Sono qui pubblicati ampi stralci della relazione presentata dal sociologo inglese Zygmunt Bauman ai lavori seminariali di Siena su «L'esperienza totalitaria nel XX secolo», e apparsi su il manifesto del 28 settembre 1997.

Bauman ha studiato, e molto, l'Olocausto - suo è «Olocausto e modernità» (Il Mulino) - in cui considera i campi di sterminio nazisti come il risultato di alcune possibili derive del Moderno, quali l'uso della scienza e delle tecniche organizzative derivate direttamente dai processi produttivi nell'annientamento del nemico interno. Lo stesso discorso vale, secondo Bauman, anche per gli in tellettuali, che diventano agit-prop a favore dei regimi autoritari, venendo così meno a quel ruolo di guida e «illuminatori della caverna» che la tradizione filosofica occidentale aveva riservato loro («La decadenza degli intellettuali», Bollati Boringhieri).





GLI ORRORI del ventesimo secolo derivano dai tentativi pratici di creare la felicità, l'ordine di cui la felicità aveva bisogno, e il potere, totale, necessario a instaurare quell'ordine. I tentativi erano nuovi. Le idee nel cui nome ogni tentativo venne fatto non lo erano. Gli orrori del nostro secolo furono mostruosi, forse mutanti, ma anche frutto totalmente legittimo del romanzo moderno con il suo ordine perfetto e fatto dall'uomo.

I tentativi furono parecchi, e ancora non ne abbiamo visto la fine. Il nostro secolo ne è stato densamente riempito fino al prossimo millennio - e sembra essersi fissato per perdere in ulteriori tentativi il suo morboso ed eterno interesse. Gli echi indistinti della determinazione moderna a rendere il mondo pulito, chiaro, dinamico, trasparente e abbastanza ordinato per la felicità umana, si riverberano nell'attuale epidemia di «pulizia etnica» - dalla Bosnia al Ruanda e dalle paludi dell'Iraq alle foreste pluviali di Timor Orientale. Essi si sentono distintamente anche nell'odierna passione per il rimpatrio degli immigrati, per più polizia e perfezionate prigioni automatizzate, per sentenze più pesanti e regimi carcerari più duri, per la criminalizzazione dei problemi sociali e l'incarcerazione degli elementi «socialmente indesiderabili».

Due tentativi spiccano per la loro assoluta grandezza, e per aver dato simultaneamente la più piena e pura espressione al sogno con il quale generarono e fissarono il modello su cui ogni ulteriore frutto di quel sogno doveva venir misurato. Si tratta, evidentemente, degli esperimenti nazista e comunista con la loro abolizione, una volta per tutte, del disordine, dell'insicurezza, della contingenza e dell'incertezza dell'umana esistenza. I due tentativi più audaci di raddrizzare insieme natura e storia, ebbero successo per i loro errori e difetti, stabilirono un nuovo spazio e tempo umani [...].



Il gruppo, come i pensatori fedeli allo spirito moderno continuano a ricordarci, è «maggiore che la somma delle sue parti». Umanità è più grande della somma degli uomini. Fedele allo spirito moderno, il «miglioramento dell'umanità» in linguaggio nazista non si traduceva in miglioramento di ognuno dei membri dell'umanità. Al contrario: come ripeterono senza sosta i biologi, medici, agronomi nazisti, sempre in sintonia col pensiero moderno, per migliorare la qualità della specie occorre distruggere, o almeno impedire che si riproducano, tutti gli individui considerati dall'allevatore inferiori dal punto di vista dell'utilità designata a essere ottenuta dalle specie. Elevare la misura dell'insieme significa sbarazzarsi delle parti sottomisura. Claude Dorner ci invita a «considerare i nazisti anche come cittadini che, proprio come gli altri cittadini venuti prima e dopo di loro, hanno cercato di dare una risposta alle domande della società» - e così accade che la «questione sociale» finì per essere vista attraverso occhi moderni come un problema di differenze tra esseri buoni e esseri abietti, un problema di progettare trattamenti diversi per i primi e per i secondi, un problema di disinnescare o neutralizzare i pericoli nei secondi in modo che i primi potessero prosperare e svilupparsi pienamente.

La civiltà europea non si fermò a tracciare una linea tra utili e inutili, o utili e dannosi; in aggiunta costruì un mondo in cui ci fosse spazio solo per gli utili, e si eliminassero gli inutili e i dannosi nel corso della sua costruzione. Nel XX secolo la nostra civiltà moderna ha acquistato abbastanza fiducia, e soprattutto sufficienti mezzi tecnologici e scientifici, per estendere questo principio strategico alla ristesura della mappa della società come un tutto e, all'occasione, del mondo come un tutto. Gli stermini di massa del ventesimo secolo erano esercizi di distruzione creativa; concepiti come salutari operazioni chirurgiche e perpetrati nel corso della pavimentazione di una strada verso una società perfetta, armoniosa, libera da conflitti.



L'esperimento nazista fu intrapreso proprio nel cuore della civiltà europea, dentro la serra della scienza e dell'arte europea - nel luogo che più d'ogni altro si avvicinava al perenne sogno moderno della « Casa di Salomone» di Francis Bacon. Nel frattempo, alla periferia della modernità europea, osservando il centro con un misto di soggezione e invidia, era posto in essere un altro esperimento, quello comunista, con la speranza di «raggiungere e superare» qualsiasi cosa l'Europa avesse raggiunto nella sua storia moderna. Qui il sentimento umiliante dell'« essere lasciati indietro», aggiunse urgenza alle ambizioni modernizzatrici. C'era bisogno di scorciatoie, si dovevano condensare i costi altrove distribuiti per decenni e secoli, solo una generazione doveva soffrire ciò che in altri luoghi avevano sopportato molte generazioni, ma la diminuzione della miseria doveva essere pagata con un incremento della sofferenza. Per i giardini fiorenti del futuro, la presente generazione non era nient'altro che concime. Nessun sacrificio era troppo per un fine così nobile - si dovevano spaccare le montagne con la dinamite o costruirle artificialmente, disboscare vecchie foreste per piantarne di nuove, deviare i fiumi o fermare il loro corso, e la gente doveva venir trasportata dai luoghi in cui abitava per caso verso luoghi dovevano abitare secondo il progetto del giardiniere. E ad ogni modo gli inferiori, gli scadenti, dovevano essere resi inoffensivi o completamente distrutti, perché non si adattavano all'immagine del futuro, o covavano idee diverse di una buona società o non erano affidabili nella sottomissione dei loro desideri alle regole del nuovo ordine.

La formula di legittimazione della distruzione amministrata dai comunisti differiva dal massacro gestito dai nazisti. Se il piano nazista prevedeva che certuni venissero uccisi per ciò che erano e non potevano fare a meno di essere, il modello comunista di costruzione del nuovo ordine richiedeva che le persone venissero assassinate per ciò che fanno o pensano. [...]

In verità il mondo trasparente, ordinato, controllato, ripulito di sorprese e contingenza, era tutto tranne che un sogno moderno. Era un altro il sogno della libertà umana - non la libertà delle specie umane, che permette di divorare la natura con i suoi vincoli e gli individui umani con le loro miserie, ma la libertà di uomini e donne come sono e desiderano essere e vorrebbero diventare se fosse loro data la possibilità. Ciò che molti hanno sospettato da sempre e la maggior parte di noi sa oggi, è che non c'è modo di realizzare insieme entrambi i sogni. E oggi non sono molti in giro gli entusiasti del sogno di un ordine progettato e amministrato dallo stato. Sembriamo esserci riconciliati con l'incurabile disordine del mondo; o siamo troppo occupati a cacciare l'esca della società consumista e così non abbiamo tempo per pensare ai suoi pericoli; o non abbiamo il fegato e la fibra di combatterla anche se volessimo o potessimo prestarle attenzione.

Ciò non vuol dire necessariamente che l'età dei lager e del genocidio è giunta alla fine. Nel 1975, l'esercito indonesiano occupò i vicini territori di Timor Orientale. Da allora «un terzo della popolazione è stata massacrata. Interi villaggi sono stati distrutti da truppe dedite a stupri, torture e mutilazioni indiscriminate». La risposta del mondo occidentale, civilizzato? La nostra risposta? Gli Stati uniti hanno perdonato l'invasione chiedendo solo che si aspettasse fino a dopo la visita ufficiale del Presidente Ford, l'Australia ha firmato trattati commerciali col regime di Giacarta per sfruttare i giacimenti petroliferi di Timor Orientale, e la Gran Bretagna ha rifornito la dittatura militare indonesiana di una vasta quantità di armi, inclusi gli aerei necessari a bombardare le comunità civili. Interrogato sulla posizione britannica, l'ex ministro della Difesa Alan Clark ha risposto: «Davvero non perdo il mio tempo con ciò che un gruppo di stranieri sta facendo ad un altro». [...]



In ogni genocidio le vittime sono uccise non per ciò che hanno fatto, ma per ciò che sono; con ancora maggiore precisione, per ciò che esse, essendo ciò che sono, possono diventare; o per ciò che esse, essendo ciò che sono, possono non diventare. Nulla di tutto ciò che le vittime designate possono fare o non fare influenza la sentenza di morte - e questo include la loro scelta tra sottomissione o militanza, resa o resistenza. Chi è la vittima e cosa sono le vittime è un problema che spetta ai carnefici di decidere. (...) Prima che i massacratori acquistino potere sulla vita delle loro vittime, devono aver acquisito il potere sulla loro definizione. E' quello il primo ed essenziale potere che rende a priori irrilevante ogni cosa che le vittime già predefinite come indegne di vivere possono fare o astenersi dal fare. Il genocidio inizia con la classificazione e si realizza come uccisione di categoria. Diversamente dai nemici in guerra, le vittime del genocidio non hanno personificazione, come il genere di soggetti che possono essere giudicati in base alle loro azioni. Non hanno personificazione neppure nel senso di essere colpevoli o peccatori. Il loro unico e sufficiente crimine è di essere stati classificati in una categoria definita come criminale. In ultima istanza sono colpevoli di essere accusati. (...)

E questo perfino nella nostra relativamente piccola e postmoderna parte del globo, dove gli stati hanno evitato le visioni del loro passato totalitario e hanno abbandonato, o sono stati costretti ad abbandonare, le speranze di ricorrere ancora una volta a un atteggiamento da monologo, dove gli sforzi di fare-ordine e tenere-ordine e la coercizione che li accompagna - un tempo riassunti e monopolizzati dallo stato sovrano e dai suoi agenti - ; sono adesso sempre più deregolati, privatizzati, dispersi, ridotti. «Le soluzioni totalitarie - così ci ha ammonito Hannah Arendt - possono sopravvivere alla caduta dei regimi totalitari nella forma di forti tentazioni che si presenteranno ogni volta che sembri impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in un modo degno dell'uomo».



Attorno è pieno di miseria e ancor più ve ne sarà in un mondo sempre più popolato e inquinato, che scarseggerà di risorse e di domanda di mani e menti di uomini come produttori. Almeno il dieci per cento di adulti nella parte ricca del mondo (o ogni terzo, come sostiene qualche osservatore; noi viviamo già, sostengono, in una « società dei due terzi» e considerato l'attuale schema di cambiamento raggiungeremo la «società di un terzo» in trent'anni circa) è attualmente superfluo - non è forza lavoro potenziale né potenziale cliente di centri commerciali. Se il classico stato-nazione era abituato a polarizzare la società tra membri a pieno titolo della comunità nazionale/politica e stranieri privati dei diritti di cittadinanza, il mercato, che fa proprio l'obiettivo dell'integrazione, polarizza la società tra consumatori a pieno titolo, soggetti ai suoi poteri seduttivi, e consumatori invalidi, o non- consumatori, incapaci di abboccare all'esca e così, dal punto di vista del mercato, del tutto inutili e superflui. Per dirla bruscamente, i derelitti del passato erano non-produttori, mentre quelli di oggi sono i non- consumatori. La «sottoclasse» che ha sostituito «l'esercito della manodopera di riserva», i disoccupati e i poveri di ieri, non è marginalizzata dalle sue posizioni sfavorite all'interno dei produttori, ma dall'esilio dalla categoria dei consumatori. Incapace di rispondere agli stimoli del mercato nel modo in cui tali stimoli devono essere suscitati, questa gente non può essere tenuta a bada con i metodi impiegati dalle forze del mercato. Per questa gente, gli antiquati e verificati metodi di una politica coercitiva e di criminalizzazione sono applicati dallo stato nella sua perenne ca pacità di guardiano della «legge e ordine».

Sarebbe sciocco e irresponsabile minimizzare, date le circostanze, le tentazioni di «soluzioni totalitarie», sempre forti quando alcuni umani sono dichiarati in esubero o costretti a condizioni superflue - per quanto con ogni probabilità le soluzioni di tipo totalitario si nasconderanno sotto altri nomi più digeribili. Sarebbe ingenuo supporre che il governo democratico della maggioranza sia di per sé sufficiente a garantire che la tentazione di soluzioni totalitarie sarà rifiutata. (...)



In un recente studio dal significativo sottotitolo «Verso i gulag modello occidentale», il criminologo norvegese Nils Christie ha dimostrato persuasivamente «la capacità per la moderna società industriale di istituzionalizzare larghi segmenti di popolazione», manifestata, tra l'altro, dalla solida crescita della popolazione delle carceri. Negli Usa nel 1986 il 26% di maschi neri che avevano abbandonato la scuola erano in prigione; il numero da allora è cresciuto e continua a crescere rapidamente. E' ovvio che le prigioni delle società liberal-democratiche non sono i lager delle società totalitarie. Ma la tendenza a criminalizzare qualsiasi cosa sia definita «disordine sociale» o «patologia sociale», con la concomitante separazione, incarcerazione, interdizione politica e sociale e privazione dei diritti civili dei veri o presunti colpevoli della patologia, è in larga misura una «soluzione totalitaria senza uno stato totalitario» - e lo stile del problem-solving che essa favorisce ha più a che fare di quanto vorremmo ammettere con la «inclinazione totalitaria» o con i tentativi totalitari apparentemente endernici nella modernità.

Occorre ripetere che sarebbe prematuro scrivere i necrologi dei « classici» lager himmleriani o staliniani. Quei campi erano una invenzione moderna anche quando erano usati al servizio di movimenti antimoderni. I campi, insieme alle armi elettronicamente guidate, alle macchine succhiabenzina e alle telecamere e ai registratori, rimarranno con ogni probabilità tra i moderni accessori più rumorosamente richiesti e avidamente afferrati dalle società esposte alle pressioni della modernizzazione - anche tra quelle di loro che sono in rivolta contro altre moderne invenzioni come l'habeas corpus, la libertà di parola o il governo parlamentare, e deridono le libertà individuali e la tolleranza per gli altri come sintomi di empietà e degenerazione. Malgrado tutta la nostra saggezza retrospettiva post-moderna, viviamo e vivremo ancora in un mondo essenzialmente moderno e che si modernizza, le cui terrificanti e spesso sinistre capacità sono diventate forse più visibili e meglio comprese, pur se non sono scomparse per questo motivo. I lager sono parte di questo mondo moderno. Bisogna ancora dimostrare che non ne sono una parte integrale e irremovibile.



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