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Marx e la pena 2. "Rivelazione del mistero della religione critica ovvero Fleur de Marie" (5).

a) La «Fior di Maria» speculativa.

Ancora una Parola sulla «Fior di Maria» speculativa del signor Szeliga prima di passare alla Fleur de Marie di Eugenio Sue.
La «Fior di Maria» speculativa è anzitutto una rettifica. Il lettore potrebbe infatti concludere, dalla costruzione del signor Szeliga, che Eugenio Sue

«abbia separato l'esposizione del fondamento, oggettivo» (cioè della «situazione del mondo») «dallo sviluppo delle forze agenti individuali, le quali possono essere comprese solo partendo da quello sfondo».

Oltre al compito di rettificare questa supposizione erronea del lettore, prodotta dall'esposizione del signor Szeliga, Fior di Maria, nel nostro «poema epico», cioè nel «poema epico» del signor Szeliga, ha anche una missione metafisica.

«Situazione del mondo ed avvenimento epico, non sarebbero legati artisticamente in un tutto veramente unitario, se si intrecciassero fra loro solo in un miscuglio variopinto, se si alternassero fra loro ora, qui, un aspetto della situazione del mondo e poi, là, una scena d'azione. Se un'unità reale deve sorgere, è necessario che entrambi i termini, i misteri di questo mondo prigioniero e la chiarezza, la sincerità e la sicurezza con cui Rodolfo penetra in essi e li rivela, si congiungano in un solo individuo... Fior di Maria ha questo compito».

Il signor Szeliga costruisce Fior di Maria in modo analogo alla costruzione baueriana della madre di Dio.
Da un lato sta il «divino» (Rodolfo), al quale è attribuita ogni «potenza e libertà», il principio solamente attivo. Dall'altro lato sta la «situazione del mondo», passiva, e gli uomini che ad essa appartengono. La situazione del mondo è «il terreno del reale». Ora, se essa non deve essere «del tutto abbandonata», cioè se «l'ultimo residuo dello stato di natura non deve essere tolto»; se il mondo stesso deve anche avere una qualche parte nel «principio dello sviluppo», che Rodolfo, di contro al mondo, concentra in sé; se «l'umano non deve essere rappresentato come semplicemente non libero e non attivo», è necessario che il signor Szeliga ceda alla «contraddizione della coscienza religiosa». Benché egli separi l'una dall'altra la situazione del mondo e la sua attività, benché le concepisca come il dualismo fra una massa morta e la critica (Rodolfo), egli deve necessariamente, tuttavia, concedere di nuovo alla situazione del mondo e alla massa alcuni attributi della divinità, e costruire, in Fior di Maria, l'unità speculativa di entrambi, di Rodolfo e del mondo (vedi "Critica dei Sinottici", vol. 1, p. 39).
Oltre alle relazioni reali in cui il padrone di casa (la «forza individuale» agente) sta con la sua casa (il «fondamento oggettivo»), la speculazione mistica, e anche l'estetica speculativa, ha bisogno di una terza unità concreta, speculativa, di un soggetto-oggetto, il quale sia la casa e il padrone di casa in una sola persona. La speculazione, poiché non ama le mediazioni naturali nella loro larga, circostanziata, determinatezza, non vede che quello stesso «,aspetto della situazione del mondo», per esempio la casa, che è un «fondamento oggettivo» per l'uno, per esempio il padrone di casa, per l'altro, per esempio l'architetto della casa, è un «avvenimento epico». La critica critica che rimprovera all'«arte romantica» il «dogma dell'unità», per ottenere «un tutto veramente unitario», per ottenere un'«unità reale», mette al posto della connessione naturale e umana fra situazione del mondo e avvenimento del mondo, una connessione fantastica, un soggetto-oggetto mistico, così come Hegel, al posto della connessione reale di uomo e natura, pone un soggetto-oggetto assoluto, che è in una sola volta tutta la natura e tutta l'umanità, lo spirito assoluto.
Nella Fior di Maria critica la «colpa generale dell'epoca, la colpa del mistero», diventa il «mistero della colpa», così come la colpa generale del mistero, nell'épicier indebitato, diventa il mistero dei debiti.
Fior di Maria, conformemente alla costruzione della madre di Dio, dovrebbe di necessità essere propriamente la madre di Rodolfo, del redentore del mondo. Il signor Szeliga lo dichiara espressamente:

«Secondo la successione logica, Rodolfo dovrebbe di necessità essere il figlio di Fior di Maria».

Ma, poiché è non suo figlio, ma suo padre, il signor Szeliga trova qui «il nuovo mistero, per cui il presente spesso genera dal proprio grembo, anziché il futuro, il passato estinto da tempo». Egli scopre, anzi, l'altro mistero, ancora più grande, che contraddice direttamente la statistica di massa, per cui «un bambino, se non diventa a sua volta padre o madre, ma scende nella tomba vergine e innocente... è essenzialmente... figlia».
Il signor Szeliga segue fedelmente la speculazione hegeliana quando, secondo la «successione logica», considera la figlia madre di suo padre. Nella filosofia della storia di Hegel, come nella sua filosofia della natura, il figlio genera la madre, lo spirito genera la natura, la religione cristiana genera il paganesimo, il risultato genera il cominciamento.
Il signor Szeliga, dopo aver dimostrato che Fior di Maria secondo la «successione logica», dovrebbe di necessità essere madre di Rodolfo, dimostra ora il contrario: che essa «per corrispondere del tutto all'idea che essa incarna nel nostro poema epico, non può mai diventare madre». Ciò dimostra, per lo meno, che l'idea del nostro poema epico e la successione logica del signor Szeliga si contraddicono reciprocamente.
La Fior di Maria speculativa non è che l'«incarnazione di un'idea». Ma di quale idea? «Essa ha il compito di rappresentare, per così dire, l'ultima lacrima di malinconia che il passato versa prima della sua dipartita completa». Essa è la rappresentazione di una lacrima allegorica, ed anche questo poco che essa è, lo è solo «per così dire».
Noi non seguiamo il signor Szeliga nella sua rappresentazione ulteriore di Fior di Maria. Lasciamo a lei stessa il piacere di «formare, contro chiunque», secondo la prescrizione del signor Szeliga, «l'opposizione più decisa», un'opposizione misteriosa, misteriosa come le proprietà di Dio.
E tanto meno sottilizziamo intorno «al vero mistero» che «è stato calato da Dio nel seno dell'uomo», mistero al quale la Fior di Maria speculativa «pure per così dire» accenna. Passiamo dalla Fior di Maria del signor Szeliga alla Fleur de Marie di Eugenio Sue ed alle miracolose cure critiche che Rodolfo compie su di lei.

b) Fleur de Marie.

Noi troviamo Marie in mezzo a delinquenti, come ragazza di piacere e come serva dell'ostessa della taverna dei delinquenti. All'interno di questa degradazione essa conserva una nobiltà d'animo umana, un candore umano e una bellezza umana, che si impongono al suo ambiente, la innalzano a fiore poetico della cerchia dei delinquenti, e le procurano il nome di Fleur de Marie.
E' necessario osservare con precisione Fleur de Marie fin dal suo primo presentarsi per poter confrontare la sua figura originaria con la sua trasformazione critica.
Pur con tutta la sua dolcezza Fleur de Marie dà subito prove di coraggio, di energia, di serenità, di elasticità di carattere, cioè di qualità, le quali sole possono chiarire il suo dispiegarsi umano all'interno della sua situazione disumanata.
Contro Chourineur, che la maltratta, essa si difende con le sue forbici. Questa è la prima situazione in cui la troviamo. Essa non appare come un agnello inerme, che cede senza resistere alla brutalità soverchiante, ma come una ragazza che sa far valere i suoi diritti, che sa sostenere una lotta.
Nella taverna dei delinquenti della Rue aux Fèves, essa racconta a Chourineur e a Rodolfo la storia della sua vita. Durante il racconto, essa ride delle battute di Chourineur. Essa si accusa di avere, uscita dal carcere, speso in carrozze e sprecato i trecento franchi guadagnati colà, e ciò invece di cercare lavoro, «ma non avevo nessuno che mi consigliasse». Il ricordo della catastrofe della sua vita - la sordida vendita all'ostessa dei delinquenti - la dispone a malinconia. Dalla sua fanciullezza, questa è la prima volta che ricorda tutti questi avvenimenti.

«Le fait est que Źa me chagrine ce regarder ainsi derrière moi... ca doit Étre bien bon d'Étre honnÉte».

Alla battuta di Chourineur, che deve diventare onesta essa esclama:

«HonnÉte, mon Dieu! Et avec quoi donc veux-tu que je sois honnÉte?»

Essa dichiara esplicitamente di non essere una «che fa la piagnucolosa»:

«Je ne suis pas pleurnicheuse»;

ma la sua situazione è triste:

«Ca n'est pas gai».

Infine, in opposizione con il "pentimento" cristiano, essa enuncia sul passato il fondamentale principio umano, nello stesso tempo "stoico" ed "epicureo", proprio di una donna libera e forte:

«"Enfin ce qui est fait, est fait"».

Accompagniamo ora Fleur de Marie nella sua prima gita in carrozza con Rodolfo.
«La coscienza della tua terribile situazione ti ha certamente tormentato spesso», dice Rodolfo, già solleticato ad avviare una conversazione morale.

«Sì», essa risponde «più di una volta ho guardato, oltre i parapetti, la Senna, ma poi contemplavo i fiori, il sole, e mi dicevo: il fiume sarà sempre là, io non ho ancora diciassette anni, chi sa? Dans ces moments-là il me semblait que mon sort n'était pas mérité, qu'il y avait en moi quelque chose de bon. Je me disais, on m'a bien tourmenté, mais au moins je n'ai jamais fait de mal à personne».

Fleur de Marie considera la situazione nella quale si trova, non come una libera creazione, non come espressione di se stessa, ma come un destino che non ha meritato. Questa cattiva sorte può cambiare. Essa è ancora giovane.
Nella concezione di Maria il bene e il male non sono le astrazioni morali del bene e del male. Essa è buona, perché non ha recato dolore a nessuno; è stata sempre umana verso il suo ambiente inumano. Essa è buona, perché sole e fiori le rivelano la loro propria natura di sole e di fiori. Essa è buona, perché è ancora giovane, piena di speranza e coraggiosa. La sua situazione non è buona perché esercita su di lei una coercizione innaturale, perché non è l'estrinsecazione dei suoi impulsi umani, non è la realizzazione dei suoi desideri umani, perché è piena di tormento e priva di gioia. Essa commisura la situazione della sua vita alla sua propria individualità, alla sua essenza naturale, non all'ideale del bene.
Nella natura, dove cadono le catene della vita civile, dove essa può estrinsecare liberamente la natura sua propria, Fleur de Marie sprizza dunque un piacere di vivere, una ricchezza di sentire, una gioia umana per la bellezza della natura, che dimostrano come la situazione civile abbia sfiorato solo la sua superficie, come sia solo una semplice cattiva sorte, e come essa stessa non sia né cattiva né buona, ma umana.

«Monsieur Rodolphe, quel bonheur... de l'herbe, des champs! Si vous vouliez me permettre de descendre, il fait si beau... j'aimerais tant à courir dans ces prairies!».

Scesa dalla carrozza, essa coglie fiori per Rodolfo, «può appena parlare per la gioia» eccetera eccetera.
Rodolfo le svela che la condurrà nella fattoria di madame George. Là, essa può vedere piccionaie, stalle, eccetera; là c'è latte, burro, frutta, eccetera. Questi sono i veri mezzi della grazia per questa ragazza. Essa si divertirà; questo è il suo pensiero principale. «C'est à n'y pas croire... comme je veux m'amuser!». Essa spiega a Rodolfo nel modo più disinvolto la sua partecipazione alla sua cattiva sorte. «Tout mon sort est venu de ce que je n'ai pas économisé mon argent». Gli consiglia perciò di essere economo e di depositare il denaro alla cassa di risparmio. La sua fantasia si culla nei castelli in aria che Rodolfo le costruisce. Essa cade in preda all'afflizione solo perché «aveva dimenticato il presente», e perché «il contrasto di questo presente con il sogno di una esistenza gioiosa e ridente le richiama alla memoria gli orrori della sua situazione».
Fin qui noi vediamo Fleur de Marie nella sua forma primitiva, non critica. Eugenio Sue si è innalzato sopra l'orizzonte della sua ristretta visione del mondo. Ha colpito in piena faccia i pregiudizi della borghesia. Egli consegnerà Fleur de Marie al suo eroe Rodolfo per espiare la sua temerarietà, per guadagnarsi il plauso di tutti i vecchi e le vecchie, di tutta la polizia parigina, della religione corrente e della «critica critica».
Madame George, alla quale Rodolfo consegna Fleur de Marie, è una signora infelice, ipocondriaca e religiosa. Essa accoglie subito la ragazza con queste parole untuose: «Dio benedice quelli che lo amano e lo temono, che sono stati infelici, e che si "pentono"». Rodolfo, l'uomo della «critica pura», fa chiamare il funesto prete Laporte, incanutito nella superstizione. Costui è destinato a compiere la riforma critica di Fleur de Marie.
Maria si avvicina serena e disinvolta al vecchio prete. Eugenio Sue, nella sua brutalità cristiana, le fa subito sussurrare all'orecchio da un «istinto meraviglioso» che «la vergogna cessa là dove cominciano il "pentimento" e l'"espiazione"», cioè nella chiesa, che sola rende beati. Egli dimentica la disinvoltura serena della gita in carrozza, una serenità che i mezzi della grazia della natura e l'amichevole partecipazione di Rodolfo avevano prodotta, e che era stata turbata solo dal pensiero della necessità di tornare dall'ostessa dei delinquenti.
Il prete Laporte si mette subito su un piano "sopraterreno". Le sue prime parole sono:

«La misericordia di Dio è inesauribile, mia cara figliola! Egli te l'ha dimostrata non avendoti abbandonata in prove molto dolorose... l'uomo magnanimo, che ti ha salvata, ha realizzato queste "parole della Scrittura"» - si noti bene: le parole della Scrittura, non un fine umano - «Il Signore è vicino a coloro che lo invocano; egli esaudirà i desideri di coloro che lo invocano; egli udrà il loro grido e lì salverà... il Signore compirà la sua opera».

Maria ancora non afferra il significato maligno del sermone pretesco. Essa risponde:

«Io pregherò per coloro che hanno avuto pietà di me e mi hanno ricondotto a Dio».

Il suo primo pensiero non è Dio ma il suo salvatore umano, e vuol pregare per lui, non per la sua propria assoluzione. Essa ha fiducia che la sua preghiera influisca sulla salvezza altrui. Essa è anzi ancora così ingenua da supporre di essere già ricondotta a Dio. Il prete deve di necessità distruggere questa illusione eterodossa.

«Presto», egli la interrompe, «presto tu meriterai l'assoluzione, l'assoluzione dei tuoi grandi peccati... perché, per parlare ancora una volta insieme al profeta: Il Signore sorregge tutti coloro che sono vicini a cadere».

Non sfugga il piglio inumano del prete. Presto meriterai l'assoluzione! I tuoi peccati non ti sono ancora rimessi.
Come Laporte presenta alla ragazza, accogliendola, la coscienza del peccato, così Rodolfo, congedandosi, le presenta una croce d'oro, un simbolo della crocefissione cristiana che l'attende.
Maria abita già da qualche tempo nella fattoria di madame George. Ascoltiamo anzitutto un dialogo fra il vecchio prete Laporte e madame George. Egli ritiene impossibile per Maria un «matrimonio», «perché nessun uomo, nonostante la sua garanzia, avrà il coraggio di far fronte al passato che ha macchiato la sua giovinezza». Ed aggiunge che «essa ha grandi peccati da espiare, che il senso morale avrebbe dovuto di necessità sorreggerla». Egli dimostra la possibilità di mantenersi nella giusta via, così come il borghese più ordinario: «c'è molta gente caritatevole a Parigi». Il prete ipocrita sa molto bene che questa gente caritatevole di Parigi passa, ad ogni ora, per le strade più affollate, indifferente davanti a bambine dai sette agli otto anni, le quali, fin verso mezzanotte, offrono in vendita allumettes e simili, come una volta aveva fatto Maria, e il cui destino futuro, quasi senza eccezione, è quello di Maria.
Il prete ha avuto di mira l'espiazione di Maria; nell'intimo di lui, essa è condannata. Seguiamo Fleur de Marie in una passeggiata serale con Laporte, che essa accompagna a casa.

«Vedi, figliola mia», egli esordisce in modo untuosamente retorico, «l'orizzonte smisurato i cui limiti non si percepiscono più» - è infatti sera -; «mi sembra che la tranquillità e l'illimitatezza ci diano quasi un'idea dell'eternità... Io ti dico questo, Maria, perché tu sei sensibile alle bellezze della creazione... Spesso io sono stato commosso dall'ammirazione religiosa che queste cose ispirano a te, a te - che così a lungo sei stata privata del sentimento religioso».

Al prete è già riuscito di trasformare la gioia immediatamente ingenua che Maria prova di fronte alle bellezze naturali in una ammirazione religiosa. Per lei, la natura è già degradata nella natura diventata devota, cristianizzata, nella "creazione". L'atmosfera trasparente è stata profanata diventando il simbolo oscuro di una fiacca eternità. Maria ha già appreso che tutte le manifestazioni umane della sua essenza erano «profane», private della religione, della vera santità, irreligiose, empie. Il prete deve necessariamente renderla impura ai suoi stessi occhi, calpestare le sue forze i suoi mezzi della grazia naturali e spirituali, e ciò affinché essa diventi disposta a ricevere il mezzo soprannaturale della grazia che egli le promette - il battesimo.
Quando Maria vuol fare una confessione al prete e lo prega di essere indulgente, egli risponde:

«Il Signore ti ha dimostrato che egli è misericordioso».

Nell'indulgenza che esperimenta, Maria non può vedere una relazione naturale, che si intende da sé, una relazione con lei, con un essere umano, di un essere umano affine. In quell'indulgenza essa deve di necessità vedere una misericordia e una condiscendenza trascendenti, soprannaturali, sovrumane; nell'indulgenza umana essa deve di necessità vedere una misericordia divina. Essa deve necessariamente trascendere tutti i rapporti umani e naturali trasformandoli in rapporti con Dio. Il modo con cui Fleur de Marie, nella sua risposta, consente con il ciarlare pretesco sulla misericordia di Dio, dimostra fino a che punto la dottrina religiosa l'ha già guastata.
Essa dice che in principio, appena migliorata la sua situazione, ha sentito solo la sua nuova felicità.

«In ogni istante io pensavo al signor Rodolfo. Spesso alzavo gli occhi al cielo per cercarvi non Dio, ma lui, il signor Rodolfo, e ringraziarlo. Anzi, padre mio, io mi accuso del fatto che pensavo più a lui che a Dio, dato che egli aveva fatto per me ciò che solo Dio avrebbe potuto fare... Io ero felice, felice come uno che sia per sempre sfuggito a un grande pericolo».

Fleur de Marie trova già ingiusto aver sentito una nuova e felice situazione semplicemente come ciò che essa è realmente, come una nuova felicità, cioè essersi comportata rispetto a quella in modo naturale e non in modo soprannaturale. Essa si accusa già di avere visto nell'uomo che l'ha salvata ciò che egli realmente era, il suo salvatore, e di non avere messo al suo posto un salvatore immaginario, Dio. Essa è già affetta dall'ipocrisia religiosa, la quale toglie all'altro uomo ciò che egli ha meritato da parte mia per darlo a Dio, ipocrisia che considera, in generale, tutto ciò che è umano nell'uomo come estraneo a lui, e tutto ciò che in lui non è umano come sua proprietà peculiare.
Maria ci racconta che la trasformazione religiosa dei suoi pensieri, delle sue sensazioni, del suo atteggiamento verso la vita, è stata effettuata da madame George e da Laporte.

«Quando Rodolfo mi ha condotto via dalla Cité, io avevo già, indeterminatamente, la coscienza della mia degradazione, ma la educazione, i consigli, gli esempi, che ho ricevuto da Lei e da madame George, mi hanno fatto comprendere... di essere stata più colpevole che infelice... Lei e madame George mi hanno fatto "comprendere la profondità infinita della mia abiezione"».

Cioè, essa è debitrice verso il prete Laporte e verso madame George del fatto di avere cambiato la coscienza umana, e perciò sopportabile, della degradazione, con la coscienza cristiana, e perciò insopportabile, di una abiezione infinita. Il prete e la bigotta le hanno insegnato a giudicarsi partendo dal punto di vista cristiano.
Maria sente la grandezza dell'infelicità spirituale in cui la si è gettata. Essa dice:

«Poiché la coscienza del bene e del male doveva per me essere così terribile, perché non sono stata abbandonata al mio destino infelice?... Se non fossi stata strappata dall'infamia, la miseria, le botte, mi avrebbero uccisa molto presto; almeno sarei morta ignorando una purezza che desidererò sempre invano».

Il prete, insensibile, risponde:

«Perfino la natura più nobile, se è stata immersa,. anche per un solo giorno, nel fango da cui tu sei stata tratta fuori, conserva di ciò un marchio indelebile. E' questa l'immutabilità della giustizia divina».

Fleur de Marie, profondamente respinta, da questa melliflua maledizione pretesca, esclama:

«Voi vedete dunque che io devo per forza disperare».

L'incanutito schiavo della religione replica:

«Tu devi disperare della possibilità di strappare dalla tua vita questa pagina sconsolata, ma devi sperare nella misericordia infinita di Dio. Quaggiù, per te, povera figliola, lacrime, pentimento, espiazione, ma un giorno lassù, lassù, perdono, beatitudine eterna...».

Maria non è ancora così cretina da lasciarsi tranquillizzare dalla felicità eterna e dal perdono di lassù.

«Pietà», esclama, «pietà, mio Dio! Sono ancora così giovane... malheur à moi!».

La sofistica ipocrita del prete tocca il culmine:

«Al contrario, felice te, Maria, felice te, a cui il Signore manda i rimorsi, pieni di amarezza ma benèfici! Essi dimostrano la sensibilità religiosa della tua anima... ciascuna delle tue sofferenze sarà conteggiata lassù. Credimi, Dio ti ha lasciata per un momento sulla cattiva strada per riservarti la gloria del pentimento e la ricompensa eterna che è dovuta alla penitenza».

Da questo momento in poi Maria è serva della coscienza del peccato. Mentre, nella situazione più infelice, essa ha saputo formarsi un'individualità amabile, umana, e mentre, nella degradazione esteriore, era cosciente della sua essenza umana come della sua essenza vera, ora il fango della società moderna, che l'aveva toccata esteriormente, diventa la sua essenza più interna, e l'autotormentarsi continuo, ipocondriaco, con, questo fango, diventa il dovere, il compito della vita prescrittole da Dio stesso, il fine proprio della sua esistenza. Mentre prima si vantava: «je ne suis pas pleurnicheuse»; mentre sapeva: «Ce qui est fait, est fait», ora per lei l'automacerazione diventa il "bene" e il pentimento diventa la "gloria".
Più tardi, risulta che Fleur de Marie è figlia di Rodolfo. Noi la ritroveremo come principessa di Gerolstein. La sentiamo dire in un dialogo con il proprio padre:

«En vain je prie Dieu de me délivrer de ces obsessions, de remplir uniquement mon coeur de son pieux amour, de ses saintes espérances, de me prendre enfin toute entière, puisque je veux me donner toute entière à lui... il n'exauce pas mes voeux - sans doute, parce que mes préoccupations "terrestres" me rendent indigne d'entrer en commun avec lui».

Dopo avere capito che i suoi traviamenti sono delitti "infiniti" verso Dio, l'uomo può assicurarsi la redenzione e la grazia solo se si abbandona totalmente a Dio, solo se muore totalmente per il mondo e per le cure del mondo. Dopo aver capito che la liberazione dalla sua situazione inumana è un miracolo divino, Fleur de Marie deve necessariamente essa stessa diventare santa per essere degna di tale miracolo. Il suo amore umano si deve necessariamente trasformare nell'amore religioso, il tendere alla felicità nel tendere alla beatitudine eterna, l'appagamento terreno nella speranza santa, la comunione con gli uomini nella comunione con Dio. Dio deve prenderla interamente. Essa stessa esprime il mistero per cui egli non la prende interamente. Essa non si è ancora data totalmente a lui, il suo cuore è ancora turbato e posseduto da preoccupazioni terrene. E' questa l'ultima scintilla della sua solida natura. Si dà totalmente a Dio, morendo totalmente per il mondo e entrando in convento.

«Nessuno deve andare in convento
se non è ben fornito
di una conveniente riserva di peccati,
perché mattina e sera
non possa mancargli il piacere
di tormentarsi con il pentimento» (Goethe) (6).

Nel convento, Fleur de Marie, mediante gli intrighi di Rodolfo, è promossa badessa. All'inizio, per il senso della sua indegnità, rifiuta di accettare questo posto. Ma la vecchia badessa la incoraggia:

«Je vous dirai plus, ma chère fille, avant d'entrer au bercail, votre existence aurait été aussi égarée, qu'elle a été au contraire pure et louable... que les vertus évangéliques, dont vous avez donné l'exemple depuis votre séjour ici, expieraient et rachèteraient encore aux yeux du Seigneur un passé si coupable qu'il f×t».

Dalle parole della badessa, noi vediamo che le virtù mondane di Fleur de Marie si sono trasformate in virtù evangeliche, o meglio che le sue virtù reali non possono più presentarsi che come virtù caricaturate evangelicamente.
Maria risponde alle parole della badessa:

«Sainte mère, je crois maintenant pouvoir accepter».

La vita conventuale non corrisponde all'individualità di Maria, ed essa muore. Il cristianesimo la consola solo nell'immaginazione; cioè, la sua consolazione cristiana è appunto l'annientamento della sua vita reale e del suo essere reale - la sua morte.
Rodolfo ha dunque trasformato, prima, Fleur de Marie in una peccatrice pentita; poi, la peccatrice pentita in una monaca, e infine la monaca in un cadavere. Al suo funerale, oltre al prete cattolico, anche il prete critico Szeliga tiene un sermone funebre.
Egli chiama la sua esistenza «innocente» esistenza «effimera» e la contrappone alla «colpa eterna e indimenticabile». Egli glorifica il fatto che il suo «ultimo respiro» è «invocazione di remissione e di perdono». Ma, come il prete protestante, dopo avere esposto la necessità della grazia del Signore, la partecipazione del defunto all'universale peccato originale e l'intensità della sua coscienza del peccato, deve poi necessariamente, con una svolta verso il mondo, lodare le virtù del defunto, anche il signor Szeliga compie questa svolta:

«E tuttavia a lei personalmente niente è da rimettere».

Infine, sulla tomba di Maria, getta il fiore più vizzo dell'eloquenza pulpitesca:

«Pura interiormente come raramente è stato un essere umano, è spirata a questo mondo».

Amen!


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