Presentazione di Vincenzo Guagliardo al libro "Di sconfitta in sconfitta"

Chi ha letto il libro sa che la riflessione che vi faccio sull'esperienza armata è stata un "pretesto" per continuare a presentare un punto di vista abolizionista del sistema penale (e non solo delle carceri).

L'abolizionismo, a sua volta, è per me "soltanto" un aspetto della critica pratica al rito del capro espiatorio che guida la nostra civiltà e perciò accomuna, quasi inconsapevolmente, sia la mentalità borghese che quella - ancora - di molti rivoluzionari (o "antagonisti", come si dice oggi...).

Il nesso che stabilisco fra la critica a questo rito e il tema della sconfitta è fin troppo ovvio: dalla notte dei tempi gli sconfitti sono i capri neri ideali. Ma quel che manca tuttora alla ricerca teorica è un' adeguata elaborazione della sconfitta affinché lo sconfitto si sottragga al rinnovamento del rito. Per l'abolizionismo ritengo infatti abbastanza inutile fare appelli democratici ai punitori - rivoluzionari o forcaioli che siano - e prezioso imparare a muoversi nella sconfitta. I miei appelli si rivolgono alle vittime.

Su questo vorrei spendere due parole scritte, stasera con voi, perché si tratta di un argomento rispetto al quale il mio libro costituisce solo una modesta introduzione.



Una società produttivista, cioè fondata sul lavoro alienato e alienante, conosce solo l'ideologia del successo, riservando alla sconfitta i regni dell'oblio e/o della vergogna. In questo modo, negando l'immagine del reale, dove la storia concreta non è fatta solo di eroi vincenti, si ama coprire il fatto che la storia attuale viene fatta più miseramente anche da traditori, opportunisti e così via (e che gli "eroi" non sono poi così simpatici).

Qualche anno fa, per esempio, un compagno mi rimproverò severamente dicendomi che, non accettando con spirito più attivo i premi della legge penitenziaria per mettere il naso fuori dal carcere, stavo rendendo un grosso servizio allo Stato offrendogli un'immagine di sconfitta che rafforzava la celebrazione della sua forza. Altri scesero su un piano d'analisi più fine, psicologica: dopo tanti anni di galera si diventa insicuri, non si vuole più riaffrontare il mondo libero...

Insomma, la sconfitta non ha dignità.

E così, ecco che siamo scivolati, nel discorso, dal terreno politico a quello etico.

Non è un caso.

Nei periodi di sconfitta, bisogna infatti accettare la scomoda idea che individualmente non c'è molto da fare politicamente. Non bisogna nutrire nostalgie ma conquistare l'immagine del reale. Bisogna riconoscere i propri sbagli, ma in modo laico e pagano; ovvero, come diceva Marx a proposito di un personaggio letterario femminile: "in opposizione con il Ćpentimento' cristiano, essa enuncia sul passato il fondamentale principio umano, nello stesso tempo Ćstoico' ed Ćepicureo', proprio di una donna libera e forte: ĆEnfin ce qui est fait, est fait' [Quel ch'è fatto è fatto]". Si può e si dovrebbe quindi ammettere che i tempi non erano poi così maturi per la propria causa, come si credeva allora, e che bisogna cambiare strada.

Ma l'ideologia produttivista privilegia l'azione, non la contemplazione; ha un'idea riduttiva dell'attività umana. Non sa che il pensiero è una pratica, faticosa; il ripensamento le è poi impossibile; e ignora, infine, che l'etica è costosissima e necessaria. Il "fare" a qualunque costo, finisce per contrapporre la politica all'etica invece di considerare questa come il suo implicito sostrato e la sua chiara premessa. Il "darsi da fare", inoltre, gratifica un altro importante aspetto della produttività alienata: coltiva l'illusione secondo cui l'individuo è il soggetto degli eventi, in un vuoto protagonismo. Chi si dà delle arie, insomma, con il volontarismo personale, privilegiando una concezione riduttiva dell'operare umano, continua sì a "fare", ma prescindendo sempre più dalla causa che l'ha mosso originariamente. Cambia causa, potremmo dire, quasi senza rendersene più conto. E' così che la storia reale viene poi presentata come storia di presunti eroi che nei fatti sono solo opportunisti o poveri ignari, comunque agiti da fattori che li trascendono.

La coscienza della sconfitta richiede ripensamento teorico e una collocazione adeguata a esso. Ciò pone, appunto, un serio problema etico: il rigore di chi non deve illudersi per restare fedele all'autonomia della coscienza, per sviluppare la "purezza" delle convinzioni più profonde legate alla liberazione sociale. Si pensa quel che si pensa a partire da chi si è, cioè a partire da dove ci si pone concretamente, come non sanno i filosofi per necessità di mestiere.

Ora, proprio qui risiede la tragedia delle classi oppresse in generale, del proletariato in particolare. L'universalità umana del suo " compito storico" può realizzarsi solo se smette di lottare per cause altrui, com'è invece sempre successo finora: per la rivoluzione borghese prima, quindi per l'antifascismo e la Patria (ossia per un imperialismo ritenuto democratico), magari per una new "globalizzazione" oggi o domani. Ogni volta la non-coscienza della sconfitta confida che quel che si fa, anche se lo si fa per la causa di altri, sia anche il primo passo del proprio cammino.... E' come dire che l' avversario lavora per te se tu agisci al suo servizio. Per esempio, la teoria dello sviluppo necessariamente progressista delle forze produttive, che è volgare positivismo, è stata spacciata a lungo per marxismo dai partiti comunisti d'osservanza sovietica. E ancora oggi, in un modo o nell'altro, la vedo contrabbandata come rivoluzionaria a proposito del "progresso" tecnologico, o della globalizzazione, o del Frankenstein cyber-tecno-umano.

Dicendo tutto ciò io non voglio certo rifare la storia del passato con dei "se". Dico solo che si può far questo o quello, ma che in ogni caso è opportuno essere coscienti di quel che si fa, saper conquistare l'immagine del reale per non restare stupidamente disillusi, e incapaci poi di usare la disillusione come arma per affinare la coscienza, capaci soltanto di cambiare causa rinnovando il rito del capro nero, estendendo i tentacoli della pena.

Considerare delle pratiche l'astensionismo, la non-collaborazione è indubbiamente una delle premesse necessarie per riuscire a offrire riflessioni utili al cambiamento reale, a quel cambiamento i cui tempi non risiedono nella volontà del singolo. Nel senso comune, la parola apocalisse è sinonimo di disastro, catastrofe; nel suo etimo vuol dire rivelazione. Cioè possibilità di cogliere finalmente i meccanismi di una realtà su cui ci si era illusi.

Qui, di progresso in progresso, lo Stato sociale è diventato penale, e nella sua funzione sorvegliante lascia il posto a un'intera società sorvegliata. Il carattere totalitario della società democratica denuncia la rozzezza primitiva della fase nazi e fascista per ereditarne ed espanderne l'essenza. I fondamenti del sistema penale si estendono nella società con collaborazioni di massa. La capacità della classe dominante di mobilitare i subalterni su obbiettivi opportunistici è aumentata e i capri espiatori diventano intere e vaste categorie sociali. Il dubbio che a tutto ciò, di vittoria in vittoria..., si collabori con la servitù volontaria, è ora che sorga. Allora, forse, avremo l'apocalisse, vale a dire la prima rivelazione del reale. Oppure la catastrofe.



Vincenzo Guagliardo






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