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CONSIDERAZIONI SULLA PSICHIATRIA (1)
di Ronald Laing.


Ieri notte ho fatto un sogno che ha risolto il problema di come cominciare questa conversazione. Ho sognato che incominciavo dicendo che ieri notte avevo fatto un sogno, ed è quello che sto facendo adesso, e nel sogno incominciavo riferendomi alla «capacità negativa», di cui Keats (2) parla in una lettera come della capacità di tollerare «incertezze, misteri e dubbi senza un'irritante ricerca dei fatti e delle ragioni». Nel sogno, dopo aver detto questo e dopo che questo era stato accettato con simpatia e tranquillità, ero felice che fosse andata bene, perché una delle preoccupazioni che mi vengono dal dover parlare qui stasera è che non mi piace deludere la gente, perché chi lo fa è facile si renda antipatico o anche odioso, e essere considerato antipatico o odioso non è cosa che mi piaccia in modo particolare.
Spero non si pensi che il fatto di non aver accettato molte delle risposte che trovavo pronte davanti a me significhi che io penso di avere già «la risposta» per conto mio. Preferisco dire che non sono riuscito a comperare le risposte che gli altri vendevano. Tutto quello che posso fare è essere onesto con voi a questo proposito, e dire le cose come stanno.
Per quanto riguarda la psichiatria... Psichiatria. La parola significa cura della psiche. Quando si pensa alla psichiatria si può scegliere tra pensare a ciò che è realmente la cura della psiche, oppure a ciò che fanno le persone che noi chiamiamo psichiatri oggi. Francamente non penso ci siano molti psichiatri che siano psichiatri - nel senso originale del termine. Non credo di poter chiamare realmente «psichiatria» la maggior parte di ciò che passa oggi sotto il nome di psichiatria o di trattamento psichiatrico.
Per cominciare devo fare alcune precisazioni. Non sono un antipsichiatra. Se esistono degli antipsichiatri, si tratta di quegli psichiatri che non praticano la psichiatria come la intendo io, anzi, che non praticano la vocazione della medicina come la intendo io; gente cioè che si è messa in una situazione estremamente confusa. Mi auguro se ne tirino fuori e spero ci riescano. La confusione nasce storicamente in modi complessi. E' successo che parte dei medici si sia trasformata in secondini. Gli ospedali psichiatrici (intendo la maggior parte degli ospedali, tranne rare eccezioni, per quanto ne sappia, in Europa in Nordamerica e ovunque io sia stato) non sono il genere di posto dove avrei piacere di andare se mi trovassi nella condizione mentale di non poter andare altrove.
Basta pensarci un attimo per essere d'accordo. Provate a domandarvi dove vi piacerebbe essere se vi sentiste molto fragili e incapaci di organizzare la vostra vita per un po' di tempo, o se non sapeste da che parte voltarvi, o se vi comportaste in modo tale da risultare insopportabili a chiunque conosciate, finché, ad un certo punto, l'ultima persona che vi restava non ce la fa più ed è costretta a telefonare per fare in modo che ci pensi la società - visto che tutti gli altri mezzi sono falliti. Se vi succedesse tutto questo, dove andreste? Be', dove si avrebbe piacere - almeno dove avrei piacere io di andare (e di esserci andato prima che tutto questo succedesse) - è un posto che io chiamo "asilo", nel senso che di questa parola dà l'Oxford English Dictionary, un posto sicuro di ricovero e di tranquillità.
Ora prendiamo un tipico ospedale psichiatrico, di quelli ben attrezzati. Il numero dei degenti lo si conta contando i letti. E' un ospedale con duecento letti o è un ospedale con mille letti. Forse ci sono alcune stanze in questo ospedale, ma per la maggior parte è suddiviso in reparti. Il personale è costituito di infermieri e medici, oltre al personale genericamente definito ausiliario. Una volta entrati in un reparto, se si è molto disturbati, la porta in genere viene sprangata. Ci sono modi diversi di aprire le porte. Il primo ospedale, in questo paese, che ha aperto le porte è stato Dingleton. Sono andato a visitarlo un po' di tempo dopo, gestivano questa situazione dando alla gente dosi abbastanza consistenti di sedativi, quando era necessario... cioè quando lo si riteneva necessario... questo prima dei tempi dei tranquillanti, proprio quando i tranquillanti incominciavano ad essere introdotti, e soprattutto usando l'elettroshock come procedura abituale al momento dell'ammissione. Così succedeva che un certo numero di persone venivano sottoposte ad elettroshock nelle prime ore di ricovero, con il risultato che le porte potevano rimanere aperte perché nessuno di quelli che rischiavano di scappare aveva la forza di uscire dalla porta. E questa è una maniera di farlo.
Ma di solito le porte sono chiuse, il che significa che può entrare solo chi ha il permesso di entrare dello staff. E nessuno esce se lo staff non ha deciso che possa uscire. Si può uscire ogni tanto se si chiede il permesso. Si può ottenere la grazia, si può forse uscire se ci si comporta bene. La gente può venire in visita a determinate ore. Ma nessuno prende realmente in considerazione la possibilità che si possa andare e venire a qualunque ora del giorno e della notte, e che si possano invitare gli amici a passare una serata insieme, lasciandoli andare dove vogliono, o, anche, se si vuole, avere qualcuno che passa la notte con te. Né, mi si corregga se sbaglio, che io sappia, esistono ospedali dove l'elemento maschile e quello femminile dell'umanità non vengano divisi, volenti o nolenti, in dormitori separati quando scende la sera. Né so di posti dove, oltre allo spazio, anche il tempo non sia in mano dello staff. Non si può avere il proprio tempo a propria discrezione, non si può stare alzati e andare in giro di notte e dormire la maggior parte del giorno, se per caso il vostro ritmo è invertito in questo modo. Sto parlando di una situazione che si verifica forse nel 99,99 per cento dei casi. C'è ogni tanto una eccezione, che dura, da quello che ho capito io, per un breve periodo di tempo finché l'innovatore viene trasferito ad un altro ospedale, gli viene dato un altro incarico dall'amministrazione locale, e l'esperimento si chiude. Parlo quindi di una situazione quasi generale, non solamente di un sessanta, settanta per cento; praticamente è così dappertutto.
Non si dispone del proprio tempo, non si dispone del proprio spazio. Non si possono incontrare le persone che si desidera incontrare, né evitare chi si vuole evitare. Nella maggior parte degli ospedali non si può scegliere il cibo che si mangia, perché l'ospedale psichiatrico fa il cibo da ospedale, e non è migliore lì più di quanto lo sia in qualunque ospedale generale che io abbia visto. Non so perché, veramente non so perché, il cibo di ospedale debba per forza essere così poco appetitoso. Non si sa di chi sia la colpa, ma c'è nessuno che conosca un ospedale dove si vada apposta per mangiare qualcosa? Perché non si parla del cibo dei migliori ospedali sulla Guida Michelin?
Non puoi farti da mangiare da solo, e non ti permettono di non mangiare se pensano che tu lo debba fare, anche se hai voglia di digiunare. Secondo me ci sono pochi posti, parlo di posti di cura psichiatrica, dove si possa fare un digiuno e magari trovare una persona che sa, per esperienza personale, cos'è un digiuno, e che possa dare una mano a superare gli alti e bassi che questo comporta.
Non voglio soffermarmi troppo su questo triste argomento, ma penso che si potrebbe continuare a parlarne, perché gli psichiatri continuano a controbattere quello che dico; sostengono che io complico ancora di più il loro lavoro e che sono ingiusto, e che quello che dico è un travestimento della psichiatria e così via. Tuttavia, parlo sul serio... viaggio, incontro psichiatri, sento cose dai giornali e da gente che è stata in ospedale, e purtroppo non posso ritirare quello che ho detto. Sarei felice di poterlo fare, ma devo dire che, per quello che posso vedere io, per quello che ne so, gli ospedali psichiatrici non sono «asili». Naturalmente dire che un posto è un «asilo» non dipende da come è costruito l'edificio, o dal fatto che i medici tengano il camice addosso o meno, o che girino coi martelletti in mano e gli stetoscopi appesi al collo, o che i pazienti abbiano il tavolo da ping-pong nella sala giochi, o che ci sia un bel reparto di terapia occupazionale o un atelier di pitture o cose del genere. La questione è molto più profonda, più radicale e più sottile. Lasciatemi provare ad esprimerla. L'origine della medicina occidentale è la medicina di Esculapio e più tardi quella ippocratica. La medicina esculapica era praticata dai sacerdoti di Esculapio in tutta l'Asia minore, era legata al mondo egiziano e, si pensa, a quello indiano. I sacerdoti appartenevano ad una famiglia allargata di medici che traeva origine da Esculapio, figura leggendaria e mitica, mezzo dio e mezzo uomo, figlio di Apollo. Il simbolo della medicina esculapica ed ippocratica era ed è tuttora il simbolo della medicina moderna, ed ogni medico pronuncia il giuramento di Ippocrate. Il simbolo dell'arte, del mestiere, della vocazione o di quello che è, del medico è il bastone (caduceo) con uno o due serpenti arrotolati. Mi sembra fuori dubbio che il bastone con i serpenti attorcigliati sia il sentiero centrale della tradizione tibetana-indù che passa attraverso Tilopa, Naropa, Marpa, Milarepa. E' la colonna centrale - il pilastro "djed" raffigurato nei riti di Osiride nella religione egizia. E' il serpente che Gesù allevò nel deserto. E' il "nadi" centrale con i sentieri che lo accompagnano, quello che si può trovare nelle mappe del "single body" in tutto il mondo.
I greci ritenevano che lo stesso potere che causa il male è quello che lo cura. Così per poter curare il male bisogna rovesciare il potere a cui ci si è avvicinati dalla parte sbagliata. Questo potere è raggiungibile solo se esso stesso ce lo concede. Il trattamento di mali fisici, emozionali o mentali, in questi templi, consisteva nell'incubazione (3). Avevano incubatori che erano vere fosse di serpenti. Erano stanze rotonde, sotto terra, con un piano rialzato nel mezzo. Oggi si pensa che al malato venissero date sostanze psichedeliche e che poi fosse calato in questa stanza completamente buia, circondato da serpenti per tre giorni. Durante il periodo di permanenza in questo incubatorio, la persona poteva avere visioni o no, e gli si dava la cura. Se non guariva subito, il dio, il rappresentante o il messaggero del dio gli comunicava la cura necessaria; uscendo dalla fossa, dopo settantadue ore o più, egli riferiva la cura ai sacerdoti che provvedevano alla sua messa in pratica. La cura, cioè, proveniva dai recessi più profondi dell'io del paziente e gli assistenti, i sacerdoti, eseguivano semplicemente le direzioni che il paziente dava loro.
Non sto proponendo di rimettere in funzione gli incubatori.
Non si può tornare a fare le cose esattamente com'erano, ma penso valga la pena di ripensare un momento a quell'idea e a quella pratica. Penso valga la pena di pensare al principio che esse chiamano in causa. Gli sviluppi di questa tradizione possono essere individuati nelle prime comunità del mondo occidentale che prendono il nome di comunità terapeutiche. Si diede il nome di terapisti alle persone che vivevano in queste comunità. Erano uomini, donne e bambini di sessi e famiglie diversi. Non c'era alcuna separazione monastica fra i sessi e tutto si faceva alla presenza dei bambini. Il nome di terapisti dato a queste persone nelle comunità terapeutiche, aveva il significato che il termine assumeva in quei tempi, cioè di assistenti. Erano assistenti della divinità e ritenevano che la divinità si manifestasse nei rapporti che essi intrattenevano fra di loro. Così essi epitomizzavano il loro ideale come amore, l'amore che esisteva nelle famiglie, tra fratelli e sorelle.
In questo senso è interessante anche l'etimologia della parola assistente ["attendant"]. Significa orientare la propria mente in una precisa direzione; viene dalla stessa radice della parola attenzione ["attendence"]. Un assistente o un terapista è dunque una persona che presta attenzione, nel nostro caso che presta attenzione - secondo me - ai fattori "fisici, emozionali, mentali" e "sociali" che esistono tra di noi, dentro di noi e fra di noi. E allora, se pensiamo alla terapia, essa è la pratica dell'imparare a prestare attenzione. La terapia è imparare ad essere un terapista.
Se la propria cosiddetta terapia è riuscita bene, allora si è diventati terapisti. La terapia, nel senso vero, reale e pratico della parola, non ha niente a che fare con le qualificazioni date dai pezzi di carta o con il fatto che si sia «qualificati» sulla carta come medici, psichiatri o psicanalisti, o come psicologi clinici, o assistenti sociali o cose del genere. Un conto è aver ottenuto queste carte, altro è essere riusciti a sviluppare, durante l'addestramento, il desiderio, l'estro, la capacità e l'abitudine di prestare attenzione. Finché abbiamo questo concetto ben chiaro penso non ci sia niente di male a laurearsi o a prendere diplomi. Ma il problema è che ad un certo punto ci si mette nella condizione di pensare che nessuno possa essere terapista se non ha questi pezzi di carta, e c'è addirittura gente che si illude di esserlo solo perché ha questi pezzi di carta.
Dobbiamo quindi prestare attenzione ai fenomeni fisici, emozionali, mentali e sociali. Questo però è solamente un modo di porre la questione perché in realtà non ci sono fenomeni fisici che non siano anche emozionali, mentali e sociali. Così come non ci sono fenomeni sociali che non siano mentali, emozionali e fisici e così via. Ognuno penetra nell'altro e si può dire che li si può prendere in considerazione uno dopo l'altro. Pensando alla psichiatria come vorrei che si sviluppasse e come cerco di praticarla io, si possono prendere le quattro facce di questo problema e dire che si tratta dei quattro punti fondamentali della pratica psichiatrica, che secondo me non dovrebbe essere diversa dalla terapia. Prendiamo per primi i fenomeni fisici.
Uno dei fondamenti della preparazione del medico è che egli ha passato molto tempo a familiarizzarsi con il corpo. Il problema, però, è che, oggi, qualunque studente di medicina si può laureare anche se il suo corpo è un territorio disastrato. Questo non fa parte dell'esame. Io l'ho fatto. Abbiamo sezionato cadaveri. Siamo andati a vedere autopsie. Abbiamo studiato patologia e fisiologia e embriologia. Abbiamo fatto esperienza in ginecologia e ostetricia e in tutti gli altri argomenti che costituiscono la medicina. E alla fine di tutto questo eravamo ancora meno consapevoli... io ero ancora meno consapevole del mio corpo, di quanto lo fossi prima di incominciare. Questa la consideriamo una cosa ovvia. Pensiamo che questo è il modo in cui vanno le cose, ma non dovremmo considerarla una cosa ovvia. Dovremmo insistere sul fatto che un medico non dovrebbe essere consapevole del corpo semplicemente come di una cosa che sta dall'altra parte del bisturi, o essere capace solo di riprodurre il libro di testo di medicina: dovrebbe conoscere il "proprio" corpo come esperienza. Dovrebbe saper respirare. Dovrebbe sapere cosa succede al cibo mentre passa dalla bocca allo stomaco e all'intestino tenue e all'intestino crasso ed esce dall'ano; dovrebbe conoscere tutto il funzionamento del suo percorso alimentare. Dovrebbe conoscerlo attraverso la comprensione che egli ha del proprio percorso alimentare, del proprio appetito, del cibo che mangia, del perché lo mangia, di quali sono i programmi per cui è stato programmato per quel che riguarda l'alimentazione, partendo dalla sua prima programmazione dell'appetito nel primo allattamento per arrivare fino ad oggi. Questo non dovrebbe essere un argomento specializzato, vagamente delirante, in cui si specializza qualcuno dopo essersi laureato... purché abbia il denaro necessario per procurarsi un analista continuando insieme a fare pratica medica. Questo dovrebbe far parte dei fondamenti stessi della medicina. Come terapisti si dovrebbe conoscere perfettamente il proprio corpo, dall'esterno e dall'interno. Ci viene insegnato ad esempio che il respiro è diretto dai muscoli cervicali, da quelli toracici, da quelli addominali e dal movimento del diaframma, ma in nessuna scuola di medicina ci si aspetta che il laureando si spogli, si sieda e cerchi con gli altri di scoprire su se stesso e sul proprio corpo quali siano i suoi ritmi di respirazione, come viene mantenuto l'equilibrio del suo corpo, come cammina, qual è il suo portamento, e così via. Questa dovrebbe essere la parte preliminare ed elementare della preparazione di ogni studente di medicina. Solo allora conoscerebbe il corpo vivo, partendo dal proprio e da quello degli altri, e quando si è fatta un'idea del proprio corpo, allora potrà incominciare a sezionare cadaveri. Solo dopo aver fatta una certa esperienza di corpi vivi e per primo del proprio corpo.
Questo è molto importante, perché una persona non può entrare nel proprio corpo senza "sentimento". E ciò la mette a confronto con i fenomeni emozionali. Le emozioni, i sentimenti, sono fenomeni "sociali" oltre che mentali e fisici. Le proprie emozioni, i propri sentimenti. I greci lo sapevano, che il cuore dell'anima di ciascuno è qui. Questo è il posto dove ci sono i sentimenti, qui nella zona dove c'è il cuore (il cuore non è una pompa), dove c'è il diaframma, dove c'è l'ombelico, dove c'è il fegato, ecco dove sono i sentimenti, ecco da dove viene e da dove passa l'energia - dov'è il plesso solare.
Ci hanno insegnato che abbiamo due sistemi nervosi. Abbiamo un sistema nervoso da cui derivano le contrazioni, le tensioni e i rilassamenti muscolari volontari, e abbiamo un sistema nervoso automatico che, si dice, funzioni al di fuori del nostro controllo. Questo è stupefacente. E' semplicemente la codificazione in programma medico di una isteria completa condizionata culturalmente. Siamo dissociati da più di metà del nostro sistema nervoso. E, dato che praticamente tutti sono dissociati in questo modo, solo alcuni lo sono meno, ci sono posti come la Mayo Clinic dove si incomincia a studiarli. Questo discorso non è limitato alla nostra situazione. Sembra piuttosto una situazione abbastanza diffusa. E' la condizione in cui la specie umana si è messa nella maggior parte del mondo. Non è solo un fatto inconscio; nella maggior parte dei casi non ci rendiamo assolutamente conto di ciò che ci succede e non abbiamo nemmeno un contatto empirico con tutto questo. Siamo fuori contatto con gran parte di ciò che ci succede a livello fisico.
Naturalmente, se invece si incomincia a mettersi in contatto con queste cose, si comincia a sentire qualcosa. E se ci si è disabituati al fatto di sentire, se si è diventati impenetrabili, presuntuosi e così via... il fatto che tutto questo crolli all'improvviso e che possa succedere in compagnia di persone che non capiscono e non comprendono, ma che anzi ne sono terrorizzate, può essere, come minimo, molto imbarazzante socialmente. Si perde il controllo dei propri sentimenti. Lo si perde quando non si è più in contatto con loro. Quanto più uno si accosta a questo contatto, tanto meno i sentimenti sono "sotto" o "fuori" controllo. Sono e basta.
Dieci anni fa non sarei mai riuscito a sedermi qui e a fare questi discorsi. Dieci anni fa avrei dovuto mettermi il vestito scuro, la camicia bianca col colletto e la cravatta, avrei avuto una pedana e un foglio da leggere, e lo stesso avrei sofferto moltissimo prima, temendo che la mia voce sarebbe sparita, che mi sarebbe venuto il vuoto in testa, che mi sarebbero tremate le ginocchia, che non sarei riuscito più a respirare, e sarei andato completamente in pezzi e me la sarei fatta addosso davanti a tutti voi. E' quello che sente un mucchio di persone. E lo sentono anche in situazioni più facili di questa. E c'è gente che si sente così con chiunque si trovi e così non esce mai dalla sua stanza. Ce ne sono tanti così. Ci sono parecchie persone che vanno dallo psichiatra perché hanno paura di uscire, anche solo per strada, hanno paura di farsela addosso, hanno paura che ad un certo punto le loro budella sfuggano al loro controllo e che gli venga un attacco di diarrea, o temono di pisciarsi addosso, oppure di inspirare l'aria e di non riuscire ad espirarla - un attacco d'asma, cioè - oppure che gli giri la testa dall'ansia e temono di cadere per terra. Ad alcuni di noi succede. E cosa ci dànno? Ci dànno i tranquillanti. Non ci dànno attenzione, terapia.
Naturalmente se uno spostato va da un altro spostato che ha la laurea in medicina, tutto quello che questi gli darà è il meglio che può dare una persona con un pezzo di carta: cioè un altro pezzo di carta. Cioè, sia che siamo studenti di medicina sia che siamo medici o solo pazienti o solo persone, riuscire a mettere a posto questa questione è una cosa che dobbiamo a noi stessi. L'unica cosa che possiamo fare è insistere sulla preparazione - incominciando da noi stessi, dalle nostre famiglie, dai nostri amici, dal nostro ambiente, dalla nostra tribù e così via, per riuscire a fare qualcosa. E questa è la ragione per cui critico l'antipsichiatria. Troppo spesso è solo un altro modo di evitare i problemi, dicendo un mucchio di sciocchezze ideologiche e cose di quel tipo; gli antipsichiatri non mi sembrano messi molto meglio degli psichiatri.
Ma non perdiamo tempo. Non abbiamo tempo per quella specie di gioco da poppanti, che oltre tutto non è nemmeno divertente.
Così, se ci rendiamo conto dei nostri fenomeni fisici ci apriamo alla vita emozionale. Dobbiamo essere disposti ad accettare il fatto che se prima c'erano dei controlli e noi li abbiamo tolti, allora può darsi che incominciamo a tremare, che i nostri cuori battano forte. Va benissimo. Vuol dire che il cemento si sta crepando, che sta trasformandosi in sostanza fluida. La crosta si sta rompendo e ciò fa molta paura. Se si è fortunati, si riesce ad avere il punto di appoggio che dovrebbero avere tutti - si spera cioè che ci sia qualcuno, poche persone, anche una persona sola. Se non c'è nessuno cui rivolgersi, può darsi si riesca a rassicurarsi, a prendere in mano il proprio destino e a fare da soli.
Fenomeni mentali e fenomeni sociali: i fenomeni sociali comprendono tutti i rapporti che abbiamo tra di noi - le diadi (coppie), i triangoli, le famiglie e tutti i sistemi e i rapporti sociali più compositi esistenti nella società. Potremmo estendere questo schema, su cui ritornerò fra un momento. Per ora, volevo solo usarlo come introduzione. Noi possiamo pensare di essere programmati geneticamente. L'ordine genetico si rivela di più in questo nostro corpo che in quello di un corvo, di un cammello o di qualcos'altro; siamo programmati geneticamente fin dall'inizio, in modo da possedere la struttura di esseri umani, con variazioni individuali e un numero infinito di possibilità variabili, poiché tipi genetici si intrecciano fin dall'inizio con le circostanze ambientali, con quelle intrauterine, con quelle biochimiche e così via, fino alla morte. Dipendiamo dal nostro ambiente, prima da quello biochimico, poi da quello sociale. Dipendiamo anche dal più vasto ambiente geofisico, cui abbiamo finora dedicato troppo poca attenzione, e tuttavia non possiamo lasciarlo da parte. Il vecchio termine «lunatico» indica l'osservazione (che io considero molto corretta) che esistono persone più sintonizzate con le fasi della luna, e lo sono in modo più evidente di quanto lo sia il resto di noi. In una recente ricerca al Douglas Hospital, a Montreal, vennero confrontati i momenti di agitazione nei reparti, con i momenti in cui avvenivano i cambiamenti di turno dello staff, o quando venivano i visitatori, o in rapporto alle medicine, al cambio della pressione barometrica, o al tempo, e ad altri fattori ancora, senza che da questo risultasse nulla. Alla fine, il calendario dell'agitazione nei reparti fu confrontato con il calendario del U. S. Space Disturbance Forecast Centre, a Boulder, Colorado. «Si riscontrò un preciso rapporto tra le macchie solari e l'agitazione nei reparti» (4). Stiamo solo cominciando a ritornare a ciò che i medici ippocratici consideravano parte integrale della loro preparazione. Dovevano conoscere le stelle e comprendere i venti. Quando il medico ippocratico visitava una città, doveva sapere in che direzione essa si trovava, qual era il nord, il sud, l'est e l'ovest; quali erano le condizioni climatiche prevalenti, da che parte soffiavano i venti e quando, e così via. Così quando dico fenomeni fisici, emozionali, sociali e mentali, non intendo escludere gli altri. Lo uso solo come introduzione al problema.
Non parlerò ora di fenomeni mentali perché se n'è già parlato tanto altrove, se non per ricordare che i fenomeni mentali non possono essere divisi da quelli fisici, emozionali, sociali, se non da quel processo artificiale che consideriamo nevrotico, psicotico, e che ugualmente è programmato nel nostro training normale e reale.
Ho notato molte volte la stranezza del fatto che questo processo di divisione da un lato viene attribuito ad alcune persone come peculiarità psicopatologica, mentre dall'altro niente meglio di questo processo potrebbe caratterizzare la natura, la pratica e la teoria di gran parte della psichiatria e della medicina (oltre naturalmente della sociologia eccetera). C'è una parte enorme di queste materie che è completamente schizoide. I processi vengono trasformati in cose, vengono messi in scomparti separati, vengono studiati in isolamento. E' ovvio che bisogna mettere a fuoco per vedere qualcosa. Non dico niente su questo. Ma non so di nessun dipartimento psichiatrico dove i membri dello staff, dopo questa divisione, si mettano insieme, lavorino sui propri corpi e le proprie menti, emozioni e sensazioni, uno con l'altro e con altre persone, tutti parte della stessa totalità, ricostruendo da questa cosa disintegrata, con una attenzione integrale, l'uomo e la donna interi, in rapporto l'uno con l'altra, compresi i bambini, i vecchi e le famiglie tutti insieme.
In India non ci sono - ancora - tanti malati mentali come da noi; non ci sono molte persone che soffrono di schizofrenia o di altre cose, perché non ci sono abbastanza psichiatri per diagnosticare, ma il numero dei casi sta aumentando molto rapidamente perché gli psichiatri stanno proliferando. C'è una specie di legge parkinsoniana in questo: più proliferano gli psichiatri, meno psichiatri ci sono per dare ai pazienti che ricevono la diagnosi, l'attenzione necessaria.
Naturalmente la gente va dagli psichiatri come andava dai santi, dai ciarlatani, o da chiunque pensi abbia una soluzione alla loro miseria. Vanno anche dagli psichiatri. All'università di Benares c'è la macchina E.C.T. ma nemmeno un libro su o di Freud, nemmeno un libro sulla comunicazione, nemmeno un libro sui processi sociali. Certamente è impensabile per un membro di quello staff parlare di problemi sessuali con una donna indiana che si rivolga a lui, ma nello stesso modo non sanno niente dei propri problemi sessuali - hanno le stesse grane che abbiamo tutti. Ma non hanno nemmeno preso in considerazione il problema.
Siamo stati noi ad insegnarglielo, e questo è quello che abbiamo insegnato. In tutto il mondo si sta sviluppando questa cosa chiamata psichiatria. Oggi succede in un modo piuttosto rapido. E' ancora possibile che il mondo tragga vantaggio dai terapisti che si sono curati di dare attenzione alla propria esperienza, alle proprie sensazioni, ai propri corpi, alle proprie menti; che hanno scoperto quali sono i loro schemi mentali, come funzionano le loro menti, i cicli dei loro ritmi di energia - gli alti e bassi eccetera - e che hanno conservato il minimo equilibrio ottenibile nella società in cui ci arrabattiamo, e che sanno e capiscono come il processo sociale incida profondamente sulle nostre costruzioni fisiche, emozionali e mentali.
Non so quando si possa dire che tutto questo cominci. Io penso che possiamo lasciare da parte la questione dell'incarnazione o della reincarnazione e di quante sono le nostre vite, se sono più di una o una sola; prendiamo solo questa qui. Bene, sono sicuro che incominci prima della nascita. Se avete qualche dubbio in proposito, vi farò una delle mie domande preferite, l'ho fatta per anni a gente di tutte le parti del mondo; non manca mai di provocare qualche reazione.
Se dovessimo morire tutti adesso, e dovessimo essere di nuovo concepiti, chi conoscete, in grado di sostenere una gravidanza, dentro a cui vi piacerebbe passare i prossimi nove mesi della vostra prossima vita? (Risate). Perché ridete? Vedete, ridere, quel giochino col respiro che viene fuori con... huh... questa risata. Una delle risposte migliori che penso di aver ricevuto è stata quella di una donna di Philadelphia che mi ha detto: «Praticamente chiunque, mi basterebbe non dover pagare l'affitto di questa cosa per il resto della vita». (Risate).
PERSONA DEL PUBBLICO Il Guru Maharahi.
LAING Un guru quattordicenne? Avevo detto una persona che fosse in grado di sostenere una gravidanza. Non... (Risate).
PERSONA DEL PUBBLICO Ma lui ha dei poteri.
LAING Non so se tra i suoi poteri ci sia quello di essere in grado di incubare un bambino. Intendevo dire una persona che ha un ventre, temo che per forza debba essere una donna. (Risate, applausi). Ecco quello che hanno le donne che noi non abbiamo. (Risate). Hanno ventri, ovaie, vagine e seni, e noi abbiamo peni e... Deve essere una donna la prossima volta.
E dopo che tutto questo è finito, dopo quei nove mesi, (e sono certo siano molto più lunghi, più lunghi in termini di eoni) il tempo comincia ad andarsene molto più veloce man mano che invecchiamo, e prima di nascere ho l'impressione che il tempo sia forse migliaia di volte più lento del nostro. E' questione di quanto si mette in un secondo. Si può dividerlo in infinite unità e può essere infinitamente lungo. Un secondo può essere eterno. Perché è infinitamente divisibile.
Quando nasciamo, eccoci. Siamo andati fuori. O nasciamo prima di quando avremmo voluto o dopo o al momento giusto. C'è tutta una storia a proposito di questo, la salterò, ma state attenti un attimo e poi finisco. Dopo che siamo nati, eccoci: ora, che cosa succede in Europa e in Nordamerica e negli altri paesi tecnologicamente sviluppati del mondo? Per prima cosa qualcuno prende uno spago e lega il cordone ombelicale in due punti e lo taglia. Ora, questo non succede in nessuna parte del mondo e, che io sappia, non è mai successo che le levatrici lo abbiano fatto, se non molto di recente. Perché tagliare il cordone quando il sangue vi sta ancora scorrendo in ambedue le direzioni, avanti e indietro... quando non è solo la via principale, è l'"unica" via, l'unico contatto che abbiamo con la vita? Siamo collegati attraverso il cordone alla placenta che è - significa questo anche letteralmente - una focaccia incastonata nelle pareti dell'utero.
Attraverso di essa ci arriva l'ossigeno e tutti gli altri elementi necessari che ci arrivano dalla madre, e attraverso di essa espelliamo tutti gli scarti. Le vene ombelicali vanno dall'ombelico al cuore, avanti e indietro. Cosicché, se si taglia il cordone quando è ancora in funzione, il sangue che arriva dal cuore incontra solo un pezzo di spago. E se viene tagliato, come lo si fa di solito, se lo si taglia subito, prima di lasciarci fare il nostro primo respiro, allora il primo respiro diventa una cosa d'emergenza, perché se non lo si dà di colpo, velocemente, entro non molti secondi, allora è finita. Anche se poi ci fanno rivivere entro quel minuto e mezzo circa, dopo di cui si soffre di lesioni cerebrali permanenti di entità più o meno grave, a causa degli effetti irreparabili di quel periodo di anossia, quanta confusione!
Per quello che ne so, non c'è alcun bisogno di tagliare il cordone in quel momento. Possiamo nascere, stare tranquilli con il cordone che continua a pulsare, e possiamo incominciare a respirare con il cordone ancora collegato. Se nessuno ha tutta quella fretta, dopo circa quaranta minuti esce la placenta, e il bambino può giacere tranquillamente vicino alla madre. Se bisogna tagliare quel cordone, perché non farlo il più tardi possibile invece che prima possibile? Se lo si lascia stare per un po', il cordone cessa di funzionare da solo, si estingue, e il respiro, che è già incominciato, continua da solo; la circolazione ombelicale cessa, il cuore chiude le sue valvole laterali. La circolazione cuore-polmoni e il respiro si costituiscono senza drammi, con calma e naturalezza, senza che ci sia quello stato di emergenza e di panico all'inizio.
Per me questo è un esempio di come queste cose si intersecano. Se siamo consapevoli del nostro cuore e del nostro respiro, nel profondo, delle nostre emozioni e dei nostri pensieri, di come siamo in rapporto agli altri, ecco che si apre tutto davanti a noi. Per esempio quello che ho scoperto nella mia vita. Avevo perso quel contatto che cercavo. Cercavo di ristabilirlo misticamente, cercavo di stabilirlo sessualmente. Il mio pene era una specie di cordone ombelicale che era stato tagliato. L'analisi ci porta a capire il problema del complesso di castrazione, ma il complesso di castrazione non è d'importanza fondamentale. Prima viene il fatto che è stato interrotto il contatto tra il seno e la bocca, se lo svezzamento è stato fatto troppo presto, e prima ancora c'è il fatto del contatto interrotto con la madre prima ancora che essa sia diventata qualcosa di diverso da te stesso, che consiste nel taglio effettivo del cordone ombelicale prima che sia pronto per essere tagliato. Quindi, pochi secondi di differenza possono costituire una grossa discriminante per tutto il resto della vita, almeno credo. Così succede che la minaccia nell'inconscio al proprio cuore e alla propria respirazione, se c'è stata, sia causa di un continuo stato di terrore.
Si può tornare indietro a queste cose in questo modo. Se prestate attenzione al vostro respiro, al vostro cuore, alle vostre sensazioni e ai vostri ombelichi, scoprirete probabilmente che il vostro stomaco si trova in uno stato che io definirei di "shock ombelicale". E' duro e teso, quello di altri è freddo e flaccido. Per quanto tranquillo sia il vostro respiro, in fondo ad esso c'è sempre... quel terrore, e il cuore non è mai riuscito a pulsare in completa tranquillità. Da questo si può arrivare a molte cose: si può arrivare all'ulcera, si può arrivare all'ipertensione. Si può anche arrivare all'asma. Quello a cui sono arrivato io da bambino è stato che mi si asciugavano gli occhi, diventavano senza lacrime, e le lacrime si accumulavano intorno e si infettavano nei seni frontali, nei seni mascellari, nel naso che colava, nelle sinusiti, e così ho sofferto di sinusiti, adenoidi, tonsilliti, con conseguenti tonsillectomie, bronchiti e asma. Nessuno dei dottori da cui sono andato mi ha mai nemmeno fatto pensare alle cause di tutto questo. E molti di loro soffrivano delle stesse cose.
Comunque posso dire di essere arrivato a respirare più liberamente di quanto lo abbia mai fatto prima e questa è... io almeno la considero, la cosa più importante che io abbia fatto in vita mia, se mai ho fatto qualcosa, ed è anche la mia più grande fortuna, quella di respirare liberamente. E se posso aiutare qualcuno a respirare più liberamente, allora sarò molto felice.
Propongo di fare un intervallo, che spero non sia un taglio, una castrazione o una perdita di contatto, ma che, come si dice oggi, ci diamo un taglio per cinque o dieci minuti, e poi ritorniamo e discutiamo di qualunque cosa abbiate voglia di discutere.

[Traduzione di Enrico Basaglia].




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