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Le trasformazioni di tipo economico che hanno investito, negli ultimi anni, il mondo del calcio
(dalla vendita dei diritti tv, alle sponsorizzazioni, al merchandising) hanno portato le società
di calcio a configurarsi sempre più come società di servizio (è del 1996 la legge che sancisce la
finalità del lucro per le società calcistiche italiane); cambia, di pari passo, il modo in cui le
società guardano al loro pubblico: non più, e non solo, appassionato o tifoso, ma soprattutto
potenziale consumatore. E’ soprattutto la vendita dei diritti tv e la conseguente possibilità di
vedere sullo schermo di casa propria le partite a far affiorare un pubblico nuovo, disposto a
spendere; per le società diventa così prioritario non solo rispondere alle esigenze di questo
nuovo pubblico, ma anche stimolarle ed indirizzarle quando non crearle.
A questo fine si è reso anche necessario un ripensamento ed un ridisegno delle forme e delle
strutture tradizionali degli stadi.
Questa esigenza, che si è manifestata in Inghilterra prima che altrove, è venuta però, in quel
paese, ad inserirsi in una situazione strutturale da cui prende vita un dibattito politico a
tutto campo sulla necessità di ripensare e riprogettare i luoghi tradizionali in cui ha luogo
l’evento sportivo.
Se, infatti, la tragedia dello stadio Heysel in Belgio durante la finale di Coppa Campioni tra
Liverpool e Juventus (maggio 1985) - dove sotto la pressione degli hooligans della squadra
inglese cedono le strutture in cui si trovavano dei tifosi italiani causando la morte di 39
persone - viene considerata semplice conseguenza della brutale, incontrollata violenza di un
gruppo di hooligans (senza tenere nel dovuto conto la fatiscenza delle strutture dello stadio
belga, l’inefficienza delle forze dell’ordine, l’incapacità dell’organizzazione di controllare
l’emissione di biglietti realmente venduti), non si può così spiegare la successiva catastrofe
dello stadio Hillsborough a Sheffield nel 1989 in cui muoiono schiacciati, contro quelle
recinzioni che dovevano proteggerli, ben 96 tifosi inglesi .
Ad indirizzare la ristrutturazione dei vecchi stadi è così, inanzitutto, la necessità di
garantirne la sicurezza. Se da parte dei tifosi, molto attivi in quegli anni con la FSA
(Football Supporters Associations) ed il movimento dei Fanzinemakers, si chiede l’eliminazione
di barriere, recinti e fossati e la creazione di vie di fuga per gli spettatori, le società
(ed il governo) spingono invece per la costruzione di stadi con tutti posti a sedere, magari
più piccoli, ma certamente più comodi.
E mentre il vecchio modo di intendere il calcio viene archiviato con la trasformazione della
First Division in Premiere League (1992), si impone, in vista anche dell’organizzazione degli
europei ‘96, per i quali il governo offre grossi finanziamenti alle società - in Inghilterra
sono gli stessi clubs ad essere tradizionalmente proprietari degli stadi -, un modello di stadio
per famiglie, luogo di intrattenimento totale in cui la partita non è che uno dei tanti svaghi
di cui si può usufruire.
Ecco allora la costruzione degli spazi vip molto accurati e sofisticati, dove si è in pochi, si
sta comodissimi e si paga tanto.
Ecco tutti gli altri settori intermedi che diventano più confortevoli e più cari: ognuno ha la
sua poltroncina numerata che può lasciare anche vuota per usufruire di uno dei numerosi bar o
ristoranti dello stadio o di uno dei vari punti vendita che offrono le ultime novità in fatto di
gadgets.
Ed ecco, soprattutto, le ends (curve) e le terraces (gradinate), prima piene di persone che con
entusiasmo cantavano, ballavano ed incitavano la squadra ed ora sottoposte a strettissimi vincoli:
non ci si può più alzare dal seggiolino pena l’intervento della sicurezza, non ci si può più
rivolgere all’arbitro (neanche in caso di contestazioni clamorose) pena l’accusa di istigazione
alla violenza; tutti seduti, tutti composti e, soprattutto, tutti disponibili a pagare un
biglietto più caro di prima.
E’ certamente un clima molto diverso quello che si respira ora negli stadi inglesi; il target dei
fruitori sta velocemente cambiando: è senz’altro il ceto medio ad affollare maggiormente gli spalti,
mentre il ceto più popolare o anche coloro che consideravano andare alla partita una festa in cui
essere protagonisti (e non necessariamente per le risse, ma per il calore, l’entusiasmo,
la partecipazione) si sentono messi in un angolo: il calcio è diventato per loro un “divertimento”
troppo costoso, oppure talmente privo delle sue caratteristiche essenziali da non essere più
considerato degno di interesse.
Infatti, i prezzi dei biglietti, soprattutto quelli più popolari, hanno subito, negli ultimi anni
aumenti vertiginosi, tanto da arrivare a superare i prezzi dei biglietti italiani che vantavano,
ormai da molti anni, il primato in Europa. E certo le ragioni del forte aumento dei prezzi più
popolari - una media di circa 33.000 lire nella stagione 1996/97 contro le 30.000 circa in Italia
- sono da ricercarsi nella minor capienza dei nuovi stadi ristrutturati che hanno sostituito tutti
i posti in piedi con posti a sedere. Sono state, però, anche ragioni di mercato dettate dalla
volontà da parte del club, di portare allo stadio un tipo di pubblico più disposto a spendere per
tutto l’insieme di servizi collaterali che fanno da cornice all’evento calcistico (vendita
merchandising, ristoranti, pubs et). Questo risultato si è ottenuto da un lato con una politica
dei prezzi più alti e con l’allargamento del settore destinato ai vip, dall’altro con
l’introduzione di agevolazioni speciali nei confronti di un certo tipo di pubblico (le famiglie)
che possono portare potenzialmente più soldi nelle casse del club.
Anche gli altri paesi europei stanno percorrendo la strada indicata dall’Inghilterra; e non è un
caso che sia l’organizzazione di una competizione internazionale a far da catalizzatore di tutti
i cambiamenti: per l’Italia lo sono stati i mondiali del ‘90, per l’Inghilterra gli europei del
‘96 e per la Germania ci sono in ballo i mondiali del 2006.
Anche in Germania, negli ultimi anni si è provveduto ad una ristrutturazione di molti stadi che
ha avuto ripercussioni anche sul costo dei biglietti più popolari, aumentati di circa il 20% in
soli due anni. Ed anche lì, la tendenza è quella di uno “stadio totale”, in grado di offrire una
vasta gamma di servizi e, per disposizione della FIFA fatta propria dalla DFB (Federazione
calcistica tedesca) di sostituire i posti in piedi con posti a sedere. Certo contro questa
tendenza in Germania si è registrata, ed è tuttora in corso, una decisa sollevazione dei tifosi,
soprattutto quelli riuniti nel BAFF (lega dei tifosi di calcio attivi) e nei vari Fanprojekte
(progetti sui tifosi). Ma il modello che si impone è, comunque, quello che ha trovato completa
realizzazione nella ristrutturazione dello stadio di Brema. Vale la pena fornire una descrizione
più dettagliata, per avere un’idea più precisa di quale sarà, con ogni probabilità, il modello
di stadio del Terzo Millenio.
Ecco come questo stadio appare al visitatore: il rettilineo della tribuna è interamente occupato
da file di confortevoli poltroncine che vanno diradandosi verso il centro per fare posto ad una
decina di palchetti vip posti nella parte superiore della tribuna. A questi palchetti, separati
dall’esterno da una splendida vetrata, si accede dall’interno dello stadio percorrendo un
corridoio parallelo alla tribuna che si allarga formando delle confortevoli salette bar, con
teleschermi che trasmettono in diretta la partita in corso allo stadio, nelle quali sono esposti
i cimeli del grande Werder (le scarpette di Rudi Voeller, le vecchie casacche della società etc.).
Dal corridoio una serie di porte conduce nei palchetti che costano dai 30 ai 50 milioni a stagione.
Il palchetto risulta molto comodo; vi possono trovare posto quattro o cinque persone, vi sono
delle belle poltrone, un tavolino, uno schermo dove rivedere al rallenty le azioni, e si può
ordinare al bar un tee o al ristorante direttamente da mangiare. Di solito questi palchi possono
essere affittati o a personalità o a ditte che vogliono far passare un bel pomeriggio ad un loro
cliente particolarmente importante (raramente, si mormora, ci sono state richieste in tal senso
da operai impiegati ed infermieri).
Il resto dello stadio risulta tutto occupato dai posti a sedere: così la curva Ovest, dove di
solito sono collocati i tifosi ospiti, così i distinti. La curva Est mantiene, invece, un settore
riservato ai tifosi che vogliono stare in piedi (a causa, o meglio grazie ad una estenuante
battaglia per il mantenimento di alcuni posti in piedi che i tifosi insieme al Fanprojekt locale
hanno condotto nelle ultime stagioni ). Rispetto a prima della ristrutturazione, il settore con
posti in piedi è però ridotto al solo primo anello, costringendo gli spettatori ad essere poi
divisi fila per fila da strutture di metallo che hanno incorporati dei seggiolini estraibili che
vengono utilizzati, secondo i severi dettami FIFA ed UEFA, in tutte le partite internazionali.
Il secondo anello è sacrificato sull’altare di una presunta sicurezza ed è dotato esclusivamente
di posti a sedere che, naturalmente, costano di più. Ma la cosa più interessante, il parto della
grande imprenditoria calcistica è al centro, tra primo e secondo anello, nel luogo di congiunzione
tra settore alto e basso della curva. Per permettere una maggior socializzazione tra i due settori
è stata inserita una bellissima vetrata che prende la lunghezza dell’intera curva. Dietro la
vetrata cosa c’è? Basta tornare al corridoio della tribuna vip per scoprirlo. Si percorre fino
in fondo il corridoio della tribuna fino ad arrivare all’angolo con la curva. Da lì si entra in
un grande e raffinato locale che offre deliziosi spuntini, bevande profumate per i propri clienti.
Si chiama sala Business ed ha circa settecento posti a sedere. Da questa sala si può sbirciare
un po’ di partita attraverso la vetrata di cui si diceva prima, ma è forse più facile discutere
amabilmente in compagnia e dare qualche occhiata ai vari monitor che contornano la sala.
Se proprio volete vedere dal vivo la partita allora per la modica somma di 100.000 Lire potete
strappare un biglietto per stare comodamente seduti in una poltrona da cinema (larghezza 80 cm.),
guardare attraverso l’enorme vetrat di cui prima e cogliere così, in prima fila (come diceva uno
spot per promuovere il canone RAI) sia le fatiche e le belle azioni dei vostri beniamini che
l’esotismo di quei pittoreschi tifosi (un po’ troppo naif, per la verità) che si infiammano per
un’azione, e poi urlano, saltano, sventolano le bandiere e le sciarpe: un’emozione unica!
Per completezza d’informazioni ricordiamo, sotto il settore vip il ristorante Villa Verde che
offre un buffett (caldo o freddo a scelta) alla modica cifra di 50.000 Lire per gli abbonati, e
il Werder Point sotto il settore dei distinti che vende tutti i gadgets possibili ed inimmaginabili.
A differenza degli stadi inglesi, dove entrando si ha davvero l’impressione di entrare in un
mondo dove tutto appartiene al club, in Germania, paese di forte e radicata cultura sociale,
anche in considerazione del fatto che lo stadio rimane proprietà dei comuni, esso conserva,
anche nella nuova ristrutturazione, i segni della sua originaria funzione pubblica.
Così, nello stadio di Brema ha trovato posto anche il centro di riabilitazione accessibile a
tutti, il Fanprojekt locale (tra i più organizzati ed attivi di tutta la Germania) e la piscina
comunale; lo stadio poi è a disposizione di molte rappresentanze scolastiche di atletica leggera
per gli allenamenti.
La ristrutturazione degli stadi italiani ha avuto corso nella seconda metà degli anni ‘80 e
rispondeva alla necessità di modernizzare e rendere più sicuri gli impianti in previsione
soprattutto dello svolgimento dei mondiali di calcio del ‘90. In quegli anni il calcio in
Italia stava vivendo una grossa accelerazione con l’ingresso in scena della tv commerciale e
con l’avanzare delle nuove strategie commerciali connesse al calcio ed operate soprattutto da
Berlusconi. A queste strategie non apparteneva ancora l’idea di stadio “da famiglia”, dotato di
ogni comfort e servizio.
A condizionare la ristrutturazione degli stadi è stata, quindi, soprattutto, la necessità di
garantire la sicurezza e di sostituire strutture ormai vecchie e poco affidabili.
I nuovi stadi eliminano i posti in piedi sostituendoli con posti a sedere in ogni settore
aderendo così alle recenti direttive FIFA che prevedono, per le gare internazionali, solo posti
a sedere.
Nelle curve però questi nuovi posti a sedere sono risultati ampiamente inutilizzati, ed è ancora
abitudine comune assistere alle partite in piedi (certo, in caso di emergenza i seggiolini
installati possono anche risultare pericolosi ed intralciare la fuga dalle gradinate).
Contemporaneamente all’eliminazione dei posti a sedere ed alla conseguente riduzione dei posti
popolari nelle curve, sono aumentati i prezzi dei biglietti, già molto alti in Italia rispetto
agli altri paesi europei. Si è passati così da una media di costo del biglietto a partita, per i
posti più popolari, di 15.702 lire nella stagione 1986/87 ad una media di 27.123 lire del 1990/91,
cioè quasi ad un raddoppio dei prezzi in quattro anni.
Certo gli aumenti dei biglietti sono da imputare anche agli altissimi ingaggi dei giocatori che
mai prima di allora venivano pagati così tanto.
Per gli stadi italiani però, a pochi anni dalla loro ristrutturazione, sembra aprirsi una nuova
fase. Nei primi mesi del ‘97, in seguito ad alcuni episodi di violenza ultrà, il Vicepresidente
del Consiglio del Governo dell’Ulivo, onorevole Veltroni, con delega allo sport, ha riproposto
all’attenzione dei media come antidoto efficacissimo contro la violenza, l’idea dello stadio per
famiglie; uno stadio gestito direttamente dalle società e capace di offrire spettacoli molteplici
(non solo la partita) ed i più svariati servizi. E’ il modello inglese ad ispirare direttamente
Veltroni che lo elogia e lo cita come unica soluzione possibile contro la violenza negli stadi.
Sulla stessa linea, ma per diversi motivi, sono i presidenti delle società di calcio che sempre
più vorrebbero privatizzare gli stadi (per ora generalmente patrimonio pubblico, dei comuni) per
ristrutturarli e gestirli direttamente come in Inghilterra . E’ il caso, ad esempio, del Parma che
vorrebbe comprare il Tardini, lo stadio della citttà; del Milan e dell’Inter che hanno preso in
gestione lo stadio Meazza; del Bologna che, da maggio 1998, gestisce direttamente il Dallara ed
ha in programma una ristrutturazione dello stadio per far posto a ristoranti, bar e gallerie
commerciali; del Venezia Calcio che, in occasione del suo ritorno in Serie A, ha cominciato i
lavori per la costruzione del suo stadio privato.
Per ora l’unico stadio privato italiano è il Giglio della Reggiana. Uno stadio costato 25 miliardi
che si pone però ancora nel solco dei tradizionali modelli di stadio, non recependo quelle
trasformazioni strutturali legate soprattutto ad un suo sfruttamento a fini commerciali.
Certamente, nei prossimi anni, ci dobbiamo aspettare delle trasformazioni significative degli
stadi italiani, per soddisfare la nuova linea imprenditoriale delle società italiane e per andare
incontro alle richieste di una fetta di pubblico - quello, per intenderci, da tribuna - che vuole
soggiornare allo stadio in modo più confortevole (palchetti vip, comode poltroncine et.);
auspischiamo peròche, nelle ristrutturazioni non vengano seguiti pedissequamente i modelli inglesi
o l’esempio del Brema, perchè questo comporterebbe non rispettare le esigenze di chi affolla gli
altri settori dello stadio (i distinti e le curve) e potrebbe portare, nel lungo periodo vari
danni alle stesse società.
Infatti, con la ristrutturazione, le cui linee direttrici vanno considerate nel nuovo scenario
aperto dalla tv, e la conseguente diminuzione dei posti disponibili, soprattutto quelli popolari,
e i relativi alti costi di gestione che contribuiscono ad un sensibile aumento del costo dei
biglietti, anche in Italia verrebbe a mutare sensibilmente, certo in senso classista, la
fisionomia del pubblico abituale frequentatore degli stadi.
La stessa trasformazione dello stadio in luogo dalle tante attrazioni, a metà tra il parco
divertimenti e i moderni centri commerciali, finisce per cancellare lo stadio come luogo di
socialità privilegiato in cui, in nome di un valore condiviso, la fede nei colori della squadra,
si ritrovano e si incontrano persone di cultura, estrazione, formazione diverse, unite in modo
altrove impensabile da un legame profondo con la squadra che in quel momento, e in quel luogo,
rappresenta l’intera comunità.
Lo stadio, poi, è tradizionalmente uno dei pochi luoghi, in una società che vive di valori
riflessi e indotti e che delega la partecipazione, in cui il tifoso si propone come parte
integrante dello spettacolo (lo spettacolo della curva che è elemento essenziale dell’evento
calcistico), come protagonista di un rito condiviso e partecipato.
Ridisegnando la struttura degli stadi e ridefinendo il rapporto con i propri spettatori, il club
rischia (in Inghilterra sta già succedendo) di allontanare il tifoso attivo e di trasformare lo
stadio in luogo neutro in cui gli spettatori usufruiscono passivamente del servizio partita e
degli altri servizi offerti: finché la qualità dello spettacolo resterà alta, gli spettatori
affolleranno gli spalti, quando questa dovesse venire meno, allora cambieranno stadio così come,
in regime di libero mercato, cambierebbero il ristorante non più in grado di offrire cibo di
qualità e prezzi competitivi.
Nei frangenti di difficoltà, quindi, il club - specialmente quello più piccolo, meno capace di
offrire alti ingaggi e di assicurarsi i migliori giocatori - non potrebbe più aspettarsi il
calore dello zoccolo duro, di quei tifosi sfegatati per i quali la fede nella squadra non dipende
dalle vittorie e dalla posizione in classifica: quei tifosi sono destinati a sparire.
Infatti, continuando ad applicare in modo acritico il modello di ristrutturazione degli stadi
sopra delineato, si finisce per cancellare lo stadio come luogo identitario di una comunità e
di una città, per trasformarlo in spazio neutro incapace di produrre valori riconoscibili.
SINTESI DEL GRUPPO DI RICERCA SULLA COMMERCIALIZZAZIONE (da Progetto Ultrà)
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1990-2000. GLI ANNI DEL BUSINESS (DIRITTI TV; RISTRUTTURAZIONE STADI, COSTO BIGLIETTI.....)
Diritti televisivi
Il crollo del monopolio della televisione pubblica in Europa alla fine degli Anni Ottanta ha
prodotto una vera e propria rivoluzione che ha scosso sia il mercato televisivo che quello
calcistico favorendo una notevole lievitazione dei prezzi per l’acquisto dei diritti televisivi
delle partite di calcio. E se in Italia Berlusconi è riuscito, verso la fine degli anni Ottanta,
ad aggiudicarsi i diritti di molte partite amichevoli, di campionati esteri e di alcune partite
di coppa senza però scalfire il monopolio RAI per quanto riguardava il campionato e la Coppa
Italia, all’estero, invece, il monopolio delle tv statali veniva rapidamente spezzato da alcune
tv private.
E’ il caso della Germania, dove i primi accordi tra la Federazione nazionale e le tv private per
i diritti del campionato si firmano già nel 1988, o dell’Inghilterra dove il magnate Murdoch,
all’inizio degli Anni Novanta, riesce a soffiare alla Bbc i diritti del campionato versando alla
Federazione Calcio Inglese un mare di dollari.
Contestualmente le tv commerciali europee puntano ad introdurre nuovi tipi di tecnologie già
diffuse negli Stati Uniti: nascono così prima le varie pay tv (tv a pagamento) che introducono
la cultura del pagamento dei programmi televisivi (per accedere alla Pay Tv bisogna acquistare
un abbonamento annuale e dotarsi, a proprie spese, di decodificatore e di parabola) e poi, negli
ultimi due anni, spesso all’interno della pay tv, la cosidetta pay per view, da molti
considerata la tv del futuro, che offre una serie di canali tematici e consente all’utente di
pagare, in tempo reale, il programma che si è scelto, solitamente attraverso l’introduzione
nel decodificatore della smart card (cioè di una sorta di carta di credito).
Per renderci conto delle possibilità di successo della nuova forma di televisione a pagamento
ci basta guardare i dati. Potrebbero già esserne fruitori ed abbonati potenziali tutti coloro
che, aldilà dell’antenna che consente di ricevere i classici canali in chiaro basati sul sistema
analogico (per semplificare diciamo che è quello che attualmente utilizza per la trasmissione
del segnale le onde radio), sono possessori di antenna parabolica (utilizzata per la ricezione
del segnale via satellite) o di cavi in fibra ottica (queste innovazioni portano nelle case il
sistema digitale, che ha la possibilità di trasmettere molti più dati e molti più canali): in
Germania abbiamo ormai 26 milioni di televisori cablati o con satellite (questi ultimi sono 9
milioni), in Inghilterra vi sono 3,5 milioni di famiglie che hanno la tv via satellite, in
Francia vi sono 5 milioni di antenne paraboliche, in Italia un milione ed in Spagna circa la
metà: quasi tutti questi paesi stanno comunque lavorando per collegare ogni casa con cavi in
fibra ottica. Vari paesi poi hanno già ampiamente diffuso il sistema della tv a pagamento
(pay tv): fra questi in testa è la Francia con 4 milioni di abbonati alla pay tv di Canal Plus,
segue l’Inghilterra con tre milioni e mezzo, poi, a scalare, la Germania con 1,5 milioni,
l’Italia con 800.000 abbonati a Telepiù e la Spagna con circa 400.000.
I nuovi canali tematici della pay per view sono partiti da poco ed hanno rischiato il flop in
alcuni paesi: per esempio in Germania, dove sono solo sessantamila gli utenti che usufruiscono
di questo servizio; in Italia dove, dopo un anno, solo 80.000 persone sono abbonate alla pay
per view di Telepiù digitale (in Italia più che la smart card è operativo un sistema che permette
di abbonarsi ad un evento particolare per tutto un anno: ad esempio le partite della propria
squadra in trasferta); ed in Spagna che conta 80.000 abbonati alla tv digitale.
In questi nuovi scenari televisivi, in cui le tv si specializzano per offrire ad uno spettatore
esigente e, soprattutto, pagante, uno spettacolo sempre più appetibile, lo sport, ed in
particolare il calcio, assume un ruolo preponderante.
Ecco così nascere accordi nei vari paesi europei con le varie federazioni e con la lega per
avere la concessione dei diritti e la possibilità di trasmettere, rispettando però le esigenze
di palinsesto e le richieste degli sponsor, le partite. Diventano così all’ordine del giorno
anticipi, spostamenti, partite rimandate all’ultimo momento in base ad esigenze di programmazione.
Ma vediamo ora, nel dettaglio, come si è configurato in Italia questo strapotere della televisione
nei confronti del calcio.
Nel nostro paese, come del resto in tutta Europa, dobbiamo registrare un notevole incremento delle
cifre versate dalle tv alla Lega per l’acquisizione dei diritti di trasmissione tv delle partite.
Se nel 1985 la Rai versava nelle casse della Lega Calcio 13 miliardi, gli introiti per la vendita
dei diritti televisivi nella stagione 1995/96 ammontavano a circa 200 miliardi, versati da Rai
(148 miliardi) e Pay tv (52 miliardi); ma se i soldi pagati dalla Rai venivano divisi quasi
equamente tra squadre di Serie A e di Serie B, secondo un accordo di mutualità teso a garantire
le squadre più deboli, la Pay tv elargiva, invece, alla Serie B meno di un terzo del compenso
complessivo.
Nelle stagioni successive, poi, accresce notevolmente il peso della Pay tv ed entra in scena la
Pay per View, basti sapere che, per i diritti del campionato in corso (1997/98) la Rai versa 197
miliardi, cui si aggiungono i 111 miliardi della Pay tv ed i 93 della Pay per View (entrambe,
peraltro targate Telepiù) per un totale di 401 miliardi, dei quali circa 270 destinati alla Serie
A. A queste cifre si devono aggiungere i 23 miliardi pagati da Mediaset-TMC-Rai per i diritti
della Coppa Italia.
Ricordiamo che, da questi calcoli sono esclusi i circa 100 miliardi annui che la Lega riceve per
il Totocalcio ed il Totogol. Sono, inoltre, escluse le vendite dei diritti per le partite delle
Coppe Europee e per le amichevoli, che sono gestite direttamente da ogni singola squadra e sono
esclusi, inoltre, i consistenti premi per chi vince una Coppa europea, la Coppa Italia, il
Campionato (ben 12 miliardi).
L’accordo sopra citato e stipulato per il campionato in corso, prevede: la trasmissione delle
partite della domenica pomeriggio in Pay per View, un posticipo di Serie A in Pay tv la domenica
sera, un anticipo di Serie B il sabato pomeriggio in Pay tv, la differita di una partita di
Serie A su TMC la domenica sera, più le azioni salienti del campionato suddivise in orari diversi
tra le diverse reti. Questa suddivisione è frutto di un accordo tra TMC, che si è aggiudicata la
gara di assegnazione dei diritti in “chiaro” e le altre reti.
Questa è ancora una situazione di transizione. Rimane, infatti, tuttora non risolto il problema
relativo alla suddivisione, tra Serie A e B, degli introiti derivanti dalla vendita dei diritti.
Per i soldi Rai vige ancora il rapporto di mutualità, anche se questo crea grosso scontento da
parte delle società maggiori che preferirebbero adottare il modello spagnolo, secondo il quale
ogni squadra gestisce da sè, senza la mediazione della Lega, la vendita dei diritti alle tv.
Per quanto riguarda gli introiti pervenuti da Pay tv e da Pay per View sono già stati assunti
dei parametri simili a quelli inglesi che prevedono, per le partite criptate, la redistribuzione
dei guadagni alle varie squadre in base al rendimento degli ultimi anni, agli incassi, al numero
di abbonati Pay per View, etc. Ad esempio, per la stagione 1997/98 la Juventus incassa dalla Pay
per View circa 12 miliardi, mentre una società medio piccola come il Bologna incassa 575 milioni
e l’Empoli, cenerentola di Serie A, può contare sul lauto contributo di 22 milioni.
Attualmente la Pay per View viene considerata dalle varie società come un grande affare nel quale
vale la pena buttarsi. Dopo un anno di attività, però, la Pay per View non ha dato ancora i
risultati attesi. Gli 80.000 abbonamenti sottoscritti (52.000 per gli spettacoli calcistici) sono,
infatti, ben al di sotto dei 300.000 preventivati, rendendo piuttosto ottimistico l’obbiettivo
del milione di abbonati in tre anni. Se però questo obbiettivo venisse raggiunto i proprietari
della tv digitale si impegnerebbero a versare fino al triplo della somma versata attualmente per
i diritti (si passerebbe cioè a 300 miliardi annui, di cui la maggior parte per i grossi clubs).
Dal canto suo, la proprietà di Telepiù sta studiando nuove possibilità per abbassare i costi
dell’utente (abbattimento dei costi per antenna, decoder in affitto e non più da acquistare);
a ciò va aggiunto che la Telecom, in collaborazione con la Rai, Mediaset e la stessa Telepiù sta
installando fibre ottiche per tv via cavo in tutto il paese. Ecco perchè le squadre di calcio,
attente a queste possibilità di introiti, stanno incentivando, in tutti i modi, l’acquisto, da
parte dei loro tifosi, di un abbonamento alla pay per view per seguire le loro partite in
trasferta (anche perchè, uno dei fattori che contribuirà a far aumentare gli introiti delle
società derivanti dalla Pay Per View, sarà il numero di abbonati a questo servizio per ogni
squadra).
Il Piacenza ha impostato la campagna abbonamenti offrendo l’abbonamento p.p.v. a sole 200.000;
il Parma regala la p.p.v. per le trasferte della squadra ai 2588 posti disponibili in tribuna
centrale (l’omaggio vale circa 400.000, l’abbonamento in tribuna centrale costa 2 milioni e
settecentomila); il Bologna propone uno sconto pay per view per gli abbonati; molte squadre, poi,
regalano i biglietti per le partite casalinghe per chi ha attivato un abbonamento Pay per View
per vedere in televisione la squadra in trasferta.
Ultime chicche: dopo gli incidenti di Atalanta-Brescia del 5 ottobre 1997, il presidente della
Lega calcio, Franco Carraro, al termine di un’assemblea di lega, ha dichiarato:” Vedremo di
scoraggiare il turismo calcistico organizzato, visto che oggi la tecnologia permette di vedere
le partite in trasferta della propria squadra su maxischermi o in casa propria attraverso la pay
per view”.
Con questa affermazione il presidente della Lega da una parte segue la via già delineata dal
SIULP (sindacato di Polizia) di Firenze che, nel gennaio del ‘97, affermava, in un comunicato
stampa intitolato “Tifosi in trasferta? No, grazie.”, che, per risolvere il problema della
violenza negli stadi, era sufficiente proibire le trasferte ai tifosi, e dall’altro pensa agli
interessi economici delle varie società calcistiche che guadagnerebbero certamente più soldi
dalla tv a pagamento se questa diventasse l’unica soluzione possibile per vedere giocare la
propria squadra in trasferta. Ecco perchè vengono scoraggiate anche le possibilità di vedere
collettivamente le partite giocate in trasferta: Lega e Telepiù+ hanno infatti vietato, dalla
stagione 1998/99, gli abbonamenti alla Pay Tv ed alla Pay Per View da parte dei locali pubblici.
Quelli che intendono trasmettere le partite devono accordarsi direttamente con la Lega Calcio e
versare soldi nelle sue casse.
Sponsorizzazioni e costo dei giocatori
Le varie forme di pubblicità e di sponsorizzazione attorno all’evento calcistico affermatesi negli
Anni Ottanta hanno avuto modo, in questi ultimi anni, di progredire, di affinarsi e di essere
sempre più importanti per le entrate delle società calcistiche.
La pubblicità televisiva si è sempre più specializzata: di solito sono ditte di abbigliamento
sportivo, compagnie produttrici di bevande dissetanti, società automobilistiche a sponsorizzare
il calcio in tv. Capita sempre più frequentemente poi che molte di queste aziende che puntano
sullo spot televisivo siano anche proprietarie, sponsor ufficiali o sponsor tecnici di una o più
squadre. Alcune di queste utilizzano poi come testimonial per le loro campagne pubblicitarie uno
o più giocatori particolarmente rappresentativi. Ad esempio la Diadora è sponsor tecnico del
Bologna 1997/98, ed utilizza per le sue campagne pubblicitarie l’immagine che ha comprato in
esclusiva del nuovo idolo del Bologna Roberto Baggio.
Le nuove tecnologie digitali rendono poi possibile l’introduzione di una nuova forma di pubblicità
che si ritiene possa avere, in futuro, un notevole sviluppo: la pubblicità virtuale. Si tratta di
messaggi e scritte pubblicitarie elaborati dal computer ed inseriti sulle immagini televisive che
trasmettono in diretta l’evento (una scritta pubblicitaria virtuale al centro del rettangolo di
gioco o a bordo campo, una sorta di dirigibile sponsorizzato che vola sulla testa dei giocatori).
In Italia questa novita, ancora sperimentale, è stata introdotta, nel settembre del 1997, per la
sfida di Coppa Uefa tra Lazio e Vitoria Guimaraes, dopo che era già stata sperimentata in Germania
ed in Inghilterra. Questa novità può portare all’apertura di notevoli mercati perchè è possibile,
trasmettendo l’evento sportivo in diversi paesi, differenziare gli spazi pubblicitari, inserendo
con il computer per ogni paese degli sponsor diversi
Può essere utile dare uno sguardo alle cifre.
Alla Serie A di calcio gli sponsor portano dai 135 ai 150 miliardi all’anno.Vi sono i cosidetti
sponsor ufficiali (quelli che di solito sponsorizzano le maglie) il cui contributo varia molto a
seconda che si tratti di una squadra piccola o grande; si parte dal mezzo miliardo fino ad
arrivare ai 23 miliardi che il Milan ottiene dai suoi sponsor: l’Opel (11 miliardi) e la Lotto
(12 miliardi). Negli ultimi due anni è in forte crescita un mercato nuovo, quello degli sponsor
tecnici e dei fornitori ufficiali; sono cioè triplicati gli introiti di un tipo di sponsorizzazione
che prima non veniva sfruttata: ad una squadra, fino a poco tempo fa, una ditta di scarpe da
calcio, ad esempio, regalava le scarpette ma non pagava perchè la squadra le indossasse.
Ora, invece, quelle degli sponsor tecnici e dei fornitori ufficiali sono vere e proprie
sponsorizzazioni pagate profumatamente: si va dagli sponsor tecnici che forniscono le scarpe,
i calzoncini, le bevande alla squadra, a quelli che forniscono il materiale più vario (basti
pensare che una nota casa di materassi ha impostato la sua campagna pubblicitaria sul fatto che è
fornitrice ufficiale di materassi della Juventus e del Borussia Dortmund). La stessa Juventus
incassa circa 25 miliardi di lire da tutte quelle ditte disposte a pagare perchè il proprio
marchio sia accostato a quello del club .
L’Inter, che nella stagione 1995/96 ha avuto dai vari sponsor e fornitori circa 10 miliardi,
sta attualmente lavorando per raddoppiare questa cifra nel giro di due anni. E così, rimangono
come sponsor ufficiali la Pirelli (che ha anche una quota societaria) ed Umbro, ma subentra con
1,2 miliardi la Winterthur che, in qualità di fornitore ufficiale in questo caso di assicurazioni,
si affianca agli altri fornitori: Birra Moretti, Moka Arabica, Apple Computer. Chiaramente lo
stesso acquisto dell’asso Ronaldo è da vedersi in una strategia commerciale ad ampio raggio:
attrarre più sponsor, ottenere più introiti per la vendita dei diritti tv, sviluppare il
merchandising ed essere più appetibili nel caso di quotazione in borsa. Dello stesso tenore,
cioè operazione commerciale in senso lato, è stato l’acquisto da parte del Bologna di Roberto
Baggio.
La Nike, nota ditta americana di abbigliamento sportivo, ha puntato sul Napoli per pubblicizzare
il suo marchio in Italia. Il Napoli, infatti, non è attualmente una grossa squadra però ha un
parco tifosi immenso ed è la quarta squadra negli abbonamenti pay per view. L’investimento della
Nike, che sponsorizza già squadre tipo il Borussia Dortmund, il Psv Eindoven, l’Arsenal, è di 10
miliardi in tre anni.
La filosofia riguardo le sponsorizzazioni ha prodotto vere e proprie strategie d’intervento sul
mercato. Il gruppo Parmalat, di proprietà della famiglia Tanzi, ha comprato il Parma, ne
sponsorizza le divise e stipula contratti in esclusiva con i migliori giocatori della squadra.
Si è così volutamente creata una tale identità tra il nome della squadra e l’azienda che, dopo la
vittoria della Coppa delle Coppe, molti commentatori stranieri hanno chiamato la squadra Parmalat.
D’altronde pare che il Parma comprò, nei primi anni Novanta, il popolare portiere del Brasile
Taffarel non tanto per la sua bravura (molto discussa) ma perchè in quegli anni la Parmalat aveva
in progetto di sfondare con i suoi prodotti in Brasile!
In effetti, è proprio parte della filosofia imprenditoriale di Tanzi, il pubblicizzare la sua
azienda con il calcio: ogni acquisizione dell’azienda all’estero ed ogni apertura ad un nuovo
mercato è infatti accompagnata da una sponsorizzazione calcistica. Così la Parmalat si è
presentata sul mercato sudamericano, sponsorizzando in Brasile il Palmeiras ed in Argentina
il Boca Juniors; in Russia la Dinamo Mosca; in Portogallo il Benfica
Lo sponsor è chiaramente attratto dalla possibilità di accostare il proprio marchio ad una
squadra competitiva e piena di campioni ed è disposto a pagare delle cifre astronomiche perchè
così vengono garantiti più passaggi televisivi nei quali lo sponsor ufficiale è presente in bella
vista sulle magliette della squadra ed i vari sponsor tecnici possono apparire, attraverso lo
sguardo attento delle telecamere, sui calzettoni, sulle scarpe o sulla cassetta dei medicinali.
Ciò comporta anche una incredibile lievitazione dei prezzi d’acquisto dei calciatori ancora sotto
contratto per un’altra squadra, specie di quelli particolarmente ricercati dallo sponsor.
Per accappararsi un Ronaldo od un Vieri vengono pagate delle cifre altissime (80 miliardi in
quattro stagioni per il primo; 35 miliardi per il secondo).
Conseguentemente anche i costi d’ingaggio sono andati alle stelle. A tirare il mercato attualmente
sono gli inglesi e gli spagnoli (anche molti giocatori del campionato italiano che veniva fino a
poco tempo fa giudicato il più bello e soprattutto più ricco del mondo, sono emigrati in questi
paesi attratti dai lauti ingaggi). Agli ingaggi esteri si sono dovuti adeguare anche le squadre
italiane per mantenere i loro giocatori più rappresentativi. Infatti, se ad un campione come
Gullit la Sampdoria, per la stagione 1994-95, corrispondeva uno stipendio netto annuo di circa
un miliardo e mezzo, nella stagione in corso (1997-98) molti degli stipendi annui corrisposti
ai giocatori - e non solo ai fuoriclasse indiscussi - sono aumentati considerevolmente per paura
della concorrenza estera. Così, ad un grande campione come Ronaldo vanno circa sei miliardi
all’anno; ma già per un Boksic la Lazio paga quattro miliardi a campionato. La lunga lista degli
ingaggi per veri campioni e presunti tali continua con Mancini (3,5 miliardi); Baggio e Batistuta
(2,7); Maldini, Kluivert e Ziege (2,5); Simeone (2,2); Inzaghi (1,8); Cafù (1,7).....
Merchandising, nuova gestione degli stadi e costo dei biglietti
Abbiamo visto come la vendita dei diritti televisivi e le conseguenti maggiori sponsorizzazioni,
unite ad uno sfruttamento commerciale, come mai prima d’ora, del marchio (merchandising) che
analizzeremo in seguito, abbiano fatto crescere, quasi in progressione geometrica, le entrate
delle società calcistiche. In un contesto così ridisegnato le entrate per la vendita di biglietti
ed abbonamenti, tradizionalmente tra le fonti prime di introiti, arrivano a costituire una
percentuale ridotta delle entrate, e dei guadagni, complessivi di una società di calcio.
Se infatti la ribalta tv ha reso più appetibili e quindi più costosi gli investimenti pubblicitari
su una squadra, essa ha anche comportato un considerevole allargamento dei sostenitori o
“simpatizzanti” di un singolo club che vede nascere e proliferare un nuovo mercato disposto ad
assorbire una produzione di gadgets e di vario materiale con impresso il marchio della squadra:
si va dal più tradizionale abbigliamento (magliette con il nome del giocatore, tute, cappellini,
sciarpe et) a riviste, libri e videocassette create appositamente, per arrivare al più libero e
sfrenato esercizio della fantasia che crea accendini, posacenere, biro, bicchieri, portachiavi etc.
Per la commercializzazione sistematica di questo materiale viene poi creata una capillare rete di
vendita diretta gestita dalle società.
Basti pensare che in Inghilterra, paese che, per primo, ha dato un’impostazione industriale al
merchandising, i maggiori clubs realizzano, con la vendita di materiale col proprio marchio, oltre
un terzo del loro fatturato complessivo; è il caso, ad esempio, del Manchester United che, di solo
merchandising ha fatturato, nel 1996, 53 miliardi di lire a fronte di un fatturato complessivo di
133 miliardi.
In Italia, lo sfruttamento industriale del merchandising è ancora un fenomeno ridotto in
considerazione anche del fatto che qui, a differenza che negli altri paesi, la gestione, certamente
a livello molto artigianale ma anche più creativa, del materiale col simbolo della squadra è in
mano, in parte, ai gruppi di tifosi organizzati (che spesso provvedono da soli a stampare la
sciarpa su cui accanto ai colori o al simbolo della squadra compare il nome o il simbolo del
gruppo, e poi a rivenderla per autofinanziare le attività del gruppo) o ad un rete di commercianti
semiabusivi.
Il concetto stesso di “marchio” è un’acquisizione piuttosto recente, tanto che è solo da poco che
molte società hanno provveduto a depositarlo.
Certo molti clubs hanno già capito le potenzialità di questo mercato e si stanno attrezzando
adeguatamente: sono nati, infatti, molti punti vendita e si sono registrate vere e proprie vendite
record di magliette in occasione dell’acquisto di un qualche campione (è il caso della maglia di
Ronaldo messa in vendita dall’Inter, appena notificato l’acquisto del giocatore, alla cifra di
lire.140.000, di cui sono stati venduti, in pochissimo tempo, più di 4.000 esemplari; simile è il
caso della maglia di Baggio, venduta in migliaia di copie a 120.000 lire ognuna in occasione del
suo passaggio al Bologna).
Certo rispetto al “modello inglese” rimane ancora grande il divario: il Milan che è tra le squadre
italiane con un merchandising più sviluppato, ha un fatturato relativo 5 volte inferiore rispetto
a quello del Manchester United.
La direzione cui tutte queste trasformazioni stanno tendendo è quella di cominciare a considerare
il pubblico che segue il calcio non come appassionato o tifoso ma come potenziale consumatore;
le società di calcio vengono così a configurarsi sempre più come società di servizio.
E’ soprattutto la vendita dei diritti tv e la conseguente possibilità di vedere sullo schermo di
casa propria le partite a far affiorare un pubblico nuovo, disposto a spendere; per le società
diventa così prioritario non solo rispondere alle esigenze di questo nuovo pubblico, ma anche
stimolarle ed indirizzarle quando non crearle.
A questo fine si rende anche necessario un ripensamento ed un ridisegno delle forme e delle
strutture tradizionali degli stadi.
Questa esigenza, che si manifesta in Inghilterra prima che altrove, viene però ad inserirsi in una
situazione strutturale da cui prende vita un dibattito politico a tutto campo sulla necessità di
ripensare e riprogettare i luoghi tradizionali in cui ha luogo l’evento sportivo.
Se infatti la tragedia dello stadio Heysel in Belgio durante la finale di Coppa Campioni tra
Liverpool e Juventus, dove sotto la pressione degli hooligans della squadra inglese cedono le
strutture in cui si trovavano dei tifosi italiani causando la morte di 39 persone, viene
considerata semplice conseguenza della brutale, incontrollata violenza di un gruppo di tifosi
hooligans (senza tenere nel dovuto conto la fatiscenza delle strutture dello stadio belga,
l’inefficienza delle forze dell’ordine, l’incapacità dell’organizzazione di controllare
l’emissione di biglietti realmente venduti - gli spettatori superavano di molto l’effettiva
capienza dello stadio -), non si può così spiegare la successiva catastrofe dello stadio
Hillsborough a Sheffield nel 1989 in cui muoiono schiacciati, contro quelle recinzioni che
dovevano proteggerli, ben 96 tifosi inglesi .
Ad indirizzare la ristrutturazione dei vecchi stadi è così, inanzitutto, la necessità di
garantirne la sicurezza. Se da parte dei tifosi, molto attivi in quegli anni con la FSA (Football
Supporters Associations) ed il movimento dei Fanzinemakers, si chiede l’eliminazione di barriere,
recinti e fossati e la creazione di vie di fuga per gli spettatori, le società (ed il governo)
spingono invece per la costruzione di stadi con tutti posti a sedere, magari più piccoli, ma
certamente più comodi.
E mentre il vecchio modo di intendere il calcio viene archiviato con la trasformazione della First
Division in Premiere League, si impone, in vista anche dell’organizzazione degli europei ‘96, per
i quali il governo offre grossi finanziamenti alle società - in Inghilterra sono gli stessi clubs
ad essere tradizionalmente proprietari degli stadi - , un modello di stadio per famiglie, luogo
di intrattenimento totale in cui la partita non è che uno dei tanti svaghi di cui si può usufruire.
Ecco allora la costruzione degli spazi vip molto accurati e sofisticati, dove si è in pochi, si sta
comodissimi e si paga tanto.
Ecco tutti gli altri settori intermedi che diventano più confortevoli e più cari: ognuno ha la sua
poltroncina numerata che può lasciare anche vuota per usufruire di uno dei numerosi bar o ristoranti
dello stadio o di uno dei vari punti vendita che offrono le ultime novità in fatto di gadgets.
Ed ecco, soprattutto, le ends (curve), prima piene di persone che con entusiasmo cantavano,
ballavano ed incitavano la squadra ed ora sottoposte a strettissimi vincoli: non ci si può più
alzare dal seggiolino pena l’intervento della sicurezza, non ci si può più rivolgere all’arbitro
(neanche in caso di contestazioni clamorose) pena l’accusa di istigazione alla violenza; tutti seduti,
tutti composti e, soprattutto, tutti disponibili a pagare un biglietto più caro di prima.
E’ certamente un clima molto diverso quello che si respira ora negli stadi inglesi; il target dei
fruitori sta velocemente cambiando: è senz’altro il ceto medio ad affollare maggiormente gli spalti,
mentre il ceto più popolare o anche coloro che consideravano andare alla partita una festa in cui
essere protagonisti (e non necessariamente per le risse, ma per il calore, l’entusiasmo, la
partecipazione) si sentono messi in un angolo: il calcio è diventato per loro un “divertimento”
troppo costoso, oppure talmente privo delle sue caratteristiche essenziali per essere considerato
ancora degno di interesse.
Infatti, i prezzi dei biglietti, soprattutto quelli più popolari, hanno subito, negli ultimi anni
aumenti vertiginosi, tanto da arrivare a superare i prezzi dei biglietti italiani che vantavano,
ormai da molti anni, il primato in Europa. E certo le ragioni del forte aumento dei prezzi più
popolari - una media di circa 33.000 lire nella stagione 1996/97 contro le 30.000 circa in Italia
- sono da ricercarsi nella minor capienza dei nuovi stadi ristrutturati che hanno sostituito tutti
i posti in piedi con posti a sedere. Sono state, però, anche ragioni di mercato dettate dalla
volontà da parte del club, di portare allo stadio un tipo di pubblico più disposto a spendere per
tutto l’insieme di servizi collaterali che fanno da cornice all’evento calcistico (vendita
merchandising, ristoranti, pubs et). Questo risultato si è ottenuto da un lato con una politica
dei prezzi più alti e con l’allargamento del settore destinato ai vip, dall’altro con l’introduzione
di agevolazioni speciali nei confronti di un certo tipo di pubblico (le famiglie) che possono
portare potenzialmente più soldi nelle casse del club.
Anche gli altri paesi europei stanno percorrendo la strada indicata dall’Inghilterra e, per una
coincidenza forse neanche troppo strana, è l’organizzazione di una competizione internazionale a
far da catalizzatore di tutti i cambiamenti: per l’Italia lo sono stati i mondiali del ‘90, per
l’Inghilterra gli europei del ‘96 e per la Germania ci sono in ballo i mondiali del 2006.
Anche in Germania, negli ultimi anni si è provveduto ad una ristrutturazione di molti stadi che
ha avuto ripercussioni anche sul costo dei biglietti più popolari, aumentati di circa il 20% in
soli due anni. Ed anche lì, la tendenza è quella di uno “stadio totale”, in grado di offrire una
vasta gamma di servizi e, per disposizione della FIFA fatta propria dalla DFB (Federazione
calcistica tedesca) di sostotuire i posti in piedi con posti a sedere. Certo contro questa
tendenza in Germania si è registrata, ed è tuttora in corso, una decisa sollevazione dei tifosi,
soprattutto quelli riuniti nel BAFF (lega dei tifosi di calcio attivi) e nei vari Fanprojekte
(progetti sui tifosi). Ma il modello che prevale rimane, comunque, quello che ha trovato completa
realizzazione nella ristrutturazione dello stadio di Brema.
Ecco come questo appare al visitatore: il rettilineo della tribuna è interamente occupato da file
di confortevoli poltroncine che vanno diradandosi verso il centro per fare posto ad una decina di
palchetti vip posti nella parte superiore della tribuna. A questi palchetti, separati dall’esterno
da una splendida vetrata, si accede dall’interno dello stadio percorrendo un corridoio parallelo
alla tribuna che si allarga formando delle confortevoli salette bar, con teleschermi che trasmettono
in diretta la partita in corso allo stadio, nelle quali sono esposti i cimeli del grande Werder
(le scarpette di Rudi Voeller, le vecchie casacche della società etc.). Dal corridoio una serie di
porte conduce nei palchetti dove trovano posto i vip che possono permettersi, con una spesa che
parte dai 30 per arrivare ai 50 milioni a stagione dei palchetti più centrali, questa comodità.
Il palchetto risulta molto comodo; vi possono trovare posto in quattro o cinque persone, vi sono
delle comode poltrone, un tavolino, uno schermo dove rivedere al rallenty le azioni, e si può
ordinare al bar un tee o al ristorante direttamente da mangiare. Di solito questi palchi possono
essere affittati o a personalità o a ditte che vogliono far passare un bel pomeriggio ad un loro
cliente particolarmente importante (raramente, si mormora, ci sono state richieste in tal senso
da operai impiegati ed infermieri)
Il resto dello stadio risulta tutto occcupato dai posti a sedere: così la curva Ovest, dove di
solito sono collocati i tifosi ospiti, così i distinti. La curva Est mantiene, invece, un settore
riservato ai tifosi che vogliono stare in piedi (a causa, o meglio grazie ad una estenuante
battaglia per il mantenimento di alcuni posti in piedi che i tifosi insieme al Fanprojekt locale
hanno condotto nelle ultime stagioni ). Rispetto a prima della ristrutturazione lo limita però
molto e lo riduce solamente al primo anello, costringendo gli spettatori ad essere poi divisi fila
per fila da strutture di metallo che hanno incorporati dei seggiolini estraibili che vengono
utilizzati, secondo i severi dettami FIFA ed UEFA, in tutte le partite internazionali. Il secondo
anello è sacrificato sull’altare di una presunta sicurezza ed è dotato esclusivamente di posti a
sedere che, naturalmente, costano di più. Ma la cosa più interessante, il parto della grande
imprenditoria calcistica è al centro, tra primo e secondo anello, nel luogo di congiunzione tra
settore alto e basso della curva. Per permettere una maggior socializzazione tra i due settori è
stata inserita una bellissima vetrata che prende la lunghezza dell’intera curva. Dietro la vetrata
cosa c’è? Basta tornare al corridoio della tribuna vip per scoprirlo. Si percorre fino in fondo
il corridoio della tribuna fino ad arrivare all’angolo con la curva. Da lì si entra in un grande
e raffinato locale che offre deliziosi spuntini, bevande profumate per i propri clienti. Si chiama
sala Business ed ha circa settecento posti a sedere. Da questa sala si può sbirciare un po’ di
partita attraverso la vetrata di cui si diceva prima, ma è forse più facile discutere amabilmente
in compagnia e dare qualche occhiata ai vari monitor che contornano la sala. Se proprio volete
vedere dal vivo la partita allora per la modica somma di 100.000 potete strappare un biglietto
per stare comodamente seduti in una poltrona da cinema (larghezza 80 cm.), guardare attraverso
l’enorme vetrata di cui prima e cogliere così, in prima fila (come diceva uno spot per promuovere il canone RAI) sia le fatiche
e le belle azioni dei vostri beniamini che l’esotismo di quei pittoreschi tifosi (un po’ troppo
naif, per la verità)che si infiammano per un’azione, e poi urlano, saltano, sventolano le bandiere
e le sciarpe: un’emozione unica!. Per completezza d’informazioni ricordiamo, sotto il settore vip
il ristorante Villa Verde che offre un buffet (caldo o freddo a scelta) alla modica cifra di
50.000 per gli abbonati, e il Werder Point sotto il settore dei distinti che vende tutti i gadgets
possibili ed inimmaginabili.
A differenza degli stadi inglesi, dove entrando si ha davvero l’impressione di entrare in un mondo
dove tutto appartiene al club, in Germania, paese di forte e radicata cultura sociale, anche in
considerazione del fatto che lo stadio è proprietà dei comuni, esso conserva, nella nuova
ristrutturazione, i segni della sua originaria funzione pubblica.
Così, nello stadio di Brema ha trovato posto anche il centro di riabilitazione accessibile a tutti,
il Fanprojekt locale (tra i più organizzati di tutta la Germania) e la piscina comunale; lo stadio
poi è a disposizione di molte rappresentanze scolastiche di atletica leggera per gli allenamenti.
La ristrutturazione degli stadi italiani ha avuto corso nella seconda metà degli anni ‘80 e
rispondeva alla necessità di modernizzare e rendere più sicuri gli impianti in previsione soprattutto
dello svolgimento dei mondiali di calcio del ‘90. Abbiamo visto come, in quegli anni il calcio in
Italia stesse vivendo una grossa accelerazione con l’ingresso in scena della tv commerciale e
l’imposizione di nuove strategie commerciali da parte di Berlusconi. A queste strategie non
apparteneva ancora, l’abbiamo detto, l’idea di stadio “da famiglia”, dotato di ogni comfort e
servizio.
A condizionare la ristrutturazione degli stadi è stata, quindi, soprattutto, la necessità di
garantire la sicurezza e di sostituire strutture ormai vecchie e poco affidabili.
I nuovi stadi eliminano i posti in piedi sostituendoli con posti a sedere in ogni settore aderendo
così alle recenti direttive FIFA che prevedono, per le gare internazionali, solo posti a sedere.
Nelle curve però questi nuovi posti a sedere sono risultati ampiamente inutilizzabili, ed è ancora
abitudine comune assistere alle partite in piedi (certo, in caso di emergenza i seggiolini
installati possono anche risultare pericolosi ed intralciare la fuga dalle gradinate).
Contemporaneamente alla eliminazione dei posti a sedere ed alla conseguente riduzione dei posti
popolari nelle curve, sono aumentati i prezzi dei biglietti, già molto alti in Italia rispetto
agli altri paesi europei. Si è passati così da una media di costo del biglietto a partita, per i
posti più popolari, di 15.702 lire nella stagione 1986/87 ad una media di 27.123 lire del 1990/91,
cioè quasi ad un raddoppio dei prezzi in quattro anni.
Certo gli aumenti dei biglietti sono da imputare anche agli altissimi ingaggi dei giocatori che
mai prima di allora venivano pagati così tanto.
Per gli stadi italiani però, a pochi anni dalla loro ristrutturazione, sembra aprirsi una nuova
fase. Nei primi mesi del ‘97, in seguito ad alcuni episodi di violenza ultrà, il Vicepresidente
del Consiglio del Governo dell’Ulivo, onorevole Veltroni, con delega allo sport, ha riproposto
all’attenzione dei media come antidoto efficacissimo contro la violenza, l’idea dello stadio per
famiglie; uno stadio gestito direttamente dalle società e capace di offrire spettacoli molteplici
(non solo la partita) ed i più svariati servizi. E’ il modello inglese ad ispirare direttamente
Veltroni che lo elogia e lo cita come unica soluzione possibile contro la violenza negli stadi.
Sulla stessa linea, ma per diversi motivi, sono i presidenti delle società di calcio che sempre
più vorrebbero privatizzare gli stadi (per ora generalmente patrimonio pubblico, dei comuni) e
gestirli direttamente come in Inghilterra. E’ il caso, ad esempio, del Parma che vorrebbe comprare
il Tardini, lo stadio della citttà, o del Vicenza, la cui nuova proprietà inglese vorrebbe che il
comune gli regalasse lo stadio che poi la società ristrutturerebbe; del Milan e dell’Inter che
stanno pensando di costruirsi assieme il loro stadio privato, se non riusciranno ad ottenere S.Siro.
Per ora l’unico stadio privato italiano è il Giglio della Reggiana. Uno stadio costato 25 miliardi
che si pone però ancora nel solco dei tradizionali modelli di stadio, non recependo quelle
trasformazioni strutturali legate soprattutto ad un suo sfruttamento a fini commerciali.
Borsa
Nella filosofia che ha guidato le profonde trasformazioni del calcio inglese e che puntava ad una
sempre maggior acquisizione di capitali (cessione dei diritti tv, merchandising, sponsorizzazioni
etc.) tanto da portare il calcio inglese ai vertici mondiali, la quotazione in borsa dei clubs
costituiva un passaggio fondamentale. E, se si escludono poche eccezioni ( 1983 Tottenham Hotspur;
1989 Millwall; 1991 Manchester United) la maggior parte dei clubs ha affrontato il grande passo
tra metà ‘96 e metà ‘97. Solo in pochissimi casi, quindi, si possono fare studi per verificare la
tenuta di un titolo calcistico nel corso degli anni; per la maggior parte dei casi, invece, il
lasso di tempo da considerare è piuttosto breve, ma presenta già tendenze e comportamenti generali
che consentono di poter avanzare un giudizio complessivo.
Se, infatti, nella prima metà del ‘96, periodo cui risalgono varie quotazioni, il valore delle
azioni di molti clubs ha subito una forte impennata, tanto da rendere euforico il mercato
(nonostante da più parti fosse stata segnalata una eccessiva sopravalutazione di questi titoli);
già nei primi sei mesi di quest’anno (1997) le squadre quotate hanno perso in media il 29% del
loro valore; il picco negativo raggiunge poi il 34% se i dati sono relazionati al solo periodo
estivo.
A marzo 1997, in piena ondata speculativa, quando il listino delle società di calcio era arrivato
a capitalizzare circa 5.000 miliardi di lire, gli esperti sostenevano che, entro la fine dell’anno,
il valore delle quotazioni delle squadre di calcio avrebbe oltrepassato i 6.000 miliardi. A giugno,
invece, si è dovuto prendere atto delle errate previsioni: la capitalizzazione era, infatti, scesa
a 3.600 miliardi.
Chiaramente sono le squadre di medio livello a far registrare le maggiori difficoltà: il Birmingham
a - 24%; il Charlton Athletic a - 31%; l’Aston Villa a - 24%; il Millwall, poi, all’inizio
dell’anno ha pagato con il fallimento e con la sospensione dal listino, la retrocessione dalla
Premiere League alla First Division.
Anche studi recenti della società di certificazione “Deloitte & Touche” mostrano, infatti, quanto
stretta sia la relazione tra risultati della squadra e valore delle sue azioni. Solo alcuni
grandi clubs, più solidi per gestione finanziaria e situazione patrimoniale, stanno dimostrando
di saper resistere agli scossoni della Borsa.
Al Manchester United, infatti, l’annuncio del ritiro di Eric Cantona è costato solo un 1% di
perdita del valore delle sue azioni, mentre l’infortunio di Alan Sherear ha comportato per il
Newcastle un crollo di ben 7 punti percentuali.
Anche per quanto riguarda la quotazione in Borsa, come per la gestione degli stadi e per il
merchandising, i clubs inglesi si pongono da modello per tutti gli altri paesi europei.
D’altra parte, la feroce concorrenza tra i vari campionati per contendersi la leadership (da
qualche anno saldamente in mano alla Premiere League, e con una Liga spagnola in forte ascesa)
rende urgente la necessità di reperire fondi sempre più ingenti. E’ il caso soprattutto delle
società di calcio italiane che, pur restando ancora ai vertici europei per numero di vittorie,
continuano a registrare dei bilanci in rosso. Si pensi che, secondo uno studio della Mc Kinsey,
negli ultimi quattro anni le società hanno registrato un passivo di bilancio di circa 1.000
miliardi di lire.
Per il calcio italiano quella della quotazione in Borsa, si profila, quindi, come una soluzione
auspicabile. Molti clubs hanno affidato ad importanti banche d’affari (la Juve alla Salomon
Brothers, l’Inter alla Deutsche Morgan Grenfell, il Milan alla Rothschild Italia ed alla Lehman
Brothers, la Lazio all’Unione Banche Svizzere, il Bologna alla Nomura, il Vicenza all’Imi) la
valutazione dei propri bilanci ed il progetto della quotazione. La borsa di Londra dove molte
squadre italiane sembrano orientate a quotarsi, considerate anche le pesanti fluttuazioni e le
recenti e forti perdite fatte registrare dai titoli calcistici negli ultimi mesi, si mostra molto
più cauta nell’accettare nuove offerte di quotazioni. A maggior ragione se la squadra da quotare
è straniera.
Per essere scelta da un investitore, infatti, le azioni della squadra devono avere un prezzo
interessante che possa far fronte anche al ritardo del business calcistico italiano rispetto a
quello britannico.
Alle squadre italiane manca, com’è invece per le inglesi, la proprietà e la gestione dello stadio;
così come, l’abbiamo visto, non hanno ancora abbastanza sviluppato la commercializzazione dei
“prodotti” con il loro marchio: il Manchester United, ad esempio, vede coperto circa il 40% del
suo fatturato totale dal merchandising; per le squadre italiane (le maggiori) il merchandising
non supera il 10% del loro fatturato.
Per un discorso a breve termine rimane fuori gioco la Borsa di Milano che sarebbe il naturale
sbocco per la quotazione delle squadre italiane e che, d’altra parte, non vorrebbe farsi sfuggire
l’occasione di allargare i propri listini proprio nel momento in cui è in gioco la competività ed
il rilancio di Piazza Affari sulle altre Borse europee. Infatti, l’accesso in Borsa in Italia è
consentito esclusivamente a società che abbiano il bilancio degli ultimi tre anni in attivo, e
dato l’endemico costume dei clubs nostrani di presentare bilanci in rosso non sono nelle condizioni
di far fronte alla per ora imprescindibile richiesta di Piazza Affari.
Sembra comunque che il Consiglio di Borsa stia prendendo in considerazione la possibilità di
rendere più flessibili le condizioni di accesso al mercato. Solo allora, comunque, per le squadre
italiane si aprirebbero le porte della Borsa di Milano. Per ora l’unica squadra italiana che
sembra intenzionata a dar avvio alla quotazione (presso la Borsa di Londra) in tempi brevi è il
Bologna. Le grandi sembrano invece posticipare l’obbiettivo.
Certo è difficile poter fare considerazioni definitive dato il brevissimo lasso di tempo passato
dalla quotazione delle squadre inglesi; d’altra parte in Borsa un titolo è considerato affidabile
solo in considerazione della sua tenuta nel corso degli anni e della percentuale di rendimento del
capitale all’atto della distribuzione dei dividendi.
E l’unica squadra su cui si possono avanzare valutazioni sulla tenuta negli anni è il Tottenham.
Ebbene, come rileva Maurizio Bertone su “La Stampa” del 17 agosto 1997, un’azione del Tottenham
valeva, al momento della sua quotazione (1983) 100 sterline. Oggi ne vale 99,5. Nello stesso
lasso di tempo un investiments trust dei più tranquilli, il Foreign & Colonial, ha visto le stesse
100 sterline di quotazione iniziale arrivare oggi a 905!
Considerazioni finali
L’attuale potere del mercato dei media, senza il quale l’evento calcistico non è più immaginabile,
ne ha fortemente influenzato il cambiamento, tanto da configurarsi come elemento decisivo nel
delineare il nuovo volto del mondo del calcio: si va dalla creazione ad hoc di nuove regole (la
modifica della regola del fuori gioco, quella del passaggio indietro al portiere per facilitare
gli attaccanti e spettacolarizzare il gioco, l’introduzione della regola dei tre punti e del
divieto di curare un giocatore nel campo di gioco: fino ad ipotizzare dei veri e propri time-out);
al cambiamento del calendario delle partite e degli orari del loro svolgimento, fino alla
trasformazione del tifoso, abituale fruitore dello spettacolo calcistico, in potenziale, ricco
cliente-consumatore.
Abbiamo visto come, per andare incontro ad esigenze televisive, che vedono nel calcio uno spettacolo
di alto gradimento, di alta audience e quindi di alto interesse per gli investimenti pubblicitari,
è stata rotta la tradizionale compattezza della normale giornata di campionato frammentandola in
giorni e ore diverse.
Certo ci vuole buona memoria a ricordare in che modo, in certi paesi, il Campionato si snodi lungo
l’arco della settimana e quale canale tv trasmetta le varie partite; basta guardare all’esempio
tedesco: una partita di Bundesliga il venerdì (trasmessa su Premiere in pay tv), il turno il sabato
(con le azioni salienti in esclusiva su Sat1), un’altra partita di Bundesliga su Premiere la
domenica alle 18.00, la partita più importante della Seconda Divisione il lunedì sera e, qualche
volta, una partita il martedì (sulla DSF di Leo Kirch).
Questo meccanismo porta automaticamente a disincentivare le trasferte e, parallelamente ad
incentivare la possibilità di vedere, in diretta, a casa propria, pagando profumatamente la tv che
fornisce il servizio, le partite della squadra del cuore.
Per il tifoso, quello che si identifica nei colori della squadra, quello che vuole esserci, diventa,
infatti, sempre più difficile seguire la squadra in trasferta: non solo per gli orari e i giorni
delle partite, ma anche per i costi dei biglietti disponibili per le gare fuori casa.
Rimaniamo sull’esempio tedesco e sentiamo la testimonianza di alcuni tifosi apparsa su “Holt Euch
das Spiel zurück!” (Riprendiamoci il calcio!):
“Nel campionato 1993/94 solo quattro su diciannove sono stati gli incontri del girone di ritorno
che il 1860 Monaco ha potuto giocare al sabato (il giorno in cui in Germania si svolge la giornata
di campionato). Di questi solo due in casa. Per cinque volte i Löwen (“leoni”: viene chiamata così
la squadra del 1860 perchè ha come simbolo un leone) hanno giocato il venerdì sera, e questo poteva
ancora andare bene, ma sei volte ha giocato tra lunedì, martedì e mercoledì. Questo da una parte
danneggia i giocatori, che non avendo un giorno fisso in cui giocare fanno fatica a trovare il
ritmo giusto, ma dall’altra danneggia fortemente i tifosi che per fare una trasferta durante la
settimana devono comunque mettere in preventivo uno o due giorni di ferie. Chi se lo può permettere?”.
In questo modo si va nella direzione di una progressiva, ma inesorabile, disaffezione del pubblico
più fedele che si trova costretto ad omologarsi al pubblico televisivo.
Questo porterà inevitabilmente ad un crollo del numero dei fedelissimi, rimpiazzati, semmai, da una
moltitudine di persone del bacino che ospita la partita che andranno entusiasti a vedere le
imprese del grande club (solo dei grandi però, per i piccoli le cose saranno ben diverse) finché
primeggerà, offrirà spettacolo, bel gioco e vittorie, ma non avranno interesse (è la tanto osannata
legge del mercato!) a seguirlo nei momenti difficili o peggio nei periodi veramente neri.
E non è forse superfluo ricordare, per restare solo al caso italiano, che anche grandi clubs hanno
conosciuto stagioni difficili o anche solo campionati deludenti: è il caso del Milan, anche in anni
recenti, della Roma, del Napoli, del Torino, del Genoa, del Bologna.
Sembrà sempre più, infatti, una tendenza irreversibile, quella di considerare gli spettatori solo
in virtù del loro valore economico, reale o potenziale che sia.
Se fino a qualche tempo fa l’interesse principale dei presidenti o proprietari delle squadre di
calcio non era unicamente legato a profitti immediati e diretti, ma al possibile prestigio e alla
notorietà personale, al risultato d’immagine che si rifletteva su imprese collaterali della società
proprietaria, ora la prepotente entrata in scena della televisione finisce per portare, nelle casse
della società, enormi flussi di denaro, e anche per creare un nuovo mercato potenzialmente vastissimo.
Ecco perché, in questa ottica puramente economica sono destinati a perdere sempre più importanza
i 50.000 che vanno allo stadio di contro ai milioni di telespettatori che seguono la squadra in tv
e che sono i primi potenziali abbonati a pay-tv e pay-per-view e i primi potenziali compratori di
tutti quei prodotti legati al marchio che stanno diventando, sempre più prepotentemente, una delle
maggiori fonti di guadagno per le stesse società di calcio.
Alla volontà di trasformazione del tifoso appassionato o spettatore che sia, in cliente consumatore
corrisponde anche il nuovo modello di costruzione e gestione degli stadi, le cui ristrutturazioni,
partite in Inghilterra, poi seguite in molti paesi europei, hanno, almeno in teoria, risposto alla
impellente necessità di garantire la sicurezza all’interno degli stadi.
Ed è certamente vero che molti impianti dalle strutture spesso fatiscenti avevano urgente bisogno
di essere ristrutturati e di rivedere profondamente il completo sistema di sicurezza, ma è altrettanto
vero che per far fronte a queste esigenze si decide di imporre un modello di stadio e una sua gestione
completamente nuovi.
Ed è questo nuovo modello di stadio per famiglie, luogo di spettacolo “totale” cui si può assistere
con grandi comodità, pieno di ristoranti, caffé, punti vendita gadgets, che viene proposto da più
parti, buona ultima l’Italia, come unico deterrente possibile per contrastare la violenza negli
stadi.
Con la ristrutturazione, le cui linee direttrici vanno considerate nel nuovo scenario aperto dalla
tv, e la conseguente diminuzione dei posti disponibili, soprattutto quelli popolari, e i relativi
alti costi di gestione che contribuiscono ad un sensibile aumento del costo dei biglietti, viene a
mutare sensibilmente, certo in senso classista, la fisionomia del pubblico abituale frequentatore
degli stadi.
La stessa trasformazione dello stadio in luogo dalle tante attrazioni, a metà tra il parco divertimenti
e i moderni centri commerciali, finisce per cancellare lo stadio come luogo di socialità privilegiato
in cui, in nome di un valore condiviso, la fede nei colori della squadra, si ritrovano e si
incontrano persone di cultura, estrazione, formazione diverse, unite in modo altrove impensabile
da un legame profondo con la squadra che in quel momento, e in quel luogo, rappresenta l’intera
comunità.
Lo stadio, poi, è tradizionalmente uno dei pochi luoghi, in una società che vive di valori riflessi
e indotti e che delega la partecipazione, in cui il tifoso si propone come parte integrante dello
spettacolo (lo spettacolo della curva che è elemento essenziale dell’evento calcistico), come
protagonista di un rito condiviso e partecipato.
Ridisegnando la struttura degli stadi e ridefinendo il rapporto con i propri spettatori, il club
rischia (in Inghilterra sta già succedendo) di allontanare il tifoso attivo e di trasformare lo
stadio in luogo neutro in cui gli spettatori usufruiscono passivamente del servizio partita e
degli altri servizi offerti: finché la qualità dello spettacolo resterà alta, gli spettatori
affolleranno gli spalti, quando questa dovesse venire meno, allora cambieranno stadio così come,
in regime di libero mercato, cambierebbero il ristorante non più in grado di offrire cibo di
qualità e prezzi competitivi.
Nei frangenti di difficoltà, quindi, il club non potrebbe più aspettarsi il calore dello zoccolo
duro, di quei tifosi sfegatati per i quali la fede nella squadra non dipende dalle vittorie e
dalla posizione in classifica: quei tifosi sono destinati a sparire.
Anche questo diventerebbe un ulteriore elemento discriminante tra pochi grandi clubs sempre più
élite del calcio e i clubs minori: i primi, più ricchi, capaci di pagare ingaggi da capogiro a
fuoriclasse che attirano sponsor e tv, capaci così di creare attenzione e interesse in un largo
bacino di utenza che garantirà, direttamente e indirettamente, nuovi introiti; i secondi che,
privi di ingenti capitali, non hanno la possibilità di competere per l’acquisto di grossi campioni,
non riuscendo a proporsi come soggetto appetibile per sponsor e televisione, avranno difficoltà
di carattere finanziario e saranno sempre più costrette a lottare per non retrocedere o a
soccombere.
Gli esempi sono molteplici, ci limitiamo a ricordare le difficoltà incontrate dall’Empoli,
neopromossa in Serie A per il Campionato ‘97-’98, nell’organizzare le amichevoli precampionato
con altre squadre della massima divisione, perché tutte già impegnate in incontri sotto i riflettori
che garantivano ai presidenti e alle società gli incassi del botteghino e i tanti soldi della tv
che, nella desolazione del palinsesto estivo, promuoveva partite inutili e spesso noiose come sfide
del secolo e duelli all’ultimo sangue.
Ma che fare di fronte a questa ulteriore ristrutturazione economica che investe il mondo del calcio?
Non è facile rispondere a questo quesito, nè si può pensare di avere in tasca una soluzione che
riesca ad incidere su una trasformazione economica in atto.
Possiamo tuttavia suggerire alcuni percorsi.
Prima di tutto occorre avere chiaro, e questa era una delle intenzioni del nostro saggio, dove
può portare la via seguita dai padroni del calcio e a quali rischi può andare incontro.
A quel punto, però, è necessario scegliere tra l’accettazione passiva di una serie di cambiamenti
destinati ad incidere drasticamente sul modo di vivere e di intendere il calcio, e la ricerca dei
termini e degli spazi per una reazione che abbia in sè anche la forza di una proposizione.
E’ auspicabile allora che gli ultrà, nei loro stadi, di fronte a delle azioni fatte dalla società
(un ingiustificato aumento del costo dei biglietti, una ristrutturazione dello stadio ad imitazione
del modello business inglese, spostamenti per esigenze televisive in giorni ed ore impossibili
delle partite etc.) rispondano, come già in parte hanno fatto, con proteste, striscioni, articoli
su Fanzines, scioperi del tifo.
E’ auspicabile inoltre che a livello locale, interagendo magari con altre forze presenti sul
territorio ad esempio i club di tifosi, si pongano come difensori di una certa cultura del tifo,
quella più popolare, meno venduta al commercio, e più genuina, e si propongano anche come
interlocutori di chi vuole trasformare il calcio in puro profitto, dimenticando che esso ha
un’anima e che quest’anima è costituita essenzialmente dal rapporto inscindibile che i tifosi
hanno con la squadra che li rappresenta.
Tutto questo è auspicabile, ma non è sufficiente.
Di fronte ad una ristrutturazione che rischia di trasformare sostanzialmente il tipo di pubblico
degli stadi è necessario trovare, al fine di garantire la stessa sopravvivenza del movimento ultrà
e della cultura popolare del tifo, un’unità di intenti a livello nazionale che consenta di mettere
da parte, almeno per un momento, i vari contrasti e gli odi che caratterizzano i rapporti tra i gruppi.
Questo permetterebbe l’organizzazione di iniziative comuni a tutti gli stadi italiani (ad esempio,
uno sciopero del tifo contro la commercializzazione o striscioni o coreografie concordate) che
avrebbero il merito di portare al centro del pubblico dibattito, in genere sempre occupato dalla
violenza, il tema della commercializzazione.
Segnerebbe, infatti, un momento essenziale di crescita e di maturità, da parte del movimento ultrà,
la capacità di organizzarsi in una sorta di coordinamento nazionale (come è già avvenuto in
Germania con il BAFF) in grado di proporsi - e di lottare per imporsi - come interlocutore di
istituzioni ed organismi impegnati a decidere sui destini del calcio.
Repressione e Pay-TV: un articolo di Roby Pozzoli
MILANO - La situazione del tifo in Italia non è delle più rosee.Le società fanno di tutto per
scoraggiare l’afflusso agli stadi, ormai non conviene più, si ricavano molti più soldi tramite i
diritti televisivi.
Ovviamente i club da soli, non possono fare molto. L’Italia, si sa, è un popolo di “buoni”,
di gente sempre disposta a dar il proprio aiuto. I primi a rendersi disponibili per questa giusta
crociata contro quei teppisti degli ultras, sono state le pay TV. Con una scaltrezza degna di
Lupin, nel giro di pochi anni hanno frantumato il campionato di A in due giornate, in tre quello
di B. Ma gli ultras non hanno disertato, che si giochi al venerdì, al sabato, alla domenica o al
lunedì le curve sono sempre gremite.
A quanto pare serve qualcosa di più, ma cosa?
Dopo un periodo di accurati studi, ecco che arriva l’idea geniale: giocare per tutto l’anno alla
stessa ora! Chi, pensavano, viene allo stadio con un caldo tropicale o un freddo polare?
Purtroppo qualche calcolo si è dimostrato errato.
Qualcuno ha sì rinunciato allo stadio, ma i più sono rimasti.
Club e pay TV si trovano spiazzati, non possono mica abbandonare la “lotta” a questo modo, forse
aumentando i prezzi dei biglietti… Detto fatto, nel giro di pochi anni i prezzi dei biglietti
sono saliti alle stelle. A Torino, Parma, Roma e Firenze durante la scorsa stagione, si è stati
costretti a pagare il settore ospiti quasi quanto la tribuna. Ma non è il prezzo del biglietto in
sé a rendere assurde certe richieste, il problema sta nel fatto che il più delle volte la visuale
è ridotta da pali o reti di recinzione. Ma nemmeno questo è bastato, nonostante tutto l’appoggio
alla squadra non è mai venuto a mancare. Avendo provato con tutti i mezzi a disposizione, non
resta che affidarsi alle care forze del (dis)ordine, e se non si può frenare l’entusiasmo degli
ultras, li si può “eliminare” fisicamente. In questo senso lo scorso campionato si è rivelato una
strage. Non è passata una domenica senza notizia di qualche tafferuglio, le diffide collettive
decimavano intere curve. Dopo tutto questo il movimento ultras è uscito molto indebolito e mai
così screditato dagli organi di stampa. Nulla è però perduto, gli ultrà sono un fenomeno forte e
ben radicato; è uno di quei pochi fenomeni sociali in grado di riunire persone di ogni estrazione
sociale e politica, di ogni età o altro. Rimane comunque un dato di fatto che questo movimento ai
“potenti” non sta bene. Non frutta abbastanza introiti finanziari, trasformare lo stadio in una
“poltrona” a loro renderebbe sicuramente di più. E a questo punto l’emozione sparirà.
In un famoso film, Febbre a 90°, Nick Hornby dice: “Cosa sarebbe una partita di calcio senza la
gioia, la passione, il calore, l’entusiasmo? Senza la folla che urla, bestemmia e gioisce, si
abbraccia ed esulta? Avrebbe tutto un sapore artificiale, asettico, freddo… un bel teatrino per
l’utente televisivo”. A questo punto mi domando una cosa, è vantaggioso continuare la guerra
contro il sistema? È giusto morire per una partita di calcio? Questo modo di agire non è altro
che il gioco dei “potenti”. Il continuare con la politica negli stadi, con i cori razzisti non
fa altro che screditare e indebolire l’intero movimento. La rivalità e lo scontro fisico tra
tifoserie è giusto e deve continuare ad esistere, ma non nel modo in cui lo è ora. Il codice ultrà
ha come punti fondamentali il rispetto e la lealtà. Ma ormai sono pochi quelli che credono in
questi principi, vigliaccheria e violenza gratuita la fanno da padrone. Il “basta lame, basta
infami” non basta più, bisogna ricominciare a credere nel “vecchio” codice, riacquistare la
tanto decantata “mentalità ultras” o il rischio è quello di scomparire.
Eva Kant
da Repubblica: come diventerà lo stadio di Milano
(e una mia piccola riflessione)
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