi, questi servizi personali possono essere riconosciuti come parte dei propri doveri, corrispondenti al grado di ognuno; lo stesso vale per quanto riguarda il ruolo degli attendenti nell'esercito inglese. Ma in queste eccezioni lo staff può trovare una sua piccola vita non ufficiale.
(164). Questo termine è stato suggerito da Everett C. Hughes ed è usato in un lavoro non pubblicato, "Social Control and Institutioral Catharsis" di JOSEPH GUSFIELD.
(165). Le dotte petizioni legali scritte dagli internati, che circolano in molte prigioni e ospedali psichiatrici, sembrano assolvere alla stessa funzione.
(166). Naturalmente le «feste d'ufficio» che si riscontrano in istituzioni non totali, hanno dinamiche simili e sono state certamente le prime a dare adito a commenti. Confer per esempio, GUSFIELD, "Social Control" eccetera cit. I migliori racconti su questo genere di eventi restano comunque i romanzi. Confer la descrizione di NIGEL BALCHIN di una festa in una fabbrica in "Private Interests", Houghton-Mifflin, Boston 1953, p.p. 47-71; la descrizione di Angus Wilson di una festa per ospiti e personale di un albergo, nel suo breve racconto "Saturnalia" in "The Wrong Set", William Morrow, New York 1950, p.p. 68-89; e J. KERKHOFF, "How Thin the Veil" eccetera cit., p.p. 224-25, con la sua descrizione della festa annuale in un ospedale psichiatrico.
(167). Confer MAX GLUCKMAN, "Custom and Conflict in Africa", The Free Press, Glencoe (111.) 1955, cap. 5, "The Licence in Ritual", p.p. 109-36.
(168). HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 199. Confer anche McCreery in HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 157 . Per quanto riguarda il permesso per brevi dimissioni in un ospedale psichiatrico, confer KERKHOFF, "How Thin the Veil" eccetera cit., p.p. 185, 256. Per una nave da guerra, confer MELVILLE, "White Racket" cit., p.p. 95-96.
(169). Confer la versione sulle carceri di NORMAN, Bang to Rights cit., p.p. 69-70.
(170). Per un esempio di prigionieri che prendono in giro le guardie e il direttore delle carceri, confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 110-11.
(171). MELVILLE, "White Racket" cit., p. 101 (in corsivo nell'originale). Melville procede quindi commentando amaramente come, poco dopo questo rilassamento dei ruoli, gli ufficiali mostrassero una capacità di «inalberare le loro facce da cassero di poppa», ritornando alla loro abituale severità. Confer anche KERKHOFF, "How Thin the Veil" eccetera cit., p. 229, e HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p.p. 195-99.
(172). Né il «prima» né il «dopo» hanno bisogno di presentare una stretta relazione con i fatti, poiché ogni versione vuole chiarire una situazione e non misurarla e, in ogni caso, il passato può essere abilmente presentato per la sua analogia con il presente. Ho visto pazienti mentali appartenenti a reparti abbastanza buoni, dare, in un teatro pubblico, una rappresentazione esplicita di condizioni che era presumibile avessero vissuto in ospedali psichiatrici più arretrati. Venivano usati costumi vittoriani. Il pubblico consisteva in volonterosi, con qualche idea di psichiatria, della vicina città. A pochi isolati da dove si svolgeva la rappresentazione, potevano essere individuate, dal vero, condizioni altrettanto cattive. In molti casi gli attori conoscevano bene i ruoli che dovevano recitare, semplicemente perché erano stati i loro.
(173). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 92.
(174). J. M. GRIMES, "When Minds Go Wrong", pubblicato dall'autore, Chicago 1951, p. 81.
(175). Per un esempio carcerario, confer CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 62.
(176). NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 103.
(177). Un caso esemplare dell'uso che gli internati fanno del valore di questi hobby in rapporto alle relazioni pubbliche, è il laboratorio ornitologico costruito dal detenuto Robert Stroud a Leavenworth (confer GADDIS, "Birdman of Alcatraz" cit.). Com'è prevedibile, gli internati artisti si sono a volte rifiutati di collaborare, rifiutavano cioè di accettare la libertà di dipingere non volendo produrre qualcosa che potesse essere usato dallo staff come l'evidenza del carattere «superiore» dell'istituzione. Confer NAEVE, "A Field of Broken Stones" cit., p.p. 51-55.
(178). Confer CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 61; DENDRICKSON e THONIAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 70.
(179). Conosciamo bene quanto le istituzioni totali abbiano bisogno di organizzazioni caritative di divertimenti, ma tendiamo a renderci meno conto di quanto alcuni attori non professionisti abbiano disperatamente bisogno di un pubblico per il quale essere caritatevoli. Per esempio, l'ospedale psichiatrico da me analizzato, disponeva dell'unico teatro che esistesse nei dintorni, abbastanza grande da consentire agli allievi di una scuola di danza di dare spettacolo tutti assieme. Alcuni genitori degli allievi non gradivano molto il fatto di dover entrare nell'area ospedaliera, ma se la scuola voleva fare dei numeri d'insieme, si doveva ricorrere al teatro dell'ospedale. Inoltre, i genitori che pagavano l'iscrizione alla scuola, pretendevano che i figli partecipassero alla rappresentazione scolastica annuale, fossero o no sufficientemente preparati o abbastanza adulti per poter prendervi parte. Alcuni attori dello show richiedevano, perciò, un pubblico estremamente indulgente. I pazienti possono offrire appunto questo, essendo la maggior parte di loro portata a teatro sotto la sorveglianza degli infermieri e, una volta lì, trovandosi ad assistere allo spettacolo sotto la medesima sorveglianza; poiché l'infrazione alle regole può portare alla riduzione del privilegio di uscire dal reparto, in queste occasioni. Lo stesso tipo di legame disperato lega il pubblico dell'ospedale ad un gruppo di lavoratori che vengono a suonare le campane.
(180). Confer i commenti sugli sports che si praticano nelle prigioni in BEHAN, "Borstal Boy" cit., p.p. 327-29.
(181). Per un esempio carcerario confer NORMAN, "Bang to Rights" cit., p.p. 119-120.
(182). Per un'analisi recente, completa di un numero di scherzi organizzati dai servitori per la presa in giro dei padroni, confer M. ASTOR, "Childbood at Cliveden", in «Encounter», XIII, settembre 1959 p.p, 27-28. Feste che coinvolgono un intero villaggio e gruppi di nobiltà locale, sono descritte in molti romanzi inglesi, per esernpìo, L. P. HARTLEY, "The Go-Between". Un buon racconto romanzato è" The Loneliness of the Long-Distance Runner" di ALAN SILLITOE.
(183). GLUCKMAN, "Custom and Conflict in Africa" cit., p. 125. Confer anche il suo "Rituals of Rebellion in South-East Africa", The Frazer Lecture, 1952, Manchester University Press, Manchester 1954.
(184). Un'analisi sulle differenze dei ruoli fra prigionieri può essere trovata in SYKES, "The Society of Captives" cit., cap. 5, "Argot Roles", p.p. 84-108, e ID., "Men, Merchants and Toughs: A Study of Reactions to Imprisonment", in «Social Problems», IV, 1956, p.p. 130-38. Per la definizione data dallo staff dei tipi diversi di pazienti mentali, confer OTTO VON MERING e s. H. KING, "Remotivating the Mental Patient", Russell Sage Foundation, New York 1957, in particolare p.p. 27-47, "A Social Classification of Patients".
(185). Le dinamiche di questo processo sono sottolineate nel ben noto libro di S. FREUD, "Group Psycbology and the Analysis of the Ego". Per una loro applicazione, confer ETZIONI, "The Organizational Structure of «Closed» Educational Institutions in Israel" cit., p. 123. Vi sono anche altri tipi di proiezione; per esempio, la mascotte della squadra e forse dovrebbero venir considerate tutte assieme.
(186). Confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 110.
(187). Confer ELLIOTT JAQUES, "Social Systems as a Defence against Persecutory and Depressive Anxiety", in MELANIE KLEIN e altri, "New Directions in Psycho-Analysis", Tavistock, London 1955, p. 483.
(188). Gregory Bateson, in "The Study of Culture at a Distance", M. MEAD e R. METRAUX (a cura di), University of Chicago Press, Chìcago 1953, p. 372.
(189). Confer l'analisi sul ruolo di «capocarico» in RICHARDSON, "The Social Organization" eccetera cit., p.p. 15-18. Il sergente maggiore di reggimento e di battaglione rispetto al luogotenente di plotone, ne è un altro esempio.
(190). HULME, "The Nun's Story" cit., p. 20.
(191). FRANCIS, "A Right to Be Merry" cit., p.p. 179-80. La regola nella tradizione militare anglo-americana secondo la quale gli ufficiali dovrebbero correre tutti i rischi nei quali mettono i loro uomini ed interessarsi del cibo e delle loro necessità, più che delle proprie, prima della battaglia , ci dà una variante sottile di queste pesanti cerimonie; dimostrando per i loro uomini un maggior interesse che per se stessi, gli ufficiali possono contemporaneamente rinforzare i legami con loro e mantenerne la distanza.
(192). "The Hoty Rule of Saint Benedict", cap. 2.
(193). DORNBUSCH, "The Military Academy" eccetera cit., p. 317. Un famoso caso di questo tipo di livellamento di gruppo è evidente nel sistema in uso nelle scuole inglesi del far fare i servizi ai più giovani.
(194). HULME, "The Nun's Story" cit., p.p. 22-23. Per quanto riguarda la regola benedettina del non tener conto dell'età, confer "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 63.
(195). Qui c'è un ritorno alla conduzione medica degli ospedali psichiatrici che adatterebbero il trattamento ad ogni singola, specifica diagnosi.
(196). Questo succede anche nei campi di concentramento. Confer per esempio E. A. COHEN "Human Behaviour" eccetera cit., p. 154. San Benedetto (cap. 57) nota saggiamente il pericolo di questa pratica:
«Se ci sono degli artigiani nel monastero, che pratichino la loro arte con tutta umiltà, se così vuole l'Abate. Ma se uno di loro diventasse orgoglioso per la conoscenza della sua arte, perché sembra portare un beneficio al monastero, che egli sia allontanato da tale attività e non la pratichi, se prima non abbia fatto penitenza umiliandosi, finché l'Abate non lo riassuma».
(197). SYKES, "The Corruption of Authority" eccetera cit. Confer anche CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 96-97.
(198). Sembra che in qualsiasi istituzione i ruoli più alti e quelli più bassi nella gerarchia, tendano ad essere relativamente permeabili agli standards della comunità in generale, mentre le tendenze impermeabili sembrano essere messe a fuoco negli strati centrali della gerarchia istituzionale.
(199). ORWELL, "Such, Such Were the Joys" cit., p.p. 510, 525.


LA CARRIERA MORALE DEL MALATO MENTALE.

(1). Si può trovare materiale sulla carriera morale nei primi lavori di antropologia sociale a proposito delle cerimonie di transizione di status, e nelle classiche descrizioni di psicologia sociale degli spettacolari mutamenti che la partecipazione a movimenti sociali, o sette, può comportare per la valutazione del "sé". Recentemente nuovi dati significativi sono stati suggeriti dall'interesse psichiatrico sul problema dell'«identità», e dagli studi sociologici sulle carriere di lavoro e sulla «socializzazione degli adulti».
(2). Questo punto è stato recentemente rilevato da ELAINE e JOHN CUMMING, "Closed Ranks", Commonwealth Fund, Harvard University Press, Cambridge 1957, p.p. 101-2: «L'esperienza clinica conferma l'impressione secondo cui molti definiscono la malattia mentale come 'la condizione per la quale una persona è curata in un ospedale psichiatrico'... La malattia mentale sembrerebbe una condizione che colpisce coloro che si ricoverano in un ospedale psichiatrico, ma finché non vi entrano, quasi tutto ciò che fanno è normale». Leila Deasy mi ha fatto presente, a questo proposito, il parallelismo con la situazione dei delitti fatti da membri della classe media (white-collar). Tra coloro che sono scoperti in attività del genere, solamente chi non riesce ad evitare il carcere si trova a vedersi assegnare il ruolo sociale di criminale.
(3). Ora si incomincia a servirsi di cartelle cliniche negli ospedali psichiatrici, per mostrare quale incredibile quantità di disturbi una persona possa causare a sé e agli altri, prima che qualcuno cominci a considerarla sotto l'aspetto psichiatrico, per non parlare di promuoverne il ricovero. Confer JOHN A. CLAUSEN e MARIAN RADKE YARROW, "Paths to the Mental Hospital", in «journal of Social Issues», XI, 1955, p.p. 25-32; AUGUST B. HOLLINGSHEAD e FREDRICK C. REDLICH, "Social Class and Mental Illness", Wiley, New York 1958, p.p. 173-74.
(4). Un esempio di come questo punto di vista sia applicabile a tutte le forme di devianze, si può trovare in EDWIN LEMERT, "Social Pathology, McGraw-Hill, New York 1951, in particolare p.p. 74-76. Per un'applicazione specifica agli insufficienti mentali confer STEWART E. PERRY, "Some Theoretic Problems of Mental Deficiency and Their Action Implications", in «Psychiatry», XVII, 1954, p.p. 45-73, in particolare p.p. 67-68.
(5). Questo semplice quadro si complica per l'esperienza un po' particolare di circa un terzo degli ex degenti, cioè il rientro in ospedale, che costituisce la fase del recidivo o del «repatient».
(6). Harry Stack Sullivan, in HELEN SWICK PERRY, MARY LADD GAWEL e MARTHA GIBBON (a cura di), "Clinical Studies in Psychiatry", Norton, New York 1956, p.p. 184-85.
(7). Questa esperienza morale può essere avvicinata a quella di chi comincia a drogarsi con la marihuana; lo scoprire di poter essere euforici ed eccitati senza che altri se ne accorgano, porta ad un nuovo livello l'uso della droga. Confer HOWARD S. BECKFR, "Marihuana Use and Social Control", in «Social Problems», III, 1955, p.p. 35-44; in particolare p.p. 40-41.
(8). Confer HOLLINGSHEAD e REDLICH, "Social Class" eccetera cit., p. 187, tav. 6, dove viene indicata la relativa frequenza di autodenunce secondo i diversi gruppi sociali.
(9). La distinzione qui usata fra degenti spontanei e non-spontanei, contrasta con quella legale fra volontari e ricoverati d'autorità; poiché alcuni pazienti che entrano di loro volontà in ospedale psichiatrico possono entrarvi con pratiche legali, mentre tra coloro che vengono ricoverati soltanto a causa delle forti pressioni dei familiari, qualcuno potrebbe risultare volontario.
(10). CLAUSEN e YARROW, "Paths to the Mental Hospital" cit.
(11). Un'esplicita applicazione di questa nozione al campo della sanità mentale si può trovare in EDWIN LEMERT, "Legal Committment and Social Control", in «Sociology and Social Research», XXX, 1946, p.p. 370-78.
(12). Confer JEROME K. MEYERS e LESLIE SCHAFFER, "Social Stratification and Psychiatric Practice: A Study of an Outpatient Clinic", in «American Sociological Review», XIX, 1954, p.p. 307-10; LEMERT, "Legal Commitment" eccetera cit., p.p. 402-3; "Patients in Mental Institutions", Department of Commerce, Bureau of the Census, Washington (D.C.) 1941, p. 2.
(13). Per quanto riguarda il circuito di agenti e le sue conseguenze sulle contingenze di carriera, confer OSWALD HALL, "The Stages of a Medical Career", in «American Journal of Sociology», LIII, 1948, p.p. 327-36.
(14). Confer E. e J. CUMMING, "Closed Ranks" cit., p, 92.
(15). HOLLINGSHEAD e REDLICH, "Social Class" eccetera cit., p. 187.
(16). Per un'analìsi di alcune implicazioni per il paziente presenti in questo circuito, confer LEILA DEASY e OLIVE W. QUINN, "The Wife of the Mental Patient and the Hospital Psycbiatrist", in «Journal of Social Issues», XI 1955, p.p. 49-60. Altro esempio interessante di questo tipo di analisi si può trovare in ALAN G. GOWMAN, "Blindness and the Role of the Companion", in «Social Problems», IX, 1956, p.p. 68-75. Per un'esposizione generale confer ROBERT MERTON, "The Role Set: Problems in Sociological Theory", in «British Journal of Sociology», VIII, 1957, p.p. 106-20.
(17). Ho la cartella clinica di un uomo che afferma di aver creduto di essere stato lui a portare la moglie dallo psichiatra e di essersi accorto che era stata la moglie a predisporre tutto, solo quando ormai era troppo tardi.
(18). Una parafrasi tratta da KURT RIEZLER, "Comment on the Social Psychology of Shame", in «American Journal of Sociology», XLVIII, 1943, p. 458.
(19). Confer HAROLD GARFINKEL, "Conditions of Successful Degradation Ceremonies", in «Arnerican Journal of Sociology», LXI, 1956, p.p. 420-24.
(20). Le pratiche in uso nei campi di concentramento forniscono un buon esempio della funzione del «vortice degli inganni» nello spingere alla collaborazione e nel ridurre l'opposizione e il disordine, anche se - in questo caso - non si possa dire che i mediatori agissero nell'interesse dei reclusi. I poliziotti, andando a prelevare la gente a casa, talvolta scherzavano con bonarietà e si dicevano disposti ad aspettare finché non avessero preso il caffè. Le camere a gas erano arredate come camere di spidocchiamento e alle vittime che si spogliavano veniva raccomandato di ricordarsi dove lasciavano i loro vestiti. I malati, i vecchi, i deboli e i pazzi che venivano scelti per essere mandati allo sterminio, venivano talvolta portati in ambulanze della Croce Rossa a campi indicati con termini come «ospedali di osservazione». Confer BODER, "I Did not Interview the Dead" cit., p. 81; e E. A. COHEN, "Human Behaviour" eccetera cit., p.p. 32, 37, 107.
(21). Le interviste raccolte dal gruppo di Clausen per il National Institute of Mental Health suggeriscono che, nel caso la moglie diventi il «guardia no», la responsabilità possa eliminare la distanza precedentemente instauratasi dagli altri parenti, portando o ad un nuovo rapporto di sostegno o ad una completa rottura.
(22). Per un'analisi di questo tipo di percezione non psichiatrica, confer MARIAN RADKE YARROW, CHARLOTTE GREEN SCHWARTZ, HARRIET S. MURPHY e LEILA DEASY, "The Psychological Meaning of Mental Illness in the Family", in «journal of Social Issues», XI, 1955, p.p. 12-24. CHARLOTTE GREEN SCHWARTZ, "Perspectives on Deviance - Wives' Degnitions of their Husbands' Mental Illness", in «Psychiatry», XX, 1957, p.p. 275-91.
(23). Questa funzione colpevolizzante si trova, naturalmente, in altri insiemi di ruoli. Quando una coppia del ceto medio intraprende il processo di separazione legale o divorzio, ciascuno degli avvocati ritiene generalmente suo dovere informare il cliente sulle pretese e sui suoi diritti potenziali, spingendolo in tal modo a reclamarli, anche se il suo giudizio personale sui diritti e sull'onorabilità dell'ex coniuge è favorevolmente orientato. Il cliente, in completa buona fede, può allora dire a se stesso e all'ex coniuge che le richieste sono state fatte soltanto perché l'avvocato insisteva che era meglio fare così.
(24). Riportato nei dati Clausen.
(25). Questo punto viene segnalato da F. e J. CUMMING, "Closed Ranks" cit., p. 129.
(26). Qui c'è una divergenza interessante con la carriera morale del paziente tubercolotico. Mi ha riferito Julius Roth che i tubercolotici sono propensi a ricoverarsi in ospedale spontaneamente, accordandosi con la "persona di fiducia" sulla necessità di farsi curare. Più tardi, nella loro carriera ospedaliera, quando apprendono quanto a lungo si protrarrà il ricovero e quanto siano irritanti e irrazionali certe regole istituzionali, possono tentare di uscire, ma ne sono dissuasi dai parenti e dal personale e soltanto allora incominciano a sentirsi traditi.
(27). La strategia iniziale seguita dal paziente per tenersi appartato da ogni contatto, può trovare una parziale spiegazione nella relativa mancanza di formazione di gruppi fra degenti negli ospedali psichiatrici di stato, il che è stato proposto da William R. Smith. Il desiderio di evitare legami personali che potrebbero consentire domande biografiche, potrebbe essere un altro fattore. Inoltre negli ospedali psichiatrici, così come nei campi di concentramento, il personale può tentare di interrompere intenzionalmente l'incipiente formarsi di gruppi, allo scopo di evitare ribellioni collettive ed altri disordini di reparto.
(28). Un «rivelarsi» analogo si verifica nel mondo degli omosessuali, quando una persona si presenta apertamente ad una «gaia» riunione, non come un semplice turista, ma come «disponibile». Confer EVELYN HOOKER, "A Preliminary Analysis of Group Behavior of Homosexuals", in «journal of Psychology», XLII, 1956, p.p. 217-25; in particolare p. 221. Per una buona versione romanzata confer JAMES BALDWIN, "Giovanni's Room", Dial, New York 1956, p.p. 41-57. Un esempio familiare di questo processo è senz'altro evidenziabile fra i ragazzi in età prepuberale, quando uno di loro rientra furtivamente nella stanza da dove era uscito con uno scatto d'ira e leso "amour propre". E' presumibile che la frase stessa derivi da una cerimonia di "rite-de-passage" che una volta le madri delle classi superiori organizzavano per le figlie. E' abbastanza interessante notare come, nei grandi ospedali psichiatrici, il paziente simbolizzi talvolta un aperto «rivelarsi», al momento della sua prima attiva partecipazione al ballo dei pazienti di tutto l'ospedale.
(29). Per una buona descrizione del sistema di reparto confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., cap. 9, in particolare p. 164.
(30). Gli ospedali psichiatrici possono essere peggiori dei campi di concentramento e delle carceri, per quanto riguarda il «far passare il tempo»; nelle carceri l'isolamento del "sé" dalle implicazioni simboliche dell'ambiente è forse più facile. Negli ospedali psichiatrici esso risulta tanto difficile che i pazienti sono costretti ad usare mezzi per attuarlo, interpretati dal personale come sintomi psicotici.
(31). Per quanto riguarda i carcerati confer HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p.p. 52-53. Per gli alcolizzati confer l'analisi di HOWARD G. BAIN, "A Sociological Analysis of the Chicago Skid-Row Lifeway", tesi di laurea non pubblicata, Department of Sociology, University of Chicago, settembre 1950, in particolare "The Rationale of the Skid-Row Drinking Group", p.p. 141-46. Questa tesi trascurata di Bain è un'utile fonte di materiale sulle carriere morali.
Uno dei pericoli professionali più evidenti nella prostituzione, è che i clienti e gli altri contatti professionali insistano, talvolta, nel manifestare simpatia, chiedendo una spiegazione drammaticamente plausibile alla loro tanto bassa condizione. In questo caso, dovendo preoccuparsi di aver pronta una triste storia da raccontare, la prostituta è forse più da compatire che da condannare. Per buoni esempi di tristi storie di prostitute confer HENRY MAYHEW, "London Labour and the London Poor", vol. 4," Those That Will not Work", Charles Griffin and Co., London 1862, p.p. 210-72. Per fonti attuali confer C. H. ROLPH (a cura di), "Women of the Streets", Secker and Warburg, London 1955, in particolare p. 6: «Quasi sempre, tuttavia, dopo qualche commento sulla polizia, la ragazza incomincia a spiegare com'è stato che è entrata nella vita, e generalmente lo fa in termini di autogiustificazione ...» Più tardi, naturalmente, l'esperto psicologo ha aiutato la professione a preparare tristi storie veramente notevoli. Confer HAROLD GREENWALD, "The Call Girl", Ballantine Books, New York 1958.
(32). Un analogo ruolo autoprotettivo è stato notato nelle carceri. HASSLER, "Diary" eccetera cit., p. 76, nel descrivere una conversazione con un compagno di cella, così dice: «Non disse molto sulla ragione per la quale era stato condannato e non gliela chiesi, dato che questa era l'abitudine del carcere». Per una versione romanzata sugli ospedali psichiatrici, confer KERKHOFF, "How Thin the Veil" eccetera. cit., p. 27.
(33). Da annotazioni nel campo di rapporti informali fra i pazienti, trascritti quanto più letteralmente possibile.
(34). L'esame psichiatrico di una persona, con conseguente alterazione o riduzione del suo status, è noto nel gergo ospedaliero e carcerario come «far ammattire», dato che, una volta caduti sotto l'attenzione degli esaminatori, si viene automaticamente classificati come pazzi o sarà lo stesso processo dell'esame a fare impazzire. In questo senso il personale sanitario psichiatrico è visto spesso non tanto come chi scopre se sei malato, ma come chi provoca la malattia; e la frase «non farmi impazzire» può significare «non tormentarmi fino a farmi uscir di senno». Sheldon Messinger ha proposto una relazione fra il significato di questo «far impazzire» e l'installazione in una stanza di un microfono segreto per carpire informazioni, da usare poi per screditare chi parla.
(35). Mentre molte organizzazioni conservano documentazioni su coloro che ne fanno parte, in quasi tutte accade che alcuni attributi significativi siano inclusi solo indirettamente, dato che non risultano ufficialmente importanti. Ma poiché gli ospedali psichiatrici pretendono di trattare la persona «nella sua totalità», ufficialmente non riconoscono limiti a ciò che considerano rilevante; il che è una libertà sociologicamente notevole. E' un fatto storico molto curioso che persone, in altre aree di vita impegnate a promuovere lo sviluppo delle libertà civili, tendano a concedere allo psichiatra poteri discrezionali sul paziente. Evidentemente si ritiene che quanto più potere abbiano il direttore e il terapista qualificato, tanto meglio saranno serviti gli interessi dei pazienti. I pazienti, per quanto ne sappia, non sono stati comunque intervistati al proposito.
(36). Trascrizione letterale di cartelle cliniche.
(37). Alcuni ospedali psichiatrici hanno però una «raccolta riservata» di cartelle scelte, che possono essere consultate solo con permessi speciali. Può trattarsi di documentazioni di ricoverati che esercitano funzioni di fattorini negli Uffici amministrativi e che - altrimenti - potrebbero gettare qualche occhiata alle relazioni dei propri casi; di ricoverati che godevano di una condizione sociale d'élite nella comunità esterna; di degenti che potrebbero intentare causa all'ospedale e quindi avere qualche ragione speciale per manovrare l'accesso alle documentazioni che li riguardano. Alcuni ospedali hanno perfino una «raccolta riservatissima» che viene tenuta nell'ufficio del direttore. Inoltre, il titolo professionale del paziente, specialmente se si tratta di un medico, viene talvolta omesso di proposito dalla sua cartella. Tutte queste eccezioni alla regola generale sul controllo delle informazioni, mostrano naturalmente che l'istituto si rende conto di ciò che implica la raccolta delle documentazioni negli ospedali psichiatrici. Per un ulteriore esempio, confer HAROLD TAXEL, "Authority Structure in a Mental Hospital Ward", tesi di laurea non pubblicata, Department of Sociology, University of Chicago 1953, p.p. 11-12.
(38). Si tratta del problema del «controllo delle informazioni» che affligge, in gradi diversi, molti gruppi. Confer GOFFMAN, "Discrepant Roles", in "The Presentation of Self in Everyday Life" cit., cap. 4, p.p. 141-66. Questo problema, in relazione alle documentazioni dei casi nelle carceri, è indicato da James Peck nel suo racconto "The Ship That Never Hit Port", in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 66.
«I secondini hanno, naturalmente, il coltello dalla parte del manico nei riguardi di qualsiasi detenuto, perché possono descriverlo in modo da far apparire inevitabile una punizione. Ogni infrazione alle regole viene annotata nell'incartamento del detenuto, dove sono documentati tutti i dettagli della sua vita privata, prima e durante la detenzione. Vi sono rapporti scritti dai secondini, dai guardiani di celle e da chiunque possa aver ascoltato una conversazione. Vi sono anche inclusi racconti strappati alle 'spie'.
«Ogni lettera che interessi le autorità, finisce nell'incartamento. Il censore della corrispondenza può fare una copia fotostatica di un'intera lettera del detenuto, o copiarne solo un passaggio. Oppure può passare la lettera ad un superiore. Spesso un detenuto, chiamato dal capo e dal funzionario, viene messo di fronte a qualcosa da lui scritto tanto tempo prima da averlo dimenticato del tutto. Può trattarsi della sua vita personale o delle sue opinioni politiche - un frammento di pensiero che le autorità della prigione hanno ritenuto pericoloso ed hanno archiviato per usarlo più tardi».
(39). Per questo ed altri suggerimenti devo ringraziare Charlotte Green Schwartz.
(40). Confer "La vita sotterranea di un'istituzione pubblica", in questo libro.

LA VITA SOTTERRANEA DI UN'ISTITUZIONE PUBBLICA.

(1). EMILE DURKHEIM, "Professional Ethics and Civic Morals", trad. Cornelia Brookfield, Routledge and Kegan Paul, London 1957, p.p. 171-220.
(2). Amitai Etzioni mi ha suggerito questo argomento in una conversazione personale.
(3). CHESTER BARNARD, "The Functions of the Executive", Harvard University Press, Cambridge 1947, cap. 11, "The Economy of Incentives".
(4). Per quanto riguarda le istituzioni economiche l'argomento è stato recentemente compendiato da TALCOTT PARSONS e NEIL J. SMELSER, "Economy and Society", The Free Press, Glencoe (Ill.) 1956, cap. 3, "The Institutional Structure of the Economy". Per un'analisi dettagliata sulle organizzazioni industriali confer REINHARD BENDIX, "Work and Autbority in Industry", Wiley, New York 1956.
(5). Ibid., "Managerial Conceptions of «The Worker»", p.p. 288-97.
(6). Il nostro concetto di lavoro distingue nettamente le finalità dell'organizzazione dal pagamento dei lavoratori, quando, di fatto, questi potrebbero realmente coincidere. Sarebbe infatti possibile definire la finalità di un'organizzazione, come la distribuzione ai propri impiegati di premi consumabili personalmente, dato che anche lo stipendio del direttore ha il medesimo significato, nel senso che i profitti dell'azionista sono una delle finalità dell'organizzazione. Confer R. M. CYERT e J. G. MARCH, "A Behavioral Theory of Organizational Objectives", in MASON HAIRE (a cura di), "Modern Organization Theory", Wiley, New York 1959, p. 80.
(7). Per considerazioni sul valore implicito nel lavoro delle organizzazioni economiche, confer PHILIP SELZNICK, "Leadership in Administration", Row, Peterson & Co., Evanston (Ill.) 1957.
(8). Per lo studio di un caso confer ALVIN GOULDNER, "Wildcat Strike", Routledge & Kegan Paul, London 1955, in particolare "The Indulgency Pattern", p.p. 18-22, dove l'autore sottolinea le esigenze morali che l'orgapizzazione impone ai lavoratori, come parte non ufficiale del contratto di lavoro.
(9). La cosa è molto ben raccontata in un racconto di ISAAC ROSENFELD, "The Party", in «The Kenyon Review», autunno 1947, p.p. 572-607.
(10). Confer LOWELL NAEVE, "A Field of Broken Stones", in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 28-44.
(11). Ibid., p. 35.
(12). ALBERT BIDERMAN, "Social-Psychological Needs" eccetera cit., p.p. 120-47, in particolare p.p. 126-28.
(13). EDMUND G. LOVE, "Subways Are for Sleeping", Harcourt Brace and Co., New York 1957.
(14). Ibid., p. 12.
(15). DAVID MAURER, "Whiz Mob", American Dialect Society Publication n. 24, 1955, p. 142.
(16). [Magazzini dove si vende merce al di sotto di un dollaro].
(17). E. R. e H. S. SERVICE, "Tobatì: Paraguayan Town", University of Chicago Press, Chicago 1954, p. 126.
(18). HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 34.
(19). ROBERT DELAVIGNETTE, "Freedom and Authority in French West Africa", International Afrocan Institute, Oxford University Press, London 1950, p . 86. In breve, le mura non sempre fanno la prigione, tema questo che viene trattato nel primo capitolo di EVELYN WAUGH, "Decline and Fall".
(20). Confer BENDIX, "Work and Authority" eccetera cit.
(21). Sui presupposti che nascondono motivazioni economiche, confer DONALD ROY, "Work Satisfaction and Social Reward in Quota Achievement: An Analysis of Piecework Incentive", in «American Sociological Review», XVIII, 1953, p.p. 507-14; e WILLIAM F. WHYTE e altri, "Money and Motivation", Harper, New York 1955, in particolare p.p. 2 segg., dove l'autore analizza l'idea dei dirigenti sulla natura umana del lavoratore, implicita nelle regole del lavoro a cottimo.
(22). ALBERT M. OTTENHEIMER, "Life in the Gutter", in «The New Yorker», 15 agosto 1959.
(23). P. R. REID, "Escape from Colditz" cit., p. 18.
(24). DONALD CLEMMER, "The Prison Community", riedito da Rinehart, New York 1958, p. 232.
(25). Nello studio classico di Hawthorne sui gruppi di lavoro informali o non ufficiali, la funzione principale della solidarietà del lavoratore sembra consista nell'opporsi al giudizio della direzione su ciò che i lavoratori dovrebbero fare e dovrebbero essere, nel qual caso gli adattamenti secondari ed informali si riferirebbero allo stesso meccanismo. Tuttavia, studi più recenti ritengono che gruppi informali di lavoro potrebbero sostenere attività perfettamente compatibili e addirittura a sostegno del ruolo stabilito per i lavoratori dalla direzione. Confer EDWARD GROSS, "Characteristics of Cliques in Office Organizations", in «Research Studìes», State College of Washington, XIX, 1951, in particolare p. 135; "Some Functional Consequences of Primary Controls in Formal Work Organizations", in «American Sociological Review», XVIII, 1953, p.p. 368-73, Ovviamente, la scelta di una razionalità «essenziale» che viene a sovrapporsi ad una «formale» - alcune finalità ufficiali scelte tra altre finalità ufficiali in conflitto - può essere stabilita dalla direzione e anche da coloro che da essa dipendono. Confer CHARLES PAGE, "Bureaucracy's Other Face", in «Social Forces», XXV, 1946, p.p. 88-94; A. G. FRANK, "Goal Ambiguity and Conflicting Standards: An Approach to the Study of Organization", in «Human Organization», XVII, 1959, p.p. 8-13. Confer anche il notevole studio di MELVILLE DALTON, "Men Who Manage", Wiley, New York 1959, per esempio p. 222:
«... l'azione informale può tendere a diverse finalità: a mutare e a preservare l'organizzazione, proteggere i deboli, punire coloro che sbagliano, premiarne altri, reclutare nuovo personale, mantenere la dignità formale e, anche, naturalmente sostenere le lotte di potere e lavorare per finalità che noi disapproveremmo».
(26). Confer l'analisi di PAUL JACOBS, "Pottering about with the Fifth Amendment", in «The Reporter», 12 luglio 1956.
(27). DALTON "Men Who Manage" cit., in particolare cap. 7, "The Interlocking of Official and Unofficial Reward". Dalton sostiene (p.p. 198-99) che, nell'industria - in corrispondenza ad un largo complesso di compensi non ufficiali - c'è un insieme molto vasto di servizi non ufficiali che l'esecutivo deve, in qualche modo, usare per i suoi uomini se vuole che l'organizzazione funzioni:
«Sebbene il compenso informale venga teoricamente dato in cambio del lavoro e del contributo che va oltre ciò che ci si aspetta da un ruolo specifico, esso viene garantito per molti altri scopi, spesso non è atteso ed è invece formalmente proibito, ma risulta tuttavia importante per il mantenimento dell'organizzazione ed il raggiungimento dei suoi fini. Potrebbe essere concesso, per esempio, 1) in cambio di un aumento di promozione o di salario che altrimenti non si sarebbe potuto ottenere; 2) come un'indennità per il fatto di dover svolgere attività necessarie ma spiacevoli o di poco prestigio; 3) come un narcotico per far dimenticare fallimenti in lotte politiche o nel tentativo di progredire nella propria condizione sociale; 4) come un prezzo per conciliare un collega irato, o fare un'alleanza con altri dipartimenti; 5) come un modo di circoscrivere persone in gruppi d'ufficio o di staff, allo scopo di evitare una riduzione del lavoro e per aumentare l'attenzione su possibili errori, durante i periodi critici; 6) come un aperto supplemento ad un basso salario, considerato come il massimo possibile; 7) per comprendere e sostenere l'azione di difesa di un sistema non ufficiale di incentivi; 8) in cambio di grandi sacrifici personali. Vi sono, tuttavia, compensi più nascosti che non possono essere descritti, ma sono intuitivamente riconosciuti e concessi dove possibile. Questi comprendono: possibilità di mantenere la morale nel gruppo o nel dipartimento; abilità di raggruppare e maneggiare i dipendenti; una tacita comprensione di ciò che i superiori e i colleghi si aspettano, ma di cui non vorrebbero in alcun caso parlare, se pur non ufficialmente; e abilità nel salvare la faccia dei superiori e mantenere la dignità dell'organizzazione in condizioni avverse».
(28). Confer PECK, "The Ship" eccetera cit., p. 47.
(29). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 123-24.
(30). MELVILLE, "White Jacket" cit., p. 346.
(31). BENDIX, "Work and Authority" eccetera cit., p. 39.
(32). "The Holy Rule of Saint Benedict", cap. 45.
(33). Confer l'utile analisi di BEATE R. SALZ, "The Human Element in Industrialization", Memoir n. 85, in «American Anthropologist», LVII, 1955, n. 6, parte seconda, p.p. 97-100.
(34). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 62.
(35). Confer C. K. WARRINER, "The Nature and Functions of Official Morality", in «American Journal of Sociology», LXIV, 1958, p.p. 165-68.
(36). Una ben nota esposizione di questo tema, relativo ai regimi politici, è quella di DAVID RIESMAN, "Some Observations on the Limits of Totalitarian Power", in «The Antioch Review», estate 1952, p.p. 155-68.
(37). «The New Yorker», 27 agosto 1960, p. 20.
(38). Questa caratteristica che definisce gli adattamenti secondari repressi, è stata notata da Richard Cloward. Confer quarta sessione di WITMER e KOTINSKY, "New Perspectives" eccetera cit., in particolare p. 89. Confer anche il suo "Social Control in the Prison", in "Social Science Researcb Council Pamphlet" n. 15, "Theoretical Studies in Social Organization of the Prison", 1960, p.p. 20-48, in particolare p.p. 43 segg, dove l'autore esamina il carattere «conservatore» degli adattamenti di internati d'élite.
(39). CLEMMER, op. cit., p.p. 159-60; HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p.p. 362-69.
(40). Proposto da Paul Wallin.
(41). Notizie in merito sono riferite nella prefazione.
(42). E' chiaro che nelle istituzioni totali dove le famiglie del personale curante vivono nell'ospedale, vi sono internati usati come baby-sitter. Confer LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 40, un intelligente lavoro sulla vita di caserma nell'esercito e nell'aeronautica, dell'Inghilterra del ventesimo secolo.
(43). Confer l'interessante materiale di KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 84-86, sull'uso privato che le guardie delle S.S. facevano del lavoro di internati nei laboratori di sartoria del campo, nei dipartimenti fotografici, nei laboratori di stampa, nel lavoro di armamento, nei laboratori di porcellane e di pittura, specialmente durante la stagione natalizia. Dalton ("Men Who Manage" cit., p. 199), analizzando i compensi non ufficiali nell'organizzazione industriale americana, cita un caso di specializzazione al proposito:
«Ted Berger, ufficialmente capo del laboratorio di falegnameria di Milo, era "sub rosa", custode e difensore del sistema dei premi supplementari. Leale oltre ogni dubbio, gli era permessa grande libertà dai doveri formali e ci si aspettava da lui, almeno da parte dei capi del dipartimento, che funzionasse come un sistema di compensazione per l'intera organizzazione. Il compenso che ne ricavava era sociale e materiale insieme, ma il suo modo di manipolare il sistema non intenzionalmente, produceva una speciale coesione che legava fra loro persone di livello e di dipartimenti diversi. Non essendogli richiesto di lavorare direttamente sulle macchine, Berger passava un minimo di sei ore al giorno, facendo cose come culle, finestre per temporali, portiere da garage, cavalli a dondolo, tavole, taglieri e mattarelli. Questi oggetti venivano fabbricati, di abitudine, per i vari dirigenti».
(44). Confer DALTON, "Men Who Manage" cit., p. 202, per un esempio tipico dell'industria.
(45). Il rilassamento nel turno di notte è, naturalmente, un fenomeno generale nelle organizzazioni di lavoro americane. Confer S. M. LIPSET, M. A. TROW e J. S. COLEMAN, "Union Democracy", The Free Press, Glencoe (Ill.) 1956, p. 139.
(46). Confer per esempio l'uso dell'elettroshock a scopo disciplinare. JOHN MAURICE GRIMES, "Why Minds Go Wrong", pubblicato dall'autore, Chicago 1951, p. 100, cita il ben noto «soap-sock» come uno strumento efficace del sorvegliante: non lascia tracce, si nasconde facilmente e non ammazza mai.
(47). Ne è un esempio il lavoro di DONALD ROY, "Quota Restriction and Goldbricking in a Machine Shop", in «American Journal of Sociology», LVII, 1952, p.p. 427-42. Confer anche O. COLLINS, M. DALTON e D. Roy, "Restriction of Output and Social Cleavage in Industry", in «Applied Anthropology» [ora «Human Organization»], V, 1946, p.p. 1-14.
(48). Come da nota di EDWARD GROSS, "Work and Society", Crowell, New York 1958, p. 521:
«Talvolta si chiama anche 'lavoro per casa' ed è usato per riferirsi a piccoli lavori personali [da farsi in compagnia], come riparare la gamba della tavola della stanza da pranzo, aggiustare gli arnesi di casa, fare giocattoli per i bambini e così via».
(49). Per esempio, DONALD ROY, "Efficiency and «The Fix»: Informal Intergroup Relations in a Piecework Machine Shop", in «American Journal of Sociology», LX, 1954, p.p. 255-66.
(50). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 42.
(51). NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 90.
(52). Ibid., p. 92.
(53). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 172.
(54). Ibid., p.p. 172-73.
(55). Confer l'equivalente navale (MELVILLE, "White Racket" cit., p. 189): «... il duro, rigido, pesante cappello d'incerato, d'ordinanza sulla flotta, quando è nuovo è tanto duro da potervisi sedere sopra e, infatti, invece del suo vero uso, serve come panca al marinaio semplice».
(56). Confer, per un esempio britannico, DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 66.
(57). Nell'Ospedale Centrale molti pazienti erano completamente mutacisti, incontinenti, allucinati e presentavano altri sintomi classici. Pure, pochi pazienti, per quello che potevo vedere, osavano gettare, di propria volontà e persistentemente, la cenere sul pavimento di linoleum, così come pochi rifiutavano di mettersi in fila per il cibo, fare la doccia, andare a letto e alzarsi in tempo. Dietro alla dimostrazione di reparto di un'aperta psicosi, c'era una base routinaria della vita di reparto cui aderivano completamente.
(58). HULME, "The Nun's Story" cit., p. 33. NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 87, racconta che, nella prigione inglese di Camp Hill, durante il rilassamento della disciplina il giorno di Natale, gli omosessuali si truccavano la faccia con polvere bianca per i denti e si dipingevano le labbra, con una tintura ottenuta bagnando le copertine dei libri.
(59). Da un punto di vista topologico, gli ospedali psichiatrici americani sono, di solito, ufficialmente organizzati in reparti e dipartimenti. Un reparto consiste abitualmente di zone notte (che spesso possono essere chiuse), una stanza di soggiorno, una stanza per gli infermieri con possibilità di controllo sulla stanza di soggiorno, vari uffici di manutenzione e amministrazione, una fila di celle di isolamento e qualche volta una zona per il pranzo. Un dipartimento consiste di un insieme di questi reparti che occupano uno o più edifici separati, con un'amministrazione comune e la stessa base di omogeneità di pazienti - età, sesso, razza, cronicità eccetera. Questa omogeneità permette al dipartimento di formare reparti di carattere e funzione diversi, fornendo rozzamente una scala di privilegi lungo la quale spostare, con un minimo sforzo burocratico, ogni paziente del dipartimento. L'ospedale, nel suo complesso, tende a ripetere attraverso i dipartimenti, ciò che, in miniatura, ogni dipartimento fa con i suoi reparti.
(60). La conoscenza del sistema usuale di guardia figura in molte storie di fughe romanzate. La disperazione e la conoscenza del ritmo routinario di vita si presentano associati nell'esperienza reale, così come KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 180, illustra nell'analizzare la risposta dei prigionieri di Buchenwald alla riduzione e alla privazione delle razioni: «... Quando un internato moriva nelle baracche, la cosa veniva tenuta nascosta e il morto veniva trascinato o portato da uno o due uomini alla distribuzione del pane, dove veniva consegnata anche la sua razione agli 'aiutanti'. Il corpo veniva poi gettato in qualunque posto nello spiazzo dove si svolgeva l'adunata».
(61). Confer l'esperienza dei campi di concentramento (KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 111): «... c'erano centinaia che, a volte, tentavano di saccheggiare le pattumiere dei rifiuti cercando qualche avanzo sfruttabile da cui raccoglievano e facevano bollire le ossa».
(62). Una parte significativa dell'equipaggiamento che i ragazzi delle piccole città usano per fabbricarsi il loro mondo, proviene dai depositi di rifiuti di vario tipo. La versione psicoanalitica di questa attività tipo «cloaca» è interessante, ma spesso suggerisce un'enorme distanza etnografica dai saccheggiatori in questione.
(63). Confer KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 137:
«In ogni campo di concentramento dove i prigionieri politici avevano una certa influenza, trasformavano l'ospedale degli internati, teatro degli orrori delle S.S., in luogo di aiuto per moltissimi prigionieri. Non solo i pazienti venivano veramente curati quand'era possibile; ma prigionieri sani, in pericolo di venire uccisi o trasferiti ad un campo di morte, venivano contrabbandati nella lista dei malati, per metterli fuori delle grinfie delle S.S. In casi speciali, quando non c'era altro modo di farcela, gli uomini in pericolo venivano fatti 'morire' ufficialmente e continuavano a vivere sotto il nome di prigionieri realmente morti».
(64). In un dipartimento dell'ospedale c'era un numero considerevole di pazienti che erano entrati quando il lavoro era scarso, ed essendo in qualche modo tagliati fuori dal corso degli avvenimenti esterni, pensavano ancora che il ricovero fosse per loro un buon «affare». Qualcuno, ricevendo un dolce senza doverlo pagare, commentava infatti: «Non prendi una torta di mele come questa per 25 cents, fuori, non la prendi». Qui è ancora possibile studiare l'apatia e la necessità di un posto sicuro, tipici degli anni della depressione economica, dato che sono stati preservati nell'ambito dell'istituzione.
(65). Per un uomo della classe più povera, che avesse già subìto lo stigma di essere stato ricoverato in ospedale psichiatrico, e che fosse già ridotto ad un tipo di lavoro in cui l'esperienza o l'anzianità non abbiano molta importanza, il fatto di venire ricoverato in un ospedale psichiatrico dove conosce i mestieri e ha amici fra i sorveglianti, non è una grande menomazione. Si diceva che alcuni di questi ex pazienti portassero con sé un documento attestante la loro storia medica: quando venivano presi dalla polizia, sotto qualsiasi accusa, presentavano il loro certificato, influenzando così la disposizione nei loro confronti. I pazienti che conoscevo, tuttavia, dichiaravano che, tranne per un'accusa di assassinio, il ricovero era un modo ben gramo di risolvere la situazione: le carceri in fondo offrono in cambio sentenze precise, possibilità di guadagnare qualche soldo, e sempre più, ottime opportunità di vedere la televisione. Avvertivo comunque che questa preferenza doveva essere considerata come parte di una morale antistaff, tranne in quegli ospedali, come l'Ospedale Centrale, dove c'era uno speciale edificio murato per i «pazzi criminali».
(66). Nella pratica psichiatrica, come ho già detto, queste motivazioni al ricovero possono essere interpretate come sintomatiche di un «vero» bisogno di trattamento psichiatrico.
(67). Ho spesso sentito sorveglianti bianchi e pazienti di vecchia tradizione, brontolare di fronte ad un degente negro che dava un appuntamento ad una bianca. Opposta a questo gruppo di vecchia tradizione e, da esso separata da una sorta di epoca sociale che aveva prodotto una trasformazione, la direzione dell'ospedale aveva eliminato la discriminazione razziale nei dipartimenti di primo accoglimento e in quelli geriatrici, ed aveva incominciato ad eliminarla negli altri dipartimenti e nei gruppi di pazienti giovani che sembravano più evidentemente preoccupati del fatto di essere «pazzi» che di mantenere la linea di colore.
(68). Tutti questi temi possono essere naturalmente individuati in qualsiasi gruppo di stigmatizzati. Quando, ironicamente, i pazienti dicono «Siamo solo diversi dalle persone normali, ecco tutto» non tengono conto - così come fanno altri «devianti normali» - che ci sono alcuni sentimenti altrettanto stereotipati, tipici e «normali» in ogni gruppo stigmatizzato.
(69). Socialmente parlando, nessun paziente «se la faceva» con questo gruppo. Incidentalmente, i bambini dei medici che vivevano nell'ospedale erano l'unica categoria di non-pazienti che non mantenesse le ovvie distanze di casta con loro. Il perché non lo so.
(70). HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 65.
(71). Confer un caso di un ospedale psichiatrico inglese in JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p.p. 17-18:
«Subito in questo reparto di trenta o più pazienti, ho fatto amicizia con le due persone ragionevolmente sane. Per primo il ragazzo di cui ho già parlato; il capo fu subito d'accordo sul fatto che io aiutassi in cucina e il mio premio furono due tazze in più di tè al giorno».
Per un esempio di campo di concentramento confer KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 111- 12:
«All'esterno del filo spinato i cani favoriti, che la maggior parte delle S.S. teneva, venivano nutriti di carne, latte, cereali, patate, uova e sangue: una dieta così buona che molti prigionieri affamati tentavano di cogliere ogni occasione per lavorare a preparare il pasto dei cani, sperando di potersi prendere un po' del cibo delle bestie».
Un esempio carcerario è riferito da Don Devault nella descrizione di McNeil Island, in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 92:
«Per quel che riguardava il problema del cibo, poteva servire lavorare nel gruppo dell'orto durante la stagione della raccolta della frutta. Mangiavamo tutta la frutta che potevamo mangiare sul posto e ne portavamo molta agli altri internati. Poteva essere utile anche far parte del gruppo incaricato delle riparazioni, perché potevamo andare nel pollaio a sistemare i fili e, insieme, farci bollire un uovo, o andare in cucina a riparare il lavandino e farci friggere un hamburger dai cuochi, quando nessuno ci vedeva, o anche prendere una bottiglia di latte in più».
Heckstall-Smith, un ex detenuto della prigione britannica di Wormwood Scrubs ("Eighteen Months" cit., p. 35) sostiene:
«Ho passato la maggior parte del tempo piantando verdura e togliendo l'erba nei letti di cipolle primaverili. Dato che non vedevamo mai verdura fresca, i primi giorni mangiavamo tante cipolle che temevo la loro mancanza nelle fila sarebbe stata notata dagli ufficiali».
(72). Come una persona innamorata del cinematografo può cercare lavoro come «maschera», ricavando dalla sua attività un compenso che va oltre il pagamento.
(73). Si dovrebbe notare che, mentre questi diversi sforzi tesi al raggiungimento di un beneficio, sembrano fruttuosi, l'uso personale di materiali o di arnesi descritto da DALTON, "Men Who Manage" cit., p.p. 199 segg., in un'organizzazione industriale e commerciale, ha una misura ed una grandezza difficile da essere compresa dagli internati delle istituzioni totali. Per imprese più fruttuose è probabile ci si debba riferire alla grande operazione «organizzativa» condotta dal personale americano militare, di stanza a Parigi alla fine della fase europea della seconda guerra mondiale.
(74). La letteratura sulle istituzioni totali ce ne dà buoni esempi. A volte i prigionieri preferiscono lavorare nelle fattorie o nelle cave, potendo qui respirare aria fresca e far moto (DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 60); confer i corsi per corrispondenza di ingegneria strutturale come aiuto ad astrarsi dalla prigione (GADDIS, "Birdman of Alcatraz" cit., p. 31); o i corsi di legge per imparare a fare la propria difesa, o i corsi d'arte per rubare la frutta fresca usata da modello (J.F.N. 1797, "Corrective Training", in «Encounter», X, maggio 1958, p. 17). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 83, dice quanto segue, sul lavoro nei campi di concentramento:
«In ogni tipo di lavoro, la preoccupazione principale dei prigionieri era orientata verso due cose: riparo e fuoco. Il che significava una grande corsa verso certi lavori desiderabili durante la stagione invernale. Venivano pagati compensi enormi per corrompere il capo dei prigionieri, per ottenere lavori vicino al fuoco, anche se all'aperto».
(74). L'uso illegittimo dell'ospedale è, ovviamente, un tema tradizionale nelle istituzioni totali. Confer la versione navale di MELVILLE, "White Racket" cit., p. 313:
«Ma, nonostante tutto questo, nonostante l'oscurità e l'afa dell'infermeria che un malato deve sopportare, finché il medico lo dichiara guarito, avviene che, specialmente con il protrarsi del cattivo tempo, finti malati si sottomettano a questa triste degenza ospedaliera, per sfuggire al duro lavoro e alle giacchette bagnate».
(76). NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 44, dà un esempio di prigione britannica (sue parole): «La parata dei malati è la più grande buffonata che si conosca; se ce ne sono venti sulla lista, forse uno ha qualcosa che non va; la maggior parte di quelli che sono in infermeria, o vanno lì perché non hanno voglia di andare a lavorare quella mattina, o sono d'accordo con qualcuno che vogliono vedere e che è in un'altra ala, perché anche lui finga di essere ammalato. Questa è l'unica maniera per incontrarsi e stare insieme. In alcune prigioni molto grandi, puoi avere un amico in un'ala e se sei in un'altra, può darsi tu non lo veda per tutto il tempo che siete lì, dovessero passare degli anni. Così devi escogitare questo tipo di stratagemmi per poterlo incontrare».
(77). Le cappelle delle prigioni a volte diventano un evidente luogo d'incontro per omosessuali, il che dà alla religione una cattiva fama. Confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 117-18.
(78). Una situazione analoga esiste per quanto riguarda le celle delle prigioni. Confer NORMAN, "Bang to Rights" cit., p. 32. Per alcuni padroni di casa, la moglie e i bambini possono avere il medesimo effetto di stantuffo nello spingerli fuori, a giocare a bocce bere, pescare, presenziare conferenze e dedicarsi ad altre attività che si svolgano al di là delle proprie mura domestiche. Se ci si limita a guardare queste attività, è difficile capire il piacere che si possa ricavarne.
(79). Un caso esemplare è qui l'entusiastica adesione alla religione, verificatasi quando i cappellani furono, per la prima volta, introdotti nelle carceri americane. Confer H. E. BARNES e N. K. TEETERS, "New Horizons in Criminology", 2a ed., Prentice-Hall, New York 1951, p. 732.
(80). Lo studio dell'uso sociale dello spazio è stato recentemente nuovamente stimolato dal lavoro degli etologi animali come H. Hediger e Konrad Lorenz. Confer l'interessante lavoro di ROBERT SOMMER, "Studies in Personal Space", in «Sociometry», XXII, 1959, p.p. 247-60, e H. F. ELLENBERGER, "Zoological Garden and Mental Hospital", in «Canadian Psychiatric Association Journal», V, 1960, p.p. 136-49.
(81). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p.p. 179-80.
(82). Un esempio di prigione americana è citato da HASSLER, "Diary" eccetera. cit., p. 123:
«Pochi minuti dopo, la guardia fa la 'conta' e in quel momento ogni uomo dovrebbe essere in piedi, completamente vestito, alla porta. Dato che la guardia dà soltanto un'occhiata dallo spioncino, è un affare abbastanza semplice infilarsi la camicia e, mettendosi vicini alla porta, dare l'impressione desiderata».
(83). CARL SOLOMON, "Report from the Asylum" in G. FELDMAN C M. GARTENBERG (a cura di), "The Beat Generation and the Angry Young Men", Dell Publishing Co., New York 1959, p.p. 177-78.
(84). Per un buon esempio a bordo di una fregata confer MELVILLE, "White Jacket" cit., p.p. 305-7:
«Nonostante la vita comune alla quale i marinai sono condannati su una nave da guerra, e la pubblicità con la quale si compiono certe funzioni per natura schive e riservate, c'è tuttavia qualche angolo appartato dove si può talvolta nascondersi e, per un po', rimanere quasi soli.
«Principali fra questi luoghi sono le lande, sulle quali talvolta cercavo di affrettarmi durante il piacevole viaggio di ritorno, mentre scivolavamo sulle malinconiche latitudini del tropico. Dopo essermi riempito la testa delle selvagge storie della nostra coffa, qui potevo adagiarmi e, se non venivo disturbato, trasformavo, in tutta serenità, l'informazione in saggezza.
«Le lande corrispondono ad una piccola piattaforma esterna dello scafo, alla base delle grosse sartie che scendono dalle tre teste d'albero, alle murate... Qui un ufficiale di marina poteva oziare dopo l'azione, fumando un sigaro, per scacciar dai baffi il cattivo odore della polvere da sparo...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
«Ma sebbene le gallerie del cassero di poppa e la stessa galleria di poppa della nave da guerra siano scomparse, tuttavia le lande rimangono ancora, né si può immaginare un più piacevole rifugio. Gli enormi bozzelli e le gomene, che formano i piedestalli delle sartie, dividono le lande in numerose cappelle, alcove, nicchie e altari, dove ci si può pigramente adagiare, sul bordo esterno della nave. Ma nel mondo delle navi da guerra c'è sempre una quantità di gente che divide con voi ogni cosa buona. Spesso, mentre comodamente seduto in una di queste alcove, scrutavo l'orizzonte e pensavo al Cathay, venivo disturbato nel mio riposo da qualche vecchio sottocapo cannoniere che, dopo aver pitturato il fondo dei barili da micce, li metteva ad asciugare.
«Altre volte erano gli artisti del tatuaggio che si arrampicavano sulle murate, seguiti dai clienti; e allora c'era un braccio nudo o una gamba allungata e cominciavano, sotto i miei occhi, le spiacevoli punture; altra volta rovinava la mia solitudine l'improvvisa irruzione di alcuni lupi di mare armati di sacchi e borse e mucchi di vecchi calzoni da rammendare che facevano circolo e mi distraevano con le loro chiacchiere.
«Ma, una volta, in un pomeriggio di domenica, mentre stavo comodamente sdraiato in una nicchietta molto ombrosa e appartata fra due drizze, sentii ad un tratto una voce bassa e supplichevole. Guardai attraverso gli interstizi dei cavi e scorsi un vecchio marinaio inginocchiato, col volto rivolto al mare e a occhi chiusi, immerso nella preghiera».
(85). I gabinetti hanno una funzione analoga, anche in altre istituzioni totali. KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 51, dà un esempio in riferimento ai campi di concentramento: «Quando si instaurava un campo completo, venivano installati un bagno e un gabinetto aperto fra le due ali. Qui i prigionieri venivano segretamente a fumare, quando ne avevano la possibilità, dato che era severamente proibito fumare nelle baracche».
Per un esempio carcerario confer HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 28:
«Nel locale per la posta, come in tutti i laboratori nelle carceri, c'erano dei gabinetti dove gli uomini sembravano passare tanto più tempo possibile. Andavano lì per una fumata nascosta, o semplicemente per sedere e per evitare di lavorare, perché raramente si incontra un uomo - in prigione - che abbia il minimo interesse per il lavoro che sta facendo».
(86). MELVILLE, "White Jacket" cit., p.p. 363-64, ce ne dà un esempio navale:
«Sulle navi da guerra, la cucina o la cosiddetta "cookery" che è sul ponte di batteria, è il grande centro delle chiacchiere e delle notizie che corrono fra i marinai. Perché lì si radunano in folla a chiacchierare nella mezz'ora dopo il pasto. La ragione per cui sono scelti questo luogo e questo momento della giornata è che, solo nelle vicinanze della cucina e solo dopo i pasti è permesso agli uomini delle navi da guerra ristorarsi con una fumata».
Nelle cittadine americane, la facciata esterna di alcune organizzazioni commerciali può servire in modo analogo, per alcune categorie di cittadini; una buona descrizione al proposito è data da JAMES WEST, "Plainville", U.S.A., Columbia University Press, New York 1945, "Loafing and Gossip Groups", p.p. 99-107.
(87). Questa regola è un esempio dell'atteggiamento umanitario della liberalità mantenuta nell'Ospedale Centrale, in certi aspetti della vita interna. Un resoconto sull'ospedale potrebbe essere costruito interamente su queste liberalità ed alcuni giornalisti l'hanno infatti fatto. Rivedendo la relazione preliminare del mio studio, quello che era allora il primo assistente medico mi disse che, mentre non si sentiva di discutere alcun particolare della mia esposizione, avrebbe potuto confutarne il risultato finale, con argomentazioni altrettanto vere e favorevoli nei confronti dell'organizzazione ospedaliera. Ed avrebbe potuto farlo. La questione è, tuttavia, se una parvenza liberale dell'organizzazione ospedaliera tocchi la vita soltanto di un certo numero di pazienti in alcuni momenti della giornata, o se sia una caratteristica cruciale e ricorrente del sistema sociale che governa l'aspetto centrale della vita della maggior parte degli internati.
(88). Nella società civile, come è già stato detto, un luogo libero può essere fornito da un'area molto vasta, come nel caso dei parchi cittadini. A Londra, fino al diciottesimo secolo, si tenevano i ladri, prigionieri in luoghi liberi, chiamati «santuari» che, talvolta, consentivano loro di evitare di essere arrestati. Confer L. O. PIKE, "History of Crime in England", 2 voll., Smith, Elder and Co., London 1876, vol. 2, p.p. 252-54.
(89). Si può aggiungere che alcuni luoghi considerati fuori limite per i pazienti, come i quartieri residenziali dei membri dello staff scapoli, erano, secondo le regole, luoghi dove lo staff poteva «rilassarsi», fuori del controllo sul proprio comportamento che la presenza dei pazienti esigeva.
(90). E' uno strano fatto sociale che i luoghi liberi si trovino spesso nell'immediata vicinanza delle zone ufficiali, parte della funzione delle quali è esercitare la sorveglianza su vaste aree fisiche. Per esempio, gli alcolisti nelle piccole città si riuniscono, talvolta, sul prato di fronte al tribunale della contea, godendo in tal luogo del diritto di stare insieme, negatogli invece altrove. Confer IRWIN DEUTSCHER, "The Petty Offender: A Sociological Alien", in «Journal of Criminal Law, Criminology and Police Science», XLIV, 1954, p.p. 595 segg.
(91). Un esempio ben conosciuto di territorio era la divisione di Chicago in zone, ciascuna delle quali era controllata da una banda diversa. Confer JOHN LANDESCO, "Organized Crime in Chicago", parte terza di "The Illinois Crime Survey", 1929, p. 931:
«Mentre le grandi stragi della guerra della birra non portarono alla distruzione dei gangsters, come molti cittadini ligi alla legge ottimisticamente si aspettavano, avevano indotto quelli che, per ragioni diverse, erano i leaders, ad accordarsi fra di loro, definendo il territorio all'interno del quale ogni banda o sindacato avrebbe potuto operare, senza competere con le altre, e oltre la quale non avrebbe dovuto entrare nel territorio altrui». Un tipo di territorio, recentemente oggetto di attenzione, è il "turf" del delinquente.
Il concetto originario di territorio deriva dall'etologia, in particolare dall'ornitologia e si riferisce all'area che un animale o un gruppo di animali difendono usualmente dai maschi della loro stessa specie. Questi territori variano grandemente in ciò che includono: ad un estremo, soltanto un nido o la tana dell'animale, e all'altro la «propria area», cioè l'area all'interno della quale l'animale limita i suoi movimenti abituali. All'interno della propria area ci sono località specializzate: luoghi per i piccoli, luoghi per bere, luoghi per bagnarsi, per grattarsi e così via. Confer W. H. BURT, "Territoriality and Home Range Concepts as Applied to Mammals", in «Journal of Mammology», XXIV, 1943, p.p. 346-52; H. HEDIGER, "Studies of the Psychology and Behaviour of Captive Animals in Zoos and Circuses", Butterworths Scientific Publications, London 1955, p.p. 16-18; C. R. CARPENTER, "Territoriality: A Review of Concepts and Problems", in A. ROE e G. G. SIMPSON (a cura di), "Behavior and Evolution", Yale University Press, New Haven 1958, p.p. 224-50. Sul concetto di territorialità sono debitore a Irven De Vore.
(92). Questi adattamenti sono stati citati in altri lavori sugli ospedali psichiatrici. Confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 174:
«Sia i gabinetti, che i guardaroba, che gli armadi erano, per la maggior parte dei pazienti, territori proibiti, tranne nei momenti autorizzati. Ad un gruppo selezionato di internati era, tuttavia, permesso entrare nella stanza dove si tenevano i vestiti, e, in alcune circostanze, nel ripostiglio».
Le carceri sono, naturalmente, famose per questo tipo di possibilità. Per un esempio inglese, confer HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 70:
«Nell'ufficio istruzione avevo molte opportunità di parlare apertamente e francamente con gli ufficiali della prigione. La nostra posizione lì era, in qualche modo, unica. Eravamo molto fidati. Potevamo andare e venire quasi a piacere e non eravamo sotto un diretto controllo, dato che lavoravamo soli e portavamo le chiavi dell'ufficio con noi. A parte il fatto che si trattava del lavoro più comodo nella prigione - poiché in ufficio avevamo una radio e, durante l'inverno, un bel fuoco...»
(93). Questo tipo di formazione di territori è, naturalmente, molto comune nella vita civile. Si può osservare negli sbarramenti ad Ascot e nelle barriere di sedie improvvisate dai musicanti che suonano ai matrimoni. Confer HOWARD S. BECKER, "The Professional Dance Musician and His Audience", in «American Journal of Sociology», LVII, 1.951, P. 142.
(94). Sul concetto del «farsi il nido» confer E. S. RUSSELL, "The Behaviour of Animals", 2a ed., Arnold, London 1938, p.p. 69-73; HEDIGER, "Studies of the Psychology and Behaviour of Captive Animals" eccetera cit., p.p. 21-22.
La linea di separazione fra i territori personali (del tipo nido) e quelli di gruppo, è talvolta difficile a definirsi. Per esempio, nel mondo sociale dei ragazzi americani, una casa su un albero, un forte o una cava costruita nel giardino di un ragazzo, sarà probabilmente il suo territorio personale e gli amici vi parteciperanno su suo invito, che potrà venir ritirato una volta che i rapporti dovessero deteriorarsi; lo stesso edificio costruito su un territorio di nessuno, sarà invece probabilmente di proprietà comune.
(95). I luoghi di rifugio sono, spesso, una delle zone specializzate all'interno dell'area, delimitata come propria dall'animale.
(96). A parte il prezzo da pagare con il lavoro, in cambio di una stanza singola, c'erano altri inconvenienti. Nella maggior parte dei reparti, le porte delle stanze singole erano tenute chiuse durante il giorno e il paziente doveva chiedere ogni volta avesse bisogno di entrarvi, esponendosi ad un rifiuto o allo sguardo d'impazienza dello staff che aveva la chiave. Inoltre, alcuni degenti ritenevano che queste stanze non fossero tanto ben ventilate come i grandi dormitori, ed erano inoltre soggette a maggiori sbalzi di temperatura, così durante i mesi più caldi alcuni facevano di tutto per farsi trasferire temporaneamente dalle loro stanze singole.
(97). Territori dove potersi sedere, famosi nella letteratura amena sui clubs, sono riferiti fra il materiale relativo all'ospedale psichiatrico. Confer JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., P. 72:
«Ho occupato questi dormitori per diversi mesi. Durante il giorno, stavamo in un piacevole soggiorno, grande e ben pulito con sedie comode. A volte stavamo lì seduti, per ore, senza che nessuno parlasse. Non c'erano rumori tranne qualche movimento occasionale, quando uno dei più vecchi si opponeva al fatto che un nuovo venuto volesse occupare la sedia che era sua di diritto».
(98). Ovunque gli individui abbiano un posto di lavoro fisso, come un tavolo d'ufficio, uno sportello per i biglietti, o un banco, tendono - col tempo - a fabbricarsi adattamenti di confort e di controllo, circondando la propria area immediata con le piccole sciocchezze di cui sono fatte le case. Cito ancora un esempio dalla vita del proscenio, OTTENHEIMER, "Life in the Gutter" cit.: «Una volta che la rappresentazione sia organizzata, nel proscenio dov'è sistemata l'orchestra si crea un'atmosfera calda e vissuta. Gli uomini fissano dei ganci dove appendere gli strumenti durante l'intervallo e mensole dove sistemare lo spartito, i libri e altri oggetti. Una pratica comune è legare una scatola di legno al leggio, con un filo di ferro per appendervi il cappotto, dove riporre carta, matita, gomme americane e occhiali. Un tocco particolarmente familiare si era visto nella sezione degli strumenti a corda dell'orchestra di "West Side Story", dove c'erano fotografie di donnine (naturalmente fuori dalla vista del pubblico) puntate sul lato interno delle tende che pendevano sul proscenio. Alcuni avevano anche portato piccole radio portatili - in genere per seguire le partite dei loro sport preferiti».
(99). Nicchie come porte o tende fatte di coperte, si possono trovare fra i bambini autistici, così come viene riferito, per esempio, da BRUNO BETTELHEIM, "Feral Children and Autistic Children", in «American Journal of Sociology», LIV, 1959, p. 458: «Altri ancora si costruiscono dei rifugi in angoli nascosti o negli armadi, dormono soltanto in questi luoghi e vi stanno tutto il giorno e tutta la notte».
(100). Per esperimento, aspettai una sera in cui la seconda sedia buona era stata spostata in un altro angolo della stanza e, prima che arrivasse il paziente, mi sedetti tentando di fingere di stare innocentemente leggendo. Quando - alla sua ora abituale - il paziente arrivò, mi guardò a lungo, quietamente. Io risposi alla sua occhiata come chi non sa proprio perché lo si stia guardando in quel modo. Non ottenendo alcun risultato, il paziente se ne andò in giro per la stanza, alla ricerca dell'altra sedia buona, la trovò e la portò al suo solito posto, vicino a quella dove stavo seduto io. Allora mi disse, in tono molto rispettoso e per nulla aggressivo: «Ti spiacerebbe, caro, sederti su questa?» Cambiai posto, ponendo fine all'esperimento.
(101). Alcuni pazienti tentarono di costruirsi un nido del genere, in alcune zone riparate da steccati di legno, ma subito lo staff li faceva smontare.
(102). Ripostigli personali dove poter tenere le proprie cose al sicuro sono, naturalmente, conosciuti in culture diverse dalla nostra. Confer JOHN SKOLLE, "Azalaï", Harper and Bros., New York 1956, p. 49: «I tuareg tenevano tutte le loro proprietà in borse di cuoio. Quelle che contenevano oggetti di valore venivano chiuse con le loro primitive "cadenas", ed occorrevano talvolta tre chiavi per aprirne la combinazione. Il sistema sembrava particolarmente inefficace come misura di precauzione, dato che ogni uomo portava il coltello e chiunque lo avesse voluto, avrebbe potuto trascurare il lucchetto e tagliare la borsa di cuoio. Ma nessuno pensava di farlo. Il lucchetto veniva rispettato da tutti come simbolo della privacy personale».
(103). T. MERTON, "The Seven Storey Mountain" cit., p. 384.
(104). MELVILLE, "White Jacket" cit., p. 47.
(105). Un esempio di prigione americana è citato da HASSLER, "Diary" eccetera cit., p.p. 59-60:
«Direttamente di fronte a me c'è il detenuto più illustre del dormitorio - 'Nocky' Johnson, ex dirigente politico di Atlantic City e, se la mia memoria non sgarra, concessionario, in quel luogo, delle più sordide attività. Nocky è un uomo alto, ben costruito, sui sessant'anni. La sua posizione nella gerarchia della prigione è evidente, a prima vista, nella mezza dozzina di buone coperte di lana ammucchiate sul suo letto (il resto di noi ne ha due, di qualità molto più scadente) e nel fatto che possiede un lucchetto nella sua cassetta di latta - decisamente "de trop" per quelli che valevano meno di lui. Il mio compagno di cella mi dice che le guardie non controllano mai le proprietà di Nocky, come invece fanno per tutti gli altri. Io ho dato una occhiata alla sua cassetta che pareva piena di pacchetti di sigarette - il principale mezzo di scambio in questo 'santuario' senza denaro».
(106). Si dovrebbe chiaramente stabilire che ci sono validi argomenti clinici ed amministrativi per rifiutare a certi particolari pazienti le loro proprietà personali. Non è comunque il caso di analizzare qui il problema dell'opportunità di tali rifiuti.
(107). JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 86.
(108). Nella letteratura amena sulle attività criminali, sono riferiti nascondigli trasportabili ben noti: tacchi falsi, valige con doppio fondo, sostenitori anali eccetera. Gioielli e droghe sono gli oggetti favoriti, trasportati con questi mezzi. Nascondigli più fantasiosi sono descritti nei romanzi polizieschi.
(109). BEHAN, "Borstal Boy" cit., p. 173, descrive come si arrangiava un internato in una prigione britannica, con il cibo messo a disposizione dei detenuti che andavano a Messa, e ce ne dà un esempio parallelo:
«Dirò una cosa, - disse Joe raccogliendo la sua cicca e mettendola nel suo nascondiglio, un pezzo di sacco da posta, cucito sul fondo della camicia, - tu non ottieni tanto dalla chiesa anglicana».
Una fonte attendibile per ciò che riguarda molti aspetti della vita sotterranea, è MELVILLE, "White Jacket" cit., p. 47:
«Non si ha altro posto al di fuori del sacco e dell'amaca, dove si possa tener la propria roba in una nave da guerra. Se si lascia qualcosa incustodito, anche per un momento, è certo che sparisce.
«Ora, nell'abbozzare il progetto preliminare e nel gettare le basi di quella mia memorabile giacchetta bianca, avevo tenuto d'occhio tutti questi inconvenienti, ed ero deciso ad evitarli. Mi proponevo che la mia giacchetta non solo mi tenesse caldo, ma che fosse fatta in modo da contenere un paio di camicie, un paio di calzoni e diversi ammennicoli quali gli utensili da cucire, i libri, i biscotti ed altre cose simili. Per questo scopo l'avevo perciò provvista di una grande quantità di tasche, dispense, guardaroba e armadi.
«I principali appartamenti, due di numero, erano posti negli orli, con un largo ingresso ospitale dall'interno; altri due, di capacità minore, erano sistemati da ciascuna parte del petto, con porte a due battenti in comunicazione, così in caso mi fossi trovato nell'urgente necessità di sistemare qualche grosso oggetto, le due tasche laterali potevano trasformarsi in una. C'erano anche parecchi invisibili recessi dietro gli arazzi, dato che la mia giacchetta, come un antico castello, era piena di scale a chiocciola, di misteriose stanze, cripte e stanzini e, come una fida scrivania, abbondava di piccoli scompartimenti segreti e di nascondigli fuori mano, per gli oggetti di valore.
«Oltre a queste, c'erano quattro capaci tasche esterne, un paio dove poter far scivolare i libri quando ero richiamato all'improvviso dai miei studi sul pennone di controvelaccio, e un altro paio da usare come guanti permanenti, dove sprofondare le mani nelle fredde notti di guardia».
(110). I riferimenti sui nascondigli ben escogitati nelle istituzioni totali, specialmente nelle prigioni, possono servire di ispirazione. Un esempio ci viene proposto da un obiettore di coscienza, detenuto in una cella di sicurezza, CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 44:
«Mi portavano i pasti dalla mensa ufficiali - uova degli ufficiali, formaggio degli ufficiali. Mi passavano anche dolci, caramelle. In diverse occasioni, un guardiano sentì l'odore forte di formaggio e frugò la cella. Il formaggio era nascosto su una mensola che mi ero ricavato sotto il ripiano del tavolo. Il guardiano perplesso annusava e continuava a cercare. La mensola nascosta e il formaggio non furono mai trovati».
Un detenuto di una prigione inglese descrive il tentativo di fuga di un suonatore di tamburo, trasformatosi in un fabbro. DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 133:
«Jacobs corse verso il laboratorio e infilò la chiave nel lucchetto. Il lucchetto scattò. Mentre Jacobs stava per girare la chiave, una mano pesante calò sulla sua spalla. Fu riportato ignominiosamente in cella.
«Ne seguì un rovesciamento di un'accuratezza mai vista e fu infine risolto un mistero che durava da molto tempo a Dartmoor - il mistero dei suoi nascondigli. Lime, lame da sega, scalpelli, calchi di chiave, un martello e molti altri articoli furono trovati sospesi a dei fili tesi all'interno del suo tamburo».
(111). Confer REID, "Escape from Colditz" cit. e ERIC WILLIAMS, "The Wooden Horse", Berkley Publishing Corp., New York 1959.
(112). Non credo ci siano molti sistemi di trasporto che evitano di essere usati illecitamente. La grande istituzione americana del «trasporto merci» ne è un esempio molto diffuso; un altro esempio è l'«autostop». Durante l'inverno nel Canada del Nord, prima che si diffondesse l'uso dei trattori, il mezzo più usuale di trasporto per i ragazzi, era chiedere un passaggio su una slitta. Una caratteristica interessante di tutte queste forme molto in uso di trasporto parassita, è l'estensione della entità sociale coinvolta nell'adattamento secondario: una città, una regione e anche un'intera nazione.
(113). Confer la recente monografia di NEVILLE WILLIAMS, "Contraband Cargoes", Longmans, Toronto 1959.
(114). Sulle tecniche per il contrabbando di alcolici a bordo di una fregata, confer MELVILLE, "White Jacket" cit., p.p. 175-76. Naturalmente gli esempi carcerarì al proposito abbondano. Confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 103:
«La situazione relativa alla lettura è, a Dartmoor, un po' alleggerita da un piccolo numero di libri conosciuti come 'fluttuanti'. Si tratta di libri trafugati, in qualche modo, dalla biblioteca, senza essere stati messi sotto la responsabilità di un particolare detenuto. Alcuni sono stati contrabbandati dall'esterno. Questi libri - soprattutto i lavori del compianto Peter Cheyney - seguono la loro furtiva esistenza sotterranea, quasi come delinquenti in fuga. Passano di mano in mano, nascosti sotto alla camicia o alla giacca. Volano misteriosamente nella tua cella quando sta passando il capo del piano, scivolano sotto il tavolo durante il pasto, si nascondono sopra i serbatoi dell'acqua nel gabinetto. In caso di perquisizioni a sorpresa, volano spesso velocemente dalla finestra, piuttosto che farli scoprire e farne arrestare il traffico. Un giro d'affari che probabilmente divertiva e interessava chi lo metteva in atto».
Analogamente, Howard Schoenfel, in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 23, descrive la sua esperienza in una cella di isolamento: «Incomincia ad aspettare l'ora dei pasti quando un internato, che non poteva parlarmi a causa della presenza della guardia, mi lasciò il vassoio all'interno della cella. Una sera avevo trovato una sigaretta e un fiammifero attaccati alla parte inferiore del vassoio».
(115). Per un esempio inglese confer JIM PHELAN, "The Underworld", Harrap and Co., London 1953, p.p. 7, 8, 13.
(116). Confer MERTON, "The Seven Storey Mountain" cit., p. 382; HULME, "The Nun's Story" cit, p. 245.
(117). Un'autobiografia anonima, edita da JOHNSON e DODDS, "The Plea for the Silent" cit., p. 62, riferisce un'implicazione analoga:
«Cerano oltre quaranta pazienti nel reparto e di queste solo due erano capaci di sostenere una conversazione prolungata. Una era un'alcolista che era lì da tredici anni; l'altra una minorata che era stata ricoverata tutta la vita. Mi sono subito resa conto che le due sorelle erano due donne capaci e ben intenzionate. In due giorni persero l'abitudine di dare risposte sciocche alle mie domande e, da allora, mi trattarono alla pari e decisero di conversare con me come se fossi stata sana».
(118). Un esempio è fornito nel capitolo di James Peck, in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 68, dove si parla del modo in cui gli scioperanti, nelle prigioni, riuscivano a comunicare fra di loro:
«Ma la nota più divertente [nel diario giornaliero delle guardie che Peck vide per sbaglio] era questa: 'Ho scoperto un modo ingegnoso con cui si passavano i giornali di cella in cella, e l'ho bloccato'.
«Fino allora ci eravamo serviti di questi mezzi per trasmettere messaggi, ma subito cambiammo sistema con trucchi ingegnosi. Li avevamo inventati il primo giorno di sciopero. Intorno ai tubi del radiatore, dove il tubo entra nel muro, c'erano dei dischi metallici, così come ci sono, in ogni casa privata, sulle tubature. Dato che questi anelli erano abbastanza stretti da passare sotto le porte, li staccavamo e vi attaccavamo circa 8 piedi di corda. Prima ci si costruiva le corde con i lacci ricavati dai sacchetti di tabacco Bull Durham (detto Stud in Danbury), distribuiti gratis dalla prigione. Più tardi ci impadronimmo di una vecchia mappa che ci servì per tutto il tempo.
«All'altro capo dello spago legavamo i giornali o le carte che volevamo far circolare. Poi ci gettavamo per terra e facevamo scivolare l'anello metallico sotto la porta, oltre l'androne, fino alla cella di fronte - o da una cella laterale all'altra. L'amico allora tirava la corda, finché il messaggio gli arrivava. Procedendo a zig zag per l'androne, si poteva raggiungere ogni scioperante».
(119). Nelle carceri, dove le lettere sono spesso limitate quanto a frequenza, contenuto e destinatario, potevano venir usati codici particolari. Don Devault, un detenuto della prigione di McNeil Island, ce ne dà un esempio, in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 92-93: «La maggior parte delle lettere veniva censurata solo se riguardava uno dei dieci elementi specifici stampati dal regolamento. Per esempio mi fu rifiutata una lettera perché in essa chiedevo a mia madre di fare copie delle lettere che spedivo a lei per mandarle ai miei amici. Il censore mi disse che ciò che chiedevo era contro le regole, poiché tentavo di comunicare con persone non autorizzate, per mezzo di destinatari autorizzati. Tuttavia, riscrivendo la lettera, dissi a mia madre che me ne era stata censurata una dove le chiedevo di copiare le mie lettere per mandarle agli amici e che io non volevo trasgredire le regole eccetera. Il censore naturalmente ha allora lasciato passare la cosa! Inoltre mia madre citava continuamente lettere indirizzate a me come scritte a lei e lo faceva apertamente, il che era permesso. Io rispondevo parlando semplicemente della persona cui non ero autorizzato a scrivere, invece di dire 'Scrivi a...' Per queste ragioni noi, a McNeil, non prendevamo troppo seriamente la censura».
Un altro tipo di stratagemmi viene riferito da HULME, "The Nun's Story" cit., p. 174, nella sua analisi di come veniva delimitato l'anno:
«Cerano le quattro lettere all'anno che aveva il permesso di scrivere a casa, ciascuna di quattro pagine, non una frase in più, ammenocché non avesse avuto un permesso speciale che raramente otteneva; ella ridusse invece la sua scrittura grande e quadrata ad un merletto fine che le permetteva di scrivere più righe sulla pagina; si accorse allora di scrivere esattamente come tutte le altre sorelle missionarie».
(120). Questo è un adattamento secondario modesto per quanto riguarda l'uso della cabina telefonica. A. J. Liebling, nella sua ben nota analisi sul Jollity Building, un edificio commerciale non molto importante di New York, a Broadway, descrive l'uso molto esteso fatto delle cabine telefoniche a pagamento, come luoghi dove intrattenere affari commerciali. Confer "The Telephone Booth Indian", Penguin Books, New York 1943, p.p. 31-33. Egli sostiene che, per mutuo accordo, queste cabine diventavano, a tempi alterni, territori personali per i promotori indigenti che vi commerciavano nascostamente.
(121). SYKES, "The Corruption of Authority" eccetera cit., p. 259.
(122). Confer Bernard Phillips in CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p.p. 103-4: «Trasmettere messaggi e formare un coordinamento generale è compito dell'uomo di zona, che serve varie celle in un'area ed organizza baratti e scambi. Persone altamente socializzate cercano questo tipo di lavori ed altri, come fare il fattorino della biblioteca che distribuisce i libri e la posta e l'incaricato delle consegne. Non occorre avere amici molto intimi: chiunque sia abbastanza libero da raggiungere la cella di un compagno, farà commissioni e lavori che all'esterno verrebbero affidati solo ad amici fidati. Se non lo fa, non può durare a lungo nella sua piacevole mansione senza andare incontro a guai».
HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p. 367, dà un esempio analogo del Washington State Reformatory a Monroe: «Può venire organizzata una specie di tombola alla quale partecipano molti detenuti. Il vincitore raccoglie una somma notevole e anche chi la organizza, di solito ne trae vantaggio. I giovani membri del gruppo educativo, facilmente agiscono da organizzatori. Dato che devono fare, ogni sera, il giro di tutti i giocatori per assegnare loro i compiti scolastici o per aiutarli in qualche problema, sono nella posizione di vedere tutti i detenuti e di chiedere se desiderano partecipare al gioco. I pagamenti ai vincitori possono venire recapitati nello stesso modo».
Per un esempio carcerario inglese, confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 93:
«Il fatto di uscire ordinatamente in corridoio esulava dalla routine di lavoro giornaliero... Era questione, per i funzionari di piano, di prendere e trasmettere messaggi, segnare sulle liste chi voleva parlare con il direttore o vedere il cappellano eccetera. In quel momento si poteva godere di una certa libertà nei corridoi e dell'opportunità di passare cibo e libri nelle altre celle; si trattava quindi di un generale miglioramento del monotono ritmo di vita».
(123). Confer HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p. 367: «Gli uomini che appartengono a questo gruppo [detenuti che lavorano e restano anche la notte nella fattoria] hanno la possibilità di raccogliere gli oggetti dal bordo della strada - oggetti lasciati lì da automobilisti, durante la notte. Il luogo dove trovare l'oggetto è fissato in precedenza, durante una visita al detenuto, nel riformatorio. Un membro del gruppo residente nella fattoria può prendere del denaro e passarlo ad un membro che lavora lì, solo di giorno».
(124). L'uso della forza fisica da parte dello staff, negli ospedali psichiatrici, per scopi presentati come legittimi, è una caratteristica fondamentale della vita del paziente; alcune delle sue forme, come l'imboccamento forzato, la prevenzione del suicidio, o la protezione di un paziente dagli assalti di un altro, non vengono facilmente criticati.
(125). Per un'utile enunciazione al proposito confer SYKES, "The Society of Captives" cit., p.p. 91-93, dove sostiene che uno dei ruoli informali delle carceri, quello del «gorilla» è basato sulla possibilità di azioni, sostenute a scopo coercitivo.
(126). In alcune istituzioni totali, in particolare nelle prigioni, le regole potrebbero richiedere che gli internati usino dei "buoni" o dei documenti di credito al bar, in cambio del denaro; ma entrambi questi accorgimenti sono, di solito, vissuti come privazioni.
(127). I pazienti con un'esperienza carceraria, dichiararono talvolta che uno dei vantaggi delle prigioni era che lì si poteva, in genere, guadagnare e mettere da parte piccole somme di denaro. Alcuni ospedali psichiatrici hanno esperimentato la possibilità di pagare i pazienti e c'è qualche teoria sull'opportunità di instaurare una sorta di commercio psichiatrico (che io approvo pienamente) e che migliorerebbe di molto la tollerabilità della vita ospedaliera.
(128). Al livello comunitario, il fatto è ben documentato da E. W. BAKKE, "The Unemployed Worker", Yale University Press, New Haven 1940, nella sua analisi di come i disoccupati durante la grande depressione economica, riuscivano a risolvere il problema del conto del droghiere, per mezzo della distribuzione di sussidi. Confer "Loss of Function of Spending", p.p. 355-59. Dostoevskij nel suo "Memoirs from the House of the Dead", trad. Jessie Coulson, Oxford University Press, London 1956, presenta un interessante materiale sui modi in cui i detenuti di una prigione siberiana riuscivano ad ottenere ed usare il denaro (p.p. 15-17), sostenendo (p. 16) che «il denaro è la libertà in moneta, ed è dieci volte più caro a colui che è privato di ogni altra libertà».
(129). Un paziente estremamente popolare che faceva il barbiere di professione, dichiarò di poter guadagnare otto dollari al mese in ospedale, con il suo commercio. Dato che proveniva dall'edificio penale di alta sicurezza, qualche volta vi veniva rimandato per qualche scorrettezza che compiva, mentre si muoveva liberamente all'interno dell'ospedale. Egli dichiarò che una delle conseguenze sul lavoro di questi suoi allontanamenti periodici, era il fatto che ogni volta perdeva la sua clientela e doveva ricostruirsela quando ritornava nell'ospedale vero e proprio.
(130). Nei campi per prigionieri di guerra europei, la vendita degli articoli di approvvigionamento del campo ai civili era, a volte, di un certo peso, soprattutto quando i pacchi della Croce Rossa contenevano cose come caffè, che era di grande valore alla borsa nera. Confer R. A. RADFORD, "The Economic Organisation of a P.O.W. Camp", in «Economica», XI, 1945, p. 192.
(131). Il gergo di una prigione britannica è molto istruttivo al proposito. Confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 25:
«Il termine 'storto' necessita di una spiegazione particolare. Esso è usato solo nella forma del participio passato, per denotare una persona disonesta.. Una 'vite storta' [secondino o guardiano] è uno che collaborerà con i ragazzi nel portare loro cose da mangiare in cella. Non pieghi una vite - giusto per complicare la faccenda, la 'drizzi' possibilmente corrompendola. E così se raddrizzi una vite dritta, ti diventa storta!»
DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 91-94 descrivono alcuni usi possibili di una «vite storta».
(132). RADFORD, "The Economic Organisation" eccetera cit., p.p. 196 segg. Questo lavoro segna, passo passo, lo sviluppo di un'economia «ombra» in un luogo chiuso ed io procedo qui a fatica. L'analisi è un modello per studiosi della vita sotterranea.
(133). Ciò significa che una grande quantità di beni e di servizi può essere ottenuta in cambio di sigarette, e che le persone che non fumano sono disposte ad accettare questa forma di pagamento, dato che possono a loro volta scambiarle con qualcos'altro. Confer ibid., p. 193, che scrive sui campi per prigionieri di guerra tedeschi:
«In quel momento c'era in atto un mercato embrionale. Anche quando le sigarette non scarseggiavano, c'era sempre qualche persona sfortunata disposta a far servizi per averne in cambio. I lavandai barattavano la lavatura di un vestito per due sigarette. Il vestito da fatica poteva venir spazzolato e stirato e un paio di calzoni prestati per un periodo indeterminato per dodici sigarette. Un buon ritratto a pastello costava trenta sigarette o un barattolo di Kam. Analogamente servizi di sartoria ed altri avevano il loro prezzo.
«C'erano anche lavori di tipo imprenditoriale. Il proprietario di un banco di vendita di caffè, vendeva tè, caffè e cioccolato per due sigarette alla tazza, comprando il materiale grezzo a prezzo di mercato, e assumendo degli aiutanti per raccogliere il carburante e attizzare il fuoco».
HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 193, descrivendo la prigione inglese di Wormwood Scrubs, dice:
«Ora che i detenuti non sono più pagati con i soldi ma in beni da consumare al magazzino, tabacco e sigarette vengono usati come moneta circolante. In prigione, se si vuole far pulire la propria cella, si paga un uomo con un certo numero di sigarette perché ti faccia il lavoro. Con queste si possono anche comperare razioni in più di pane e zucchero. Si può farsi lavare la camicia, o farsi ritoccare un vestito nel laboratorio di sartoria.
«La sottile sigaretta arrotolata a mano, riesce a pagare qualunque cosa - anche il corpo di un compagno prigioniero. Così non c'è da meravigliarsi se in ogni prigione, in questo paese, c'è un fiorente mercato nero di tabacco, o - snout -, come viene chiamato dai 'Barons'».
La situazione a Dartmoor, dove vengono fatte scommesse con tabaccd in base alla cronaca radiofonica delle corse di cavalli, è descritta da DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p.p. 95-96. Per la versione di una prigione americana confer HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p. 366.
(134). RADFORD, "The Economic Organisation" eccetera cit., descrive lo sviluppo di un mercato unificato, con stabilità di prezzi, cambi regolari sul livello dei corsi, commerci, arbitrati, uscita di monete, ruoli dei mediatori, stabilità del prezzo per evitare i mercanteggiamenti ed altre sottigliezze tipiche di un sistema economico. Dove le economie dei prigionieri di guerra erano legate all'economia libera locale, si erano evidentemente sviluppati luoghi di mercato giornaliero. L'economia ombra dell'Ospedale Centrale non poteva vantarsi di alcuna di queste finezze.
(135). L'Ospedale Centrale, per quanto riguarda le guardie al cancello, seguiva una linea di condotta umanitaria. I pazienti che non avevano la libertà di uscire, potevano, di fatto, farlo e rientrare senza molte probabilità di essere fermati dalle guardie. Quando era quasi evidente che un paziente stava uscendo, senza averne l'autorizzazione, le guardie talvolta gli si avvicinavano tranquillamente al ritorno e discretamente gli domandavano se avesse avuto il permesso di uscire. Un paziente che desiderasse fuggire, poteva trovare diversi luoghi dove scavalcare il muro di cinta e anche zone in cui il muro finiva e il filo spinato che lo sostituiva, poteva essere facilmente sollevato. Una via, conosciuta sia dai pazienti che dallo staff, consisteva in un sentiero ben calpestato che portava, attraverso i boschi, ad un largo buco nello steccato. In questo senso l'ospedale era decisamente diverso da certe prigioni. E' abbastanza interessante notare come alcuni pazienti dichiararono che, anche quando ottenevano la libertà di uscire e potevano passare - di diritto - per il cancello principale, si sentivano estremamente insicuri e colpevoli nel farlo. Io stesso ho provato questo sentimento.
(136). In alcune istituzioni totali, le scommesse e i giochi d'azzardo possono costituire una forma basilare su cui si struttura la vita istituzionale. Confer HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p. 365: «Il gioco d'azzardo nel riformatorio è particolarmente popolare... Gli internati giocano ad ogni pretesto... Il pagamento per queste scommesse, può essere qualunque servizio o confort possa essere trasferito da un internato ad un altro. Un compagno di cella pagherà spesso un debito di gioco contratto a carte, facendo la pulizia necessaria della cella, per un periodo stipulato».
(137). Per un'analisi di questi problemi di reciprocità confer MARCEL MAUSS, "The Gift", trad. Ian Cunnison, Colien and West, London 1954; C. LEVI-STRAUSS, "Les structures élémentaires de la parenté", Presses Universitaires, Paris 1949; G. HOMANS, "Social Behavior as Exchange", in «American Journal of Sociology», LXIII, 1958, p.p. 597-606; e ALVIN GOULDNER (cui sono debitore al proposito), "The Norm of Reciprocità", in «American Sociological Review», XXV, 1960, p.p. 161-78. Confer anche M. DEUTSCH, "A Theory of Cooperation and Competition", in «Human Relations», II, 1949, p.p. 129-152.
(138). Uno dei dilemmi interessanti nello scambio sociale è che in un rapporto d'uguaglianza, il fatto di non ricambiare l'esatto equivalente di ciò che si è ricevuto, è espressione di mancato riguardo per il rapporto e segno di cattivo carattere; tuttavia, un tentativo evidente di dare esattamente l'equivalente di ciò che si è ricevuto, o di domandare il preciso equivalente per ciò che si è dato, viola la base che si presume per questa attività e mette le cose su un piano puramente economico. In qualche modo bisogna prendere l'equivalente di ciò che si dà, e tuttavia la cosa deve risultare come una conseguenza non prestabilita per cui si tende ad aiutare spontaneamente gli altri e ad essere da loro altrettanto spontaneamente aiutati.
(139). L'elemento distintivo dei rapporti d'amicizia in alcune istituzioni totali, è che si tratta di un rapporto reciproco di tipo esclusivo (come nel caso della relazione matrimoniale): si ha un solo amico e si è il suo solo amico. In cockney inglese il termine gergale «china plate» (piatto di porcellana) (per «amico») viene usualmente ridotto a «china» ed è molto usato in questo senso. Nelle carceri inglesi il rapporto d'amicizia è così pesantemente istituzionalizzato, nella società carceraria, che un detenuto non accorto può trovarsi compromesso, per il solo fatto di essere gentile con un compagno che gli parla durante il giorno. HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 30 dice: «Così, te ne vai alla fine del tuo orario di lavoro, con un geniale 'Arrivederci a domani'. E domani sarà di nuovo lì al tuo fianco. Domani e il giorno dopo domani e il giorno dopo ancora. Allora gli altri detenuti lo incominceranno a guardare come il tuo 'compagno'. Peggio ancora, eviteranno, secondo l'usanza delle carceri, di immischiarsi in questa amicizia appena formata e tu ti troverai accoppiato».
Materiale utile a proposito dei rapporti di amicizia, può essere trovato in BEHAN, "Borstal Boy" cit.
(140). La maggior parte delle istituzioni totali, non solo è divisa per sesso, durante la notte, ma vi possono essere istituzioni formate di soli maschi o di sole femmine. In queste grandi istituzioni, è molto facile esista ciò che molti studiosi chiamerebbero un interesse omosessuale, se non proprio un'attività omosessuale. La principale documentazione al proposito, ritengo sia quella di CLEMMER, "The Prison Community" cit., cap. 10, "Sexual Patterns in the Prison Community".
(141). Il reciproco aiuto fra pazienti è ben descritto in un vecchio articolo di William Caudill. Confer CAUDILL, F. REDLICH, H. GILMORE e E. BRODY, "Social Structure and Interaction Processes on a Psychiatric Ward", in «American Journal of Orthopsychiatry», XXII, 1952, p.p. 314-34.
(142). Per un'altra analisi di questo rapporto, confer MERING e KING, "Remotivating the Mental Patient" cit., "The Sick Help the Sicker", p.p. 107-9.
(143). In un paio di casi, ho osservato che l'aiutante tentava di ottenere favori omosessuali dalla persona che aiutava, ma non ho altre conferme che la cosa fosse comune.
(144). E' forse in rapporto al bisogno di aiuti rituali che si può capire parzialmente la pratica, già accennata, di dare ai propri amici piccole somme di denaro.
(145). La cosa contrasta con il destino sociale delle sigarette in alcuni campi per prigionieri di guerra. Confer RADFORD, "The Economic Organisation" eccetera cit., p.p. 190-91:
«Subito dopo la cattura i prigionieri si rendevano conto che non era desiderabile né utile, in vista della misura limitata e della distribuzione delle provviste, offrire o accettare doni di sigarette o di cibo. La 'buona volontà' si sviluppava alla ricerca dei mezzi più validi per aumentare al massimo la propria soddisfazione personale».
Potrei aggiungere che l'abitudine in uso nel mondo civile di domandare un fiammifero o di offrirlo, tendeva a diminuire in ospedale; il massimo che si potesse chiedere era «fuoco» da una sigaretta accesa, anche se in alcuni reparti la persona cui si chiedeva poteva anche avere dei fiammiferi.
(146). Questo dare e chiedere «fuoco» sottintendeva un rapporto particolare, poiché il gesto per mezzo del quale si metteva in evidenza l'esistenza di un rapporto, sembrava la sostanza stessa della relazione che le conferiva un carattere rituale. Più ridotta di quanto non fosse il ciclo delle sigarette, era la rete dei pazienti che «si guardavano» incontrandosi nel giardino dell'ospedale. Quando degenti di entrambi i sessi o di tutte le età attraversavano il giardino, e quando ciascuno poteva dire dall'apparenza dell'altro che si trattava di un paziente, talvolta succedeva che si salutassero - un cenno della testa, un "hello", o una occhiata sorridente. Questo tipo di saluto è caratteristico delle zone contadine della società occidentale, se si eccettua il fatto che nelle zone rurali vi partecipano tutte le categorie, mentre nell'ospedale solo i pazienti. Quando due pazienti che non si conoscevano, si incontravano fuori dell'ospedale e uno riconosceva l'altro per averlo visto nell'area ospedaliera, allora sorgeva il problema se i due avessero il diritto o l'obbligo di salutarsi. La decisione raggiunta sembrava essere, in parte, determinata dal fatto che vi fossero o no presenti altre persone che potessero meravigliarsi dell'origine di quel saluto.
(147). Il tema è enunciato e sistematicamente sviluppato in un lavoro molto utile di RICHARD MCCLEERY, "Communication Patterns as Bases of Systems of Authority and Power", in "S.S.R.C. Pamphlet" n. 15 cit., p.p. 49-77.
(148). Si diceva che un paziente che disponeva di uno dei migliori lavori nell'ospedale (portava messaggi dall'edificio dell'amministrazione centrale ad altre zone ospedaliere) guadagnasse fino a 8 dollari al mese in mance, ma non ne ho la certezza.
(149). Ogni luogo ed ogni cosa all'interno dell'ospedale psichiatrico sembra assumere l'evidente senso di isolamento, di abbandono e di malattia rituale tipico dei reparti «peggiori». Un'automobile sembrerebbe tuttavia un'attrezzatura difficilmente influenzabile da un luogo del genere, dato che testimonia esplicitamente la sua stretta dipendenza dal mondo esterno normale. Forse questo evidente interesse dello staff dell'Ospedale Centrale nel tenere le macchine ben pulite, non può essere spiegato né con le tariffe contrattuali in uso, né con il desiderio dello staff di dare l'opportunità ai pazienti di guadagnare qualcosa. Potrei aggiungere che una delle fantasie più diffuse fra i pazienti nei riguardi della loro dimissione, era di poter disporre - una volta dimessi - di una bella macchina nuova da guidare nel giardino dell'Ospedale, in occasione di qualche visita da farsi ai vecchi amici e ai «protettori». Talvolta la cosa si realizzava, ma non sembra fosse tanto frequente, quanto avrebbe potuto essere. Vorrei inoltre aggiungere che, mentre c'era una diretta associazione fra le macchine molto costose (non proprio Cadillacs) e quattro o cinque esponenti dell'amministrazione, e si scherzasse molto sul fatto che alcuni membri dello staff più qualificato disponessero di macchine vecchie rispetto a quelle più belle e più nuove di alcuni sorveglianti, non c'era tuttavia alcuna evidente, generale relazione fra i livelli dello staff e il tipo della macchina di cui disponeva e quanto nuova fosse.
(150). SYKES, "The Corruption of Authority" eccetera cit., p.p. 260-61, analizza questo problema nel capitolo "Corruption by Default".
(151). Confer il sistema di «toting» tipico del legame fra padrona e cameriera americana, soprattutto fra la padrona del Sud e la cameriera negra.
(152). Per una buona descrizione delle concessioni di reparto, confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p.p. 189-90.
(153). Si tratta di ciò che John Kitsuse ha definito «l'alleanza maschile». Un'utile enunciazione di questo problema è proposta in SYKES, "The Corruption of Authority" eccetera cit., "Corruption through Friendship", p.p. 259-60. Confer anche TAXEL, "Authority Structure" eccetera cit., che riferisce (p.p. 62-63) come i pazienti facessero affidamento sui sorveglianti per infrangere le regole, mentre gli infermieri funzionavano a loro sostegno, e come (p. 83) risultasse un tacito accordo secondo il quale i sorveglianti infrangevano, per quanto era loro possibile, le regole per i pazienti.
(154). Lo stesso paziente dichiarò di riuscire ad essere abbastanza elegante, quando usciva in città, con la divisa ospedaliera color cachi facendosi dare ogni volta un paio di calzoni nuovi che, prima di essere lavati, avevano una lucentezza che li rendeva passabili - quasi si trattasse di calzoni di buona qualità - ed una rigidità che assicurava avrebbero tenuto la piega.
(155). Il caso opposto, quello di uno scambio economico ristretto ai partecipanti di un rapporto di mutuo sostegno, è stato frequentemente riferito in studi sulle società umane. Confer C. M. ARENSBERG, "The Irish Countryman", Peter Smith, New York 1950, p.p. 154-57; E. R. e H. S. SERVICE, "Tobatì" eccetera cit., p. 97. Nelle comunità delle isole Shetland, alcuni abitanti cercano scrupolosamente di fare acquisti in ogni negozio per non offenderne i proprietari. Il fatto di non fare "mai" acquisti in un negozio, significa che si è litigato con il proprietario.
(156). Si può aggiungere che negli ospedali psichiatrici la prostituzione e ciò che veniva definito come «ninfomania», può avere un'equivalente influenza sul valore del sesso, in quanto simbolo di un rapporto reciproco esclusivo; in entrambi i casi una persona inadatta può ottenere favori sessuali da parte di una donna particolare e per ragioni sbagliate.
(157). SYKES, "The Society of Captives" cit., p.p. 93-95, sostiene che nelle carceri ci sia un'enorme quantità di oggetti venduti di nascosto che i detenuti non avrebbero mai pensato si sarebbero potuti vendere, e che il fatto di indulgere in questo cattivo uso del mercato, portasse l'internato ad essere socialmente caratterizzato: «... il detenuto che vende quando dovrebbe regalare è etichettato come un "mercante" o un "venditore ambulante"».
(158). Conoscevo due pazienti lungo-degenti che non avevano bisogno di sigarette, ma che erano tanto gentili da accettare cortesemente queste regalie, per non offendere coloro che le facevano.
(159). La combinazione costante di pagamenti sociali, economici, e coercitivi avrebbe bisogno di uno studio particolare, così da consentire di usare un unico schema per analizzare le somiglianze e le differenze tra questi tipi diversi di pagamento: prebende, tributi, corruzioni, gratifiche, retribuzioni, favori, cortesie, onorari, premi, sconti, bottini, indennità e riscatti. Si capirebbe che, nella maggior parte delle società, lo scambio economico non è il modo più importante in cui vengono trasferiti denaro, proprietà e servizi.
(160). Per un utile esempio di un caso a proposito di alcune basi di scambio sociale, confer RALPH TURNER, "The Navy Disbursing Officer as a Bureaucrat", in «American Sociological Revìew», XII, 1947, p.p. 342-48. Turner distingue tre basi per la distribuzione di favori: l'amicizia, l'amicizia simulata e, il più fine dei sentimenti, il semplice scambio di favori; tuttavia, in tutti e tre questi sistemi, la nozione di richiesta formale, pagamento impersonale e corruzione dovrebbe essere apertamente smentita. Confer anche SYKES, "The Corruption of Authority" eccetera cit., p.p. 262 segg.
(161). Confer DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 130.
(162). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 4.
(163). Ibid., p. 10.
(164). Confer l'analisi sui "Right Guys" in CALDWELL, "Group Dynamics" eccetera cit., p. 651 e GRESHAM SYKEs e SHELDON MESSINGER, "The Inmate Social System", in "S.S.R.C. Pamphlet" n. 15 cit., in particolare p.p. 5-11.
(165). Non ritengo che il controllo esercitato dai sorveglianti sia da considerarsi un loro adattamento secondario. Per esempio nella Prison Hall un paziente dichiarò che i sorveglianti potevano accettare un compenso, in cambio di qualche servizio particolare e non temevano di essere denunciati, perché avevano l'abitudine di registrare, in una sorta di grafico, tutti coloro con i quali avevano avuto affari illeciti; chi faceva la spia, poteva allora trovarsi a dover far fronte ad una cartella in cui era segnata anche la sua complicità. Naturalmente i pazienti, in entrambe le parti dell'ospedale, esprimevano spesso la convinzione che, se avessero dovuto accusare un sorvegliante di crudeltà o di furto, lo staff del reparto «se la sarebbe presa» con tutti e due, non importa come. E' interessante confrontare, qui, il materiale di un altro gruppo di individui cui è richiesto di esercitare una coercizione diretta, la polizia, e vedere quanto mutuo soccorso i poliziotti si prestino segretamente, l'un l'altro. Confer WILLIAM WESTLEY, "Violence and the Police", in «American Journal of Sociology», LIX, 1953, p.p. 34-4, e "Secrecy and the Police", in «Social Forces», XXXIV, 1956, p.p. 254-57.
(166). Alcuni pazienti sostenevano che la Prison Hall, nell'ospedale psichiatrico, fosse «organizzata» esattamente come una prigione per sani. Qui, si diceva, un sorvegliante poteva venir corrotto per «far volare» una lettera o portare qualcosa di contrabbando; un libro poteva venir «lavorato»; vi vigeva una politica carceraria, un gruppo di detenuti poteva «impadronirsi del luogo», uno sciopero dei pazienti poteva servire a contrattare con i funzionari che ne avessero perso il controllo. Non ho, tuttavia, notizie dirette al proposito.
(167). Durante la mia ricerca, un paziente alcolizzato, che molti altri ritenevano «spregevole», chiese a due allieve infermiere di andare a bere con lui nella comunità locale. Le ragazze furono colte in fallo e mandate via prima della fine del corso, e il paziente fu trasferito in un reparto, l'ammissione al quale assumeva il carattere di una retrocessione. Io presumevo che il paziente sarebbe stato biasimato dai compagni per quanto aveva fatto, ma, benché molte voci di internati fossero insorte contro di lui, alle sue spalle, nessun provvedimento fu intrapreso nei suoi confronti da parte dei compagni.
(168). Suggerito da William R. Smith, che ha scritto un lavoro, non pubblicato, sulla solidarietà degli internati.
(169). Quando si viaggiava in diligenza per l'Europa, nel quindicesimo secolo, poteva accadere di dover dividere il letto con uno straniero e c'erano libri di galateo sulle regole della buona educazione a letto. Confer NORBERT ELIAS, "Über den Prozess der Zivilisation", 2 voll., Verlag Haus Zum Falken, Basel 1934, vol. 2, p.p. 219-21, "Über das Verhalten in Schlafraum". Sul problema dell'analisi sociologica del sonno, sono debitore ad uno scritto non pubblicato di Vilhelm Aubert e Kaspar Naegle.
(170). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 78. Confer le cose che i bambini nascondono in tasca; anche alcuni di questi oggetti sembrano offrire una distanza fra il bambino e l'organizzazione familiare.
(171). GADDIS, "Birdman of Alcatraz" cit.
(172). J.F.N., "Corrective Training" cit., p.p. 17-18.
(173). Dietro al modello sociale informale e alla formazione informale di gruppi, nelle carceri ci sono spesso attività di rimozione. CALDWELL, "Group, Dynamics" eccetera cit., p.p. 651-53, ci dà alcuni esempi interessanti di detenuti occupati in tali «attività»: alcuni impegnati nel cercare e nell'usare droghe; altri concentrati in lavori in cuoio da vendere; gli «Spartani» che, interessati nella glorificazione dei loro corpi, usano le celle chiuse delle carceri come una palestra per i muscoli; gli omosessuali, i giuocatori d'azzardo. La questione principale circa queste attività è che ognuna di esse costruisce, per la persona che vi si dedica, un mondo da sostituire alla prigione.
(174). MELVILLE, "White Jacket" cit., dedica un intero capitolo al gioco d'azzardo illecito, a bordo della sua fregata.
(175). La possibilità di evasione implicita nel leggere, in prigione, è ben descritta da BEHAN, "Borstal Boy" cit.; confer anche HECKSTALL-SMITH, "Eighteen Months" cit., p. 34: «La biblioteca delle carceri offriva una selezione di libri abbastanza buona. Ma, mano a mano che passava il tempo, mi trovavo a leggere semplicemente per far trascorrere le ore - leggevo qualunque cosa su cui potessi mettere le mani. Durante quelle prime settimane, la lettura aveva su di me un'azione soporifera, tanto che nelle lunghe sere d'estate spesso mi addormentavo sul libro».
KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p.p. 127-28, dà un esempio in un campo di concentramento: «Nell'inverno del 1942-43, un susseguirsi di furti di pane nella baracca 42, a Buchenwald, rese necessario stabilire un turno di notte. Per mesi, fino alla fine, mi offrii volontario, per il turno dalle tre alle sei di mattina. Il che significava sedere solo nella stanza da giorno, mentre giungeva dall'altro capo della baracca il russare dei compagni. Per una volta mi trovavo libero dalla ineluttabile presenza dei compagni che, usualmente, ostacolava e impediva ogni attività individuale. Che esperienza sedere quietamente sotto una lampada riparata, sfogliando le pagine dei "Dialoghi" di Platone, "Il canto del cigno" di Galsworthy, o i libri di Heine, Klabund, Mehring! Heine? Klabund? Mehring? Sì, si potevano leggere di nascosto nel campo. Erano fra i libri ricuperati dagli ammassi di carta buttata via in tutta la nazione».
(176). Fra i circa settemila pazienti all'ospedale Centrale, ho calcolato, all'epoca della mia ricerca, che un centinaio all'anno avrà ricevuto un qualche tipo di psicoterapia individuale.
(177). Questo tema è sviluppato da ALBERT COHEN, "Delinquent Boys", The Free Press, Glencoe (Ill.) 1955.
(178). Per una descrizione dettagliata sulla connivenza e i sotterfugi necessari per riuscire ad ottenere un caffè in prigione, confer HAYNER e ASH, "The Prisoner Community" eccetera cit., p.p. 365-66.
(179). Per tradizione, il valore insito nella ricerca è considerato come tipico della società in generale, come quando si ritiene che i drogati siano impegnati in un gioco quotidiano, intensamente significativo, contro la società nel trovare giornalmente la droga; e i ladri, i dissipatori e i delinquenti sono visti come impegnati nell'affascinante ed onorevole compito di far soldi senza essere presi.
(180). Questo tema è proposto da McCleery, in "S.S.R.C. Pamphlet" n. 15 cit., p.p. 60 segg.: «Questo studio suggerisce che l'ostentazione di beni e di privilegi fra gli internati, serve a simbolizzare una condizione che deve essere guadagnata con altri mezzi. I simboli rendono evidente un'abilità di manipolare o di resistere al potere; il corpo dell'internato tradisce uno sforzo di offrire questi simboli ad uomini che sono oggetto di punizione, sebbene la loro unica funzione sia di resistere coraggiosamente al potere».
(181). Questo punto è ben espresso da Dostoevskij nella sua descrizione della vita di un campo di prigionia siberiano, "Memoirs from the House of the Dead" cit., p. 17: «In prigione c'erano molti che erano stati condannati per contrabbando e non c'era quindi da meravigliarsi che la vodka entrasse nel campo, in barba a tutte le guardie e le ispezioni. Contrabbandare è, per sua stessa natura, un crimine particolare. Si potrebbe pensare, per esempio, che per alcuni contrabbandieri il denaro ed il profitto non abbiano un ruolo principale, ma siano una parte secondaria della loro attività? E' così, tuttavia. Il contrabbandiere lavora per amore del contrabbando, perché ne ha la vocazione. In un certo senso, è un poeta. Rischia continuamente, corre pericoli terribili, si spreme e si contorce, usa la sua inventiva, riesce a cavarsela, talvolta sembra agire quasi per ispirazione. Si tratta di una passione, forte come quella per il gioco».
(182). LLOYD W. MCCORKLE e RICHARD KORN, "Resocialization within Walls", in «The Annals», CCXCIII, 1954, p. 88.
(183). HASSLER, "Diary" eccetera cit., p.p. 70-71. Per un esempio di insubordinazione militare confer LAWRENCE, "The Mint" cit., p. 132.
(184). BEHAN, "Borstal Boy" cit., p. 45. I bambini delle scuole elementari nella società americana, imparano molto presto come si incrociano le dita, come si borbottano bugie e si prende in giro di nascosto - sebbene tutti questi siano modi di esprimere, anche sotto la minaccia di punizione da parte dell'insegnante, un margine di autonomia.
(185). CANTINE e RAINER, "Prison Etiquette" cit., p. 106.
(186). J.F.N., "Corrective Training" cit., p.p. 15-16. Confer anche GOFFMAN, "Presentation of Self, derisive collusion", p.p. 186-88.
(187). KOGON, "The Theory and Practice of Hell" cit., p. 108.
(188). Ibid, p. 103.
(189). EDWIN WEINSTEIN e ROBERT KAHN, "Denial of Illness", Charles Thomas, Springfield (Ill.) 1955, p. 21.
(190). Ibid., p. 61. Confer in particolare "The Language of Denial".
(191). DENDRICKSON e THOMAS, "The Truth about Dartmoor" cit., p. 25.
(192). WARD, "The Snake Pit" cit., p. 65.
(193). Per un utile esempio delle ironie e dei mezzi di far fronte ad una vita minacciosa, confer RENEE FOX, "Experiment Perilous", The Free Press, Glencoe (Ill.) 1959, p.p. 170 segg.
(194). CLOWARD, "Social Control in the Prison" cit., p. 40. Confer anche SYKES e MESSINGER, "The Inmate Social System" cit., p.p. 10- 11. Alcuni gruppi minoritari hanno, nei confronti della società, una variante di questo non-provocatorio «giù le mani». Confer per esempio il complesso del «cool stud» fra i negri americani che vivono nelle città.
(195). CZESLAW MILOSZ, "The Captive Mind", Vìntage Books, New York 1955, p. 76.

IL MODELLO MEDICO E IL RICOVERO PSICHIATRICO.

(1). L'interesse sociologico sulle prestazioni di servizio ha origine soprattutto da Everett C. Hughes ed è documentato nel lavoro fatto dai suoi studenti all'Università di Chicago, soprattutto Oswald Hall e Howard S. Becker. Confer, in particolare, di quest'ultimo, "The Professional Dance Musician" eccetera cit., p.p. 136-44.
(2). Questa descrizione del rapporto di servizio risente profondamente dello studio di PARSONS, "The Professions and the Social Structure", che ritengo il principale lavoro sull'argomento. Confer anche PARSONS e SMELSER, "Economy and Society" cit., p.p. 152-53.
(3). Confer A. M. CARR-SAUNDERS e P. A. WILSON, "The Professions", The Clarendon Press, Oxford 1933, Sezione "Fees and Salaries", p.p. 451-60.
(4). Quanto meno è valutato il lavoro di riparazione, tanto più colui che presta il servizio potrebbe trovarsi nella condizione di dover rinunciare a farsi pagare per prestazioni per le quali occorre, tuttavia, una certa abilità. Fra i calzolai queste azioni del tipo "noblesse oblige" possono risultare molto cortesi, soprattutto nel momento in cui anche i «padroni» non possono più permettersi gli atteggiamenti un tempo loro abituali.
(5). CARR-SAUNDERS e WILSON, "The Professions" cit., p. 452: «Nella maggior parte delle altre professioni [altre rispetto a quella dei contabili] le società tentano di impedire ai loro impiegati di praticare sconti, benché non vi siano obiezioni sul fatto di non far pagare quando il cliente è povero».
(6). HARRY STACK SULLIVAN, "The Psychiatric Interview", in «Psychiatry», XIV, 1951, p. 365.
(7). Confer GOFFMAN, "The Presentation of Self" eccetera cjt., p.p. 114-15.
(8). La stessa trasformazione tecnologica comporta, naturalmente, dei limiti. Un meccanico che sia solo in grado di disfare e ricostruire una Ford modello A, si trova oggi a disporre di un'abilità meccanica che non può mettere in pratica, dovendo invece affrontare problemi tecnici che non sa risolvere.
(9). Questo delicato punto dello schema di servizio è stato, recentemente, rinforzato dalla pratica del «prestito». Quando si porta a riparare un orologio, una radio o un'automobile, colui che ne farà la riparazione presta un sostituto dell'oggetto finché il lavoro non sarà ultimato.
(10). Per questa ed altre forme di devianza dall'ideale di servizio, Confer F. L. STRODTBECK e M. B, SUSSMAN, "Of Time, the City, and the «One-Year Guaranty»: The Relations between Watch Owners and Repairers", in «American Journal of Sociology», LXI, 1956, p.p. 602-9.
(11). Il termine «sistema di riferimento secolare» proviene da ELIOT FREIDSON, "Client Control and Medical Practice", in «American Journal of Sociology», LXV, 1960, p.p. 374-82.
(12). Confer T. S. ZASZ, "Scientific Method and Social Role in Medicine and Psychiatry, «A.M.A. Archives of Internal Medicine» CI, 1958, p.p. 232, e il suo "Men and Machines", in «British Journal for the Philosophy of Science», VIII, 1958, p.p. 310-17.
(13). Un'analisi delle pressioni fatte su un medico per dissuaderlo dal comunicare una prognosi infausta e dare il suo parere anche quando, di fatto, è molto incerto, ci è presentata da FRED DAVIS, "Uncertainty in Medical Prognosis, Clinical and Functional", in «American Journal of Sociology», LXVI, 1960, p.p. 41-47.
(14). La soluzione impersonale sembra particolarmente efficace nel caso in cui il medico sia accompagnato da colleghi e subalterni, come quando «fa il giro», poiché allora avrà persone con le quali potrà avviare una conversazione tecnica sul caso. E' così efficace questo modo di sopprimere la presenza sociale del paziente, che il destino di quest'ultimo può venire apertamente discusso al suo letto, senza che nessuno se ne preoccupi; un gergo tecnico probabilmente sconosciuto al paziente, può allora essere di aiuto.
(15). M. G. FIELD, "Structured Strain in the Role of the Soviet Physician", in «American Journal of Sociology», LVIII, 1953, p.p. 493-502.
(16). SZASZ, "Scientific Method" eccetera cit., p.p. 233 segg.
(17). Per un'analisi interessante dell'influenza di questa funzione nella medicina militare, confer R. W. LITTLE, "The «Sick Soldier» and the Medical Ward Officer", in «Human Organization», XV, 1956, p.p. 22-24.
(18). Confer ALBERT DEUTSCH, "The Mentally Ill in America", 2a ed., Columbia University Press, New York 1949, p.p. 12-23.
(19). KATHLEEN JONES, "Lunacy, Law, and Conscience", Routledge and Kegan Paul, London 1955, p.p. 55-56.
(20 A. DEUTSCH, "The Mentally Ill" eccetera cit., p.p. 58 segg.
(21). Per un buon esempio al proposito, confer l'articolo di BERTON ROUECHE', "Ten Feet Tall", che illustra gli effetti collaterali provocati da una terapia al cortisone in un caso di psicosi maniaco depressiva. L'articolo è rintracciabile nella raccolta di ROUECHE', "The Incurable Wound", Berkley Publishing Corp., New York s. d., p.p. 114-43.
(22). Confer TALCOTT PARSONS, "The Mental Hospital as a Type of Organization", in M. GREENBLATT, D. LEVINSON e R. WILLIAMS (a cura di), "The Patient and the Mental Hospital", The Free Press, Glencoe (Ill.) 1957, p. 115.
(23). Negli istituti di ricerca sono stati fatti istruttivi tentativi di affrontare questo problema. Il ruolo di medico di reparto può essere nettamente separato da quello di terapista, dato che la relazione terapista-paziente si mantiene costante, senza riguardo al trasferimento in un altro reparto del paziente. (Confer STEWART PERRY e LYMAN WYNNE, "Role Conflict, Role Redefinition, and Social Change in a Clinical Research Organization", in «Social Forces», XXXVIII, 1959, p.p. 62-65). Negli ospedali generali privati, dove vi siano uno o due reparti psichiatrici, si può trovare un'approssimazione anche più vicina al rapporto di servizio: uno psichiatra con pratica privata può disporre di diversi «letti» e ricoverare temporaneamente un paziente, quando lo ritiene necessario. Lo staff ospedaliero di quel particolare reparto, avrà il compito di occuparsi del mantenimento del paziente, mentre lo psichiatra lo visiterà una o due volte al giorno, come gli altri medici che fanno uso dei «letti» negli altri reparti. In questo caso si mantengono molte forme del rapporto di servizio, tuttavia quanto sia terapeutica la cosa è un'altra questione.
(24). Confer CHARLOTTE GREEN SCHWARTZ, "The Stigma of Mental Illness", in «Journal of Rehabilitation», luglio-agosto 1956.
(25). Negli ospedali generali è tipico che gli uomini costretti a letto scherzino con le infermiere sdrammatizzando allegramente la loro situazione, come per testimoniare che il corpo che è lì disteso sotto il loro controllo, è tanto poco legato al proprio "sé", da poterne parlare senza timore. Negli ospedali psichiatrici invece, questa facilità a dissociare il proprio carattere abituale dalle circostanze, è molto meno attuabile; per questo i pazienti mentali tendono ad essere seri, e le espressioni di distanza dal "sé" possono avere proporzioni di tipo psicotico.
(26). David M. Schneider, nel suo articolo "The Social Dynamics of Physical Disability in Army Basic Training", in «Psychiatry», X, 1947, p.p. 323-333, dimostra come il ritiro dai doveri durante il ricovero ospedaliero, possa portare ad un isolamento sempre maggiore della persona malata, confermandole sempre più di essere «diversa». Gli effetti della separazione possono allora incidere più che le cause iniziali. Operando su un presupposto in qualche modo analogo, gli psichiatri ricercatori dell'esercito americano, a Walter Reed, sono recentemente giunti alla convinzione che quanto più un soldato è portato a riconoscere di avere qualche problema psichiatrico e di aver bisogno di cure psichiatriche specifiche, tanto meno risulta probabile il suo rientro rapido nel gruppo militare nel quale egli ha originariamente avuto esperienza del suo disturbo. Confer B. L. BUSHARD, "The U.S. Army's Mental Hygiene Consultation Service", in "Symposium on Preventive and Social Psychiatry" cit., p.p. 431-43, in particolare p. 442:
«Questi fini [il minimizzare l'inabilità di carattere psichiatrico] possono essere ottenuti per mezzo di un relativo rapporto individuale con il paziente, mentre richiedono un legame estensivo con un numero di altre entità. Molto più importante dello scambio verbale con il paziente, risulta l'implicazione non verbale dell'essere visitato subito, ascoltato con interesse e reintegrato al proprio ruolo con un dispaccio. Qualsiasi implicazione faccia risalire il problema a situazioni remote o imponderabili, o lo ritenga dovuto al 'disturbo' o basato su considerazioni che non risultano immediate e controllabili, porterà di frequente alla distruzione di quelle difese che potrebbero risultare ancora intatte».
(27). La «terapia d'ambiente» (milieu-therapy) è presumibile nasca dalla convinzione che l'importanza dell'esperienza ospedaliera non possa essere limitata all'ora della terapia (quando ce n'è una) e che tutto il personale debba perciò esercitare un'uguale influenza determinante sul paziente. Confer STANTON e SCHWARTZ, "The Mental Hospital" cit. e MAXWELL JONES, "The Therapeutic Community", Basic Books, New York 1953.
(28). Una minore conseguenza dell'interpretazione psicogenetica dei disturbi somatici, è che alcuni pazienti mentali possono essere spinti a non esporre il loro bisogno di un trattamento fisico, solo perché temono di venir giudicati dagli altri come persone che «si costruiscono le cose».
(29). BELKNAP, "Human Problems" cit., p. 144. Vorrei aggiungere che, essendo i pazienti mentali persone che, nel mondo esterno, rifiutano di sottoporsi ad un controllo sociale, sorge il problema di come si possa applicare un tale controllo all'interno dell'ospedale. Io credo che lo si ottenga soprattutto attraverso il «sistema di reparto», mezzo di controllo che si è largamente diffuso nei moderni ospedali psichiatrici. il punto chiave penso sia un sistema di reparti graduati, da un livello corrispondente ad un cattivo comportamento riconosciuto come accettabile, con gradi di disagio e di privazione ad esso corrispondenti. Qualunque sia il livello del cattivo comportamento di un nuovo paziente, si può trovare un reparto in cui la sua condotta sia generalmente trattata e, fino ad un certo limite, tollerata. In effetti, nel fargli accettare le condizioni di vita di questi reparti, al paziente viene riconosciuto di poter continuare ad indulgere nella sua cattiva condotta, sempre che non disturbi in modo particolare, dato che essa è, di routine, maneggiata nel reparto, se non proprio accettata. Quando il malato dà qualche segno di miglioramento rispetto al gruppo di cui fa parte, allora lo si impegna a promettere di essere disposto a migliorare il suo comportamento. Una volta impegnatosi in tal senso, è probabile gli sia concesso un miglioramento nelle condizioni di vita. Se egli dovesse comportarsi di nuovo scorrettamente, così come faceva prima, e persistervi, verrà invece rimproverato e retrocesso alle sue condizioni originarie. Ma se non retrocede e conferma la sua volontà di comportarsi ancora meglio, mantenendo questa linea di condotta per un lasso di tempo sufficiente, lo si farà procedere ancora nel ciclo di dimissione rapida, come accade per la maggior parte dei malati di prima ammissione che vengono dimessi entro l'anno. Si arriva così al punto in cui il paziente viene affidato ad un parente, sia in occasione di piccole passeggiate nel parco dell'ospedale, che per gite. in città, ed il parente viene allora trasformato in una persona che dispone di un ordinamento carcerario nel senso che ha la posizione giuridica per rinforzare la minaccia: «Sta' buono o ti rimando dentro». Ciò che si trova qui (e che non si trova all'esterno) è un esatto modello di quello che gli psicologi potrebbero chiamare una situazione pedagogica - il tutto legato od un processo consapevole di rinuncia. Per questa ragione, il livello morale dei pazienti nei reparti ribelli sembra più alto e più sano che nei reparti che precedono la dimissione, dove c'è una vaga aria di persone che si sono vendute per poter uscire.
(30). Confer T. S. SZASZ, "Psychiatry, Ethics, and the Criminal Law", in «Columbia Law Review», LVIII, 1958, p. 188.
(31). T. S. SZASZ, "Politics and Mental Health", in «American Journal of Psychiatry», CXV, 1958, p. 509. Confer anche il suo "Psychiatric Expert Testimony - Its Covert Meaning & Social Function", in «Psychiatry», XX, 1957, p. 315; e "Some Observations on the Relationship between Psychiatry and the Law", in «A.M.A. Archives of Neurology and Psychiatry», LXXV, 1956, p.p. 297-315.
(32). Confer al proposito STANTON e SCHWARTZ, "The Mental Hospital" cit., p.p. 200 segg.
(33). E' da notare che l'autodisciplina richiesta ad un paziente mentale per permettere al suo psichiatra di agire come un qualsiasi altro professionista, trova una sua giustificazione completa e dettagliata nella letteratura psicoanalitica, in base a considerazioni tecnico-terapeutiche. Esiste una perfetta armonia, precedentemente stabilita, fra ciò che è bene per il paziente e ciò che, di fatto, lo psichiatra gli richiede se si vuole mantenere il rapporto di tipo professionale. Per parafrasare il signor Wolson, ciò che è bene per la professione, è bene per il paziente. Ho trovato particolarmente nuova l'analisi sull'importanza psicologica del fatto che il paziente si renda conto che il terapista ha una sua vita personale e che non sarebbe bene per lui che il terapista dovesse rinunciare alle sue vacanze, o accettasse di vederlo in seguito ad una chiamata telefonica fatta a mezza notte, o si lasciasse mettere fisicamente in pericolo da lui. Confer C. A. WITAKER e T. P. MALONE, "The Roots of Psychotherapy", Blakiston Co., New York 1953, p.p. 201-2.
(34). Seguendo il presupposto secondo il quale il paziente può semplicemente essere il «portatore di un sintomo» per l'intero nucleo familiare, gli psichiatri ricercatori tentano di portare intere famiglie in reparti ospedalieri sperimentali. I problemi collaterali che derivano dai necessari adattamenti a questo nuovo tipo di vita, soprattutto per quanto riguarda la struttura dell'autorità familiare, sono molto gravi e il loro effetto è stato forse valutato troppo poco.
(35). In questo caso lo psichiatra può esplicitamente riconoscere di dover terapeutizzare non l'individuo, ma l'intero sistema sociale ospedaliero. Lo psichiatra e il "training" medico sembrano preparare questi professionisti ad accettare la responsabilità di dirigere un reparto o un ospedale, liberandoli dal timore che si può avvertire di fronte ad un tale compito, con una preparazione notevole e l'esperienza necessaria.
(36). Per un commento sull'atteggiamento di modestia dichiarata nel contesto di un'organizzazione ospedaliera di alto livello, confer A. H. STANTON, "Problems in Analysis of Therapeutic Implications of the Institutional Milieu", in "Symposium on Preventive and Social Psychiatry" cit., p. 499.
(37). BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 200.
(38). Naturalmente anche i pazienti hanno le loro storie esemplari, quasi altrettanto discreditanti nei confronti dello staff.
(39). La psicologia sociale della percezione del carattere «essenziale», è stata recentemente sviluppata da Harold Garfinkel, in una serie di lavori non pubblicati, cui sono debitore.
(40). Confer JOHN MONEY, "Linguistic Resources and Psychodynamic Theory", in «British Journal of Medical Psychology», XXVIII, 1955, p.p, 264-66. Per utili esempi di questo processo di traduzione, confer WEINSTEIN e KAHN, "Denial of Illness" cit. Gli autori citano termini come «mutismo acinetico», «sindrome di Anton», «paramnesia riduplicativa», «anosognosia», usati tradizionalmente per riferirsi al rifiuto da parte del paziente di riconoscere il proprio stato di malattia; quindi descrivono sotto categorie come «spostamento», «risposte inappropriate», «parafrasia» i vari modi in cui i pazienti rifiutano di rispondere alla situazione civilmente e in modo collaborativo; una tale intransigenza viene definita come il prodotto psicofisiologico della malattia dei cervello e non come una risposta sociale ad un trattamento minaccioso involontario. Confer anche BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 170.
(41). SOMMER, "Patients Who Grow Old" eccetera cit., p. 584.
(42). T. S. SZASZ, W. F. KNOFF e M. H. HOLLENDER, "The Doctor-Patient Relationship and Its Historical Context", in «American Journal of Psychiatry», CXV, 1958, p. 526.
(43). Le tecniche usate dai psicoterapisti di gruppo possono essere studiate come parte dei metodi di indottrinamento di piccoli gruppi. Per esempio, sono comunemente pochi i pazienti che risultano competenti nella linea psichiatrica e relativamente pronti a seguirla. Una lamentela presentata da un paziente, può essere presa dal terapista e riferita agli altri pazienti per conoscere la loro opinione al proposito. Essi tradurranno per colui che si lamenta, dimostrando che i suoi compagni vedono la sua lamentela come espressione della sua personalità, lasciando al terapista l'iniziativa di agire in merito con la sua autorità; ma ora qualcuno del gruppo sarà polarizzato contro colui che si è lamentato. Per una recente analisi al proposito, confer JEROME D. FRANK, "The Dynamics of the Psychotherapeutic Relationship", in «Psychiatry», XXII, 1959, p.p. 17-39.
(44). Riferitomi personalmente da Howard S. Becker.
(45). [Il termine «oggettivazione» non viene usato dall'autore, ma il contesto sembra esplicitamente riferirsi a questo processo che è da ritenersi la base essenziale su cui si fonda la relazione medico-paziente sia in medicina generale che in psichiatria].
(46). Dei più di cento pazienti che conoscevo nell'ospedale dove ho svolto la mia ricerca, uno ammetteva di sentirsi troppo ansioso per allontanarsi più di un edificio oltre il suo reparto. Non mi risulta che qualche degente preferisse il reparto chiuso, tranne per i pazienti descritti dallo staff.
(47). Confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 191.
(48). Mi hanno raccontato di pazienti mentali maniaci che soffrivano di T.B.C. per i quali era stata prescritta una lobotomia, dato che la loro iperattività li avrebbe uccisi. Questa è una decisione che implica un servizio personale, e non il carattere di manutenzione della medicina. Si può qui ripetere che non è determinante l'atto, quanto il contesto organizzativo nel quale viene proposto.
(49). Confer BELKNAP, "Human Problems" eccetera cit., p. 192.
(50). La società esterna è anch'essa impegnata a sostenere questo ruolo. Si ritiene anche che l'esperienza terapeutica ideale, oggi in voga, sia un'immersione prolungata in una psicoterapia individuale, preferibilmente di tipo psicoanalitico. Secondo questo punto di vista, il modo ideale di migliorare il servizio degli ospedali di stato, sarebbe quello di aumentare lo staff psichiatrico, così da estendere il più possibile la terapia individuale; dovendo accantonare questo ideale evidentemente impossibile da raggiungere, si pensa di provvedere la quantità massima del secondo tipo di psicoterapia, la psicoterapia di gruppo e i consigli. Ma questa soluzione potrà forse aiutare la condizione del ruolo degli psichiatri, non certo la situazione umana nella quale i pazienti mentali vivono.

POSTFAZIONE
di Franco e Franca Basaglia.

(1). In "The Authoritarian Personalità" di T. W. ADORNO e altri, Harper and Bros., New York 1950, 150 p.p.
(2). Ne è un esempio (da ritenersi l'espressione più pura di un'intenzione che non ha più paura di smascherarsi) la posizione presa in questi giorni da un'amministrazione provinciale, di fronte allo stralcio di legge n. 431 in data 18 marzo '68 sull'assistenza psichiatrica, che tende alla liberalizzazione degli ospedali psichiatrici attraverso l'introduzione del ricovero volontario: esso sfugge al controllo giuridico, tipico del ricovero coatto, e consente così la graduale riduzione dei pazienti soggetti al marchio sociale. Di fronte a questi primi tentativi legali di ridurre la natura della distanza che separa il paziente che può permettersi una cura in cliniche private (sfuggendo quindi allo stigma della malattia mentale) e colui che ha come unica possibilità il manicomio, l'amministrazione provinciale di cui sopra invita e impone ai medici dell'ospedale psichiatrico che da essa dipende, di consentire il ricovero volontario solo ai pazienti dozzinanti e, in caso non siano assistiti dagli enti mutualistici, previo deposito cauzionale di lire 100000, ridotto in una circolare successiva a lire 50000.
E' evidente come, anche all'interno di una legge riformistica che tende a modificare le contraddizioni più sfacciatamente palesi della nostra assistenza psichiatrica, si continui a perpetuare - sfruttando l'ambiguità interpretativa della legge - la abituale discriminazione fra chi ha e chi non ha, subordinando la definizione di pericolosità, tipica del ricovero coatto, alle condizioni economiche del paziente. In questo modo viene svuotato dall'interno il significato della legge stessa.


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