Politiche detentive ingiuste e criminogene
La giustizia in prigione

Imbevute di discorsi apocalittici sull'insicurezza, l'Europa e la Francia si sono immesse nel solco americano della privatizzazione delle carceri, dando inizio a un'escalation penale. La detenzione, diventata l'arma assoluta per lottare contro il disordine urbano e sociale, colpisce in primo luogo gli strati sociali meno favoriti. Ma non risolve alcun problema, anzi favorisce l'impoverimento e la marginalizzazione.

Loïc Wacquant

Docente presso l'Università di California, Berkeley e la New School for Social Research, New York. Questo testo è tratto dall'ultimo capitolo di Punir les pauvres: Le nouveau gouvernement de l'insécurité sociale, Agone, Marsiglia, che sarà pubblicato in settembre.


Nel giugno 2003, la popolazione carceraria francese ha superato la soglia di 60.000 detenuti per 48.000 posti, un record assoluto, mai raggiunto dall'epoca della liberazione della Francia. Insalubrità, vetustà, promiscuità estrema, catastrofiche condizioni igieniche, carenza delle attività di formazione e di lavoro, che degradano il compito del «reinserimento» a livello di uno slogan vuoto e crudele, aumento degli incidenti gravi e dei suicidi (raddoppiati negli ultimi vent'anni): una situazione che suscitava proteste ovunque (1). Senza che vi fosse une seria reazione da parte delle autorità, troppo preoccupate di sbandierare la loro volontà di combattere quello che il capo dello stato - che se ne intende in materia - chiamava con tono corrucciato l'«impunità». Laddove la sinistra cosiddetta plurale praticava una penalizzazione vergognosa e larvata della miseria, la destra repubblicana assume la propria scelta di arginare lo sgomento e i disordini sociali che si accumulano nei quartieri di emarginazione, insidiati dalla disoccupazione di massa e dal lavoro flessibile, con il dispiegamento vigoroso ed enfatico dell'apparato repressivo. In realtà, fare della repressione della delinquenza di strada uno spettacolo morale permanente consente di riaffermare simbolicamente l'autorità dello stato nel momento stesso in cui si dimostra impotente sul piano economico e sociale. Ma usare il carcere come un aspirapolvere sociale per eliminare le scorie delle trasformazioni economiche in atto e cancellare dallo spazio pubblico i rifiuti della società di mercato - piccoli delinquenti occasionali, disoccupati e indigenti, gente senza casa e senza lavoro, tossicodipendenti, handicappati e malati mentali abbandonati per l'allentamento della rete di protezione sanitaria e sociale, giovani di origine popolare che la normalizzazione del lavoro precario condanna a (soprav)vivere arrangiandosi e rubacchiando - è una vera e propria aberrazione. Vale a dire, secondo la definizione del Dizionario dell'Académie française del 1835, uno «scarto della fantasia» e un «errore di giudizio» sia politico che penale. Una aberrazione anzitutto perché l'evoluzione della criminalità in Francia non giustifica per nulla lo straordinario sviluppo della popolazione carceraria dopo la moderata diminuzione degli anni 1996-2001.
I furti con scasso, i furti di automobili e quelli compiuti sulle automobili in sosta (che rappresentano i tre quarti dei crimini e delitti registrati dalle autorità) regrediscono regolarmente almeno a partire dal 1993; omicidi e aggressioni mortali sono diminuiti dopo il 1995, secondo i dati forniti dalla polizia e dopo il 1984 secondo quelli dell'Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm); i furti con violenza, che focalizzano l'attenzione dei media, a prescindere dal fatto che si tratta generalmente di «violenze» verbali (insulti, minacce), regrediscono da vent'anni (2). Complessivamente, quello che è cambiato negli ultimi anni, non è tanto la criminalità quanto lo sguardo che politici e giornalisti, portavoce degli interessi dominanti, gettano sulla delinquenza quotidiana e sulle popolazioni sospettate di alimentarla. In prima fila i giovani degli ambienti popolari usciti dall'immigrazione magrebina, parcheggiati nelle periferie urbane dissanguate da tre decenni di deregolamentazione economica e di assenza dello stato nella città, piaghe purulente che il placebo amministrativo della «politica della città» non è riuscito a sanare. Aberrazione anche perché la criminologia comparata stabilisce che non esiste da nessuna parte - in nessun paese, in nessun momento - una correlazione fra tasso di incarcerazione e livello della criminalità (3). Talvolta citati a mo' di esempio, la politica poliziesca della «tolleranza zero» e la moltiplicazione per quattro in venticinque anni del numero di persone incarcerate in America hanno avuto un semplice effetto di facciata nella regressione dei conflitti, che si spiega con la combinazione di fattori economici, demografici e culturali. Comunque sia, nel migliore dei casi, il carcere tratta soltanto una parte infima della criminalità anche più violenta: negli Stati uniti, che pure dispongono di un apparato di polizia e carcerario grottescamente sovradimensionato, a causa della evaporazione cumulativa durante le diverse fasi dell'iter penale i quattro milioni delle più serie aggressioni contro le persone rilevate nel 1994 dalle inchieste (omicidi, colpi e lesioni gravi, furti con scasso, stupri) si sono conclusi con meno di due milioni di denunce alla polizia, le quali hanno provocato 780.000 arresti. E gli arresti hanno condotto, in fin dei conti, a 117.000 incarcerazioni soltanto, pari al 3% degli atti perpetrati. Il medesimo «effetto imbuto» si rileva nel funzionamento della giustizia penale in Francia, dove meno del 2% dei contenziosi portati davanti ai tribunali dà luogo a una pena di detenzione. In altre parole, il carcere non è adatto alla lotta alla piccola e media delinquenza, e a maggior ragione agli atti di «inciviltà» che, nella maggior parte dei casi, non hanno neanche rilevanza penale (sguardi malevoli, insulti, tafferugli, assembramenti e chiasso nei luoghi pubblici, danni di scarsa entità, ecc.). In terzo luogo, il ricorso sistematico all'incarcerazione per arginare i disordini urbani è un rimedio che in molti casi non fa che aggravare il male che dovrebbe guarire. Il carcere, in quanto istituzione basata sulla forza e operante ai margini della legalità, è un crogiuolo di violenze e di umiliazioni quotidiane, un vettore di distacco dalla famiglia, di mancanza di fiducia civica e di alienazione individuale.
E, per molti detenuti marginalmente coinvolti in attività illecite, è una scuola di formazione, addirittura «professionale» alle carriere del crimine. Per altri - non che sia molto meglio - la mancanza di libertà è un baratro senza fondo, un inferno allucinatorio che riproduce la logica di distruzione sociale che hanno conosciuto fuori, cui si aggiunge lo stritolamento della persona (4). Inoltre la storia penale dimostra che mai, in nessuna società, il carcere si è mostrato all'altezza del compito di correzione e di reintegrazione sociale che ci si aspetta in una ottica di limitazione della recidiva. Dall'architettura all'organizzazione del lavoro delle guardie, dall'indigenza delle risorse istituzionali (lavoro, formazione, scolarità, sanità), dalla riduzione deliberata della liberazione condizionale, all'assenza di misure concrete di aiuto all'uscita, tutto si oppone alla sua funzione presunta di «riforma» del pregiudicato. In ultimo, a quanti giustificano l'intensificazione della repressione penale nei quartieri diseredati pretendendo che «la sicurezza è un diritto,e l'insicurezza una disuguaglianza sociale» che colpisce prima di tutto i cittadini dei ceti più bassi, occorre ricordare che la contenzione carceraria colpisce in modo sproporzionato le categorie sociali economicamente e culturalmente più fragili tanto più duramente quanto più sono sprovvedute. Come i loro omologhi degli altri paesi post-industriali, i detenuti francesi provengono per la maggior parte dalle frazioni instabili del proletariato urbano.
Usciti da famiglie numerose (due terzi di loro hanno almeno tre fratelli e sorelle) che hanno lasciato in giovane età (uno su sette ha lasciato la casa prima di aver raggiunto i 15 anni), essi sono per la maggior parte privi di titoli di studio (i tre quarti hanno lasciato la scuola prima dei 18 anni, contro il 48% della popolazione maschile adulta), un dato, questo, che li condanna definitivamente ai settori periferici del mercato del lavoro. Sono per metà figli di operai e di impiegati ed essi stessi operai; quattro detenuti su dieci hanno un padre nato all'estero e il 24% è nato fuori dalla Francia (5). La detenzione non fa che acuire la povertà e l'isolamento: quelli che escono dal carcere sono per il 60% senza lavoro di fronte al 50% di quelli che entrano; nel 30% dei casi non sono né aiutati né attesi da nessuno; più del 25% non dispone del minimo denaro (meno di 15 euro) per far fronte alle spese derivanti dalla liberazione (6); e uno su otto non ha una casa quando esce. Inoltre, l'impatto deleterio dell'incarcerazione non si esercita soltanto su di loro ma colpisce anche, e in modo più insidioso e più ingiusto, le loro famiglie: degrado della situazione finanziaria, sfaldamento delle relazioni di amicizia e di vicinato, allentamento dei legami affettivi, disturbi nel percorso scolastico dei bambini e gravi alterazioni psicologiche legate al sentimento di emarginazione rendono più gravoso il fardello penale imposto ai genitori e ai congiunti dei detenuti. Del resto, il ragionamento grossolano secondo cui l'inflazione carceraria comporterebbe necessariamente una riduzione meccanica della criminalità per il suo effetto di «neutralizzazione» dei condannati messi nell'impossibilità di nuocere, non resiste all'analisi. Infatti, se applicata alla delinquenza occasionale, l'incarcerazione facile equivale a «reclutare» nuovi delinquenti per effetto di sostituzione. Un piccolo trafficante di droga posto in detenzione viene immediatamente sostituito da un altro se sussiste una richiesta solvibile per la sua merce e se le speranze di profitto economico lo giustificano. E se il successore è un novizio senza reputazione sulla piazza, sarà tanto più propenso alla violenza per sistemarsi e rendere sicuro il suo commercio, e ciò si tradurrà complessivamente in un aumento dell'illegalità. Per evitare una spirale penale senza fine e senza via d'uscita, occorre riallacciare il dibattito sulla delinquenza a uno dei problemi più gravi del nuovo secolo, attualmente oscurato: l'avvento del salariato desocializzato, vettore di insicurezza sociale e di precarizzazione materiale, familiare, scolastico, sanitaria e persino mentale. Perché è diventato impossibile avere una percezione ordinata del mondo sociale e concepire il futuro quando il presente si chiude e si trasforma in una lotta senza tregua per la sopravivenza giorno dopo giorno.
Non si tratta qui di negare la realtà della criminalità né la necessità di trovarvi una risposta, meglio, delle risposte, compresa quella penale quando appare appropriata. Si tratta di capirne a fondo la genesi, la fisionomia cangiante e le ramificazioni «re-incardinandola» nel sistema completo dei rapporti di forza e di senso di cui essa è l'espressione. Per fare ciò è importante smettere di riempirsi di discorsi apocalittici e aprire un dibattito razionale e competente sugli illegalismi (al plurale), sui loro meccanismi e significati.
Tale dibattito deve dapprima precisare perché si focalizza su questa o quella manifestazione della delinquenza - sulle trombe delle scale delle case popolari nelle periferie urbane piuttosto che sui corridoi dei municipi, sui furti di cartelle a scuola e di telefoni cellulari piuttosto che sulle malversazioni in borsa e sulle infrazioni al codice del lavoro o fiscale, e così via. Il dibattito deve sottrarsi al breve termine e all'emozione dell'attualità giornalistica per distinguere tra scatti umorali e ondate di fondo, tra variazioni incidentali e tendenze del lungo termine, e non deve confondere la spirale della paura, dell'intolleranza o della paura del crimine con l'aumento del crimine stesso. Ma, soprattutto, una politica intelligente dell'insicurezza criminale deve riconoscere che gli atti di delinquenza sono il prodotto non di una volontà individuale autonoma e singola, ma di una rete di cause e ragioni molteplici che s'intrecciano secondo logiche varie (predazione, spacconeria, alienazione, trasgressione, scontro con l'autorità, ecc.) e che, di conseguenza, richiedono rimedi diversi, con l'attuazione di una pluralità di meccanismi frenanti e di diversione. Perché il trattamento poliziesco e penale, difficilmente applicabile, presentato da alcuni come il toccasana, si rivela in molte circostanze peggiore del male, appena se ne contabilizzano gli «effetti collaterali». La criminalità è un problema troppo serio perché lo si lasci ai falsi esperti e ai veri ideologi o, ancora peggio, ai poliziotti e ai politicanti che non vedono l'ora di sfruttare il tema senza valutarlo né padroneggiarlo.
Le sue trasformazioni richiedono non l'abbandono ma il rinnovo dell'approccio sociologico, l'unico in grado di strapparci al pornografismo securitario che riduce la lotta alla delinquenza a uno spettacolo ritualizzato, il quale serve soltanto ad alimentare i fantasmi di ordine dell'elettorato e a esprimere l'autorità virile dei decisori di stato. Il carcere non è un semplice scudo contro la delinquenza ma un'arma a doppio taglio: un organismo coercitivo assieme criminofago e criminogeno che, quando si sviluppa eccessivamente come negli Stati uniti durante l'ultimo quarto di secolo o nell'Unione sovietica nell'era staliniana, finisce per trasformarsi in vettore autonomo di pauperizzazione e di marginalizzazione.



note:

(1) Observatoire international des prisons, Les conditions de détention en France. Rapport 2003, La Découverte, Parigi, 2003
(2) Si leggano i capitoli corrispondenti a queste infrazioni nel volume a cura di Laurent Mucchielli e Philippe Robert, Crime et sécurité.
L'état des savoirs, La Découverte, Parigi, 2002
(3) Nils Christie, L'Industrie de la punition. Prison et politique pénale en Occident, Autrement, Parigi, 2003.

(4) Jean-Marc Rouillan, «Chroniques carcérales», in Lettre à Jules, Agone, Marseille, 2004, e Claude Lucas, Suerte. La reclusion volontaire, Plon, Parigi, 1995.

(5) Francine Cassan e Laurent Toulemont, «L'histoire familiale des hommes détenus», Insee Première, n. 706, aprile 2000
(6) Maud Guillonneau, Annie Kensey e Philippe Mazuet, «Les ressources des sortants de prison», Les Cahiers de démographie pénitentiaire, n. 5, febbraio 1998.

(7) Nel 1996, la frode fiscale e doganiera ammontava a 100 miliardi di franchi, quella relativa ai contributi sociali più di 17 miliardi, le contraffazioni circa 25 miliardi di franchi. D'altronde, il controvalore monetario dei tentati omicidi volontari era valutata 11 miliardi di franchi, 4 miliardi di franchi per i furti di veicoli, e a 250 milioni di franchi per i furti in magazzino. Dati contenuti nel volume di Christophe Paille e Thierry Godefroy, Couts du crime. Une estimation monétaire des infractions en 1996, Cesdip, Guyancourt, 1999. (Traduzione di M.G.G.)

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