Thomas Mathiesen

PERCHÉ IL CARCERE?

Prefazione di Amedeo Cottino

Introduzione di Vincenzo Ruggiero

Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1996

I

SI PUÒ DIFENDERE IL CARCERE?

Una breve digressione

Nel 1965 Jens Bjørneboe scrisse un dramma teatrale intitolato Cento di questi giorni (Til lykke med dagen, una rielaborazione di Den onde hyrde, Il cattivo pastore , del 1960): la storia del giovane carcerato Tonnie, rinchiuso «al buco»1 . Dopo molte vicissitudini, Tonnie si suicidava sotto il peso della tensione e dell'oppressione carceraria. Molti forse credono che queste siano cose del passato. Certo adesso il «buco» non esisterà più, si pensa, e dunque le direzioni delle carceri sono considerate più illuminate di un tempo.

Ma il «buco» esiste ancora, e viene usato. Nella conciliante terminologia del sistema carcerario, che dà una sensazione tranquillizzante di umanità e di ordine, in effetti non si chiama « buco» ma «cella di sicurezza». Si tratta di una cella spoglia, imbottita, con un materasso duro come unico mobilio. A questo viene legato il prigioniero2 . La «cella di sicurezza», o «buco», non costituisce formalmente un aggravio della pena: è un cosiddetto «mezzo di contenzione», che si applica allo scopo «di impedire che si compiano violenze o che siano poste in atto minacce, di sconfiggere resistenze, di prevenire fughe, o allo scopo di mantenere l'ordine e la sicurezza nell'istituto di pena» (come recita il regolamento carcerario norvegese al § 38, «Mezzi di contenzione»).

Simili espressioni suonano bene e paiono degne di fiducia. Ma tutti i detenuti sanno che la linea di demarcazione tra l'impiego come mezzo di contenzione in caso di necessità, e l'impiego come punizione, è sfocata e incerta. Tutti sanno che in realtà la «cella di sicurezza» è usata anche come una punizione.

Per di più l'isolamento può diventare anche una punizione regolamentare, benché in tal caso non lo si chiami neppure una punizione, ma si preferisca parlare di dissuasione e di rafforzamento della disciplina L'isolamento è detto allora «detenzione in cella individuale», applicata per la durata massima di un mese per ogni volta. Non si è chiusi in una cella imbottita, ma in una cella normale. Però si è isolati ugualmente: il prigioniero può, come si legge nel regolamento carcerario, «venire escluso da ogni forma di contatto sociale» (§ 35.3). Inoltre si può effettuare un « ;trasferimento in cella individuale» ogni volta che lo si ritenga necessario per ragioni disciplinari, di sicurezza o equivalenti; oppure in considerazione di un pericolo per i detenuti stessi, o per la sicurezza o la salute di altri; o, ancora, in considerazione del pericolo di «un' influenza negativa sui compagni di cella»3 .

Quanto Jens Bjørneboe scriveva intorno al 1965 è così, su questo punto, pienamente attuale. L'amministrazione carceraria, allora, è o non è più illuminata di un tempo? Una generazione di direttori è passata, una nuova ne ha preso il posto, e qualche cambiamento c'è ben stato. Ma per quanto riguarda il reclutamento, l'amministrazione delle carceri soffre di una stasi perenne, non meno della sanità e dell'assistenza sociale: fare carriera nell' istituzione carceraria non dà alcun prestigio e il reclutamento ne patisce le conseguenze.

Tuttavia il fattore più importante è che il sistema carcerario resta il medesimo in tutti i suoi tratti essenziali. Oggi le possibilità di ottenere permessi sono maggiori, la censura sulle lettere è più contenuta, in qualche carcere sono state facilitate le visite. Ma contemporaneamente vi sono notevoli chiusure e restrizioni, anche a causa del diffondersi degli stupefacenti nelle prigioni. Tra l'altro le restrizioni hanno scarsa efficacia e accrescono anzi l'oppressività della struttura carceraria, cosicché il bisogno di droga aumenta.

Nel 1968 descrivevo la situazione di molti detenuti in termini che purtroppo valgono ancor oggi:

«In primo luogo, il detenuto sperimenta parte del tempo trascorso nell'istituzione come tempo vissuto nell'impotenza. Dal suo punto di vista, dunque, il sistema carcerario diventa spesso una grande organizzazione burocratica, che per così dire procede come un rullo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, senza che egli sia in condizione di reagire, di opporsi o di influenzarla in qualche modo. La richiesta di libertà condizionale, per esempio, è valutata da persone che si trovano abbastanza distanti da lui, ed è poi trasmessa ad altre persone che si trovano ancora più lontano, per un ulteriore esame seguìto dalla decisione finale. Il detenuto possiede scarsa autonomia e non ha una posizione da cui trattare che gli permetta di influire in qualche modo sull'esito della richiesta. È un semplice, piccolo esempio ­ ma non privo di significato ­ di come egli avverte di essere impotente all'interno dell'istituzione.

In secondo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di degradazione. È stato anticipatamente condannato dai rappresentanti di quella società che rispetta le leggi, e l'esperienza della stigmatizzazione diventa ancora più intensa quando il detenuto si trovi isolato all'interno del carcere.

In terzo luogo, il detenuto sperimenta parte del proprio tempo come tempo di insicurezza. In verità il carcere, con un modello di vita semplificato e un regime relativamente sistematico, può anche dare al detenuto l'impressione di trovare un sostegno. Egli è sottratto alla situazione esterna, complessa e conflittuale, e durante la prigionia può sentirsi come in una camera di compensazione: sfuggire cioè ad un ambiente di cui percepisce le minacce. Ma in questa forma il sentimento di sicurezza è essenzialmente un sentimento di dipendenza ­ a volte qualche detenuto se ne rende conto. Nulla è cambiato nella sua situazione in rapporto alle persone rimaste all'esterno e poco viene fatto perché questa si chiarisca dopo il rilascio. Inoltre ­ ed è quanto più mi preme nel contesto ­ parallelamente alle false sensazioni di sostegno può insorgere una sensazione d'insicurezza, specialmente per quanto riguarda il futuro. Per molti significa soltanto chiedersi quando arriverà la libertà condizionale, ma per molti altri significa anche chiedersi quali saranno le future possibilità di lavoro, come sarà il rapporto con la famiglia, o il rapporto con la propria sessualità, che non può non essere minacciata dalla permanenza in una società monosessuata, ecc.» (Mathiesen 1968, pp. 131-32).

Un sistema in espansione: prima e seconda fase

Se potessimo riscontrare una tendenza storica alla scomparsa del carcere, l'attuale situazione stagnante non sarebbe poi così tragica. Si potrebbe immaginare che ce la lasceremo presto alle spalle. Al contrario, oggi il carcere, con tutto ciò che ha di vecchio, è un sistema in espansione. Ma per comprenderne le dinamiche attuali bisogna considerare brevemente le fasi storiche del suo sviluppo in epoca moderna. Se ne possono distinguere approssimativamente tre.

Prima fase. La prima fase consiste nello sviluppo delle grandi «case d'internamento», sorte nel corso del XVII secolo. Le pene più diffuse erano allora le punizioni corporali, l'esilio, la messa al bando. Nel XVII secolo ­ in alcune zone anche un po' prima ­ entrò in uso l'internamento in un'istituzione, non però come alternativa alle punizioni, ma come un supplemento. Michel Foucault è tra gli studiosi che hanno descritto l'improvvisa e massiccia crescita delle case d'internamento nel XVII secolo: secondo le sue parole, il fenomeno ebbe «dimensioni europee» (Foucault 1961, trad. it., p. 58). Egli l'ha anche definito «il grande internamento»: nel corso di pochi decenni migliaia di esseri umani furono rinchiusi in grandi istituzioni, che in Francia presero il nome di «ospedale» (hôpital ), in Germania e in Olanda di «penitenziario» (Zuchthaus , tukthuys ) e in Gran Bretagna di «casa di lavoro» e «casa di correzione» (workhouse, correction house).

Chi fu internato in questa prima fase della moderna storia del carcere? Fonti storiche relative a diversi paesi d'Europa indicano che si trattava perlopiù di poveri vagabondi, mendicanti, gente senza lavoro o senza fissa dimora che commetteva delitti contro la proprietà. Una categoria vasta ed eterogenea, che prima o poi avrebbe dovuto esser differenziata in qualche misura. D'altronde la distinzione tra «casa di lavoro» e «casa di correzione» era, in genere, puramente teorica.

Quali erano poi le modalità dell'internamento? Innanzitutto la certezza del diritto era ben scarsa, né si andava troppo per il sottile: all'apertura del grande Hôpital Général di Parigi nel 1657 ­ che in effetti era una catena di istituti, in cui nel 1750 si trovavano 12.000 internati ­ gli arcieri della milizia dell' Ospedale vi trascinarono vagabondi e mendicanti acciuffati per le strade. Parigi andava ripulita.

In secondo luogo, l'internamento era chiaramente caratterizzato dal lavoro forzato per i detenuti, benché rimanga incerto se l'attività ; lavorativa avesse sempre di mira la remuneratività. In Olanda, i prigionieri riducevano in schegge una qualità di legno del Brasile e la polvere grossolana che se ne ricavava era impiegata come materia prima nei colorifici. Il penitenziario di Amsterdam aveva il monopolio di quest' attività, assai redditizia (cfr. oltre, cap. II, § 3, e Sellin 1944). Circa un secolo dopo, in Norvegia (negli anni 1735-1790 furono istituiti quattro penitenziari nel nostro paese, peraltro in un'epoca in cui erano in rapido declino sul continente), i penitenziari erano chiamati anche rasphus, «rasperie», sebbene in Norvegia non si sia mai prodotta polvere di legno del Brasile. In molti istituti francesi gli internati stavano seduti a lavorare ai ferri: producevano cappelli, berretti, calze e altri indumenti che si dovevano in precedenza importare dalle isole normanne, le britanniche Jersey e Guersney (Cole 1939; riassunto in Mathiesen 1977, pp. 76-79). L' addestramento degli internati aveva uno sfondo drammatico: la direzione si procurava (forse col rapimento) donne delle isole normanne, abili nella « maglieria fine», che insegnassero alle donne degli istituti. Andò a finire che tutti i poveri avevano l'occasione di imparare il lavoro a maglia. Negli istituti tedeschi e inglesi, infine, i prigionieri erano impiegati per lo più in lavori produttivi di diverso genere.

Perché dunque ci fu l'internamento? Un importante contributo alla sua spiegazione è l'ormai classico studio di Georg Rusche e Otto Kirchheimer sulla storia della pena dal XIII al XIX secolo. La loro tesi fondamentale è che il mercato del lavoro regoli le pene. In periodi di eccedenza di forza-lavoro le pene sono severe, perché non occorre costringere i lavoratori a entrare nel processo produttivo ed è invece importante sottomettere i gruppi disoccupati. In periodi di carenza di forza lavoro, d'altra parte, le pene diventano miti, perché il bisogno di manodopera si fa sentire. Il XVII secolo, in contrapposizione al XV e al XVI secolo, secondo Rusche e Kirchheimer è un periodo di carenza di forza lavoro; è anche l'età del mercantilismo, che esalta la crescita economica nazionale e lo sviluppo delle industrie mercantiliste come filande e tessitorie. Proprio allora vagabondi e senzatetto vengono rinchiusi negli istituti a lavorare.

La tesi di Rusche e Kirchheimer ha stimolato molto il dibattito tra i sociologi del diritto sulla nascita delle istituzioni di pena. Ma si possono sollevare alcune obiezioni importanti. La prima è che in quel periodo non vengono abbandonate le punizioni fisiche, come pure sarebbe dovuto avvenire se la motivazione dell'internamento fosse stata il bisogno di manodopera. Anche se le fonti sono leggermente discordi, una rilevante diminuzione delle torture sopraggiunge sensibilmente più tardi (Foucault 1975).

La seconda obiezione è che si nutrono dubbi considerevoli circa la carenza di manodopera in quel periodo (Olaussen 1976): le dinamiche demografiche e la guerra dei trent'anni avevano certamente ridotto la popolazione, ma contemporaneamente si riscontra una gran massa di disoccupati.

Quale terza obiezione si è sottolineato che, sebbene la manodopera scarseggiasse davvero in determinati settori, per esempio nell'industria tessile, non è però affatto scontato che gli internati potessero essere adibiti a quel genere di lavoro produttivo, e neppure sembra chiaro che la carenza di forza lavoro fosse stata avvertita prima di decidere la nascita delle grandi istituzioni (cfr. ancora Olaussen 1976). Infine gli istituti risultavano di fatto redditizi solo in casi eccezionali, come il penitenziario di Amsterdam; ma in Francia, per esempio, furono sin dall'inizio imprese deficitarie senza speranza, eppure vennero tenuti in funzione.

La mia idea è che si debba allargare l'orizzonte, invece di concentrarsi semplicemente sulle oscillazioni del mercato del lavoro. Con il crollo della società feudale e il conseguente abbandono delle campagne da parte dei servi della gleba, tra il XVI e il XVII secolo una grande moltitudine di persone divenne disponibile per l'attività lavorativa. Nel Seicento le città erano quasi sovraffollate di manodopera (Wilson 1969, p. 125; Cole 1939, vol. I, pp. 264 e 270 s.): si comprese perciò via via che la questione dei mendicanti e dei vagabondi era d'importanza decisiva per mantenere l'ordine. Ricorre in rapporti, citazioni, regolamenti e provvedimenti dell'epoca, che il formidabile problema al quale si sarebbe cercato di rispondere con le nuove istituzioni era proprio il vagabondaggio. I vagabondi creavano ostacoli sia alla produzione sia al commercio, attività entrambe che richiedono vie di comunicazione indisturbate, e ponevano perciò, in generale, un grave problema di tutela dell'ordine sociale. Diventa così spiegabile che si potesse continuare anche ad usare le punizioni fisiche. Come Foucault ha chiarito, la casa d'internamento era «l'ultima delle grandi misure che erano state prese a partire dalla Renaissance per porre fine alla disoccupazione o almeno alla mendicità» (Foucault 1961, trad. it., p. 68). Che poi gli internati fossero messi al lavoro, era in buona armonia con la filosofia del mercantilismo economico.

Seconda fase. La seconda fase comprende, grosso modo, gli anni tra il 1750 e il 1825 (un po' più tardi in regioni periferiche come la Scandinavia). In quel periodo sorsero in Europa le vere e proprie carceri, istituzioni organizzate specificamente per i criminali. Al tempo stesso, l'uso delle punizioni corporali fu progressivamente ridotto: le carceri ne presero effettivamente il posto e non si affiancarono più, quindi, alle antiche forme di punizione. Il passaggio avvenne, su scala storica, in modo assai improvviso, come lo era stato il sorgere delle grandi istituzioni nel XVII secolo: richiese all'incirca settantacinque anni. La nascita delle nuove carceri ha dato materia ad ampie ricerche storiche (Rusche ­ Kirchheimer 1939, cap. VIII; Foucault 1975; Melossi ­ Pavarini 1981). Benché le interpretazioni siano differenti, emerge un punto di vista principale, che s'incontra in forma esplicita perlomeno in Foucault.

I grandi paesi europei erano allora decisamente in cammino verso un nuovo modo di produzione, quello capitalistico, basato, quantomeno in una descrizione idealtipica, su un mercato del lavoro in cui le classi lavoratrici fossero formalmente libere e potessero vendere la propria forza lavoro al miglior offerente. Nelle città l'industria aveva il sopravvento. Di fronte a una classe di lavoratori industriali, formalmente libera, le antiche punizioni ­ specialmente quelle corporali ­ non erano adatte. Un nuovo tipo di disciplina, il germe della «disciplina della catena di montaggio», era ormai richiesta dalla produzione. Non aveva senso punire con tremende e arbitrarie mutilazioni fisiche delle persone che avrebbero dovuto adattarsi alla forma minuziosa e precisa del lavoro disciplinato: era ben più ragionevole progettare un sistema punitivo che adottasse un genere corrispondente di disciplina pedantesca, che proprio nelle nuove prigioni poteva essere istituita e praticata. Le nuove prigioni divennero appunto carceri disciplinari, che imponevano un ordine meticoloso, i cui regolamenti enfatizzavano il nuovo ritmo giornaliero regolato e disciplinato con minuzia, ecc.

Se paragoniamo la situazione del Seicento con quanto accadeva nell' Ottocento, registriamo differenze e somiglianze. Differenti erano soprattutto i compiti concreti affidati al sistema di istituti pubblici nella prima fase del loro sviluppo si trattava di gestire la crescente massa di mendicanti e vagabondi; nell'Ottocento, nella seconda fase, si trattava piuttosto di gestire i devianti nelle file della manodopera. La più importante somiglianza consiste invece nel fatto che in entrambi i casi le forze dell'ordine avevano sperimentato l' utilità, e anzi l'estrema necessità, di disciplinare certi gruppi di popolazione. In entrambi i casi, per di più, questa esperienza si era sviluppata parallelamente ai mutamenti della struttura economica: nel XVI secolo crollavano le forme feudali di produzione, nel XIX secolo ci fu il passaggio definitivo alle forme di produzione capitalistiche. Benché la composizione dei gruppi sociali interessati, così come il contenuto concreto della disciplina variassero in modo pronunciato e producessero anche differenze nell'effettiva struttura degli istituti, questa comune esigenza delle forze dell'ordine determina una fondamentale analogia.

Terza fase: nuova espansione negli anni Duemila?

Nello scenario internazionale degli anni Settanta e specialmente degli anni Ottanta siamo stati testimoni di grandi cambiamenti nella politica penitenziaria. Sottolineeremo qui in modo particolare due elementi.

Innanzitutto è rilevabile in molti paesi un crescente ricorso alla carcerazione, sia come punizione, sia come pura e semplice reclusione. In certi casi l'incremento è stato drammatico. Contemporaneamente le carceri sono sovraffollate e compaiono lunghe liste di attesa per i condannati che non trovano posto nelle prigioni. In base ai dati disponibili, relativi a quattro grandi nazioni (Stati Uniti, Germania Occidentale, Inghilterra e Galles insieme, e Italia), e a quattro nazioni minori (Finlandia, Danimarca, Svezia e Norvegia) ­ si noti che il materiale relativo ai diversi paesi non è perfettamente confrontabile, provenendo da fonti di tipo diverso ­ ;, osserviamo di primo acchito due tendenze principali.

Da una parte vediamo un considerevole incremento del numero dei detenuti nelle cinque nazioni maggiori. Negli Stati Uniti si riscontra la tendenza più stabile e, se a metà degli anni Settanta vi sono diminuzioni temporanee in alcuni stati americani, ciò non ha segnato un'inversione di tendenza. Il fenomeno è accompagnato dal formarsi di liste d'attesa e dal sovraffollamento delle carceri. L'autorevole rivista « Time» ha descritto nel 1983 le condizioni degli istituti di pena americani, né queste sono migliorate da allora: l'incremento del numero dei detenuti negli Stati Uniti, scriveva, ha «prodotto tremende condizioni di vita per molti reclusi, che dormono nelle palestre, nei locali comuni, nei corridoi, in tende, camion e alloggi provvisori di altro genere. Fino ai primi di novembre, nel Centralia Correctional Center dell'Illinois 170 detenuti dormivano sul pavimento di una palestra. E il Maryland, che ha uno dei sistemi carcerari più tremendamente affollati del paese, ammassa i prigionieri nelle cantine, nelle sale per il tempo libero, in edifici provvisori e ­ come si è espresso un dipendente ­ " dovunque possiamo metterli"» («Time», 5.12.1983).

Ma anche nelle altre grandi nazioni da noi considerate l'incremento è stato considerevolissimo. In Italia è specialmente evidente dopo il 1979. In Inghilterra e nel Galles e nella Germania Occidentale l' incremento è stato minore, ma ugualmente notevole. Inghilterra e Galles mostrano una diminuzione di breve durata verso la metà degli anni Settanta. In Germania le tendenze alla crescita si sono interrotte proprio negli ultimi anni, ma sull'intero periodo l'incremento è evidente4 . Parallelamente all'aumento dei detenuti cresce ­ come già detto per gli Stati Uniti ­ il sovraffollamento nelle carceri. Sono problemi che le stesse amministrazioni carcerarie sottolineano con forza. Le autorità italiane calcolavano, pressappoco, di avere il doppio di detenuti rispetto ai posti disponibili (comunicato alla conferenza dell' European Group for the Study of Deviance and Social Control, Amburgo 1985).

D'altra parte il quadro dei quattro paesi minori è ancora più ; incerto. La Finlandia, che ha sempre avuto un alto tasso di detenuti rispetto agli altri paesi nordici, mostra una considerevole diminuzione tra il 1970 e il 1985, pur con un aumento temporaneo a metà degli anni Settanta. La Danimarca, un tempo al secondo posto tra i paesi nordici, presenta anch' essa un ribasso, ma assai debole e irregolare. Tra il 1977 e il 1981 si è ; assistito in Danimarca a una crescita considerevole, interrotta tra il 1982 e il 1984. Dopo il 1984 si registra un aumento. La Svezia, che era terza, presenta a sua volta nell'insieme una diminuzione, ma questa è avvenuta ancora più irregolarmente, con un considerevole aumento di detenuti tra il 1976 e il 1982 e una diminuzione nel periodo 1983-84. L' aumento è particolarmente marcato, se si considera che nel primo periodo è stato liquidato il sistema delle carceri minorili ed è fortemente diminuito il ricorso alla detenzione. La Norvegia, infine, presenta un aumento irregolare sull'intero periodo, ma più evidente dopo il 1979; non vi è stata alcuna misura che diminuisse il ricorso alla carcerazione e l'affollamento si è manifestato in un sempre crescente numero di persone che attendono, a piede libero, di poter scontare la loro pena detentiva.

In Finlandia il decremento sembra causato da due fattori. La novità più rilevante sono state le modifiche apportate in quel periodo alla legge sulla guida in stato di ebbrezza: sono cambiati i limiti percentuali di alcool nel sangue e al tempo stesso è stata introdotta la cosiddetta «sanzione combinata», cioè la possibilità di associare una sanzione pecuniaria con una sanzione detentiva condizionale. Inoltre sono stati modificati i termini di pena per furto e si è introdotto un ordinamento che punisce con multe i furti comuni; alla lunga ciò ha probabilmente influenzato anche la prassi giuridica.

In Danimarca il fenomeno è dovuto principalmente ad una maggiore liberalità nel concedere la grazia ­ intesa a neutralizzare l' affollamento delle carceri ­ e ad un alleggerimento del quadro generale delle sanzioni5 comminate per reati minori contro la proprietà, che ha ridotto di un terzo lo standard di pena. La recente diminuzione in Svezia si deve principalmente all'introduzione, nel 1983, del rilascio automatico sulla parola (on parole)6 a metà della pena per la grande maggioranza dei detenuti (ma su questo ritorneremo), di cui però è stata recentemente proposta l' abrogazione.

Si può quindi osservare che nei paesi nordici esaminati l'andamento è meno chiaro che nelle nazioni del primo gruppo; si riscontrano un considerevole decremento nel paese che ha il maggior numero di detenuti, un andamento particolarmente incerto nei paesi con un numero medio di detenuti, e un incremento nel paese con il minor numero di detenuti (la Norvegia). Le diminuzioni sono dovute per lo più a mirate iniziative di politica criminale, ossia a innovazioni legislative che hanno ripercussioni sulla prassi giudiziaria, sulla prassi dei rilasci, ecc. In conclusione si può dire: in una serie di grandi nazioni occidentali si constatano un'evidente tendenza all'aumento del numero dei detenuti e una conseguente pressione sul sistema carcerario, che sorge dall'esigenza di più numerosi ingressi. L'aumento si verifica parzialmente anche nei paesi nordici; e persino quando è assente, in tutti i paesi con l'eccezione della Finlandia si riscontra una pressione sul sistema carcerario accompagnata dall'affollamento nelle liste d'attesa. Anche in altre nazioni europee minori osserviamo uno sviluppo simile.

Prima di concludere va aggiunto che, prendendo un arco di tempo più ampio del 1970-85, in alcune nazioni l'andamento globale cambia, ma senza contraddire le conclusioni precedenti. In alcuni paesi la tendenza risale a molto tempo addietro, come in Inghilterra e nel Galles7 . In altri paesi, ad esempio in Italia, in Germania Occidentale e in Norvegia 8 , si constata una caduta del numero dei detenuti poco prima del 1970, o in quello stesso anno. Sono diminuzioni brusche e corrispondono a particolari riforme che, nel 1970 o immediatamente prima, riducono in quei paesi il numero dei detenuti: riforme i cui effetti sono stati neutralizzati dai successivi sviluppi. In Italia viene proclamata nel 1970 un'amnistia generale, che fa calare il numero dei detenuti al più basso livello mai avutosi da quando, nel 1860, iniziarono le registrazioni. Se la cifra arriva a ca. 42.000 nel 1985, significa che da questo punto di vista l'amnistia è ormai neutralizzata. Per la Germania possiamo ricordare che subito prima del 1970 vengono considerevolmente ridotte le pene detentive di breve durata. Se nel 1985, come si è detto prima, si giunge a poco più di 53.000, ciò indica non solo un approssimativo ritorno al livello del 1969, ma anche che i reclusi nel 1985 mediamente restano più a lungo in prigione dei condannati per reati equivalenti nel 1969. Per quanto riguarda poi la Norvegia, il 1º luglio 1970 cambia la legge sul vagabondaggio: abbandonata la criminalizzazione dell'ubriachezza in pubblico, è abolita la condanna al lavoro forzato per tale reato. Nel corso del 1968-69 e nella prima metà del 1970, i detenuti sottoposti a lavoro forzato calano considerevolmente, e il 1º luglio 1970 la casa di lavoro di Oppstad è vuota (Mathiesen 1975). Se nel 1985 si supera la cifra del 1969, allora da questo punto di vista la riforma è neutralizzata ­ anche se è di per sé importante che gli etilisti senza fissa dimora non siano più incarcerati.

Coerentemente con l'affollamento delle carceri esistenti, si manifesta una crescente tendenza all'espansione fisica del sistema carcerario, con l'edificazione di nuove carceri. Consideriamo ad esempio gli Stati Uniti, l'Inghilterra e la Norvegia. Per gli Stati Uniti possiamo rivolgerci di nuovo alla rivista conservatrice «Time». Nello stesso numero che abbiamo citato in precedenza si legge, a proposito dell'edilizia carceraria:

«Non si riescono a costruire nuove carceri abbastanza rapidamente perché possano accettare tutti i nuovi reclusi [...] Per quest' unico settore gli stanziamenti sono enormi circa 4,7 miliardi di dollari stanziati per nuovi edifici carcerari m tutto il paese nel prossimo decennio, tra i quali 1,2 miliardi di dollari per 16.500 nuove celle in California e 800 milioni di dollari per 8.000 nuove celle a New York» (5.12.1983).

Somme ingentissime, dunque, per immani progetti edilizi. A questo si aggiunge, negli Stati Uniti, il numero crescente di carceri private: prigioni costruite da imprese private, che le affittano al sistema pubblico o le gestiscono direttamente. I meccanismi di mercato e la logica del profitto stanno dunque pervadendo una situazione carceraria già sotto pressione.

Per l'Inghilterra e il Galles, possiamo ricordare che sul finire del 1985 erano in progetto sedici nuove carceri, per uno stanziamento totale di ca. 500 milioni di sterline (alle quotazioni del 1983), da completare nella prima parte degli anni Novanta. Si trattava di aumentare la capienza di ca. 12.000 nuovi posti (Sim 1986, p. 42), un piano descritto come biggest-ever jail-building programme (il più grande programma di edilizia carceraria di tutti i tempi) in Inghilterra («The Standard», 21.11.1983, p. 5).

Descrizioni simili non si applicano alla situazione in Norvegia. Ma anche qui ha avuto luogo un ampliamento del sistema carcerario, con lo scopo di « ridurre le attese per scontare la pena», come si legge nel budget per il ministero della giustizia per il 1984-85 (Statlig proposisjon 1984-85, n. 1, p. 56). Nel budget per il 1985-86, sempre a proposito delle cosiddette «code per la pena», si gabellava che «in conseguenza degli stanziamenti del ministero le code potranno essere eliminate in un periodo di due anni» (Statlig proposisjon 1985-86 n. 1, p. 57) ­ eliminazione che avrebbe richiesto, volendo incarcerare tutti, un programma di edificazione su vasta scala. Al tempo stesso sia il ministero sia l'Associazione dei funzionari delle carceri, la quale agisce in questa situazione come un potente gruppo di pressione, hanno sottolineato che molti istituti carcerari sono antiquati e fatiscenti e vanno quindi rimpiazzati. In altre parole, l'edificazione è vista in certa misura come un'alternativa ai vecchi istituti di pena del secolo scorso. Ma si progettano nuove carceri che sono molto più grandi di quelle che si intende abbandonare e l'esperienza di impotenza, degradazione e insicurezza durante il tempo trascorso nell'istituzione, che caratterizzava, come abbiamo visto, le vecchie prigioni, sarà in grande misura presente anche nei nuovi edifici.

Per di più accade sovente che i piani per la sostituzione degli edifici carcerari siano confusi e oscuri. Esempio di un genere assai diffuso di pianificazione, che porta a conservare il vecchio in aggiunta al nuovo, sono i piani per il riadattamento e la riedificazione della casa circondariale di Oslo, elaborati da una commissione istituita dal ministero della giustizia sullo sfondo della rivolta del 1984, quando molti detenuti di Oslo distrussero il mobilio delle celle per protesta contro le condizioni carcerarie. Nel rapporto (Justisdepartementet 1985) si riconosce che le condizioni del carcere di Oslo sono fortemente criticabili e si propone, in prima istanza, sia una ristrutturazione materiale sia una riorganizzazione interna (una più chiara divisione tra sezione penale e sezione di custodia9 , un miglioramento nelle condizioni di studio e lavoro ecc.). La capienza del carcere dovrebbe essere gradualmente ridotta e si propone di recuperare i posti che vanno perduti con trasferimenti e con sistemazioni temporanee in custodia nelle camere di sicurezza dei posti di polizia di Oslo, e con la costruzione di un nuovo carcere presso Bredtveit, dove già si trovano una prigione e un istituto di sicurezza per detenute. Detta in breve, la proposta suona così: si restaura il vecchio carcere fatiscente, ma parallelamente si costruisce un nuovo carcere, in modo che il vecchio carcere possa essere abbandonato. Non si potrebbe trovare un solo esempio in cui qualcosa di simile sia mai accaduto: è più che probabile che il vecchio carcere sia conservato a fianco del nuovo carcere, perché chi vorrebbe abbattere qualcosa che ormai è stato restaurato e ristrutturato? Una pianificazione del genere offre le migliori opportunità per l'ampliamento complessivo del sistema carcerario.

Piani edilizi analoghi, con le medesime finalità, li troviamo in altre grandi nazioni come la Germania Occidentale e l'Italia, e in paesi minori come Svezia e Olanda. In Scandinavia, la sola Danimarca non ha aperto nuovi carceri nell'ultimo decennio, ma la capienza è stata aumentata mediante strutture provvisorie. Che vi siano piani per costruire nuove carceri in Olanda (de Haan 1986) allo scopo di alleviare un pressante problema di capienza, è un fatto particolarmente interessante: come già detto, è tradizionalmente la nazione con il più basso numero proporzionale di carcerati in Occidente. L'espansione è evidentemente sul punto di investire anche l'Olanda.

Le cause dell'espansione

Possiamo ormai affermare che il carcere, verso la fine del XX secolo è un sistema in espansione, come già lo era 200 anni fa, verso la fine dei XVIII secolo e durante il XIX, e come lo era 200 anni ancor prima, nel XVII secolo. Si tratta di un segnale politico molto allarmante. Nel periodo tra la fine degli Sessanta e la prima metà degli anni Settanta era diffusa la sensazione che le ideologie autoritarie e l'ordinamento repressivo statale fossero in posizione molto debole di fronte alle critiche. Oggi la tendenza si è invertita, se non altro in questo ambito. Cercheremo di analizzare l' attuale situazione dal punto di vista delle statistiche carcerarie e dal punto di vista sociologico.

Una conferenza internazionale organizzata dal European Group for the Study of Deviance and Social Control, tenutasi ad Amburgo nell'autunno del 1985, ha esaminato l'espansione del sistema carcerario nei vari stati (i principali interventi si trovano in Rolston ­ Tomlinson 1986). Considerando le statistiche carcerarie, i partecipanti dei diversi paesi si sono trovati d'accordo sul fatto che il fenomeno trovi due spiegazioni: i lunghi tempi di detenzione preventiva e di carcerazione, che diminuiscono la rotazione nelle carceri e fanno quindi crescere il numero medio di detenuti; e la tendenza ad aumentare il numero delle condanne a pene detentive, che ha in ultimo lo stesso effetto. Per alcuni paesi si possono avanzare entrambe le ipotesi, per altri valgono soprattutto i lunghi tempi di detenzione. In Olanda vanno considerate in particolare le lunghe pene detentive per le violazioni della legge sugli stupefacenti.

Anche i dati relativi alla situazione norvegese rendono probabile, nel complesso, che i lunghi periodi di detenzione e di custodia siano una spiegazione dell'espansione carceraria. Essi hanno anche un'altra importante conseguenza, ossia che cambia la composizione della popolazione carceraria: aumentano i detenuti di lungo periodo, con tutte le conseguenze psicologiche e ambientali che ciò comporta per la comunità dei reclusi. La pressione psicologica diventa estrema e le difficoltà di adattamento aumentano di conseguenza (Cohen ­ Taylor 1981). Il carcere non si espande soltanto, ma cambia ­ e in peggio.

La situazione norvegese mostra che l'aumento dei tempi di carcerazione è un'importantissima spiegazione parziale, che se di per sé non è sufficiente, si associa ad una crescita analoga delle pene non condizionali. L'ammontare delle pene non condizionali «semplici» cresce d'un balzo tra il 1977 e il 1978; ma da allora varia di poco, senza mostrare alcuna chiara tendenza. Una tendenza chiara si riscontra invece nelle cosiddette «condanne combinate», ossia che combinano una pena detentiva non condizionale con altre misure: un genere di condanne divenute del tutto usuali in Norvegia. L'aumento su tutto il periodo 1977-85 è considerevolissimo, e può aver contribuito sia alla tendenza all' espansione del sistema sia alla crescente pressione su di esso (Bødal 1984; Kriminalstatistikken 1983-84; informazioni dall'Ufficio centrale di statistica, per il 1985; sono valori approssimativi, perché i dati relativi ad anni diversi non si ritengono confrontabili). Bisogna notare che anche per questo genere di condanne entrano in gioco i lunghi tempi di carcerazione: per le condanne « ;combinate» le pene superiori a 90 giorni si considerano di lunga durata e la quota percentuale di queste ultime è cresciuta dal 7-8% di tutte le condanne «combinate» nel 1977, fino al 14% nel 1985 (medesime fonti).

Ora, come si giustificano a loro volta le numerose carcerazioni di lunga durata? Si delineano nuovamente due spiegazioni principali: da un lato si può ritenere che siano originate dall'aumento di determinate forme dl criminalità; d'altro canto si può pensare che siano il prodotto di un mutamento di valutazione da parte della polizia, dei legislatori e dei giudici, che Si riflette anche nel livello delle condanne.

La maggiore diffusione di forme di criminalità alle quali tradizionalmente corrispondono lunghe pene detentive può indurre un aumento dei tempi medi di detenzione, particolarmente quando la percentuale di casi risolti sia alta. Può anche causare il proliferare delle pene non condizionali, e di nuovo specialmente quando la percentuale di casi risolti è alta.

Al tempo stesso è altamente probabile che quando muta la valutazione di determinate forme di criminalità, ritenute più gravi che in precedenza, ciò si rifletta sia in lunghi tempi di carcerazione sia in un crescente numero di pene non condizionali. Negli ultimi anni i mass media, gli uffici della pubblica accusa e i legislatori hanno puntato il dito sulla criminalità più o meno violenta. Si è creata l' immagine di una criminalità sempre più brutale. Sul modo in cui i mass media focalizzano le notizie dovremo tornare più avanti, in un contesto differente (cap. 3). Qui il punto è soltanto che quest' enfatizzazione generalizzata si riflette molto facilmente sia in lunghi tempi di carcerazione sia in un aumento delle pene non condizionali. Penso specialmente all'effetto esercitato sui tribunali: sostenere che restino impassibili di fronte a simili segnali esterni e una clamorosa sopravvalutazione (o, a seconda delle prospettive, una sottovalutazione). I tribunali operano in un contesto, in una situazione alla quale si rapportano. Gli effetti dei messaggi esterni si trasmettono benissimo, nel senso che incitano a comminare pene detentive più lunghe e a moltiplicare le pene non condizionali («combinate») anche per crimini meno gravi.

Prendendo ad esempio il caso norvegese, notiamo che le condanne per crimini legati agli stupefacenti sono cresciute negli ultimi 10-15 anni molto più ; delle condanne per crimini violenti. E nel caso dei crimini legati agli stupefacenti il livello delle pene, un tempo contenuto, ha subito negli ultimi anni ingenti variazioni sul piano legislativo e su quello della prassi poliziesca e della prassi penale. Da problema trascurato sul piano giuridico, quale era alcuni anni fa, oggi è stato posto al centro dell' attenzione e ne é conseguito un inasprimento del quadro delle pene 10.

C'è un legame tra il numero d'indagini svolte sui reati legati agli stupefacenti negli ultimi anni e quello delle condanne non condizionali per tali reati. Ma bisogna subito aggiungere che le statistiche sulle indagini offrono un'immagine assai povera, se paragonata allo sviluppo di fatto dell'uso di stupefacenti nella società. In prima istanza tali statistiche riflettono soprattutto i mutamenti nella prassi poliziesca e legislativa. Per esempio: durante il 1982, nella prassi poliziesca norvegese, si è spostato il confine tra trasgressione e reato per quanto riguarda gli stupefacenti. La regola pratica, secondo la quale il possesso di cannabis fino a 5 g era da considerarsi «uso personale» e quindi una semplice trasgressione, è cambiata e il limite è sceso a 1-2 g. Ogni possesso di quantità superiori a 2 g è stato considerato « detenzione», quindi un reato. Nel giugno del 1984 è stata riformata la legge norvegese sugli stupefacenti, in modo che anche l'uso personale diventasse reato. Ogni violazione della legge sugli stupefacenti è diventata così un reato, un cambiamento che naturalmente ha prodotto effetti notevoli sul numero delle inchieste per violazioni della legge sugli stupefacenti che vengono registrate (si veda più precisamente in Falck 1987).

Per rendere palpabile il fatto che l'incremento dei livelli di pena è la motivazione essenziale, se non risolutiva, della moltiplicazione dei detenuti, ricordiamo che in molti paesi in cui il fenomeno si presenta (e di conseguenza si pianifica l'ampliamento del sistema carcerario) la criminalità registrata (cioè la criminalità su cui la polizia svolge inchieste) mostra invece una stagnazione. Questo vale per esempio negli Stati Uniti (Moerings 1986); o per la Norvegia, in ogni caso nel periodo 1983-85 (Falck 1987), anche se i dati degli ultimi anni indicano una ripresa. Non mancano del resto esempi storici del fatto che le statistiche sulla criminalità e la quantità di detenuti non sono necessariamente connesse. Questo significa che, a monte del problema, stanno le scelte su quale politica seguire di fronte alle diverse forme di criminalità. Ciò detto, si dovrebbe aggiungere che il ripercuotersi o meno, sul numero delle detenzioni, di un aumento statistico delle forme di criminalità i cui livelli di pena non sono soggetti a variazioni, è determinato da scelte compiute dalle autorità centrali: perché queste potrebbero trovare altre soluzioni ai problemi, invece di lasciare che la barca continui a navigare sempre sulla stessa rotta. Riprenderemo il discorso più avanti.

Come si spiega a sua volta l'aumento nel livello delle pene, dal punto di vista sociologico? Partiamo dal fatto che i legislatori e i giudici possono essere considerati un «barometro della paura», ossia delle istituzioni che attraverso le proprie decisioni riflettono le paure della società. L'espressione «barometri della paura» è stata coniata dai sociologi americani Steven Box e Chris Hale (Box ­ Hale 1982; cfr. anche Box ­ Hale 1985).

I tempi abbondano di segni allarmanti. Alcuni di questi sono vicini e osservabili, come, in molti paesi occidentali, le ribellioni giovanili, i conflitti tra immigrati e altri gruppi di popolazione, il degrado o, nel peggiore dei casi, lo smantellamento dei servizi sociali e delle strutture assistenziali (in Norvegia, addirittura, fino al punto di avere problemi per la pulizia delle strade, il cui costo è accollato ad amministrazioni cittadine già cariche di debiti). Altri evidenti segni di allarme sono trasmessi dai mass media: la crescente violenza (benché i reati contro la persona aumentino nel complesso piuttosto lentamente, e malgrado siano perlopiù aggressioni di poco conto), l'aumento nell'abuso di stupefacenti (benché anch'esso, almeno nel contesto norvegese, sia rimasto stabile e le forme estreme di tossicodipendenza riguardino pochi individui; Hauge 1982, Christie ­ Bruun 1985) e così via. I media, con la loro tendenza a presentare i problemi generali drammatizzando casi individuali, amplificano terribilmente i fatti. I conflitti reali, sommandosi con gli enfatici allarmi dei mass media, creano complessivamente un riflusso verso quella che può essere chiamata una «crisi di legittimità», cioè un crollo, più o meno rovinoso, della fiducia che gli individui normalmente ripongono nell'efficacia dell'azione dello stato per risolvere i problemi esistenti. Alla base della crisi di legittimità sta nuovamente una crisi economica: la stagnazione economica del capitalismo maturo alle soglie del XXI secolo, accompagnata in diversi paesi da una crescita persistente e spesso considerevole della disoccupazione. Ma nella coscienza popolare le crisi si presentano come un problema di fiducia, in senso ampio, verso le strutture statali preposte alla soluzione dei diversi problemi. Presumibilmente esiste un grande divario, tra i diversi paesi occidentali, nell'intensità della crisi: estremamente grave in una società come quella inglese (cfr. Hall et al. 1978), è senza dubbio attenuata nel caso norvegese, dove si concede maggior credito agli interventi statali e persiste la convinzione che siano «fatti per tutti noi» e per «il bene comune»; ma anche in Norvegia si manifesta la stessa tendenza.

La crisi si riflette negli organi legislativi e giudiziari, due importanti istituzioni all'interno delle quali le crisi di legittimità sono intese, a ben vedere, come una nuova e più forte esigenza di disciplinare determinati gruppi di popolazione. Se la fiducia verso gli organi pubblici e le autorità comincia a sgretolarsi, agli occhi dei legislatori e dei giudici una tale frattura appare sotto le sembianze della necessità di maggior disciplina. Concretamente, per quanto riguarda gli organi legislativi, ci si orienta a rivolgere dei messaggi generali all'opinione pubblica per avere più «legge e ordine» e a rendere più severe le sanzioni penali. Nei tribunali si applicherà questo eventuale nuovo quadro delle pene, ma si giungerà anche ad infliggere sistematicamente punizioni più dure. Così si dà vita al ciclo di pressione dall'esterno sul sistema carcerario, da una parte, e di conseguente espansione del carcere dall'altra, che abbiamo già delineato. Punto di partenza sono dunque i mutamenti nel quadro sociale; e l'idea che legislatori e giudici se ne fanno stabilisce un nesso tra gli influssi esterni e l'espansione del sistema carcerario: quando legislatori e giudici sperimentano la situazione in un certo modo, la loro percezione non è priva di conseguenze sulla prassi (cfr. Box ­ Hale 1982).

Possiamo quindi riannodare i fili all'indietro, fino a giungere alle precedenti epoche di crescita del carcere nel XVII e XIX secolo, entrambe scaturite da una nuova esigenza di ordine sociale. La terza fase di crescita, quella attuale, può essere spiegata nello stesso modo: le forze dell'ordine interpretano la nostra situazione nei termini di un bisogno crescente di disciplinare certi gruppi di popolazione. Vedremo più avanti che si potrebbe interpretare la situazione individuando un tipo ben diverso di bisogni: una nuova politica per i giovani, un attacco frontale alla disoccupazione, e così via. Ma si è scelto di fare altrimenti.

Possiamo contrastare questa tendenza?

Molti fattori suggeriscono che ci troviamo, a livello internazionale, nella terza fase di sviluppo dell'istituzione carceraria. Benché tra l'Ottocento e lo sviluppo odierno si osservi, tra l'altro, un forte calo del numero dei detenuti, in molte nazioni si può vedere come il carcere contribuisca a costituire il nucleo di uno «stato forte», cioè uno stato che su un fronte ampio ­ anche, per esempio, attraverso la polizia e altre agenzie di controllo ­ si attrezza per affrontare problemi di disciplina nella società. Questo apparato totale è dispiegato complessivamente per rispondere alla nuova, crescente esigenza di disciplinare i gruppi marginali: disoccupati, neri, giovani. Gli eventi ai quali assistiamo sollevano un'importante questione di valore: intendiamo davvero assecondare questa tendenza? Possiamo accettare che il carcere diventi il nucleo di uno stato forte, o ancora più forte?

È una domanda tra le più importanti. In primo luogo, il problema è decisivo per quegli esseri umani che finiscono in prigione e che devono sottostare al tipo di sistema di cui abbiamo dato un quadro fugace nell'introduzione a questo capitolo. Ne va del destino di esseri umani.

In secondo luogo, è in gioco il clima della nostra vita politica, perché se il carcere veramente si estende e diventa anche il nucleo di uno stato forte, ciò comporta una trasformazione evidente degli strumenti tradizionali della politica. Significa che la coercizione diventa il principale mezzo di disciplinamento nei confronti dell'intera popolazione o di sue parti.

In terzo luogo, la questione è importantissima in un contesto culturale più ampio. L'impiego della coercizione fisica come mezzo di disciplinamento segnala che la violenza è una forma adeguata di controllo sociale. Un aumento significativo dell'uso della coercizione fisica potenzia appunto questo segnale e modifica così sia le nostre norme, sia il modo in cui ci rappresentiamo i nostri simili, aprendo la strada all'accettazione della violenza come strumento generale nei rapporti tra persone.

Io non so quale sia la migliore tra queste motivazioni. Probabilmente non dovremmo sforzarci di scegliere, perché tutte quante sono decisive. Tutte insieme ci avvertono che una fase di espansione carceraria contribuisce, a livello internazionale, a rimodellare la società dal punto di vista umano, politico e culturale. Questo libro vuole essere un contributo per non scegliere di moltiplicare il numero delle prigioni, per compiere una scelta differente da quella di entrare nella terza fase ­ finché siamo ancora in tempo.

Non considererò questa evoluzione come se fosse ormai determinata o predestinata. Come ho indicato, essa si alimenta senza dubbio di potenti forze materiali e sociali di natura superindividuale: in tutte le fasi precedenti, lo sviluppo è stato avviato da mutamenti nelle forme sociali di produzione, che hanno creato nell'apparato statale una nuova ed impellente esigenza di disciplinamento. Ma nello stadio primario di questa fase, di fronte al nuovo bisogno che era stato sperimentato, si potevano compiere altre scelte e prendere altre decisioni politiche. Si potevano, per esempio, sviluppare analisi differenti di quel bisogno, considerare il disagio sociale che si manifestava come motivazione per ampie iniziative sociopolitiche. Può sembrare ingenuo formulare a posteriori simili pretese verso uomini politici del passato, ma il punto è che anche costoro potevano in linea di principio decidere o scegliere altrimenti, al primo gradino dello sviluppo. È importante il concetto di stadio primario. Più si va avanti, più si è gravati delle condizioni che lo sviluppo stesso ha creato, e più ci si trova impotenti nei confronti della propria creatura.

Il mio contributo è modesto: consiste nel raccogliere argomentazioni. Nei capitoli che seguono discuto gli argomenti addotti usualmente a sostegno del carcere, e per ciascuno di loro sollevo il problema: si può difendere il carcere su questa base? A mio modo di vedere, tra gli argomenti tradizionalmente impiegati in favore del carcere non ne trovo nessuno accettabile. Questo significa che il carcere come istituzione e come forma di reazione sociale11 è, secondo il mio parere, semplicemente insostenibile. E ciò significa, in ogni caso, che è del tutto insostenibile l'idea di dilatare questo sistema.

La gestione corrente e la nuova costruzione delle carceri sono molto costose e ogni tanto qualcuno sostiene che, in un modo o nell'altro, l'enorme livello di spesa porrà fine al carcere, o farà sì che non si possa nemmeno parlare di una sua espansione. In un periodo di povertà pubblica nel mondo capitalistico occidentale, si dice, possiamo perlomeno confidare in un influsso positivo della scarsità di risorse. Il noto criminologo Andrew Scull, in un libro del 1977 intitolato Decarceration (Scull 1977), sviluppava questo ragionamento in una prospettiva più ampia e proponeva in Occidente uno smantellamento generale delle istituzioni, si trattasse di ospedali e case di cura psichiatriche, o delle carceri. Ma per queste ultime il ragionamento non ha funzionato: la scarsità di risorse pubbliche ha determinato lo smantellamento delle istituzioni in altri settori, ma non in quello carcerario, come è stato anche sottolineato energicamente dallo stesso Andrew Scull in un'appendice alla nuova edizione del suo libro (Scull 1984). I fattori economici sono stati minuziosamente studiati, tra gli altri, dai canadesi Chan e Ericson, mostrando con chiarezza che il sistema carcerario continua a crescere nonostante il deficit pubblico (Chan Ericson 1981). Insomma, mentre in molti paesi gli ospedali, le case di cura, le università e altre istituzioni che offrono servizi vengono smantellate, si potenziano le istituzioni carcerarie, che esercitano coercizione.

Le carceri si sviluppano dunque secondo una dinamica che è del tutto indipendente dalla congiuntura economica. Perciò è ancora più importante lavorare per evitarne lo sviluppo.

Finalità della pena e struttura del libro

Le motivazioni sollevate in favore del carcere sono perlopiù argomenti generali, nel senso che non si limitano soltanto a giustificare il carcere, ma sono applicati alla pena in generale e si raggruppano quindi secondo le diverse teorie della finalità della pena. Nella teoria classica della pena, le finalità di questa sono divise abitualmente in due grandi sottogruppi: difesa sociale e retribuzione.

Secondo le teorie della difesa sociale , la pena non ha alcun valore in sé: serve unicamente come un mezzo per proteggere la società dalla delinquenza. Nella loro formulazione più ampia queste teorie possono essere nettamente distinte l'una dall'altra, ma hanno la protezione della società quale scopo comune. Perciò in questa prospettiva la pena ha valore solo in relazione alla difesa della società, sua finalità ultima; le teorie della difesa sociale sono anche dette teorie «relative» della pena. Si dividono in due sottogruppi: teorie della prevenzione individuale (impedire che il condannato commetta nuovamente azioni criminose) e teorie della prevenzione generale (impedire che altre persone commettano azioni criminose): si ritiene che la prima si raggiunga migliorando il criminale, o intimidendolo, o neutralizzandolo, e che invece la seconda si ottenga attraverso l'effetto deterrente, moralizzatore o di condizionamento che la punizione produce negli altri.

Secondo le teorie della retribuzione , «scopo della pena è innanzitutto soddisfare un'esigenza di giustizia» (Andenaes 1974, p. 72). Le finalità di utilità pratiche restano in secondo piano. Come prosegue Andenaes (ivi):

«Questa posizione è stata classicamente formulata da Kant: la giustizia deve, secondo il suo punto di vista, essere applicata soltanto perché è stato commesso un delitto, in quanto "se la giustizia scompare, non ha più alcun valore che vivano uomini sulla terra"» (Principi metafisici della dottrina del diritto , § 49, E).

Una coerente teoria della retribuzione è in grado di precisare sia quali azioni debbano essere punibili, sia l'entità della pena richiesta affinché si realizzi la giusta retribuzione. Poiché la pena, in questa prospettiva, ha in ultimo un valore suo proprio, le teorie della retribuzione sono dette anche teorie «assolute» della pena.

Anch'esse si possono dividere in due sottogruppi: in un caso la proporzione tra reato e pena è fondata in quella «tra il danno manifesto che consegue e la pena considerata» (Andenaes 1974, p. 73). È come dire «occhio per occhio, dente per dente»: il principio del taglione. Nell'altro caso si prende di mira la colpa morale piuttosto che il danno manifesto, nella misura in cui sono stati inflitti danni accidentali. «La pena viene in tal modo stabilita quale manifestazione di un più complessivo principio morale, che fa sì che ognuno dovrebbe ricevere quanto si merita» (ivi , p. 74). Questo assomiglia a «chi semina vento raccoglie tempesta»: è il principio di colpa.

Naturalmente, poiché questo libro tratta del carcere, saranno discusse le motivazioni specifiche per la pena carceraria. Ma in qualche misura è necessario e logico discuterne in relazione alla pena in generale. Come abbiamo già detto, il gruppo di teorie della difesa sociale prende le mosse dalla prevenzione individuale, che deve impedire che il condannato commetta nuove azioni criminose. Si ritiene che la prevenzione individuale si ottenga migliorando, intimorendo o neutralizzando il criminale. Nel secondo capitolo esamineremo in dettaglio l'idea della pena detentiva come un processo di miglioramento in vista della prevenzione individuale. Impiegheremo il termine «riabilitazione», che significa mettere nuovamente la persona in stato di funzionalità, perché è il termine prevalente nella prassi carceraria (compare sovente « risocializzazione», pressoché come sinonimo). Diverso materiale empirico, sia storico sia attuale, illustrerà quanto la pena detentiva possa avere una funzione riabilitante.

Seguirebbero naturalmente la deterrenza e la neutralizzazione, per completare la trattazione della prevenzione individuale. Non procederemo però in quest'ordine. Le teorie della prevenzione individuale mediante la riabilitazione in carcere ebbero poco credito nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Parallelamente si svilupparono le teorie della difesa sociale, soprattutto partendo dalla prevenzione generale della violenza. Nel terzo capitolo discuteremo pertanto le teorie che sostengono l'effetto di prevenzione generale della pena detentiva. Le teorie della prevenzione generale ­ secondo cui la pena produce negli altri, piuttosto che nel reo, effetti di deterrenza, moralizzazione e condizionamento ­ presuppongono la comunicazione alla società del messaggio che la pena deve trasmettere. La prevenzione generale sarà tra l'altro analizzata in rapporto con le moderne teorie della comunicazione Ma saranno discussi anche altri problemi sollevati da queste teorie.

Nel quarto capitolo ritorneremo sulla prevenzione individuale e affronteremo da questo punto di vista la neutralizzazione e la deterrenza. Avendo prima discusso e criticato le teorie della prevenzione generale, questi aspetti della prevenzione individuale saranno stati in buona misura già trattati. Esamineremo le ricerche empiriche e le relative discussioni sulla neutralizzazione prodotta dalla pena detentiva ed equivalenti ricerche ed esperienze che chiariscono se la pena detentiva abbia un effetto deterrente verso chi è detenuto. Il quarto capitolo conclude l'analisi della pena detentiva come difesa sociale. Nel quinto capitolo vaglieremo le teorie della pena detentiva come giusta retribuzione, in relazione tra l'altro ad esperienze e materiali su come è sperimentato lo stare in carcere.

In tal modo avremo passato in rassegna le più importanti motivazioni teoriche in favore della pena detentiva. Per ognuna ci si chiederà: si può difendere il carcere su questa base? Posso anticipare che la risposta sarà negativa in tutti i casi. Il carcere è un fiasco, e non lo si può difendere con queste motivazioni.

Nel sesto capitolo si discuterà, su questa base, della battaglia per smascherare il fiasco del carcere rispetto ai propri fini e ai fini della società, che assomiglia a una specie di «segreto pubblico», un segreto di Pulcinella, qualcosa che preferibilmente non deve «venir fuori» ed essere argomento di dibattito. Cercare di smascherarlo è considerato una minaccia, rivolta contro le funzioni specifiche e meno accettabili che il carcere ricopre nella società: perciò la battaglia è difficile, m ancora più importante. Il libro si conclude con un piano, concreto globale, per liquidare questo fiasco.

BIBLIOGRAFIA

S.G. Aarsnes et al., Kriminalitet til salgs. En rapport om presse og kriminalitet (Institutt for kriminologi og strafferett, 28), Universitet i Oslo, Oslo 1974.

J. Ahlberg, Effekter av halvtidsfrigivningen, BRÅ Forskning, Stockholm 1985.

American Friends Service Committee, Struggle for Justice: A Report on Crime and Punishment in America, Hill & Wang, New York 1971.

J. Andenaes, Almenprevensjon ­ illusion eller realitet?, «Nordisk Tidsskrift for Kriminalvidenskab», 1950, 38, pp. 103-133 (ripubblicato in J. Andenaes, Avhandlinger og foredrag, Universitetsforlaget, Oslo 1962).

-, Alminnelig strafferet, Universitetsforlaget, Oslo 1974.

-, Virkningen av promillebestemmelsene i England ­ og i Norge, «Lov og rett», 1975.

-, Nyere forskning om almenprevensjonen ­ status og kommentar, «Nordisk Tidsskrift for Kriminalvidenskab», 1977, 65, pp. 61-101 (ripubblicato in J. Andenaes, Fra spredte felter, Tanum-Norli, Oslo 1982).

-, Straffeutmåling i promillesaker, «Lov og rett», 1982.

V. Aubert, Legal Justice and Mental Health, «Psychiatry», 1958, 21, pp. 101-13.

-, Likhet og rett, Pax, Oslo 1972.

Auliekomitéens innstilling, Innstilling om den sentrale politiadministrasjon, in Instilling og betenkninger, II, Oslo 1970.

J. Austin ­ B. Krisberg, Incarceration in the United States: The Extent and Future of the Problem, «Annals of American Political and Social Science», 1985, 478, pp. 15-30.

F. Balvig, Tyveriernes mørketall. Studier over tyvsforbrydelsen III, Kriminalistisk forskningsgruppe, Justitsministeriet, København 1980.

- , Kriminalitetens udvikling i Danmark før 1950, Kriminalistisk institut, Københavns Universitet, København 1984a.

- , Opklaringsprocenten ­ et mål for retssystemets effektivitet?, Nordisk seminar i rettstatistikk, Leangkollen, Nordisk statistisk sekretariat, København 1984b.

-, Ungdomskriminalitet i en forstadskommune, Det Kriminalpræventive Råd København 1984c.

- , Befolkningssammensætningen og den fremtidige krtminalitetsudvikling , Rapport nr. 27 fra Nordisk forskseminar i Ljustero 1985.

F. Balvig et al., Fængsler og fanger, Paludan, Copenhagen 1969.

R. Barthes, Mythologie, Seuil, Paris 1970 (trad. it. Miti d'oggi, Lerici, Milano 1972).

T. Blomberg, Diverston and Accelerated Social Control, «Journal of Criminal Law and Criminology», 1977, 68, pp. 274-82.

- , Diverston from Juvenile Court: A Review of the Evidence, presentato all'Annual Meeting of the Society for the Study of Social Problems, San Francisco, 1978.

-, Widening the Net: An Anomaly in the Evaluation of Diversion Programs, in M.W. Klein ­ K.S. Teilman (a cura di), Handbook of Criminal Justice Evaluation, Sage, London 1980.

A. Blumstein et al. (a cura di), Criminal Careers and «Career Criminals» National Academy Press, Washington D.C. 1986.

K. Bødal, Arbeidsskolen og dens behandlingsresultater, Universitetsforlaget, Oslo 1962.

-, Fra arbeidsskole t21ungdomsfengsel ­ klientel og resultater, Universitetsforlaget Oslo 1969.

-, Isolasjon i fengsel ­ en myte?, «Hefte for Kritisk Juss», 1983.

-, Kriminalitetsökning , straffeutmålinger og fengselskøer, ms., Justisdepartementet, Oslo 1984.

U. Bondeson, Fången i fångsamhället. Socialisationsprocesser vid ungdomsvårdsskola, ungdomsfångelse, fangelse och internering, Nordstets, Stockholm 1974.

- , Evaluation of Correctional Treatment: A Survey and Critical Interpretation of Correctional Treatment Studies in Scandinavia, 1945-74 , Lunds Universitet, Lund 1975.

-, Kriminalvård i frihet. Intention och verklighet, Liber, Stockholm 1977.

-, Det allmänna rättmetvetandet ­ en legal fiktion, in U. Bondeson (a cura di), Rahonalitet i rättssystemet, Liber, Stockholm 1979.

-, Frihetsberövandets värkningar ­ sakkunniga och experter, «Nordisk Tidsskrift for Kriminalvidenskab», 1986, 73, pp. 415-25.

U. Bondeson ­ P. Kragh Andersen, Application of a Survival Model to Recidivism Data, XI World Congress of Sociology, New Delhi, 1986.

S. Box ­ C. Hale, Economic Crisis and the Rising Prisoner Population in England and Wales, «Crime and Social Justice», 1982, 17, pp. 20-35.

- , Unemployment, Imprisonment and Prison Overcrowding, «Contemporary Crises», 1985, 9, pp. 209-28.

BRÅ-Rapport 1977:7, Nytt straffssystem, Brottsförebyggande Rådet, Stockholm 1977.

S. Brody, The Effectiveness of Sentencing: A Review of the Literature, HMSO (Home Office Research Study, 35), London 1976.

K. Bugge, Fullbyrdelsen av frihetsstraff i det 18 århundre. Fengelsvesenets historie nordenfjells i det 18 århundre, Universitetsforlaget, Oslo 1969.

J.M. Chaiken ­ M.R. Chaiken, Varieties of Criminal Behavior ­ Summary and Policy Implications, RAND Co., Santa Monica 1982.

J.B.L. Chan ­ R.V. Ericson, Decarceration and the Economy of Penal Reform, Centre of Criminology, University of Toronto, Toronto 1981.

J.B.L. Chan ­ G. Zdenkowski, Just Alternatives. Trends and Issues in the Deinstitutionalization of Punishment, Australian Law Reform Commission, Working Paper, Sydney 1985.

N. Christie, Reaksjonenes virkninger, «Nordisk Tidsskrift for Kriminalvidenskab», 1961, 49, pp. 129-144.

- , Noen kriminalpolitiske sæerforholdsreglers sosiologi, «Tiddskrift for Samfunnsforskning», 1962, 3, pp. 28-48.

- , Forskning om individualprevensjon kontra almenprevensjon, «Lov og rett», 1971, 49-60.

-, Fangevoktere i konsentras~onsleire. En sosiologisk undersokelse av norske fangevoktere i «serberleirene» i Nord-Norge i 1942-43, diss., 1952; Universitetsforlaget, Oslo 1972.

-, Hvor tett et samfunn? , Universitetsforlaget, Oslo 1975 e 19822.

-, Nyclassisismens skjulte budskap, in S. Heckscher et al. (a Cura di), Straffoch rättfärdighet. Ny nordtsk debatt, Norstedts, Oslo 1980.

-, Limits to Pain, Universitetsforlaget 1981 (trad. it. Abolire le pene?, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1985).

N. Christie ­ K. Bruun, Den gode fiende. Narkotikapolitik i Norden, Universitetsforlaget, Oslo 1985.

D. Clemmer, The Prison Community, Holt, Rinehart & Winston, New York 1940.

J. Cohen, Incapacitation as a Strategy for Crime Control: Possibilities and Pitfalls , in M.H. Tonry ­ N. Morris (a cura di), Crime and Justice: An Annual Review of Research, V, University of Chicago Press, Chicago 1983.

S. Cohen, Folk Devil and Moral Panics. The Creation of the Mods and Rockers MacGibbon & Kee, London 1972.

-, The Punttive City: Notes on the Dispersal of Social Control, «Contemporary Crises», 1979, 3, pp. 339-364.

-, Vision of Social Control. Crime, Punishment and Classifications, Polity Press Cambridge 1985.

-, Community Control: to Demistify or to Raffirm?, in H. Bianchi ­ R. van Swaaningen (a cura di), Abolttionism: Towards Non Repressive Approach to Crime, Free University Press, Amsterdam 1986.

S. Cohen ­ L. Taylor, Psychological survival, Penguin, London 1981.

C.W. Cole, Colbert and a Century of French Mercantilism, Columbia University Press, New York 1939.

J.P. Conrad, The Dangerous and the Endangered, Lexington Books, Lexington 1985.

D.R. Cornish ­ R.V.G. Clarke, Residential Treatment and its Effects on Delinquency , HMSO (Home Office Research Study, 32), London 1975.

Council of Europe, Prison Information Bullettin, Council of Europe, Directorate of Legal Affairs, Strasbourg 1986,1987, 1988.

T. Dittenhoffer ­ R.V. Ericson, The Victim Offender Reconciliation Program: A Message to Correctional Reformers , «University of Toronto Law Journal», 1983, 33, pp. 3 15-347.

T. Eckhoff, Rettferdighet ved utveksling og fordeling av verdier, Universitetsforlaget, Oslo 1971 (trad. ingl. Justice: Its Determinants in Social Interaction, Rotterdam University Press, Rotterdam 1974).

D. Ellingen, Kan vi stole på psykiatrien? Kritisk sokelys på rettspsykiatrien , Institutt for kriminologi og strafferett, Universitetsforlaget, Oslo 1987.

S. Falck, Den problematiske kriminalitetsutviklingen, in B. Stordrange (a cura di), Forbrytelse og straff, Universitetforlaget, Oslo 1987.

J. Feest, Reducing the Prison Population. Lessons from the West German Experience, lezione tenuta al Congresso annuale della National Association for Care and Resettlement of Offenders (NACRO), 1988.

Fengselsreformkomitéens innstilling, Innstilling fra komitéen til å utrede sporsmålet om refomer i fengselsvesenet, in Innstillinger og betenkninger 1956.

J. Fiske, Introduction to Communication Studies, Mathuen, New York 1982.

FN-Rapport, 8. FN-Kongress om kriminalitetsforebygging og behandling av lovbrytere, A/Conf. 121/22 1985.

T.A. Folmer ­ F. Balvig, Opvækstvilkår og senere registreret staffelovkriminalitet. En Dansk forløbsundersøgelse fra 1948 til 1979, II, «Nordisk Tidsskrih for Kriminalvidenskab», 1984, 71, pp. 1-15.

Foucault, Histoire de la folie à l'âge classique, Gallimard, Paris 1961 (trad. it. Storia della follta, Rizzoli, Milano 1963, 19802).

-, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975 (trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino 1976).

Frank, Ökonomische Modelle der Abschreckung, ms., Hannover 1986; in forma ridotta in «Kriminologisches Journal», 1987, 1, pp. 55-65.

From, Antonsensaken til salgs, Institutt for rettssosiologi, n. 14, Universitet i Oslo, Oslo 1976.

Gallo ­ V. Ruggiero, Il carcere immateriale, Sonda, Torino 1989.

Galtung, Fengselssammfunnet: Et forsøk på analyse, Universitetsforlaget, Oslo 1959.

Glaser, The Effectiveness of a Prison and Parole System, Bobbs-Merrill, New York 1964.

Glueck ­ H. Glueck, Later Criminal Careers, The Commonwealth Fund, New York 1937.

Goffman, Asylums. Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates , Doubleday, New York 1961 (trad. it. Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza, Einaudi, Torino 1968).

P. Graver, Den Juristskapte virkelighet, Tano, Oslo 1986.

F. Greenberg, The Correctional Effects of Corrections. A Survey of Evaluations, in D.F. Greenberg (a cura di), Corrections and Punishment, Sage, London 1977.

W. Greenwood, Sentencing, in F.N. Dutile ­ C.H. Foust (a cura di), The Prediction of Criminal Violence, C.C. Thomas Publisher, Springfield 1987.

W. Greenwood ­ A. Abrahamse, Selective Incapacitation, RAND Co., Santa Monica 1982.

W. de Haan, Explaining Expansion: the Dutch Case, in Rolston ­ Tomlinson 1986.

Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1981 (trad. it. Teoria dell'agire comunicativo, Il Mulino, Bologna 1980).

Hall et al., Policing the Crisis. Mugging, the State, and Law and Order, Macmillan, London 1978.

Hart, Predicting Parole Success, «Journal of Criminal Law and Criminology», 1923, 14, pp. 405-413.

Hauge, Narkotika ­ landeplage eller syndebukk?, «Nordisk Tidsskrift for Kriminalvidenskab», 1982, 69, pp. 49-59.

M.A. Hedlund, Politianmeldt momskriminalitet. En undersøkelse av de anmeldelsene som ble ferdtg etterforsket i 1977, Institutt for kriminologi og strafferett, Universitetforlaget, Oslo 1982.

O. Hellevik, Forskningsmetode i sosiologi og statvitenskap, Universitetsforlaget, Oslo 19773.

G. Hernes, Media: Struktur, vridning drama, «Nytt Norsk Tidskrift», 1984,1, pp. 38-58.

A. von Hirsch, Doing Justice. The Choice of Punishments, Report of the Committee for the Study of Incarceration, Hill & Wang, New York 1976.

-, Past and Future Crimes. Deservedness and Dangerousness in the Sentencing of Criminals, Manchester University Press, Manchester 1986.

O.K. Hjemdal, Kriminalreportasjen: Myter til salgs ­ pågående prosjekt, Institutt for rettssosiologi, Universitet i Oslo, Oslo 1987.

O.K. Hjemdal ­ L. Rosan, Informasjonsvirksomhet, Kommunal- og arbeidsdepartementet, Oslo 1985.

D. Hopson, How Well Can we Predict for Juveniles?A Review of the Literature, in F.N. Dutile ­ C.H. Foust (a cura di), The Prediction of Criminal Violence, C.C. Thomas Publisher, Springfield 1987.

L. Hulsman, Critical Criminology and the Concept of Crime, «Contemporary Crises», 1986, 10, pp. 63-80.

J.T. Johnsen, Materialitetstenkningen i rettssostologien, «Lov og rett», 1979.

Justisdepartementet, Oslo Kretsfengsel ­ totalanalyse til høring, Oslo 1985.

- , Om kriminalpolitikken, Stortingsmelding n. 104, Oslo 1977-78.

J. Klapper, The Effects of Mass Communication, Free Press, New York 1960.

M.W. Klein, Deistitutionaitsation and Diversion of Juvenile Offenders: A Litany of Impediments, in N. Morris ­ M. Tonry (a cura di), Crime and Justice: An Annual Review of Research, University of Chicago Press, Chicago 1980.

H. Klette, Drinking and Driving in Scandinavia ­ With an Emphasis on the Law and Its Effects, ms., Köln 1982.

M.L. Kohn, Class and Conformity ­ A Study in Values, Dorsey, Chicago 1969.

Kommittébetäkande, Straffrättskommitténs bétänkande, Helsinki 1976.

H. Kongshavn, Rettspsyktatrien ­ slik fanger ser den, Institutt for kriminologi og strafferett, Universitetsforlaget, Oslo 1987.

R. Kristoffersen, Bagatellenes tyranni ­ samhandlingsstrukturen i et norsk fengsel, Arbeidspsykologisk institutt, Oslo 1986.

E. Kuhlhorn, Allmänprevention och individualpreventton, in SOU 1986: 13 ­15, vol. III.

T. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, University of Chicago Press, Chicago 19702 (trad. it. La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 19782).

B. Kutchinski, Aspects soctologiques de la perception de la déviance et de la criminalité, in Perception de la déviance et de la criminalité. Rapports presentés à la neuvième conférence des directeurs d'Instituts de recherches criminologiques (1971), Conseil d'Europe (Études relatives à la recherche criminologique, 9), Strasbourg 1972.

-, «Legal Consciousness». A Survey of Research on Knowledge and Opinion About Law, in A. Podgorecki et al., Knowledge and Opinion About Law, M. Robertson, London 1973.

T. Langelid, Skole if engslet ­ stotteforfangene ellerfengelssystemet? , «Tidsskrift for Kriminalomsorg», 1986, 1, pp. 4-11.

P.F. Lazarsfeld et al., The People's Choice, Duell, Sloan og Pearce 1944.

G. Lingås, Konfliktrådene i Norge ­ erfaringer og forslag til viderefø ring, Opplaeringssenteret for alternativ konfliktløsning, Institutt for kriminologi og strafferet, Oslo 1986.

H. Lorentzen, Politiopprusting ­ aktører, interesser og strategter, «Retfæd», 1977, 5, pp. 7-26.

L.W. McCorckle ­ R.R. Korn, Resocialization Within Walls, «Annals of American Academy of Political and Social Science», 1954, 293, pp. 38-98.

R. Martinson, What Works: Questions and Answers About Prison Reform, «The Public Interest», 1974, 22-34.

T. Mathiesen, The Defence of the Weak. A Sociological Study of a Norwegian Correctional Institution, Tavistock, London 1965a.

-, Tiltak mot ungdomskriminalitet. En opinionsundersøkelse, Universitetsforlaget, Oslo 1965b.

-, Konformisme og sosial klasse, «Tidsskrift for Samfunnsforskning», 1966, 7, pp. 19-36.

- , Om Norsk forening for kriminalreform (KROM), Foredrag på foreningens stiftelsesmote 1968, in A. Bratholm (a cura di), Du må ikke tåle.... Universitetforlaget 1970.

- , Det uferdige, Pax, Oslo 1971.

-, Pressgruppe og samfunnsstruktur, Pax, Oslo 1973.

- , The Politics of Abolition. Essays in Political Action Theory, Universitetsforlaget, Oslo 1974.

-, Løsgjengerkngen , Sosionomen forlag, Oslo 1975.

-, Rett og samfunn, Pax, Oslo 19772.

-, Kriminalitet, straff og samfunn, Aschehoug, Oslo 19823.

- , Seersamfunnet. Tre essays om samfunn, Universitetsforlaget, Oslo 1984.

-, Makt og medier. En innføring i mediesostologi, Pax, Oslo 1986.

T. Mathiesen ­ O. K. Hjemdal, Treholt-saken i offentligheten ­ et grunnlag for forhåndsdømming , Universitetsforlaget, Oslo 1986.

D. Melossi ­ M. Pavarini, Il carcere e la fabbrtca, Il Mulino, Bologna 1977.

R.K. Merton, Manifest and Latent Functions, in Social Theory and Social Structure, Free Press 1957.

S.M. Messinger ­ R.A. Berk, Review Essay: Dangerous People, «Criminology», 1987, 25, pp. 767-781.

S. Milgram, Some Conditions of Obedience and Disobedience to Authority, «Human Rights», 1965, 18, pp. 57-75.

M. Moerings, Prison Overcrowding in the United States, in Rolston ­ Tomlinson, 1986

J. Monahan, Predicting Violent Behaviour: An Assessment of Clinical Techniques, Sage, London 1981.

N. Morris ­ M. Miller, Predictions of Dangerousness, in M.H. Tonry ­ N. Morris (a cura di), Crime and Justice: An Annual Review of Research, VI, University of Chicago Press, Chicago 1983.

C.A. Murray ­ L.A. Cox, Beyond Probation, Sage, London 1979.

NOU 1974: 17, Strafferettslig utilregnelighet og strafferettslige særreaksioner.

NOU 1983: 57, Straffelovgivinigen under omforming.

L.P. Olaussen, Avspeilerfenselsstraffen arbeidsmakedssituasjonen?, «Sociologi i Dag», 1976, 4, pp. 32-39.

J.P. Olsen ­ H. Saetren, Massmedier, eliter og menigmann, in J.P. Olsen (a cura di), Meninger om makt, Universitetsforlaget, Oslo 1980.

R. Øvrebo, Utbygging av fengselsvesent, «Aftenposten», 9.10.1985.

T. Palmer, Martinson Revisited, «Journal of Research in Crime and Delinquency», 1975, pp. 133-152.

K. Papendorf, Gesellschaft ohne Gitter, AG Spak Verlag, 1986.

K. Pease et al., Community Service Assessed in 1976, HMSO (Home Office Research Study, 39), London 1977.

L.G.W. Persson, Bostadsinnbrott, bilstölder samt tillgrep uroch från motorfordon, Trygg Hansa, Stockholm 1987.

Regeringens proposition Stockholm 1982/83: 85, Villkorlig frigtvning och kriminalvård i frihet m. m.

P. Reinwald, Society and Its Criminals, International Press Inc., 1960.

J. Robinson ­ G. Smith, The Effectiveness of Correctional Programs, «Crime and Delinquency», 1971, 17, pp. 67-80.

B. Rolston ­ M. Tomlinson (a cura di), The Expansion of European Prison Systems, The European Group for the Study of Deviance and Social Control (Working Papers in European Criminology, 7), Belfast 1986.

L.H. Ross et al., Liberalization and Rationalization of Drunk-Driving Laws in Scandinavia, «Accident Analysis and Prevention», 1984, 16, pp. 471-487.

G. Rusche ­ O. Kirchheimer, Punishment and Social Structure, Columbia University Press, New York 1939 (trad. it. Pena e struttura sociale, Il Mulino, Bologna 1978).

A. Rutherford, Prison and the Process of Justice, Oxford University Press, Oxford 1986.

K.F. Schumann, Bevölkerungsentwicklung und Haftplatzbedarf, «Kriminologisches Journal», 1986.

K.F. Schumann et al., Jugendkriminalität und die Grenzen der Generalprävention, Luchterhand, Köln 1987.

A. Scull, Decarceration, Prentice-Hall, Englewood Cliffs 1977; Polity Press, Cambridge 19842 .

L. Sechrest et al. (a cura di), The Rehabilitation of Criminal Offenders , National Academy Press, Washington D.C. 1979.

T. Sellin, Pioneering in Penology. The Amsterdam Houses of Correction in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1944.

R. Shinnar ­ S. Shinnar, The Effects of Criminal Justice on the Control of Crime: A Quantitative Approach, «Law and Society Review», 1975, 9, pp. 581-611.

J. Sim, Working for the Clampdown: Prtson and Polittcs in England and Wales , in Rolston ­ Tomlinson 1986.

G. Simonsen, Pressen og virkeligheten (Institutt for rettssosiologi, 14), Universitets i Oslo, Oslo 1976.

E.M. Skaalvik ­ H.K. Stenby, Skole bak murene, Tapir, Trondheim 1981.

SOU 1986: 13-15, Påföljd för brott. Huvudbetänkande, Liber, Stockholm.

P. Stangeland ­ R. Hayge, Nyanser i grätt. En undersokelse av selvrapportert kriminalitet blant norsk ungdom, Universitetsforlaget, Oslo 1974.

H. J. Steadman, How Well Can we Predict Violence for Adults? A Review of the Literature and Some Commentary, in F.N. Dutile ­ C.H. Foust (a cura di), The Prediction of Criminal Violence, C.C. Thomas, Springfield 1987.

G.M. Sykes, The Society of Captives. A Study of a Maximum Security Prison , Princeton University Press, Princeton 1958.

G.M. Sykes ­ S.L. Messinger, The Inmate Social System, in Theoretical Studies in Social Organisation of the Prison, Social Science Research Council, New York 1960.

Taylor, Law and Order. Arguments for Socialism, MacMillan, London 1981.

-, Against Crime and for Socialism, «Crime and Social Justice», 1982, pp. 415.

Trasler, Reflections upon the Use of Custody, «Howard Journal», 1976, pp. 6-15.

A. Visher, The Rand Inmate Survey: A Reanalysis, in A. Blumstein et al.,1986.

Ward, Myten om behandlingsfengslet, in A. Syse (a cura di), Kan fengsel forsvares?, Pax, Oslo 1972.

S.B. Warmer, Factors Determining Parole from the Massachusetts Reformatory, «Journal of Criminal Law and Criminology», 1923, 14, pp. 172-207.

Weber, Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitaltsmus, Tübingen 1904 (trad. it. Etica protestante e spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze 1963).

Wheeler, Socialization in Correctional Communities, «American Sociological Review», 1961, 26, pp. 697-712.

Wilson, The Other Face of Mercantilism, in D.C. Coleman (a cura di), Revisionism in Mercantilism, Methuen, London 1969.

J.Q. Wilson, Thinking about Crime , Basic Books, New York 1975, 19832.

Wolf, Innlegg i diskusjon om politieffektivttet og allmennprevensjon, in Nordisk kontakt-seminar om politiet og kriminologien, Nordisk Samarbeidsrad for Kriminologi, Stockholm 1967.

Wright, Making Good. Prisons, Punishment and Beyond, Burnett Books, London 1982.




informativa privacy